9.2.g) - la scissione simbiotica

Nella società della comunicazione dobbiamo imparare a distinguere  3 dimensioni dell’io e non solo le 2 tradizionali:

1.     l’io individuale, che ci aiuta a distinguere il soggetto dall’oggetto e produce tutte le identificazioni derivanti dal famoso “io sono” e che si genera con ogni riconoscimento di identità;

2.     l’io collettivo, non solo nella versione archetipica di Jung, ma anche in quanto riconoscimento di sé nell’ambito del dominio delle relazioni affettive controllabili e parentali;

3.     l’io sociale, in quanto rappresentazione di sé nel sistema della comunicazione, delle relazioni sociali, dell’immaginario sociale e nella immaginazione personale.

 

Il dolore degli uomini di oggi si scatena, irrefrenabile, incontenibile quando  si determina una vera e propria “scissione simbiotica” tra “io individuale” e “io sociale” di un determinato individuo. Può accadere allora che quel dolore possa assumere diverse forme e differenziati comportamenti.  Tutti rappresentano sempre un modo di ritirarsi e di rintanarsi in un nuovo “io collettivo” fatto di relazioni selezionate, protettive, asserite e amorevolmente asservite, funzionali alla propria sicurezza e al proprio dominio.

 


Nel 2010 consideravo la rottura della sociazione come una nuova forma di alienazione individuale prodotta da insicurezza urbana, dalla scissione simbiotica della mente con il corpo che produce una paura fisica talmente forte in grado di disarticolare i modelli culturali personali di orientamento all’azione[1]. Forse ancora la penso così, anche perché il fenomeno mi sembra ben più ampio del caso estremo dei bulli o, viceversa, degli hikikomori. La penso ancora come allora perché credo che bulli e hikikomori (o NEET), entrambi adottano semplicemente un comportamento estremizzato rispetto a comportamenti ricorrenti anche in cittadini che non sono classificati come affetti dalla sindrome dell’aggressione o del ritiro. Nella scienza sociale e in quella psicologica, generalmente è così: i comportamenti equilibrati, quelli interni alla curva di Gauss, hanno le stesse caratteristiche – sebbene controllabili -  dei comportamenti cosiddetti patologici, tranne per il fatto che, appunto, un comportamento diventa patologico, esterno alla curva di Gauss, quando è eccessivo o estremizzato – cioè incontrollabile.

 

Tutto ciò che fanno gli alienati della società della comunicazione, ogni minuto, è la costruzione di uno stato di liminalità proprio, personale; un interstizio relazionale che corrompe la vergesellschaftung, la sociazione indispensabile alla socializzazione. Scrive Simmel: “ciò che ha luogo è quindi un’autonomizzazione di determinate energie che non restano più legate all’oggetto a cui avevano dato forma, rendendolo così docile alle finalità della vita, ma giocano ora in una certa misura liberamente in se stesse, per amore di sé, creando o afferrando una materia che ora serve loro soltanto per la propria attività e realizzazione.[2]

Questo fanno gli alienati della nuova era (e in particolare individui aggressivi come i bulli o quelli rintanati come gli hikikomori): “giocano”. Per Simmel la società è fatta essenzialmente di wechselwirkung, da interazione. Per dirla meglio: la forma della società è data dalla vergesellschaftung, dalla sociazione, mentre il contenuto consiste nella wechselwirkung, interazione. La sociazione, in quanto forma, contiene l’interazione, in quanto contenuto[3]. La società è fatta, dunque, essenzialmente di interazioni, che si sperimentano subito ed inevitabilmente, appena nati; e che si esercitano in forma educativa successivamente, tramite il gioco. E loro continuano a giocare. Non con gli altri, vincolanti, pericolosi, paurosi, giocano “liberamente in se stessi”. E lo fanno, non per vincere nei confronti di qualcuno o in una competizione, lo fanno “per amore di sé”. Tutto ciò che hanno attorno a loro, persone e cose, oggetti e soggetti, sono “materia” funzionale, che “serve loro soltanto per la propria attività e realizzazione”.

Attenzione, non considero corrispondente il termine “ritiro”, perché rappresenta una forma di chiusura in se stessi che non considera lo spazio. La funzione  di disarticolazione della vergesellschaftung non è una rinuncia allo spazio, ma una estensione di sé soltanto nello spazio che si riesce a dominare incondizionatamente. Per questo è applicabile anche a forme di aggressività che sembrano qualcosa di totalmente diverso e avulso da ogni forma di ritiro, come appunto il bullismo. Invece, anche per loro, di ritiro si tratta e di estensione di sé su un domino relazionale talmente controllabile da essere subalterno.  Credo dunque sia meglio utilizzare il verbo “rintanarsi”, perché è proprio questo ciò che avviene: mi chiudo nel nido che controllo per evitare i pericoli dei mille mondi che la sociazione mi propone. Esalto anche esagerando la mia forza per nascondere la mia endemica debolezza e la mia paura ancestrale. In  realtà, rintanarsi è sempre una forma di potere, il potere della fuga in uno spazio di protezione che si domina incondizionatamente. Tutti coloro che vivono in quello spazio sono asserviti alla amorevole tirannia della mia volontà. In questo senso, pertanto, vivere in un interstizio, in uno stato di liminalità, con meta-livelli personali in interazione disarticolata rispetto ai diversi meta-livelli dell’habitat sociale, non significa assolutamente rinunciare alla vita. Significa dominare interamente lo spazio di protezione, nei tempi della propria personale autoaffermazione, dentro e non fuori un sistema di relazione ridotto, dove non esistono più soggetti concorrenti ma solo oggetti disponibili, a disposizione, siano essi persone o cose. Non è nemmeno il vincolo di subordinazione del proprio potere: è l’esaltazione estrema della propria potenza dove questa potenza può totalmente essere esercitata, contro un mondo minaccioso, pericoloso, estraneo.  Non è dunque una rinuncia alla vita. Questa è una percezione paradigmatica della maggioranza dei cittadini che concepisce la propria vita, al contrario, condotta continuamente dalla sociazione dentro la socialità. La socialità degli alienati contemporanei significa “guardare il mondo da un oblò”, magari di natura telematica. E guardarlo, sebbene con preoccupazione e disprezzo, con estrema precisione e accuratezza, che è la tipica osservazione della paura. Non è un caso infatti che una espressione ricorrente di questa condizione sia proprio la puntigliosa precisione di una informazione senza comunicazione, estremamente documentata con ossessiva accumulazione di notizie senza significato. Non si tratta nemmeno di una informazione integrata o composta. Si tratta di una informazione frammentata e occasionale. Non hanno bisogno di un significato. L’unico significato necessario alla dimensione del dominio è quello della propria vita in sé. Il resto non conta. È  strumentale, utile solo se funzionale alla propria autoaffermazione; come un’opera d’arte, il cui solo significato è quello dell’opera in sé. E come ogni altra opera d’arte anche la loro esistenza “se ne sta completamente separata dalla vita, traendo da essa solo quanto le serve”. La sacralizzazione della propria vita permette la costante ricostruzione e ridefinizione dell’opera d’arte  vivente, “sebbene le forme in cui essa lo fa e in cui consiste siano state prodotte dalle esigenze e dalla dinamica della vita stessa”.

 

Nella società contemporanea alcuni individui, che fanno della propria vita un’opera d’arte, si chiudono, per paura o per calcolo, in un tempio funzionale alla sacralizzazione di sé. Un tempio di relazioni aggressive o un tempio di relazioni regressive. La loro vita diventa un dono puro che fanno a se stessi. Solo il dono infatti è senza scopo, altrimenti non è.  Solo il dono della vita a se stessi, proprio perché è totalmente privo di scopo, è la divinizzazione di se stessi nella vita. Significa cioè che la loro vita diventa una creazione artistica che, per essere tale, non deve avere alcuno scopo, deve starsene “completamente separata dalla vita, traendo da essa solo quanto serve[4]. Paradossalmente, ma non troppo, potremmo affermare che ogni sacralizzazione è una distruzione, perché distrugge le interazioni, ogni connessione, per esaltare il Dio. In un processo di sacralizzazione di sé la sociazione diventa incivile obbliga a esercitare il proprio totale dominio, quello sugli oggetti (persone o cose) che compongono il proprio ristretto intorno.

Con l’avvento della società della comunicazione si sviluppano alcuni fenomeni che favoriscono comportamenti la sacralizzazione di sé, i comportamenti distruttivi (aggressivi o restrittivi).

Il primo elemento è certamente l’assenza della morte e del tempo. In internet si vive in un eterno presente e, volendo, non si scompare mai. Senza un senso della morte e una precarietà della vita scompare anche l’eros che, come è noto da Freud in poi, è un opposto complementare del thanatos. Senza l’uno non c’è l’altro.

Il secondo aspetto, derivante direttamente dal primo, è l’incoscienza della propria fisicità e la paura del corpo. In una società di totale rappresentazione della propria immagine, la paura di avere un aspetto fisico non compiacente e apprezzato diventa ossessione. E favorisce l’aggressione dell’uno sull’altro, come prova di forza della propria fisicità, o la fuga dentro spazi di protezione incontaminati.

Il terzo aspetto è il rifiuto e la ricerca delle Istituzioni totali. Goffman ha denominato Asylum il luogo in cui si cerca asilo, dove si fugge dalla violenza e dalle istituzioni totali. Tuttavia, per fuggire si finisce in altre istituzioni totali in cui si esercitano gli stessi meccanismi della esclusione e della violenza.



[1] Bolaffi Guido e Gindro Sandro (a cura di),  IL CORPO STRANIERO, Guida Edizioni, Napoli 1996

[2] Simmel G., cit. 1997

[3]La sociazione è quindi la forma, che si realizza in innumerevoli differenti modi, in cui (…) gli individui crescono insieme in una unità in cui questi interessi si realizzano”. Simmel G., cit. 1997

[4] Simmel G., cit. 1997 

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