9.2.a) - il dolore della nostra epoca



…Solo dopo ho capito 
che quella strada della sera era estranea, 
che ogni casa è un candelabro 
dove ardono vite umane 
in isolata fiamma, 
che ogni nostro prossimo passo
cammina sopra un Golgota altrui.”
Jorge Luis Borges

    

Nel 2010, quando scrissi il libro su Antropologia della Sicurezza[1], pensavo che, di fronte alla crisi della nostra epoca, una pedagogia normale o speciale, non fosse più sufficiente a fronteggiare le profonde innovazioni di questa enorme transizione, di questa mutazione.

Pensavo che, oltre la pedagogia, oltre la scienza dell’educazione[2], oltre anche la mia wetware pedagogy[3], occorresse un complessivo progetto didascalico.


Ne ero profondamente convito allora e lo sono molto di più oggi. Non solo in questi anni, ma proprio oggi qui, di fronte a voi, ad affrontare il tema equivoco e complesso dei comportamenti distruttivi.

Il problema dei comportamenti distruttivi è equivoco in termini di definizione, perché non si sa bene che cosa si intenda per distruttivo e, più ancora, distruttivo rispetto a chi? rispetto a cosa? senza dover affrontare il più spinoso degli aspetti: distruttivo perché? Si tratta di un equivoco relativo dunque alle definizione del termine distruttivo, relativo al suo significato variabile in funzione delle condizioni e dell’oggetto a cui si riferisce. Assume, infatti, un significato negativo se riferito ad un simbolo positivo (è sempre male distruggere un bene); viceversa, assume un significato positivo se si riferisce ad un simbolo negativo (è sempre un bene distruggere un male); salvo poi dover constatare che ciò che è bene per qualcuno non lo è per qualcun altro.

Il Dizionario di psicologia intende per distruttività quella “forma di aggressione tipicamente umana che non corrisponde a scopi difensivi o reattivi, ma al bisogno di annientare fine a se stesso[4]. Come è evidente, questa definizione, nonostante l’autorevolezza della fonte, non significa assolutamente nulla. Intanto non è vero che un comportamento distruttivo è esclusivamente un comportamento aggressivo. Anche l’indifferenza o il nichilismo sono distruttivi. Nella società contemporanea, una gran parte dei comportamenti distruttivi sono piuttosto regressivi, di auto-estraneazione, come ad esempio i comportamenti anoressici. Poi non è detto che i comportamenti distruttivi siano tipicamente umani. I comportamenti animali di distruzione dell’altro per gioco o per indifferenza, senza cioè scopi difensivi o reattivi, funzionali al bisogno di annientare fine a se stesso, sono una infinità; come ad esempio nella bella storia, attribuita ad Esopo (ma forse di derivazione cinese –III secolo a.C.), dello scorpione che, attraversando il fiume sul guscio di una tartaruga, si autodistrugge avvelenandola[5]. Inoltre, non è detto che siano comportamenti distruttivi soltanto quelli finalizzati all’annientamento. È distruttivo anche rompere un oggetto o deviare una persona senza necessariamente annientarla. I comportamenti di molti genitori sono distruttivi nei confronti dei figli e/o della famiglia, senza produrre necessariamente un annientamento dell’uno o dell’altra. Il caso emblematico è quello della pedofilia, che non mira all’annientamento del bambino stuprato ma degenera la sua identità sessuale proprio perché la violazione sopravvive e cresce con il soggetto violato. Infine, veramente insignificante ed equivoco è affermare che la distruttività sia una aggressività fine a se stessa, senza corrispondere a degli scopi. Quando e quale aggressività è fine a se stessa? Non lo è mai. Non lo è mai stato. Ciascuno ha trovato sempre una giustificazione alle proprie nefandezze. C’è una giustificazione per la shoah e c’è una giustificazione per le Twin Towers. A meno che uno voglia pensare che gli attentati terroristici in occidente non sono giustificati (fine a se stessi), mentre le bombe intelligenti sui mercatini arabi si (corrispondenti ad uno scopo). Questo, tuttavia, non è equivoco definitorio, ma pura e semplice ipocrisia

Come abbiamo visto, l’equivoco del termine, produce una complessità di significati difficilmente decodificabile. La distruttività è complessa in termini interpretativi. Ad esempio, esiste una distruttività latente ed una distruttività evidente, una distruttività individuale e una distruttività soggettiva, una distruttività personale e una distruttività collettiva, una distruttività degli altri e una distruttività di sé, una distruttività delle cose ed una delle persone, una distruttività fisica ed una distruttività psichica, una distruttività cognitiva e una distruttività emozionale, una distruttività morale ed una distruttività etica. Infine, come abbiamo già visto, non necessariamente il termine distruttivo corrisponde al termine aggressivo o violento. Ci può essere anche una lenta e metodica capacità distruttiva, che appare accogliente e gratificante, suadente in quest’epoca di copertura mediatica quasi totale. Sono tutti intervalli comportamentali entro cui ciascuno di noi si colloca essendo ogni volta latente ed evidente, individuale e soggettivo, personale e collettivo, altro e se stesso, cosa e persona, fisico e psichico, cognitivo ed emozionale, morale ed etico. Tanti intervalli interconnessi tra loro che definiscono la condizione di ciascuno di noi in funzione del nostro posizionamento. Il punto in cui siamo posizionati è la confluenza di una serie molto ampia di intervalli comportamentali concavi, la cui concettualizzazione non è semplice.

There are more things in heaven and earth, Horatio, Than are dreamt of in your philosophy.”[6] Questa consapevolezza shakespeariana è stata profondamente intuita e interamente accolta da Edmund Husserl. Forse finora solo da Edmund Husserl.

Sul letto di morte, cosciente di essere giunto alla fine, a Friburgo, nella Brisgovia della Germania, il 26 aprile del 1938, a 79 anni, Edmund Husserl, dopo essere stato fisico e matematico, psicologo e filosofo, scacciato dalla università per essere ebreo, figlio di commercianti di stoffe, padre reale della fenomenologia, ritirato a vita privata, stava morendo. “Come si sa, sul letto di morte Husserl si rammaricò di lasciare incompiuta la sua ultima opera, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale. Vedeva in essa disse, «un piccolo inizio», nel quale era riuscito a rifarsi interamente a se stesso[7]. Cosa volesse dire con quell’inizio, Husserl, quando tutto era finito, è parte di una discussione tra biografi. Credo che l’interpretazione migliore sia quella del significato letterale proposta da Sini: “Ha detto: un piccolo inizio; ma perché l’ha detto? E cosa intendeva veramente? Non è possibile che quelle parole vadano invece prese alla lettera, e non solo come espressione di una personalità schiva a ignara di narcisisti compiacenti?[8]

Husserl intendeva che la scienza moderna non era più in grado di capire, scoprire e interpretare la realtà. Le sue verità non contenevano l’intero fenomeno della esistenza e della vita. Quel piccolo inizio inaugurava una nuova epistemologia, una nuova capacità di comprendere, una nuova scienza, appunto la lebenswelt: la scienza della vita.

Aveva ragione Husserl, allora, a sostenere che noi non siamo più in grado, con tutte le nostre conoscenze, a decodificare i segnali che ci provengono dalla vita, i significati della vita. E se era vero allora nelle geniali intuizioni del sofisticato filosofo, oggi è talmente vero che questa incapacità, questa generale insignificanza, produce catastrofi comportamentali e una distruttività incontrollata, sfuggente, incomprensibile. Nel 1938 eravamo in piena rivoluzione industriale. Ora siamo nella quarta mutazione, nella società della comunicazione, e le obiezioni di Husserl sono il problema reale di fronte al quale ci troviamo inevitabilmente. Se avessimo compreso meglio l’insegnamento di Husserl, oggi saremmo pronti a vivere e gestire questa generale transizione che ha svuotato di significato istituti e istituzioni, e in gran parte decervellato gli umani. Non abbiamo avuto una lebenswelt, una scienza della vita, e dunque non abbiamo oggi i contenuti per capire, per concepire una vita nella scienza. E oltre. Siamo pieni di parole senza significato e concetti non più corrispondenti al contenuto della loro formulazione. Senza una lebeswelt, senza una scienza della vita, non abbiamo nemmeno più una conoscenza della realtà e degli uomini nuovi. Giudichiamo difficili o disagiati gli adolescenti o i ragazzi di oggi, ignari come siamo di essere noi, i nostri istituti e le nostre istituzioni, le scuole medie e le università, docenti e assistenti, ad essere in disagio e in una situazione di strutturale difficoltà rispetto a un futuro troppo veloce per essere comprensibile.

E con estrema presunzione cerchiamo di recuperare qualcuno, quando invece siamo noi, privi di una lebenswelt adeguata, che dovremmo essere recuperati ai significati del mondo nuovo. Farò un solo esempio, quello della tecnologia. Noi siamo ancora traumatizzati dai mirabili e rapidissimi mutamenti che la tecnologia induce nella nostra vita quotidiana. Siamo ancora strabiliati dalla evidente funzione della rete, tra chi è in e chi è out, tra chi è off e chi è on.

Per i giovani d’oggi, invece, come spiega benissimo Luciano Floridi[9], la tecnologia non conta più, è talmente presente da essere inesistente, come per ciascuno di noi è normale e naturale, inesistente l’aria che respiriamo. Non cercano più l’ultimo prodotto di consumo e di moda. Possono stare in rete anche intensamente con qualsiasi strumento. Non vivono più in o out, on o off. Vivono contemporaneamente in e out, on e off, come inforg di un’infosfera con un comportamento istintivo che Floridi[10] ha definito la “onlife” del mondo. Credete che la scuola, ossessionata e corrotta dal mercato ricco di inutili ed inutilizzabili libri di testo, sia in grado di offrire una metodologia adeguata a questa epoca? E chi è nel futuro? L’insegnante che quantifica la conoscenza con le scale di apprendimento di Vertecchi o la capacità qualitativa di un ragazzo di utilizzare rapidamente le enormi informazioni del network senza spendere una lira con un telefono scalcinato? L’esperienza, da cui generazioni di individui hanno sottratto in mille modi l’apprendimento, che stava nel passato e veniva trasmessa alla conoscenza delle generazioni successive, ora sta davanti, nel futuro e gli istituti semantici della società, costruiti nel passato, perdono totalmente la loro funzione. Senza una lebenswelt, senza una epistemologia simbiotica tra verità e realtà, senza un metodo e una logica, senza la metodologia (che dovremmo soltanto insegnare), noi non saremo in grado di vivere all’altezza dei tempi. Men che meno saremo in grado di disegnare un progetto didascalico in grado di semantizzare la vita. E saremo soffocati da comportamenti che considereremo distruttivi soltanto perché non li capiamo o perché, in verità, sono distruttivi di noi.









[1] Ceci Alessandro, ANTROPOLOGIA DELLA SICUREZZA, Eurilink, Roma 2010
[2] Ricordo che Visalberghi ha sostituito ( tentato di sostituire) la pedagogia con la scienza della educazione. La formula Visalberghi era: la Pedagogia (P) sta alle Scienze della Educazione (E) come la Filosofia (F) sta alla scienza (S), P:E=F:S - Visalberghi Aldo, PEDAGOGIA E SCIENZA DELLA EDUCAZIONE, Mondadori, Milano 1978
[3] Vedi: https://sites.google.com/a/alessandroceci.eu/filosofia/home/metafisica/filosofia-della-conoscenza/pedagogia/wetware-pedagogy
[4] Galimberti Umberto, DIZIONARIO DI PSICOLOGIA, Utet, Torino 1994, pag. 303
[5] Un giorno uno scorpione, che non sapeva nuotare, doveva attraversare un fiume. Giunse una piccola tartaruga (o una rana) che doveva fare altrettanto. Senza spaventarla lo scorpione le chiese il favore di salire sul suo guscio (o la sua schiena) per attraversare il fiume altrimenti da solo sarebbe morto. La tartaruga reagì negativamente allarmata dal pericolo della puntura velenosa dello scorpione, il quale però aveva un insuperabile argomento: “Se ti pungessi nel tragitto morirei di sicuro anche io!”. La tartaruga, convinta, accettò; lo fece salire, ma, a metà del guato, lo scorpione, scusandosi, la punse. Prima di morire la tartaruga chiese: “Perché?”. E lo scorpione rispose: “perché è la mia natura“.
[6] “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”. Shakespeare William, Amleto,
[7] Sini Carlo, INIZIO, Jaca Book, Milano 2016, pag. 9
[8] Sini C., cit. 2016, pag.9
[9] Floridi Luciano, LA QUARTA RIVOLUZIONE, Raffaello Cortina, Milano 2017
[10] Floridi L., cit. 2017, pagg. 67 - 114
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