9.2.f) - vergesellschaftung disarticolata

Se “lo spirito storico, dunque, organizza i frammenti del passato e dell’avvenire, come il luogo decisivo della tensione fra il soggetto e l’oggetto in rapporto al tempo[1], essere liminali significa essere senza spirito storico, senza progetto politico, senza esigenza di realizzazione, senza integrazione, senza reale e senza trascendentale, vivere in spazi piccoli, minimi, ma con infiniti labirinti di articolazioni in cui perdersi.

Forse ha ragione chi sostiene che “l’essenza del moderno consiste nella creazione del nulla[2], perché, in ogni epoca di grande transizione, di mutazione sociale, quando i meta-livelli si destrutturano e la semantica degli istituti che raccolgono quotidianamente la nostra vita svilisce, depaupera e svanisce; quel che ti resta è appunto nulla.

Siamo soli.

Nella  destrutturazione dei meta-livelli che la mutazione sociale comporta, come scriveva Marguerite Yourcenar, quando gli dei non ci sono più e dio non c’è ancora, l’uomo è solo con se stesso[3].

E quando siamo soli siamo distruttivi.

 

Pertanto, non consideriamo i comportamenti distruttivi atti di rinuncia o di  protesta. Non li consideriamo nemmeno comportamenti di esaltazione o di abbandono.

Per noi sono l’espressione di una nuova forma di alienazione: giacché, nella società della comunicazione, “l’alienazione è diventata la non appartenenza, l’esclusione da qualsiasi azione, l’impossibilità di ogni autodeterminazione[4]. Siccome, nella società della comunicazione, coerentemente, “l’alienazione è sconnessione[5], loro si ritirano, rintanano in uno spazio privato, di dominio assoluto di sé e degli altri, silenzioso o clamoroso, comunque fragoroso, in uno stato di liminalità.  Il dolore dei giovani d’oggi è il prodotto di un’alienazione che li imprigiona in uno stato di liminalità.

 

Come ogni grande mutazione agli esordi, anche l’avvento della società della comunicazione è dirompente, irruento, travolgente.

Chi lascia a terra?

·       Se all’epoca dell’ontopower le comunità con cui sono stati governati gli habitat sociali indispensabili per la sopravvivenza della nostra specie, di ogni specie vivente, venivano esclusi tutti coloro, come i vecchi e i malati ad esempi, che minacciavano la salvezza e la salute del gruppo, il controllo delle risorse e la integrità fisica collettiva;

·       se l’avvento delle società stratificate all’epoca dell’egopower ha emarginato la plebe schiavizzata, diffusa e funzionale alla edificazione della città verticale e al dominio del sé;

·       se il sistema industriale ha espropriato una classe crescente di proletarizzati, sradicati e indotti dal processo di urbanizzazione, indispensabili come manodopera per la produzione industriale e l’accumulazione della ricchezza del biopower, il potere del controllo della vita, come si dice, dalla culla alla bara;

·       l’avvento dei network della comunicazione e il domino dell’epipower, il superpotere della verità per la produzione della realtà, chi emargina, chi lascia ai bordi della fitta rete delle relazioni sociali?

 

Nel 2010 lo avevo scritto così: “Se l’alienazione della prima società industriale era conseguenza del rapporto di subordinazione e dell’atto di espropriazione che i detentori dei mezzi di produzioni costantemente esercitavano sui proletari, l’alienazione nella nostra Società Opulenta è la conseguenza della estraneazione, della esclusione dai modi e dalle forme della socialità e del privilegio.

L’alienato è colui che è fuori, che è escluso da ogni organizzazione di tutela e garanzia. L’alienato è il non garantito, chi non può essere garante di sé o di altri, colui che non viene accolto, privo o privato di ogni ceto, l’uomo che non riesce ad essere cittadino, che non sa di esserlo, che non partecipa e non protesta. Egli è un individuo senza partito, senza sindacato, senza associazione, spesso senza famiglia, senza chiesa, senza parola.

Lo incontri nel grigio metropolitano di ogni giorno e sai che lui non ha giorni. Ai bordi delle strade del futuro, senti che giace, in solitudine, dietro i suoi irraggiungibili pensieri, nel momento in cui non ha più appartenenza, o ha una appartenenza altra, lontano e contro di te, contro tutti, quando ha definitivamente rotto le reti relazionali, quel sistema etereo di rapporti sociali entro cui si tutelano gli umani.

Quando ha definitivamente destrutturato i meta-livelli di spazio e tempo in cui si incontra. Quando è entrato, con una falsa autonomia, con un’illusione di forza, con una paura dimostrata da una prepotenza proclamata, semplicemente con una violenza, con una violazione banale, in uno Stato di Liminalità. In realtà, non è entrato, ma è rimasto lì sulla soglia.

Quella soglia non è più per lui valicabile né per entrare, né per uscire, è un ordine invincibile che permane in attesa dell’Angelo Sterminatore.

Non vi è nulla di più tirannico che la propria libertà quando essa si sgancia dallo sfondo e quando non si proietta più su alcun significato, allora la capacità di scelta non si esercita più come opzione legata ad un qualsiasi sentimento, ma come obbligo etereo o peggio ancora auto determinato.

Gli alienati, vittime e carnefici, hanno bucato la maglia delle strutture integrative e se ne vanno per conto loro verso il nulla. Non seguono i ritmi della modernità, vorrebbero dare alla modernità i loro ritmi. Non cercano una emancipazione, pretendono una supremazia fisica con la forza o  una supremazia intellettuale con la carità. E sentono di essere il granello di sabbia negli ingranaggi, le scorie della frenesia tecnologica.”[6]

Il dolore degli uomini di oggi è la solitudine.

Il mondo non scambia più ricchezze, ma esperienze. Non contano più le quantificazioni ma le qualificazioni. Nessuno ti chiede più la denuncia dei redditi, ma il gruppo dei pari. Il dolore dei giovani d’oggi è l’assenza di socializzazione per incapacità di sociazione: la vergesellschaftung bloccata nel suo mutismo o nella sua inciviltà.

           

Quando ci siamo trovati improvvisamente di fronte al fenomeno crescente degli hikikomori, che dal Giappone si propaga con una certa intensità nel resto del mondo occidentale assumendo diversi nominativi in diversi contesti, come ad esempio i NEET (Not in Education, Employment or Traning), producendo nuove malattie profondissime come ad esempio l’anoressia sessuale, abbiamo subito avuto l’impressione, da studiosi di scienze sociali, che non si potesse fare a meno di ricorrere al contributo fondamentale di Georg Simmel. Si è trattato di un “magico accordo”, poiché già pensavamo allora, in occasione della redazione della teoria delle mutazioni politiche, all’atto genetico di costituzione del sistema sociale che caratterizza, non solo l’umano, ma tutti gli esseri viventi. E per questo motivo avevamo ripreso l’opera di Simmel e la costruzione della rete relazionale della vita[7], che solo molti anni dopo di Lui è stata davvero presa in considerazione[8].

Georg Simmel, sebbene marginalizzato e decisamente sottovalutato dai noiosi codici dell’accademia, può tuttavia essere considerato l’autore che più intimamente ha intuito la relazione inscindibile tra individuo e reti di relazioni: “individui e società sono costruiti con lo stesso materiale e si implicano reciprocamente, sono due polarità che non possono sussistere separatamente per quanta tensione passa tra il loro generarsi[9]. Simbioticamente[10].

Georg Simmel chiama vergesellschaftungtutto quello che si trova negli individui, nei luoghi immediatamente concreti di ogni realtà storica, come pulsione, interesse, finalità, inclinazione, condizione psichica e movimento, presente in modo tale che da esso o in esso abbia origine l’azione su altri o l’influsso di altri[11].

Vergesellschaftung viene tradotto in italiano con il termine “sociazione”, parola che contiene “questi materiali con cui la vita si realizza e queste motivazioni che la muovono[12]. Materiali e motivazioni che “non sono ancora in sé e per sé di natura sociale[13].

La traduzione italiana in qualche modo tradisce il significato. Infatti, in italiano, il termine “sociazione” induce l’impressione di qualcosa che si muove nel sociale, che tende al sociale, una azione che non è ancora sociale ma che presto lo sarà, uno statu nascenti sociologico[14]. Invece con il termine tedesco di vergesellschaftung si intende un contenitore, non il contenuto ma la forma laddove “gli individui crescono insieme in una unità in cui questi interessi si realizzino[15].  Si tratta di morfologie genetiche per ciascuno di noi, luoghi unici e tipici. Ogni individuo agisce ed opera “solo all’interno di queste forme in quanto elemento vitale”[16], cioè in quanto elemento indispensabile alla vita perché genera e tutela la vita. Sono i luoghi che, in altri termini, contengono l’autopoiesi della sopravvivenza: luoghi di vita che generano vita.

 

 

Può accadere, per diverse cause di diverso ordine e grado che la psicologia ha maggiore dimestichezza ad indagare, che in alcuni individui ipersensibili la relazione si blocchi e disarticoli la sua interazione con gli altri metalivelli. La rottura della relazioni con un gruppo di pari o con alcuni istituti sociali, come la scuola, rinchiude gli individui più deboli e timorosi in uno spazio controllabile e rassicurante, dove poter esercitare in solitudine il proprio epipower[17].  La chiusura relazionale in uno spazio nuovo, esclusivo ed escludente destruttura sempre e inevitabilmente l’equilibrio della propria organizzazione di vita. La loro vita resta imprigionata nell’ambito della tutela genitoriale, nella produzione e nel rafforzamento di un “io collettivo” e nel rifiuto di un “io sociale”.

Senza questi valori di meta-livello, la costruzione dell’azione sociale, la sociazione, la vergesellschaftung, non ha più, letteralmente, significato. Dunque, alla fine di tutto, l’unico comportamento distruttivo che conosciamo davvero è la frantumazione della vergesellschaftung. Se tra aggressività e distruzione c’è una differenza, perché aggressivo può anche essere un comportamento costruttivo,  l’unica forma reale di distruttività è quella che rompe le connessioni intorno a sé per imprigionare l’individuo nel biancore della liminalità.



[1] Simmel G., cit. 1997

[2] Schlegel Friedrich, KRITISCHE AUSGABE SEINER WERKE, vol. XVIII, Schöningh, Padeborn 1958

[3] Yourcenar Marguerite, LE MEMORIE DI ADRIANO, Einaudi, Torino 2002

[4] Ceci A., cit. 2010

[5] Ceci A., cit. 2010

[6] Ceci A. cit. 2010

[7] Capra Fritjof, LA RETE DELLA VITA, Rizzoli, Milano 2001

[8] Wilson O. Eduard, LA CONQUISTA EU-SOCIALE DELLA TERRA, Raffaello Cortina, Milano 2015

[9] Cavalli Alberto, INTRODUZIONE ALLA SOCIOLOGIA DI SIMMEL, in Simmel Georg, SOCIOLOGIA, Comunità, Milano 1998, pag. XXVI

[10] Ceci Alessandro, ANTROPOLOGIA DELLA SICUREZZA,  Eurilink, Roma 2010

[11] Simmel Georg, LA SOCIEVOLEZZA, Armando Editore, Roma 1997, pag. 38

[12] Simmel G., cit. 1997, pag. 38

[13] Simmel G., cit. 1997, pag. 38

[14] Alberoni Francesco, STATU NASCENTI, Il Mulino, Bologna 1967

[15] Simmel G., cit. 1997, pag. 38

[16] Simmel G., cit. 1997, pag. 38

[17] Ceci Alessandro, COSMOGONIE DEL POTERE, Ibiskos, Empoli 2011

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