9.2.h) - wechselwirkung, la interazione

In altri termini, l’alienato della società della comunicazione è fuori dalla relazione comunicativa della società, indebolisce la propria sociazione riducendo il più possibile ogni tipo di interazione, trasforma la sua stessa vita in un’opera d’arte e la sacralizza fuori da ogni meta livello, come ogni oggetto sacro; ma per farlo ha bisogno di attingere alle esigenze e alla dinamica della vita stessa.  In ogni caso, ogni forma di sacralizzazione è possibile soltanto con l’esercizio di un potere tirannico.

In questo senso, gli alienati della nuova  epoca non rifiutano la forma, la vergesellschaftung, la sociazione, ma il contenuto, la wechselwirkung, la interazione: rifiutano gli altri, non in quanto vittime asservite alla propria paura tirannica, ma in quanto soggetti indispensabili per il riconoscimento della loro individuale identità. Hanno un chiarissimo concetto di potere, il loro. Assoluto ed esclusivo, indiscutibile e inequivocabile, talmente unico da dover restare solo per preservarsi. È totalitario il potere alternativo degli alienati da una società che si riconosce nel pluralismo costitutivo della democrazia moderna.

 

Credo che non sia vano il tentativo di Chantal Mouffe di democratizzare Carl Schmitt, e che sia corretto ritenere che “l’accento posto da Schmitt sulla possibilità sempre presente della distinzione amico/nemico e sulla natura conflittuale della politica sia il necessario punto di partenza per una definizione delle finalità della politica democratica”. Ma è proprio questo quello che rifiutano i comportamenti distruttivi: una azione politica democratica. Contrastare un nemico significa in primo luogo trovare un amico. Sapere chi sono loro implica il riconoscimento di chi siamo noi. Il conflitto politico, specie se vissuto attorno al cleavage della comunanza, produce identificazione. Uno può ritirarsi da un confronto sociale soltanto se annulla la dimensione del confronto con l’altro e vive permanente in un tirannico sé. O, meglio ancora, annullare l’altro significa identificare un sé assoluto ed esclusivo.

È ben per questo che sostengo che quella di coloro che inciviliscono dalla dinamica sociale sono alienati e non anomici, sono cioè soggetti di una condizione di potere sociale escludente e non malati nella loro psiche. Perché il confronto tra noi/loro, nella società della comunicazione, è stato sostituito con lo scontro io/altri. La nuova forma di alienazione non consiste più nella espropriazione dei mezzi di produzione, ma nella espropriazione della relazione sociale; perché appunto, il nuovo potere, l’epipower della nostra epoca, non è più sulla proprietà degli strumenti della produzione e sulla produzione stessa. Il nuovo potere è il prodotto della dinamica relazionale e comunicativa. Oggi non si ostenta più un “io ho”, ma un “io conosco”.

Ritengo, pertanto, che occorra un approccio multidisciplinare, senza che un paradigma debba essere necessariamente considerato di superiorità gerarchica su ogni altro: perché credo che il problema dei comportamenti distruttivi sia un problema di alienazione e non di anomia. 

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