9.2.d) - liminalità di transizione e comportamenti atopici

 

I dati sono un vezzo scientifico di cui non possiamo fare a meno. Sono un vezzo, perché la loro selezione è già una interpretazione. Non possiamo farne a meno perché sono la cruda propedeutica della falsificazione. Iniziamo a discutere con i dati. I dati parlano, anche se spesso in modo impreciso e mistificatorio.

I dati sulla violenza ci dicono, in trend statistico, che la violenza, nella storia dell’umanità è decrescente. Sono stati recentemente pubblicati (2017) da Steven Pinker e ci hanno ricordato che, di violenza nel mondo, ce ne è sempre di meno: “nonostante tutte le difficoltà che affliggono la nostra vita, nonostante tutti i problemi che ci sono ancora oggi nel mondo, il declino della violenza è un successo di cui possiamo gioire, e ci esorta a far tesoro delle forze civilizzatrici e illuminate che l’hanno reso possibile[1].

Il testo ripropone il senso di una identica ricerca del 1981 che Jean-Claude Chesnais[2] ha svolto, con le identiche conclusioni, sulla violenza in Occidente nei 200 anni tra il 1800 e il 2000.

Possiamo affermare lo stesso del comportamento distruttivo o, peggio ancora, di quello autodistruttivo?

Non so.

In dati sulla dimensione distruttiva ed autodistruttiva dell’umano non ci sono e sono difficilmente reperibili. La distruttività, sia individuale che collettiva, sia soggettiva che sociale, non è conteggiabile. Intanto perché noi ci troviamo costantemente dentro una immensa forza di “distruzione creatice”, come diceva Schumpeter del capitalismo[3]. Poi perché la distruttività è molteplice e multiforme, conscia e inconscia, volontaria e involontaria, difficilmente classificabile in categorie di dati. Basta pensare alla difficoltà di classificazione quantitativa del fenomeno del consumo di massa della droga e/o alcune forme di patologie finora ignote (come ad esempio gli Hikikomori), abbiamo una evidente rappresentazione della difficoltà di contabilizzare i casi.

In termini qualitativi poi non siamo certi degli esiti. Sappiamo che c’è stata, nella storia recente, una proliferazioni di armi di distruzione di massa, di distruzione localizzata, di qualità nella gestione della aggressione, una estensione della tecnologia della minaccia e del controllo. Tuttavia questa proliferazione sproporzionata ne ha bloccato l’uso. E ne ha controllato l’abuso: ogni volta che qualche tiranno provinciale ne ha tentato l’applicazione, ha subito una ripercussione dalla comunità internazionale. Quindi, anche dal punto di vista qualitativo e politico, non sappiamo stabilire se la produzione della distruzione non sia un deterrente alla estensione della pacificazione e della creatività sociale. Figurarsi se possiamo quantificare e qualificare i dati dal punto di vista individuale, personale e psicologico. Nessuno può davvero dire se la chiusura in casa dei nostri figli sia un rintanarsi depressivo e autodistruttivo o la riservatezza esclusiva ed escludente della genialità. 

Abbiamo però la percezione molto chiara di vivere in un periodo di solitaria eccezione. I testi più noti iniziano tutti denunciando una crisi più o meno tollerabile, uno stato di disagio, in una terrificante perdita di riferimenti, in una maligna incertezza. Viviamo nel sentiment dei naufraghi[4] che non sanno da che parte le correnti spingono la loro zattera.

La coscienza di questa incoscienza è già importante, perché il sentiment dei naufraghi, diciamo così, non è una primizia. Ritorna, invece, in modo ricorrente, quando viviamo un’epoca di mutazione sociale che produce, a causa della destrutturazione degli istituti sociali semantici, cioè degli istituti di produzione di significato, uno stato di liminalità.


 

La liminalità non è un luogo fisico e non è nemmeno un non luogo; è un presente permanente, un tempo senza determinazione, senza un ricordo passato e senza un progetto futuro; non è volontà, ma è assenza di scelta e motivazione; non è un altrove, ma è senza altrove, dietro una sola soglia, quella soglia riconoscibile e valicabile; non è nemmeno emarginazione, poiché prescinde da un centro. È  alienazione. Non è esclusione e non è inibizione. È una relazione senza comunicazione, prima informazione, poi silenzio dal mondo, indispensabile per sentire esclusivamente se stessi. È un equilibrismo solipsistico di propria divinizzazione, lo stare in bilico sul filo di un sé assolutistico perché difensivo, senza percezione del vuoto e senza vertigine. Liminalità è ripararsi in un interstizio di solitudine o di violenza.

Essere radicati nell’assenza di luogo[5], questa è la liminalità per Simone Weil. Nasce dal dolore delle epoche di transizione, le epoche che frantumano tutti i vecchi raccordi, quando le connessioni non hanno giustificazione, quando negli istituti sociali crolla la semantica, il significato e la legittimazione alla loro esistenza. La liminalità nasce da quel dolore e ha radici nell’assenza. L’assenza del genitore, l’assenza del gruppo dei pari, l’assenza di un amore, di una ricchezza, l’assenza della città, l’assenza dei limiti.

René Girard chiama questo vuoto, questa assenza in cui sprofondano in alcuni momenti le società e la vita degli uomini, “l’eclissi del culturale”, intendendo uno stereotipo che si determina in ogni momento di transizione e, viepiù, di mutazione: “Le persecuzioni che ci interessano si svolgono di preferenza durante periodi di crisi che comportano l’indebolimento delle istituzioni normali e favoriscono la formazione di folle, cioè di assembramenti popolari spontanei, suscettibili di sostituirsi interamente a istituzioni indebolite o di esercitare su queste una pressione decisiva[6]. La folla della nostra mutazione è una folla solitaria[7] che, di fronte alla insignificanza di istituti e istituzioni, “cancella o comprime le differenze gerarchiche e funzionali, conferendo ogni cosa un aspetto insieme monotono e mostruoso[8]. È una crisi culturale, una crisi di significati, dentro cui “gli uomini si sentono impotenti[9]. È una crisi sociale, prima di tutto, che si scarica interamente e spesso appesantita, nelle relazioni tra individui, nei rapporti umani, schiaccia ogni aspettativa.  Allora la gente percepisce una violenza accresciuta quando la violenza è decrescente, un nemico e una paura dove ci sono amici e non c’è nulla da temere; e gli individui pressati, compressi sotto il peso insostenibile di una vita senza significato in un mondo che ancora non ha trovato i suoi significati, “non si contentano di allentare il legame sociale, lo distruggono completamente[10]. Tra “la piccolezza dell’individuo e l’enormità del corpo sociale[11] c’è un baratro, un vuoto enorme che molti non riescono più a colmare o che pensano di saltare a piè pari con un gesto impertinente. Non ci sono ponti e, quand’anche ci fossero, non c’è la capacità, direi, la competenza di attraversarli. Quei pochi che non sanno come fare: o si ritirano e si rintanano dentro un nucleo protettivo dove poter sentire l’intera potenza di sé; o cadono in quel baratro fatto di violenza, droga e crimine. È, sempre ed in ogni caso, una forma di autodistruzione. 

 

L’uomo moderno è schiacciato dall’eclissi culturale della sua epoca di transizione, della sua crisi di mutazione, e teme se stesso e l’altro, entrambi soggetti senza significato.

Nel buio dell’eclissi culturale si può rispondere in 2 modi: con l’aggressione o con la regressione.

L’aggressione la conosciamo già, nelle sue mille facce impudenti: bullismo, crimini, reati sessuali, stalking, ricatto, fino allo sterminio.

La regressione la stiamo conoscendo oggi: ha il volto degli hikikomori, vive nel biancore[12], nella volontà di sottrarsi da tutto e da tutti, “psicosi bianca[13], dove “l’individuo adotta il grado a minima di coscienza[14], quando “non desidera più comunicare, non pratica alcuna forma di scambio e neppure si proietta nel futuro, nemmeno mai partecipa al tempo presente: privo di desideri, non ha nulla da dire[15]. E cova in sé una anoressia sessuale di nuovo tipo.

Aggressione e regressione sono i due estremi dell’infinito dei comportamenti distruttivi.


 

Aggressivo è quel comportamento “teso a mete lesive o distruttive, oppure a scopi che richiedono il superamento più o meno violento di ostacoli”[16]. È il risultato espressivo di un intreccio pulsionale e/o culturale “interpretato come espressione della volontà di potenza volta alla compensazione di sentimenti di inferiorità[17].

Un comportamento viene considerato regressivo quando segue gli schemi tipici di un periodo più immaturo della vita del soggetto.[18] In genere accade quando l’adolescenza è una tremenda barriera d’ingresso e si torna continuamente alla vita dell’infanzia, in uno stato in cui “la vita e la psicologia di tutti i giorni sono un impasto inestricabile di comportamenti, atteggiamenti, abitudini sedimentati in epoche diverse della vita, e spesso di origine tipicamente infantile[19].

Li considero entrambi, aggressività e regressione, due comportamenti distruttivi, due opposti complementari che definiscono una sola fattispecie, due facce della stessa medaglia, opposti eppure complementari, l’uno indefinibile senza l’altro. Due comportamenti che fondano la loro essenza nel vuoto filosofico, nella assenza cognitiva, nella inflazione dei significati in istituti ed istituzioni, uomini e cose. Comportamenti di chi può e riesce a vivere nell’assenza.

 


Ma chi è che può vivere nell’assenza, nel vuoto, in uno stato di liminalità assoluto, ovunque e dunque senza spazio, per sempre e dunque senza tempo?

Dio. Solo Dio.  Questo è un postulato fondamentale, indiscutibile. “In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era una massa senza forma e vuota; le tenebre ricoprivano l’abisso, e sulle acque aleggiava lo Spirito di Dio[20]. In principio, cioè all’inizio della creazione, prima del tempo e dello spazio, c’era solo Dio, in un totale stato di liminalità.  Poi la creazione ha generato la creatura che, come dice Sant’Agostino, “ha cominciato con il tempo e il tempo con la creatura, ma l’una e l’altro sono di Dio[21].  Prima c’era solo Dio da solo, in un eterno presente, “perché non può avere né principio, né fine, né successione di tempo[22].

L’assenza di ogni cosa è l’assoluta presenza di sé, è essere Dio, che è ovunque proprio perché non è in nessun luogo, che c’è sempre proprio perché non c’è mai: senza spazio, senza tempo, atopico. “Il pensiero liminare, proprio perché si pone nel luogo in cui visibile e invisibile si toccano, luogo e non luogo sono tangenti, è pensiero atopico. Atopia è forse la parola fondamentale della modernità contemporanea.[23] 

Paradossalmente, allora, il comportamento della massima paura, il comportamento distruttivo, è, al tempo stesso, il comportamento della massima ed eccessiva presenza di sé. È il comportamento del proprio annullamento, ma anche il comportamento della propria divinizzazione, del Dio perduto e perdente che, da solo, può vivere contro tutti e senza tutti, dentro una sociazione bloccata, necessariamente bloccata per ottenere l’indispensabile vuoto auto-giustificativo.

 

La distruttività, oggi, aggressiva o regressiva, è l’espressione di una solitudine divinizzata, un segreto tra se stessi e il mondo, “l’anima della forza desituante dell’atopia[24]. Una solitudine improvvida e improvvisa, frammentaria, il prodotto della completa disarticolazione dei nostri meta-livelli.

Ciascuno di noi ha bisogno fondamentale di un riferimento che ci permetta di capire le cose, di ordinarle, di trascriverle nell’almanacco dei ricordi. Ceruti ci ha abbondantemente spiegato che “non possiamo percepire un cambiamento senza uno sfondo, senza un invariante che ci faccia percepire il cambiamento[25]. Anche se questa invariante, questo sfondo può a sua volta cambiare, noi non possiamo capire il mondo senza un “meta-livello inviolato” che si assuma come riferimento. Hofstadter, che è stato il primo a trattare il problema, esemplifica il concetto con l’esempio del circolo di 3 scrittori in cui ciascuno è il personaggio del racconto dell’altro. Noi che leggiamo siamo il meta-livello inviolato, naturalmente; ma nessuno può escludere che anche noi possiamo essere personaggi di un qualsiasi altro racconto[26].

Per non essere soffocati dalla responsabilità derivante da aspettative di mutazione, i più deboli di noi, con comportamenti aggressivi o regressivi, annullano, destrutturano il meta-livello a cui altri, la società lo riconduce. Senza un meta-livello di riferimento, si perde ogni riferimento, senza un criterio di interpretazione del mondo e della società, si perde il mondo e la società. Se gli istituti e le istituzioni perdono la loro capacità di dare significato alle cose, gli individui nemmeno lo sanno più fare. E le cose, o le persone, senza significato, specie se disturbano, possono tranquillamente essere distrutte. Se i meta-livelli sono interiorizzati dalla società come valori, quando, in epoche di grandi transizione come la nostra, quei valori cambiano, cambia la gerarchizzazione di ogni  morfologia sociale che essi ordinano. Gli uomini, alcuni uomini che si sentono trattati con parzialità e considerano la relazione con gli altri una fatica ingiustificata, non hanno più valori per se stessi e per gli alti, si sentono liberi, addirittura anarchici e possono, senza pudore alcuno, distruggere o distruggersi. 

Noi stiamo vivendo in una delle 4 grandi mutazioni della storia dell’umanità, i nostri valori di meta-livello sono stati quasi tutti violati e, dunque, viviamo nel vuoto per assenza di valori di riferimento.


 

I nostri valori, i nostri  meta-livelli sociali, stanno cambiando da soli, autonomamente, senza avere il tempo di “assumere su di sé la fatica del concetto”, senza gli originali significati delle innovazioni, senza l’immanente, come diceva Aristotele, ciò che permane, che resta, che non cambia perché è l’intima, insondabile natura dell’umano e delle sue perigliose vicissitudini.



[1] Pinker Steven, IL DECLINO DELLA VIOLENZA, Mondadori, Milano 2017
[2] Chesnais Jean-Claude, STORIA DELLA VIOLENZA, Longanesi, Milano 1982
[3] Schumpeter A. Joseph, CAPITALISMO, SOCIALISMO E DEMOCRAZIA, Etas, Milano 2001
[4] Latouche Serge, IL PIANETA DEI NAUFRAGHI. SAGGIO SUL DOPOSVILUPPO, Bollati Boringhieri, Torino 1993
[5] Weil Simone, QUADERNI, II, Adelphi, Milano 1985
[6] Girard René, IL CAPRO ESPIATORIO, Adelphi, Milano 1987
[7] Riesman David, LA FOLLA SOLITARIA, Il Mulino, Bologna 2009
[8] Girard R., cit. 1987
[9] Girard R., cit. 1987
[10] Girard R., cit. 1987
[11] Girard R., cit. 1987
[12] Le Breton David, FUGGIRE DA SE’, Raffaello Cortina Editore, Milano 2016
[13] Donnet J. L. e Green A., LA PSICOSI BIANCA. PSICOANALISI DI UN COLLOQUIO, Borla, Roma 1992
[14] Le Breton D., cit. 2016
[15] Le Breton D., cit. 2016
[16] Voce “Aggressività”, in Galimberti Umberto, DIZIONARIO DI PSICOLOGIA, Utet, Torino 1994
[17] Voce “Aggressività”, in Galimberti U., cit. 1994
[18] Jervis Giovanni, MANUALE CRITICO DI PSICHIATRIA, Feltrinelli, Milano 1997
[19] Jervis G., cit. 1997
[20] LA SACRA BIBBIA, Edizioni Paoline, Roma 1964
[21]
[22]
[23] Rella Franco, LIMINA, Feltrinelli, Milano 1987
[24] Rella F., cit. 1987
[25] Ceruti Mauro, IL VINCOLO E LA POSSIBILITA’, Feltrinelli, Milano 1986
[26] Hofstadter Richard Douglas, GODEL, ESCHER, BACH – UN’ETERNA GHIRLANDA BRILLANTE, Adelphi, Milano 1979
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