8.6 - il vecchio problema della cornice

Abbiamo oggi lo stesso problema, il problema dell’uomo retribalizzato. In noi alberga ancora la paura del disco metallico, la preoccupazione dei linguaggi ottici, l’ossessione dell’ologramma. Più che altro in noi alberga il terrore di essere esclusi, di restare emarginati dalle nostre stesse scoperte.

È una paura ricorrente.

Platone racconta che presso Naucrati, nella grande città dell’alto Egitto chiamata Tebe, dove regnava Thamus, il dio Theuth, che fu il “il primo a scoprire i numeri, il calcolo, la geometria, l’astronomia e inoltre i giochi degli scacchi e dei dadi e soprattutto della scrittura[1], un giorno si presentò al re per passare in rassegna le sue tecniche superiori. Nel sostenere l’utilità della scrittura “quale rimedio per la memoria e la sapienza”, sentì la decisa opposizione del sovrano convinto al contrario che quell’invenzione avrebbe tolto il bisogno di ricordare alla gente: “così tu ora, padre della scrittura, per benevolenza hai detto il contrario del suo potere.

Essa infatti procurerà l’oblio nelle anime di coloro che l’apprendono per mancanza di esercizio della memoria, in quanto, confidando nella scrittura, arriveranno a ricordarsi a partire dall’esterno, da segni estranei, non dall’interno di se stessi da se stessi: non di memoria dunque, ma di richiamo alla memoria hai trovato rimedio. E ai tuoi allievi procuri presunzione di sapienza, non vera sapienza, perché avendo acquisito grazie a te molte informazioni senza insegnamento sembrano pieni di conoscenza, mentre per lo più saranno privi di conoscenza, e saranno insopportabili a frequentarsi, dato che sono sapienti per presunzione, non veri sapienti”.

Si tratta di una paura ingiustificata?

Certo noi possiamo citare Platone soltanto perché la scrittura ci ha permesso di vivere molto oltre il nostro tempo. Gli uomini si sono dotati di una “memoria transpersonale[2]. Ma la non identificazione del messaggio rende la memoria transpersonale una memoria impersonale.

Nella stampa è ancora presente il problema del TARGET, cioè la definizione del soggetto a cui il messaggio è indirizzato. Accade lo stesso oggi con l’ologramma? O piuttosto avviene quanto successe con la ferrovia che contribuì a frantumare l’omogeneità di vasti gruppi affini di estrazione europea? La comunicazione iconica non scombina forse l’omogeneità di appartenenza culturale dei soggetti, non scompone e ricompone incessantemente affinità geograficamente distanti, non frantuma i confini rigidi della gestalt personale? Che cosa intendeva dire il re Thamus al dio Theuth circa 3000 anni fa?

Intendeva dire che bisogna stare attenti al vecchio problema della retribalizzazione, “l’oblio nelle anime di coloro che l’apprendono”, il problema cioè della rottura della cornice, “non dall’interno di se stessi da se stessi”. E dalla vacuità a cui induce l’assenza di metodologia, “ai tuoi allievi procuri presunzione di sapienza, non vera sapienza”.

Dalla falsità che del surplus informativo, “perché avendo acquisito grazie a te molte informazioni senza insegnamento sembrano pieni di conoscenza”; dalla apparenza mediatica, “mentre per lo più saranno privi di conoscenza”;  dal dispotismo della quantità sulla qualità, “e saranno insopportabili a frequentarsi, dato che sono sapienti per presunzione, non veri sapienti”.

I problemi non sono cambiati di molto.

Tutto il processo di apprendimento in realtà può essere considerato come il problema generale di sfuggire alla insignificanza delle informazioni eccessive che lasciano totalmente inalterate le cornici paradigmatiche entro cui gli individui spesso si accomodano. Si tratta invece di individuare una o più metodologia in grado di decostruire senza rompere, di disarticolare senza disintegrare le cornici paradigmatiche che racchiudono e soffocano i nostri retroterra culturali, la struttura consolidata dei nostri valori e delle nostre conoscenze.

Si apprende la metodologia per superare l’ortodossia alla propria cornice. L’apprendimento è un grande sforzo di superamento, uno sforzo “ampiamente ricompensato da ciò che in questo processo impariamo sulle nostre concezioni e su quelle che ci proponiamo di comprendere[3].

Conviviamo quotidianamente in un incrocio di culture, memorie, informazioni, gusti, prodotti e mode. Viviamo in un costante processo di traduzione e d’interpretazione di linguaggi. “Voglio ora suggerire che, per certi versi, noi stessi, insieme ai nostri modi di pensare, siamo il risultato di confronti e di discussioni non conclusive di questo tipo. Ciò che voglio dire può essere riassunto nella tesi secondo cui la nostra civiltà occidentale è il risultato dello scontro, o del confronto, di culture differenti, e perciò del confronto di cornici diverse”[4].

L’elasticità delle cornici è diventata una condizione di sopravvivenza quotidiana.

La loro rigidità è un handicap insuperabile contro ogni democrazia e contro ogni emancipazione intellettuale. Perché “le prigioni sono le cornici. E quelli a cui non piacciono le prigioni sono quelli che si opporranno al mito della cornice. Costoro saranno felici di intrattenere una discussione con interlocutori provenienti da altri mondi, da altre cornici, perché ciò darà loro l’opportunità di scoprire le proprie insospettate catene, di romperle e perciò di trascendere da se stessi”.

Il miglior modo di trasgredire, la disobbedienza in sé, la fatica e il dolore del libero pensiero, perché “questo infrangere la propria prigione non è certamente questione di routine; può soltanto essere il risultato di uno sforzo critico, uno sforzo creativo[5].

Educazione.

Pura metodologia.

La loro apertura, la plasticità nella decomposizione e nella ricomposizione delle cornici culturali, è l’obiettivo primario di ogni processo educativo. Quando, dal confronto tra diverse concezioni di vita, cambia il contesto delle nostre credenze; quando decidiamo di non cedere, di andare oltre e affrontare lo sforzo di uscire dalla propria prigione e decidiamo per lo scomodo e talvolta doloroso rifiuto $della comodità; quando rinunciamo al clichè per la disperata attrazione dell’archetipo raggiungiamo livelli di apprendimento maggiori e più elevate formulazioni linguistiche.

Allora noi partecipiamo a ciò che Thomas Kuhn ha definito un riorientamento gestaltico. Improvvisamente vediamo cose che non avevamo mai visto, il nostro sguardo cambia, espande la sua prospettiva, allarghiamo l’angolazione ottica in cui ci siamo acquattati. Per questo motivo la specializzazione è un limite alla conoscenza, perché c’imprigiona nei rigidi steccati di una sola prospettiva, ci costringe ad un linguaggio troppo tecnico che ostruisce il confronto.

Rompendo le nostre cornici ordinarie, dunque, con una metodologia critica, percepiamo le informazioni sulla complessità del nostro ambiente; come si dice dell’amore esclusivo: “con te vedevo solo te, senza di te vedo anche tutto il resto”.

Semplicemente la maggiore visibilità è quindi il risultato di un processo educativo insito nella proliferazione dei linguaggi e nella elasticità delle cornici.

Eppure, come intimava Thamus il sovrano al dio Theuth, la dissoluzione delle cornici è un rischio. Un bel rischio che genera disorientamento e può indurre all’alienazione. Se, da un lato, la staticità del nostro background culturale vieta la conoscenza, dall’altro, la totale dissoluzione del nostro referente può tradursi in una pericolosa situazione psicologica e sociale.

Senza una gestalt, senza un ambito di riferimento culturale, per quanto confuso, per quanto ridotto, nessuna interpretazione è possibile. Senza un modello culturale di orientamento all’azione non c'è nemmeno il ri-orientamento, non c’è l’apprendimento, né la riconversione delle nostre strategie comportamentali. In altri termini, senza la percezione dell’errore non c’è nemmeno il tentativo. Nel bazar tecnologico dei media, in questa Babele ingigantita di strumenti e linguaggi che è la comunicazione contemporanea, quindi, l’assenza di un criterio d’interpretazione induce all’assorbimento.

E l’assorbimento acritico ed indifferenziato è l’autostrada per l’emarginazione o per l’eterodirezione. L’emarginazione massmediologica è il vero e proprio buco nero del sistema di appartenenza culturale, un vuoto sociale che è anche un vuoto di credibilità.

I rischi dell’eterodirezione sono presenti a noi quando constatiamo le capacità di attrazione e di condizionamento dei mezzi di comunicazione di massa. L’eterodirezione è il comportamento indotto, l’identificazione con il gruppo dei pari, l’asservimento al conformismo sociale, l’impalpabile gioco del controllo e della massificazione che minaccia i criteri stessi della nostra democrazia per una tecnocrazia dell’informazione e della videopolitica.

Libero o liberato da stratificazioni culturali stabili, privo o privato da una precisa metodologia interpretativa, l’uomo diseducato, dunque, o perde il criterio del proprio orientamento e viene estraniato dalla comunità di appartenenza - EMARGINAZIONE -, o viene condotto dalla mano invisibile del conformismo sociale -ETERODIREZIONE-.  

Avere una metodologia per gestire l’elasticità della gestalt però non è semplice, sebbene possa risultare molto fecondo. Spesso c’è un abbandono, un lasciarsi andare, una rinuncia e un rifiuto alla dura accettazione della critica per una acritica accoglienza di messaggi precodificati e slogan.

L’espansione del nostro HABITAT SIMBOLICO ci costringe a memorizzare concetti e linguaggi standard, plasmati da “movimenti lampo di opinione e passione”[6]. La memoria transpersonale, patrimonio demandatoci dall’invenzione della stampa, diventa memoria impersonale.

Se abitanti della società tecnologica erano indistinti soggetti e rischiavano di non essere mai individui, gli abitanti della società della comunicazione multimediale rischiano di diventare totalmente immateriali, astratti, idealtipi e modelli, impredicibili (che non possono essere predefiniti) ed imprevedibili (il cui comportamento non può essere previsto).   

Quello della cornice è pertanto un problema che contiene una varietà di altri problemi che la semplice teoria tecnologica del mutamento sociale non riesce più a spiegare. C’è un’impellente esigenza di andare oltre il fatto tecnologico, di legare gli strumenti ad una epistemologia, ad una metodologia critica, ad una adeguata docimologia e non viceversa.

Contro ed oltre il mito della cornice propongo di accogliere un’autorevole mediazione.

Hans Georg Gadamer, il grande filosofo contemporaneo, ha elaborato la nozione di ORIZZONTE, un’immagine che esprime bene la nostra situazione di finitezza nella conoscenza infinita.

Confini. “Il concetto di situazione si può definire proprio in base al fatto che la situazione rappresenta un punto di vista che limita le possibilità di visione. Al concetto di situazione è legato quindi essenzialmente quello di ORIZZONTE. Orizzonte è quel cerchio che abbraccia e comprende tutto ciò che è visibile da un certo punto di vista”[7]. Anche l’orizzonte è un confine, è il limite fino al quale possiamo osservare.

Ma l’orizzonte è disponibile ad espandersi, a comprendere dentro di sé l’altro, il diverso ed anche l’opposto. L’orizzonte permette una strutturazione dei concetti che non sia paradigmatica, che si disponga ad una commensurabilità comunicativa. E poi l’orizzonte permette l’introspezione, cioè i vincoli della chiusura e della limitazione che sono i presupposti della formazione della gestalt e delle sue interazioni costruttive. Infine l’orizzonte è mobile, dinamico e non statico, il procedere della conoscenza ne allontana continuamente gli argini. Questo procedere è la sua valenza pedagogica, perché non conclude la cognizione del nostro sguardo, perché si dispone a nuovi percorsi, a nuove possibilità di confronto, dunque a continui riorientamenti gestaltici.

L’immagine di un processo di apprendimento definito entro un habitat culturale proprio, entro un panorama circoscritto da un orizzonte, ha in sé la spinta a superarsi, la capacità di dar corpo ad un’azione comunicativa con stratificazioni culturali differenti e complementari, antagoniste o alternative; la spinta cioè ad allontanare di continuo il limite del nostro spazio di riferimento e del nostro dominio.

In questo processo di apprendimento ci aiutano molto le tecnologie educative. I mezzi di comunicazione di massa hanno esteso notevolmente la nostra visibilità e il nostro orizzonte è ormai lontano. Gli strumenti tecnologici ci aiutano ad estendere il nostro dominio ed, in qualche modo, è come se tutti fossimo passati dalla coscienza degli strumenti agli strumenti della coscienza.

Ma ci aiuta di più una metodologia un sapere comunicativo prodotto da diverse accezioni, in grado ad accrescersi, capace di modificare impercettibilmente il quotidiano modello culturale di orientamento all’azione degli individui. Perché, se le tecnologie modificano la presenza fisica dell’uomo nel mondo, le metodologie modificano la sua presenza intellettiva. E come sempre, anche oggi siamo soggetti ai rischi della errata applicazione.

Finché penseremo a questa miriade di mezzi di comunicazione come utensili, finché li assorbiremo con l’indifferenza con cui assorbiamo l’innovazione dei prodotti, finché li consumeremo con la stessa inflazione con cui consumiamo le cose, saremo sottoposti ai rischi dell’eterodirezione, al pericolo del condizionamento sociale, del controllo politico e culturale.

Dobbiamo invece capire che con queste macchine possiamo vedere, se sappiamo vedere, meglio e altrove.

Dobbiamo di nuovo imparare a considerarle strumenti, mezzi necessari per decodificare e per comprendere di più e meglio, tecnologie che ci aprono l’universo di una educazione comunicativa autonoma. Già scorgiamo individui che, sottoposti alla pressione dei mezzi di comunicazione, sottopongono a loro volta gli strumenti ad una pressione: presunzione di sapienza di uomini abituati a convivere con segni estranei, totalmente diretti dall’esterno, senza un metodo e una logica per vedersi dall’interno di se stessi, lontani e allontanati da se stessi

Per trasformare gli utensili in strumenti occorre una metodologia.

L’interrogativo che da fronteggiare è dunque: “In what channel?”, qual è il canale?



[1] Platone, Ferdo, 274/275, Utet, Torino, 1981, pagg. 215 - 216

[2] H. A. Innis, Empire and communications, University of Toronto Press, Toronto e Buffalo, 1972, pag.10

[3] Karl R., Il mito della cornice, in Pera e Pitt (a cura di), I modi del progresso, Il Saggiatore, Milano1985, pag.19

[4] Popper Karl R., cit., pag.23

[5] Popper Karl R., cit., pag.37

[6] Sartori G., La politica, logica e metodo in scienze sociali, Sugar, Milano 1980, pag.306

[7] Gadamer Hans Georg, Verità e metodo, Bompiani, Milano 1983, pag.352.

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