9.2.b) - Quesito 1°: perchè?

Per comprendere quali siano oggi i comportamenti distruttivi dobbiamo rispondere a 3 quesiti fondamentali: perché, quando e come un comportamento è distruttivo.

 

 


Bertie era nato il 18 maggio del 1872 e morì il 2 febbraio del 1970. Aveva davanti a sé, nei suoi occhi, 98 anni di incredibile accelerazione: aveva visto l’uomo passare dal calesse all’astronave, dal borgo alla luna, dalla spada al missile, dalle iconografie alle immagini televisive, dalle tirannidi al totalitarismo. E sapeva della incommensurabile energia del potere[1], che, come l’energia nella fisica, può realizzare civiltà o sprofondare nella barbarie. Sapeva che il dissidio, il dualismo, non era tra l’umano e il bestiale, non tra la ragione evoluta e gli istinti primordiali, ma tra il bene e il male di ogni morale, tra il giusto e l’ingiusto di ogni etica, tra il dio e il demone che compongono l’umano.

In quel periodo, e fino a qualche anno fa, c’era una ipotesi sul comportamento distruttivo che derivava dagli studi antropologici. Il problema era sorto da un interrogativo particolarmente affascinante. Prima e durante il prodigioso avvento dell’Homo Sapiens, la terra era popolata da tante specie distinte, anche se non differenziate[2], di Homo: neanderthalensis, ergaster, erectus, soloenis, floresiensis, denisova, rudolfensis e infine, appunto, sapiens. “Uno sbaglio comune è quello di immaginare queste specie come ordinate in stretta linea di discendenza, dove l’ergaster determina la venuta dell’erectus, l’erectus determina la venuta del Neanderthal e questi si evolve in quello che siamo noi”[3]. La realtà è invece che tutte queste specie di homo sono vissute e sopravvissute sempre insieme, uno al fianco dell’altro, come appunto le diverse specie di animali. Ora l’interrogativo inquietante è: “Che cosa fu di loro?[4].

In un lungo periodo di tempo si riteneva valido il paradigma del rimpiazzamento, che “racconta una storia molto diversa, fatta di incompatibilità, di repulsione, forse persino di genocidio”[5]. Una ipotesi terribile in cui, per collocarsi, la nostra specie di Homo Sapiens ha sterminato i suoi concorrenti, distruggendo intere popolazioni di viventi. Secondo questo paradigma, la capacità distruttiva dell’umano è insita nella sua specie, tipica della sua connotazione, un carattere genetico che si riproduce continuamente in ambiti ed occasioni diversi. L’orrore della mondo saremmo semplicemente noi.

Per fortuna ultimamente, sulla base delle teorie di Wilson[6] e degli studi di Tomasello[7], si è accreditato un paradigma alternativo, basato sullo spirito di collaborazione eusociale dell’umano e sulla storia naturale della morale; il cosiddetto paradigma dell’ibridazione, cioè la attrazione sessuale e la mescolanza di specie per la collaborazione: “propagandosi per il mondo, gli immigrati provenienti dall’Africa si accoppiarono con altre popolazioni umane, e ciò che siamo oggi è il risultato di questa fusione[8].

Chi ha ragione?

Entrambi i paradigma sono densi di prove scientifiche, sia di carattere archeologico, sia di carattere biologico, sia sulla base della logica di evidenza tra gruppi etnici e individui similari. È realistico credere che siano vere entrambe le ipotesi: nell’uomo c’è il Dio della ibridazione e dell’accoppiamo e, al tempo stesso, il demone dello sterminio e della distruzione. Chi non si integrava nella comunità eusociale era destinato a non sopravvivere per esclusione e alienazione. I gruppi limitrofi che non si integravano e non si relazionavano con gli altri venivano sterminati, distrutti, uccisi e, spesso, mangiati. L’Homo Sapiens ha acquisito e distrutto specie di Homo diversificate, ma non differenziate. Fino alla affermazione definitiva dell’Homo Sapiens Sapiens che noi siamo, avendo assassinato e assorbito tutte le altre specie. Così, distruttività e creatività sono rimaste profondamente radicate in noi, indissolubili le une dalle altre.

Non basta però, non basta ancora.

Per preservare la propria legittimità e compiacerci della nostra giustificazione, abbiamo sempre concepito questa endemica aggressività come una strategia di affermazione, una indispensabile esigenza di supremazia dell’uno sull’altro. Questa inclinazione erronea era, in qualche modo, la implicita spiegazione socialista di Bertrand Russell; una spiegazione non del tutto esaustiva, perché non descrive fino in fondo, non solo la programmazione della distruzione e dello sterminio, ma anche la peggior cosa che gli umani possono fare, più e peggio di ogni altra belva: distruggere se stessi.

La distruzione di sé in psicologia si chiama distruttività ed ha due illustri interpreti: Sigmund Freud[9], che considera la distruttività una espressione pulsionale, ed Erich Fromm[10], che viceversa considera la distruttività come una espressione culturale. Da un lato, Freud distingue la pulsione erotica dalla pulsione della morte, la prima genetica, l’altra distruttiva; dall’altro, viceversa Fromm distingue tra aggressività benigna, quella che corrisponde all’adattamento biologico, dalla aggressività maligna, quella distruttiva “specificamente umana” e finalizzata al controllo assoluto.



Possiamo contrapporre, al paradigma negativo del concetto di distruttività un paradigma positivo senza che questo appaia come un paradosso.

È nota la definizione di Joseph Schumpeter, secondo cui il capitalismo, la società in cui tutti ci siamo formati e siamo cresciuti, è una immensa forza di distruzione creatrice. Frantuma costantemente il vecchio mondo, per costruirne uno nuovo. Senza questa dinamica di distruzione creatrice le nostre società non avrebbero accelerazione e noi resteremmo fermi nella staticità degli anni che hanno preceduto la rivoluzione industriale. Ogni tecnologia è distruttrice di usi e costumi che l’hanno preceduta. Il treno ha distrutto, deflorando, i confini circolari delle comunità chiuse portando nelle città un certo numero di persone che hanno rotto definitivamente l’assimilazione tra cittadino e abitante, che fino ad allora era piuttosto automatica. Le macchine hanno distrutto la muscolarità, l’automobile ha distrutto la funzione di trasporto del cavallo e la fatica fisica dell’umano. L’energia motrice del capitalismo sarebbe, dunque, in questa capacità impareggiabile di distruggere e ricostruire incessantemente se stesso. È evidente allora che la concezione del termine distruttivo non è sempre negativa.




[1] Russell Bertrand, IL POTERE, Feltrinelli, Milano 1981

[2] Distinguere tra “diversità” e “differenziazione” è fondamentale nella teoria della evoluzione. Specie diverse possono ancora accoppiarsi tra loro per generare nuovi ibridi, mentre specie differenziate non possono accoppiarsi tra loro e, se lo fanno, non riescono a generare specie autonomamente riproduttive per una propria evoluzione autopoietica. Ad esempio, il cavallo e il somaro, che sono ad un livello progredito di diversità, possono ancora generare un mulo. Però, poiché sono ad una diversificazione spinta quasi fino alla differenziazione, il mulo è sterile. Ma un cane e una gallina, che sono specie totalmente differenziate, non possono accoppiarsi tra loro e, se pure lo facessero, non genererebbero nulla. La diversità tra varie specie di cani invece permette di una accoppiamento regolare con nascite regolari di cani bastardi, che addirittura sopravvivono più delle specie pure. Dunque, le specie diversificate possono accoppiarsi tra loro partorendo una prole fertile, i generi differenziati seguono una loro autonoma evoluzioni.

[3] Harari Yuval Noah, SAPIENS. DA ANIMALI A DEI, Bompiani, Milano 2017

[4] Harari Y. N., cit. 2017

[5] Harari Y. N., cit. 2017

[6] Wilson O. Eduard, LA CONQUISTA SOCIALE DELLA TERRA, Raffaello Cortina, Milano 2012

[7] Tomasello Michael, STORIA NATURALE DELLA MORALE UMANA, Raffaello Cortina, Milano 2016

[8] Harari Y.N., cit. 2017

[9] Freud Sigmund, OPERE, Bollati Boringhieri, Torino 1977, vol. IX, X, XI

[10] Fromm Erich, ANATOMIA DELLA DISTRUTTIVITA’ UMANA, Mondadori, Milano 1975

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