9.2.c)- Quesito 2°: quando?




Bertrand Russell, per gli amici Bertie, era ancora ottimista.

Non ne aveva alcuna ragione, eppure lo era.

Erano quelli gli anni del salto quantico, della rassegnazione alla tragedia, dopo la seconda guerra mondiale e si era di fronte alla scoperta della shoah. Gli umani non erano preparati a riconoscersi dentro quegli implacabili orrori. Erano anni in cui già iniziavano a diffondere informazioni sui crimini sovietici e lo sradicamento violento del totalitarismo staliniano. L’orrore nazista e il terrore comunista, due guerre mondiali ed una rivoluzione, scontri bellici e violenze incontrollate che hanno ucciso e mutilato corpi e coscienze, fino alla disintegrazione di due intere città, minuziosamente rase al suolo dall’onda d’urto di 2 bombe che urlavano, impudenti e fragorose, gli esordi dell’era atomica. Si trattava, appunto, del primo salto quantico che dispensava indiscriminatamente distruzione e morte, con danni irreversibili e infiniti. Senza spiegazioni[1] l’uomo era di fronte al lato oscura della sua atrocità.



Da dove nasce questa distruttività occasionalmente degli altri, eppure comunque di se stessi?

Ho sempre avuto, infatti, l’impressione, di fronte ai ricorrenti sfregi della violenza, che la vittima fosse solo occasionale, strumentale, provvisoria; che, in realtà, la vittima fosse sempre e soltanto il suo infame carnefice. Successivamente ad un nuovo e sempre identico squarcio terroristico, in Francia, ad un concerto di giovanissimi, che ha raccolto tra le vittime bambini di 8 anni, scrissi su un nota social network: “si riduce l’età degli assassini, si riduce l’età degli assassinati: ciascuno, alla fine, uccide sempre soltanto se stesso”.

Vale per loro e vale anche per noi.

Vale per ogni distruzione umana, per ogni dolore.

Siamo noi lo specchio del dolore che compiamo. Il padre che si scarica sul figlio, la madre che lo utilizza, l’amico che lo ghettizza, che lo colpisce, che lo ferisce, che lo aggredisce imprigionandolo nella pericolosa solitudine dell’offesa, l’artefice di una violenza, qualsiasi, ovunque, è se stesso che sempre punisce. E abbiamo timore di noi stessi, viviamo dentro la cupa paura di ciò che siamo. Anche il più efferato, freddo ed estraneo killer professionale sa che la morte della sua vittima dura pochi secondi. Sa che pochi secondi durerà la sua morte. Quando guardiamo una aggressione su uno schermo, sappiamo che in quello schermo si proietta la nostra vita, che la vittima siamo noi, che il carnefice potremmo facilmente essere noi e che, dunque, quello schermo è uno specchio. E “Temo adesso che lo specchio nasconda / Il vero volto dell’anima mia, / Oltraggiata da ombre e da colpe”[2].



Per questo motivo ho molta titubanza ad affibbiare il dolore di questa epoca, questo nostro dolore, soltanto ai giovani. Credo che il dolore che i giovani trasmettono con maggior clamore, sia in realtà di ciascuno di noi, ci rifletta nello specchio in cui ci proiettiamo, oltre ogni generazione ma non al di là della nostra storicità di uomini contemporanei.

La nostra filosofia ha occultato lo specchio per evitare il riflesso della proiezione. Anzi, si potrebbe affermare, come dice Mauro Carbone, che la nostra filosofia “si è tradizionalmente identificata – che ha trovato la sua identità – nella lotta contro gli schermi, assimilandoli alla illusione, all’inganno, all’ostacolo che impedisce di contemplare la verità”[3], come le ombre che si proiettano sul muro nella caverna di Platone.

Lo specchio, invece, ci riflette e noi siamo, anche noi siamo, il dolore di ogni generazione, come diceva Ortega y Gasset, che ogni nostra epoca porta con sé la sua norma e la sua enormità, il suo decalogo e la sua falsificazione[4].

Nella nostra epoca siamo essenzialmente noi, tutti, il dolore; anche se ci industriamo con il piglio della oggettività scientifica, in discussioni, perizie, seminari, conferenze e convegni ad analizzare il dolore distruttivo degli altri. Ringrazio dunque chi ha voluto attribuire un titolo a questa mia relazione che contemplasse certamente i comportamenti distruttivi, ma non li ha marcati, come un tatuaggio di fuoco o, peggio ancora, come una maschera, ai giovani[5].

Ora il punto è: siamo ancora convinti che le cause della distruttività, aggressiva o regressiva, così come le ha indicate la letteratura scientifica, siano riconducibili alla biforcazione pulsionale e culturale di Freud e di Fromm? O è più vero, come sono incline a credere, che il dolore contemporaneo che produce ogni comportamento distruttivo, sia esso regressivo o aggressivo, non derivi piuttosto da un dolore quantistico; un dolore cioè che, in ogni suo momento e in ogni sua espressione comportamentale, rappresenta la complessità delle infinite motivazioni, le molteplici cause della propria condizione contemporaneamente locale, globale, glocale, essenziale ed esistenziale, individuale e collettivo, emozionale e culturale? Che non si tratti piuttosto di un dolore discontinuo e minimale, non percepibile dagli strumenti di individuazione classici perché attribuibile a valori discreti, misurati, indeterminati e complementari; un dolore collettivo e pure di ciascun individuo, le cui proprietà pertanto non è possibile definire univocamente perché dipende dai tipi di interazione che lo generano e che tuttavia è ologrammatico, cioè, come scrisse una volta Edgar Morin, “è un’immagine fisica le cui qualità … dipendono dal fatto che ogni suo punto contiene quasi tutta l’informazione dell’insieme che l’immagine rappresenta”[6], un dolore di cui “possiamo dire non soltanto che la parte è nel tutto, ma anche che il tutto è nella parte”[7]?



Nel mio libro, autoprodotto eppure profetico nel titolo, “Discorsi ad un pubblico assente”, osai per la prima volta le mie eterne ripetizioni: “La forma. Talvolta deforma. Talvolta trasforma: come in qualche brano di musica rock, per chi è abituato ad ascoltarne, come in Lizard, la lucertola che cambia pelle ma non natura”[8]. Sulla lucertola scoprii più tardi, nel 1993, una raccolta di racconti scritti da Banana Yoshimoto[9]. Sia per i brani musicali che per i racconti “la trama non soltanto un tracciato, è anche una forma, una forma che pian piano si scompone, perde la sua raffigurazione, si decompone, lascia note sole, in libertà, squillanti e confuse, che si confondono, perdute in un ambiente spesso indistinto di suoni e sensazioni”[10]. Abbiamo 2 deformazioni artistiche:

 La prima è facilmente comprensibile dalla unica policromia dello sfondo e dalla cascata d’orata di colori che sembrano le note di un adagio di Mozart. Il secondo, più aspro, più cupo, fatto di colori estremi, pieno di energia come una sinfonia di Beethoven.






L’uno è il celeberrimo “bacio”, dipinto da Gustave Klimt tra il 1907 e il 1908 ed ora esposto presso la Galleria del Belvedere di Vienna.

L’altro è un particolare di Guernica di Picasso, la mamma con bambino, o meglio, “mamma che piange il bambino morto”, con il dolore disarticolato, scomposto, opposto alla sofferenza in equilibrio della “Pietà” di Michelangelo. Sono madri che piangono il figlio, ciascuna con un suo dolore, ma con un dolore diverso, fuori dal corpo, che si estende nello spazio intero del quadro, questo, e, l’altro, quello di Michelangelo, il dolore degli sguardi, che si trasmette da un corpo all’altro in una sola relazione d’amore.

Che cosa ci dicono tutte queste opere d’arte e le altre che potremmo facilmente comparare, Lizard, la lucertola e mille altre opere di letteratura e di scienza, di conoscenza?


 L’amore come il dolore destruttura le cose.

E noi abbiamo, nella vita quotidiana, una infinta serie di espressioni di decostruzione, quasi tutti contenuti in Guernica, il bombardamento che, come ogni bombardamento, sposta i posti delle cose e delle case, le loro regole di composizione, teste senza corpi, corpi senza arti, arti senza articolazioni. E il dolore universale di una madre che piange il bambino morto. 


Questo è un punto da chiarire definitivamente.

Lo spazio sociale e lo spazio universale sono fatti sostanzialmente allo stesso modo, secondo il fondamentale principio della simbiosi ologrammatica in cui nell’infinitamente piccolo si trovano le stesse relazioni e regole dell’infinitamente grande. La società è fatta come il nostro universo. I nostri spazi sono pieni di onde relazionali così come l’universo è pieno di onde magnetiche.



Quando entra uno di noi (perché nasce o perché si acquisisce), pesa e curva le onde relazionali, nè più e né meno di come un pianeta curva le onde magnetiche.


Lo spazio relazionale è concavo come l’universo della relatività di Einstein. Il posizionamento di ciascuno di noi in un sistema sociale piega lo spazio del dominio relazionale di riferimento. Lo spazio sociale assume una sua morfologia. Il peso del nostro posizionamento che rende concavo lo spazio (cioè il nostro dominio relazionale) è la sintesi del punto in cui ci siamo collocati in tutti gli intervalli in cui viviamo. Diciamo oggi, la sintesi delle dinamiche di rete, la nostra massa nel network.

 

Quando agiamo, quando ci comportiamo, ci spostiamo dal posizionamento iniziale, quindi, tutte le morfologie relazionali cambiano. Ora questo cambiamento può produrre dei vuoti oppure no, indipendentemente dalla cose che cambiano. Può rompere o meno connessioni sociali.

 



Si tratta, dunque, un dolore di decomposizione, di destrutturazione, che si estende e, in qualche modo si disperde, tra le macerie di ogni distruzione che fa saltare l’ordine sociale e i ruoli personali.

Sosterrò che viviamo in una liminalità di transizione, in un vuoto personale e collettivo dovuto alla destrutturazione degli istituti sociali e, quindi, in una identificazione senza identità.

Sosterrò che il dolore della nostra epoca è un dolore da liminalità di transizione (vergesellschaftung bloccata) che produce alienazione, cioè una identificazione senza identità dovuta alla duplice scissione simbiotica (realtà/verità) e psicotica (passione/pulsione).

Contro il conservatorismo dialettico, oggi di moda, che attribuisce la crisi dei giovani di oggi a ciò che non c’è più, alla evaporazione del padre, alla inversione funzionale della famiglia, alla dissimmetria generazionale[11]; sosterrò che la crisi dei giovani d’oggi è il prodotto di ciò che non c’è ancora: non la testimonianza dell’uno per l’altro per la trasmissione ereditaria del desiderio, ma la condivisione umanitaria del godimento della semantica dell’esistenza. Ciò che produce la solitaria condizione di dolore dell’era moderna, che è molto peggio di ogni solitudine, è la mancanza di una essenza semantica della nostra esistenza: il soffocante vuoto della liminalità.

 



[1] Il problema della spiegazione dell’utilizzo dell’arma atomica e dello sterminio indiscriminato di massa, non più nemmeno contro un’etnia o contro un nemico connotato, ma contro il genere umano, non è stato ancora affrontato fino in fondo. Era indispensabile quel bombardamento o si poteva ugualmente vincere la guerra senza? È stato un modo per chiudere una sopraffazione o per aprire un dominio sugli equilibri della geopolitica internazionale? Si è trattato di una inevitabile esigenza etica o di una attestazione di supremazia tecnologica? Forse, sia l’uno che l’altro.

[2] Borges J. Luis, LO SPECCHIO, in STORIA DELLA NOTTE, in OPERE, vol.II, Mondadori, Milano 1985

[3] Carbone Mauro, FILOSOFIA-SCHERMI, Raffaello Cortina Editore, Milano 2016

[4] Ortega y Gasset José, LA RIBELLIONE DELLE MASSE, in OPERE, Utet, Torino

[5] Il titolo preciso della mia relazione è “la previsione e la correzione dei comportamenti aggressivi”.

[6] Morin Edgar, LE VIE DELLA COMPLESSITA’, in Bocchi Gianluca e Ceruti Mauro (a cura di ), LA SFIDA DELLA COMPLESSITA’, Feltrinelli, Milano 1985

[7] Morin E., cit. 1985

[8] Ceci Alessandro, DISCORSI AD UN PUBBLICO ASSENTE, in DEL FUTURO ANTERIORE, Edizioni Horus, Terracina 1998

[9] Yoshimoto Banana, LUCERTOLA, Feltrinelli, Milano 1993

[10] Ceci A., cit. 1998

[11] Recalcati Massimo, COSA RESTA DEL PADRE? Raffaello Cortina Editore, Milano 2011

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