9.2.e) - alienazione nichilistica

L’ultimo, della lunga tradizione di Enrich Fromm, a sostenere che la natura del disagio di oggi “non è esistenziale, ma culturale[1] è Umberto Galimberti. I giovani di oggi, più di altre generazioni, avrebbero assorbito l’ospite inquietante di questa epoca, il nichilismo, quella condizione, appunto, in cui “i valori supremi perdono ogni valore[2].

Galimberti introduce una dimensione filosofica che, come finora espresso, condivido moltissimo. Egli sostiene, infatti, che il dolore contemporaneo è un dolore nichilistico, generato dall’assenza di valori, un’epoca in cui le stelle sono malate, malato è il cielo, anche la luce è malata e, poi, il tempo, la vita, il logos: tanto che oggi “non siamo più all’altezza dell’antico paesaggio, non ne individuiamo più i contorni, i pieni, i vuoti, i volumi di senso, perché non conosciamo più il cielo che le parole degli antichi descrivevano come una volta che abbraccia il mondo, e tantomeno l’anima universale nel suo dibattersi tra il cielo e la terra[3]. Liminalità, dunque, assenza cognitiva, vuoto etico, privazione di senso e significato. Siamo passati inesorabilmente “dal futuro-promessa al futuro-minaccia[4]. E in questo passaggio l’Occidente ha ritrovato “il pessimismo degli antichi greci[5] contro “l’ottimismo della tradizione giudaico-cristiana[6] a cui “si è consegnato senza riserve[7]. Gli uomini moderni (i giovani) fermi nella liminalità, cioè “parcheggiati in quella terra di nessuno dove la famiglia non svolge più alcuna funzione, la scuola non desta alcun interesse, la società alcun richiamo, dove il tempo è vuoto, l’identità non trova alcun riscontro, il senso di sé si smarrisce, l’autostima deperisce[8], non hanno più il “raffreddamento riflessivo[9] necessario per controllare “l’eccesso emozionale[10] e “perdono il contatto con se stessi e con il rumore del mondo[11]. Gli esiti possibili, per Galimberti, sono 4: lo stordimento dell’apparato emotivo; il disinteresse per tutto, il gesto distruttivo (aggressivo o regressivo), la genialità creativa. Siamo “anime assopite[12] che non si risvegliano, perché “non hanno forza”, perché “sono state acquietata da quell’ideale di vita che viene spacciato per equilibrio, buona educazione. E invece è sonno, conformismo, dimenticanza di sé[13]. Questo svuotamento di senso, per Galimberti, è il prodotto della tecnica, che “è entrata in conflitto con il primato che l’uomo aveva assegnato a se stesso nella storia dell’essere[14], e delle scienze psicologiche, che hanno “spazzato via” un “volume di senso”, “delimitando il campo alla semplice descrizione dei processi psichici individuali o alla problematica normalizzazione dei comportamenti[15]. Questi due elementi, tecnologia e psicologismo, giustificherebbero la caduta dei valori e la diffusione nichilistica in questa epoca storica, diversamente dalle altre, da tutte le altre. Ma non è così.

La sbornia nichilistica è conseguenza diretta della destrutturazione degli istituti semantici e, dunque, del potere di controllo dei valori di meta-livello. Questo fenomeno è ricorrente in tutte le epoche di grande mutazione sociale. Di volta in volta richiede uno sforzo filosofico ed intellettuale di ricostruzione. Occorre, in tempi di fortuna, la produzione di nuove congetture, non interrompere le narrazioni, le produzioni di significato. Nella società contemporanea, interrompere la comunicazione critica è come interrompere le vie respiratorie. Il corpo e il cervello muoiono di inedia. Sopravanzano banditori della semplificazione, urlatori della banalizzazione in grado, con la furia iconoclasta di un commercio orale, di far vacillare qualsiasi argomento senza argomentare, distruggere la ragione senza ragionare.

Noi invece avremmo bisogno di superare la futilità e, senza peso, partecipare alla produzione dei significati del nostro secolo che ci diano il coraggio di vivere all’altezza dei tempi. Finché questo non avviene, gli istituti cognitivi di gestione del potere (ontopower, egopower, biopower o, come oggi, epipower) sociale e politico (governance e governo), non funzionano, perdono di significato, vengono delegittimati, e i giovani soli e abbandonati, sprofondano in un nichilismo disperato, in una totale assenza di valori e di riferimenti, in un vuoto, in uno stato di liminalità auto o etero distruttivo.

 Sono i “metalivelli inviolati”, i valori sociali d’epoca, che stabiliscono tasso e tipologia di socializzazione della sociazione. “Quando un individuo si distanzia da uno o da tutti questi elementi fondanti di ogni fenomeno, da uno di questi quattro punti cardinali del suo orientamento, diventa anormale. Quando ne perde uno o tutti diventa anomalo. Viceversa, quanto un individuo rafforza o si identifica con una o con tutte le quattro cosmogonie della narrazione umana (a maggior ragione con quella prevalente) tanto più è normale. Se poi le interpreta pienamente ne diventa addirittura un simbolismo identificativo[16]. Ciò che contiene la sociazione, sono i contenuti necessari per la socializzazione, garanti del mantenimento in vita della vita. Questi contenuti, qualsiasi essi siano, devono preservarsi, possono cambiare, ma non devono essere distrutti nella loro funzione sociale, quella di essere  i meta-livelli che danno senso e significato alla nostra vita, l’essenza della nostra esistenza.

 

Così può accadere che, nel dolore solitario degli uomini d’oggi, per trovare un equilibrio individuale – direi solipsistico – quando questo non è più assolutamente corrispondente all’equilibrio sociale, i valori di meta-livello si violino l’uno rispetto all’altro, disarticolandosi. Accade allora che, come scrisse Simmel,  “quelle forze e quegli interessi si separano però in modo peculiare dalla vita che li aveva originariamente fatti crescere e legati a sé[17]

Il dolore degli uomini d’oggi, dunque, nelle sue varie forme, artefici e/o vittime, è tutto in questo solipsismo che li separa dalla vita, la ricerca di un modo per affermare se stessi, nella lotta o nel ristoro.



[1] Galimberti Umberto, L’OSPITE INQUIETANTE. IL NICHILISMO E I GIOVANI, Feltrinelli, Milano 2008

[2] Nietzsche Friedrich, FRAMMENTI POSTUMI 1887 -1888, in OPERE, vol.VIII, Adelphi, Milano 1971

[3] Galimberti U., cit. 2008

[4] Galimberti U., cit. 2008

[5] Galimberti U., cit. 2008

[6] Galimberti U., cit. 2008

[7] Galimberti U., cit. 2008

[8] Galimberti U., cit. 2008

[9] Galimberti U., cit. 2008

[10] Galimberti U., cit. 2008

[11] Galimberti U., cit. 2008

[12] Galimberti U., cit. 2008

[13] Galimberti U., cit. 2008

[14] Galimberti U., cit. 2008

[15] Galimberti U., cit. 2008

[16] Ceci A. cit. 2010: “Più in generale per noi ciò che fa la normalità è la congruenza con il legame fenomenologico della normalità, cioè le quattro variabili dello sfondo: tempo (storicizzazione), spazio (localizzazione), il sé singolare (soggettivazione) e il suo dominio relazionale (comunicazione)”. 

[17] Simmel G., cit. 1997

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