8.7 - ...dell’etica della valutazione

L’indipendenza dai nostri schiavi meccanici c’impegna.

C’impegna questa conoscenza operativa che deve essere continuamente dimostrata e al tempo stesso c’impegna l’utilizzazione del canale entro cui circola.

C’impegna lo scontro e l’incontro fra pregiudizi, come si tramutino in giudizi, come interpretano i linguaggi, come ci trasmettono significati.

C’impegna il valore di modello procedurale, quel modello che antepone al consumo la sua funzione metodologica e didattica. Le risorse umane vanno combinate. La loro integrazione logica non è una semplice somma. La loro unione in un modello sistematico genera un processo globale di apprendimento e di comunicazione.

C’impegna saper leggere dentro le cose e una rete di connessione con il mondo, che fa il mondo, con un processo simbiotico, con la simbiosi culturale, logica e psicologica delle sue stesse rappresentazioni. L’istruzione è un sistema integrato di azioni cognitive e di riflessioni critiche, la valutazione degli effetti individuali e collettivi dell’azione umana, la risposta qualitativa all’invasione quantitativa degli oggetti. È la voglia e la volontà di conquistare, di conquistarsi che, di continuo, va riconquistata ai vari livelli del sé. È il tentativo e l’errore, la prova e il coinvolgimento.

Noi ci siamo fatti coinvolgere. Non certo dal comodo utensile o dalla banale conquista di un monopolio. Scambiamo informazioni e preferenze, accettiamo con difficoltà i pregiudizi, mai li condividiamo. Ci siamo fatti coinvolgere dal contenzioso pedagogico dell’universo che ci aiuta a comprendere il suono e l’espressione, il segno e il significato, il senso di ogni passaggio.

E non sappiamo ancora se questo incommensurabile programma didattico, con tutto il patrimonio di una metodologia adeguata, abbia un valore o sia soltanto l’enfasi di una sconfitta esistenziale, la giustificazione di una incapacità, addirittura la mistificazione della nostra indigenza. In ogni caso una mediazione accettabile per superare la paura di essere valutati. O forse, peggio ancora, soltanto un compromesso.

Ci si imponeva una scelta e ci siamo fatti coinvolgere da una ambizione d’immoralità. E abbiamo scelto di andare oltre la protesi tecnologica, oltre il gergo della specializzazione, oltre perfino alla reazione a catena della comunicazione generalista. Abbiamo scelto una riflessione pedagogica. Abbiamo scelto di essere soltanto una particella intagliata nell’insieme infinito della conoscenza.

E abbiamo scelto le attività di applicazione di questa conoscenza malefica e maledetta agli aspetti relativi alla metodologia e all’insegnamento nei più svariati campi del sociale: dalla letteratura all’informatica, dalla tecnica alla meccanica degli strumenti, dai mass media all’uso degli audiovisivi.

Avremmo potuto anche decidere diversamente. Avremmo potuto farci travolgere dalla ricchezza e dal potere, pur nella qualifica spesso asservita di bravi medici, avvocati, ingegneri, commercianti, imprenditori, lavoratori comunque alla ricerca dello svago nelle ore concesse al tunnel del divertimento. Avremmo certo potuto decidere per un diverso approccio alla vita, senza necessità di valutazione e avulsa da qualsivoglia giudizio. Avremmo potuto rinunciare alle relazioni necessarie all’apprendimento e scegliere quelle utili all’affermazione o quelle indispensabili all’acquiescenza che è la nuova forma del servilismo nella società della comunicazione.

E invece abbiamo scelto la quotidiana pedagogia della vita, il suo contenzioso e il suo incentivo, la necessaria struttura logica e il metodo di lavoro. Abbiamo scelto di essere uno degli elementi che concorrono alla composizione dell’ambiente educativo, che si integrano in diversi moduli didattici, e di farci noi stessi elementi potenziativi di altri.

Forse ci siamo fatti inghiottire da una illusione. Forse ci siamo fatti escludere da una considerazione. Forse siamo stati emarginati in una riflessione o scacciati da una distrazione. Ma non ci siamo cristallizzati. Non ci siamo pietrificati. Non abbiamo consumato la nostra vita nella prigionia e nella insignificanza di una cornice dorata.

L’abbiamo fruita nella aspra libertà del confronto critico ed informale, nel concentrato di significati che rappresenta il concetto generale di apprendimento e di educazione. Non è l’uso della macchina, ma la metodologia che comunica la conoscenza, non il messaggio istituito, ma la sua identificazione culturale (docimologia: controllo, valutazione, verifica) con l’ambiente, il processo simbiotico del sé con il sé. Ci siamo dati un abitus forse non troppo generoso, lo stile che si riscontra nel linguaggio scelto (contenuti e metodi) e nella natura multimediale ed interattiva della parola. La vita nuda: una esperienza che è stata pure espressione.

Siamo noi il dio Theuth che inventa inutilmente delle nuove scritture snobbate dalla negligente indifferenza del potere al tempo stesso vittima e artefice della propria superficialità. L’ambiguità della volgare disputa di ogni monopolio dei tanti re Thamus è stata omessa dalla crudezza estetica della nostra esistenza.

Inventiamo scritture.

Questa è la nostra essenza.

MULTIMEDIALITA' è l’ultima scrittura che contempla la compresenza temporale di più linguaggi.

INTERATTIVITA' è invece la metodologia di funzionamento, il modo in cui i soggetti, le tecnologie e l’ambiente stesso entrano in relazione.

Multimedialità ed interattività sono i meccanismi della relazione responsiva dei viventi, cioè la conoscenza delle sue parti interne (outputs) e gli inputs che vengono dall’esterno. Multimedialità ed interattività sono i presupposti della connessione di ogni soggetto con il proprio habitat.

Noi abbiamo scelto questa connessione.

Abbiamo scelto per la sensibilità culturale, i suoi limiti e i vincoli. Ormai naturalizzati i 200 anni di modernizzazione tecnologica, ci apprestiamo ora ad affrontare gli anni della modernizzazione logica. La tecnica ci spinge verso la logica e dalla comunicazione di massa si passa all’educazione sociale. Ci affranchiamo dall’empiria quotidiana e l’esperienza personale acquista significato solo se collocata in un riconosciuto habitat dinamico.

È stato giusto scegliere questa emancipazione educativa per essere parte partecipe della complessità? Oppure abbiamo sbagliato? L’uomo è immerso interamente in un inafferrabile firmamento di stimoli. Tante sollecitazioni rifuggono dagli ambiti angusti della specializzazione, cioè di un’informazione parcellizzata che spesso è una tecnica di disgregazione della nostra omogeneità culturale. La specializzazione seziona i cervelli e le identità, lobotomizza l’entità educativa e relazionale degli individui. Non ci siamo fatti rinchiudere nella specialistica microfisica del potere, in una miriade di cornici minime e minimali in cui imprigionare la conoscenza; tantomeno nei comici paradossi de LA GIARA, un contenitore di vita perfettamente consumata e mai fruita, come rappresentata la laconica novella di Luigi Pirandello[1].

Abbiamo sbagliato davvero?

Oggi ancora, tuttavia, non vogliamo che la specializzazione tecnologica ci incarceri, né che ci costringa a rompere definitivamente la giara della nostra cultura. Non possiamo permettere che una comunicazione acritica, una retribalizzazione incessante, ci spinga a frantumare i contenuti educativi che orientano la nostra azione quotidiana.

C’è un limite oltre cui non si può andare, e se la specializzazione è un limite per la scienza perché blocca il controllo critico, se è un limite per l’informazione perché raggiunge un target ristretto, lo è più di ogni altro per l’educazione, per l’apprendimento delle conoscenze e dei comportamenti. La specializzazione è esclusiva, restrittiva, non educa: informa. Le tecnologie della comunicazione incentivano la specializzazione, sono una diffusa e disarticolata banca dati da cui selezionare singoli spezzoni di notizie e per poi comporle in informazioni.

Ma per formare bisogna ricorre alle metodologie educative, a quella competenza interpretativa che da un grado comprensibile di significatività alle cose.

Tocca a noi, a chi si occupa ancora dei processi culturali e di modelli educativi, utilizzare gli interpreti tecnologici per invertire quel processo sterile di specializzazione comunicativa, tradurre le informazioni in conoscenze, decodificare le immagini della realtà che esteriorizzano il sapere. Tocca a noi, consapevoli dei rischi insiti nei linguaggi tecnologici, consapevoli della potenza incontrollabile dei mass media, pensare ai fini ultimi, assolvere (più che risolvere), la parte conclusiva dell’intrigante interrogativo: “with what effect?”.

C’è sempre un’etica che ci impone una scelta. E la docimologia, in fondo, non è altro che un modo per superare, quantitativamente e qualitativamente, la paura di aver sbagliato.

Il compito di Dio.

Il giudizio finale.

Improvvidi e forse improvvisati, abbiamo fatto una scelta di vita che consideriamo bella. Alla fine forse ci vorrebbe davvero un docimologo ben più competente di noi per sapere se ne è valsa la pena.

O meglio di no?



[1] Vi si racconta di un proprietario terriero che, trovando rotta in due pezzi una grossa e costosa giara di olio, chiama uno specialista per la riparazione. Lo specialista, invece che ricucirgliela con i soliti gangi di fil di ferro e con il mastice, propone la sperimentazione di una nuova incollatura a presa rapida e tenacissima, di sua invenzione. Il proprietario scettico si affida alla competenza della specializzazione. Il tecnico, Dima di nome, comincia il lavoro: dal di dentro. La giara viene come nuova: solo che Dima ne resta intrappolato. Per uscire bisogna rompere il contenitore rovinandolo definitivamente.

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