8.5-...del concetto di docimologia: il potere della falsificazione

Come ho già detto, quando l’uomo scopre il deficit della propria natura ha bisogno di un artificio. La tecnica è questo artificio nella doppia versione di tecnologia, che è la scienza dei mezzi e di metodologia che è la scienza dei modi. Ed è in questo artificio che l’uomo scopre la sua “seconda natura”. Un artificio che non è mai artificiale e connota il nostro habitat. L’arte della stampa, anzi la tecnica della stampa e la tecnologia editoriale, ad esempio, ha davvero aperto alla conoscenza spazi fino ad allora non immaginati. “La ripetibilità è il nocciolo del principio meccanico che ha dominato il nostro mondo soprattutto a partire dalla tecnologia di Gutenberg”[1]. Eccola la nostra seconda natura, la capacità degli strumenti di influire e influenzare lo sviluppo dei modelli culturali.

Le tecnologie della comunicazione hanno generato immaginari collettivi inusitati e nuovi, complessi ambienti relazionali, hanno trasformato l’habitat, cioè i rapporti tra uomini e cose, in un diverso ordine e grado. Abbiamo avuto i sistemi di comunicazione non verbali, sistemi gestuali ed iconici, con cui trasferire stati fisici e psichici, messaggi semplici ed immediati, informazioni prescrittive o imperative, azioni ed emozioni, condizioni di accettazione o rifiuto, attrazione o repulsione; o immagini che raggruppano una varietà più o meno grande di segni visivi composti in modo logico per trasmetterla ad un target definito, utilizzando i mezzi raffigurativi più opportuni: il disegno, la pittura, la fotografia, la cinematografia. E poi tutti i sistemi di comunicazione verbali, la capacità di codificare e regolamentare le espressioni sonore in linguaggio e musica, fino alle formulazioni informatiche moderne.

Tutti i sistemi di comunicazione sono linguaggi artificiali. La nostra struttura grammaticale è comunque un artificio che necessita di varie articolazioni tecnologiche.  La scrittura è stato il primo medium. Il passaggio dalla parola narrata a quella scritta, il passaggio dalla mitologia alla razionalità, dall’ascolto alla lettura e tutte le trasformazioni culturali che questo ha comportato è stato il presupposto dell’era filosofica e scientifica, il principio della razionalità critica. Perché dalla scrittura in poi c’è stata la capacità di verificare, di controllare e di valutare le intuizioni personali e porre i confini tra ciò che è oggettivo e ciò che è soggettivo, tra ciò che è educativo e non educativo: il principio della oggettivazione e quello della demarcazione.

E questi tre, la verifica, il controllo e la valutazione, senza ordine logico e cronologico, dei sono i tre elementi della docimologia.

Descrivere l’itinerario delle Scienze dell’Educazione, e in esse della docimologia, mi sembra uno sforzo temerario ed inutile. Già altri cartografi, meglio di quanto io potrei, si sono industriati nella raffigurazione delle pianure e delle alture.

L’ultimo ostello, dove riposa ora la ricerca scientifica, è ben descritto da Cambi, con il titolo di “epistemologia del discorso pedagogico e immagine del sapere educativo”. Egli indica in 4 modelli le più significative indagini:

1.     il modello analitico, che a sua volta si biforca nella variante logica e in quella filosofica, che ha interpretato il sistema educativo secondo il principio della logica scientifica (formalità della spiegazione e verificazione) e secondo il principio della analisi linguistica (informalità metaforica e verbale);

2.     il modello strutturale - critico,  nel tentativo di sviluppare una metateoria dell’educazione anche sulla base delle influenze politiche e dei condizionamenti sociali;

3.     il modello dialettico, che ripropone un approccio ideologico in quanto espressione dei valori dominanti dei gruppi dominanti per il condizionamento generazionale e la complementare esigenza di emancipazione tramite una autonoma coscienza politica;

4.     il modello ermeneutico, che radicano il processo educativo ad un definito tempo storico, alle strutture conservative della società e al preminente principio di identità.

Qui arrischio il mio punto di vista, che è quello di collegare la docimologia, più in generale, ai criteri epistemologici in quanto in condizione, come parte integrante ed essenziale della metodologia, di risolvere il problema della demarcazione e il problema della oggettivazione. 

Secondo K. Popper quello della demarcazione “è il problema fondamentale della teoria della conoscenza: tutte le questioni proprie della teoria della conoscenza possono essere ricondotte a questo problema”[1]. E consiste nel sapere come le attività scientifiche si distinguono da quelle extra-scientifiche e, successivamente, come le scienze empiriche si distinguono dalle altre, da quelle non empiriche. Poiché normalmente le conoscenze scientifiche vengono rappresentate sotto forma di proposizioni o sistemi di proposizioni,

Popper formula gli interrogativi della demarcazione nella seguente esposizione: “Quali proposizioni sono conoscenze scientifiche? Oppure: In forza di che cosa certe proposizioni vengono caratterizzate come <scientifiche>?, o ancora: in virtù di quale criterio è possibile tracciare un confine tra la scienza e i domini extra scientifici?”. Per Popper i domini extra scientifici, da cui distinguere quelli scientifici appunto con il principio di demarcazione, sono almeno tre: quello mitologico, quello metafisico e quello dettato dalla esperienza.

Popper distingue tra due tipi di conoscenza:

1.     la conoscenza soggettiva, che è quella “posseduta da qualche soggetto conoscente”, e meglio, quella antica impostazione secondo cui “la conoscenza è un’attività che presuppone l’esistenza di un soggetto conoscente”;

2.     la conoscenza oggettiva, “o conoscenza nel senso oggettivo, che consiste nel contenuto logico delle nostre teorie, congetture, supposizioni (e, se volete, del contenuto logico del nostro codice genetico)”.

La conoscenza oggettiva è quella che interessa gli epistemologi e in modo specifico coloro che si occupano di docimologia. Nella consapevolezza che l’oggettività assoluta non esiste.

 L’oggettivazione invece esiste ed è un processo.

Forse non ci potrà portare alla verità ma può incrementare il grado di veridicità di una ipotesi o di una teoria. Appunto il grado di verosimiglianza, come lo ha chiamato Popper: la verosimiglianza di una proposizione è “crescente con il suo contenuto di verità e decrescente con il suo contenuto di falsità”.

Il processo di oggettivazione riguarda il contenuto logico delle nostre congetture.

Soltanto se questo contenuto logico riesce a superare una serie di controlli critici, noi possiamo considerare alto il grado di verosimiglianza delle nostre teoria o potremmo anche calcolare, oggi che conosciamo la logica quantistica, la percentuale di verità delle nostre asserzioni.

Ma per controllare il contenuto logico di una preposizione una sola epistemologia, sebbene necessaria, non è sufficiente. Occorre la concorrenza e l’integrazione tra diverse teorie gnoseologiche che sono appunto il prodotto di determinate strutture interpretative, cioè sono la logica del contenuto (logico).

Uno Statuto epistemologico consiste nelle regole logiche (che non sono teorie) in grado di produrre la conoscenza scientifica di un problema. In genere invece si confonde lo statuto epistemologico con le certezze teoriche di una disciplina di cui, in realtà, nessuno ha bisogno.

 

Dal nostro punto di vista, pertanto, il processo di oggettivazione è il prodotto della applicazione concorrenziale o integrata (comunque critica) di diverse teorie.

Per noi il criterio con cui è possibile tracciare questa demarcazione è la metodologia: quella metodologia che costituisce il contesto di riferimento essenziale per una definizione di docimologia.

Per noi la docimologia è quella funzione della ricerca che congiunge la metodologia alle teorie, cioè quei criteri di valutazione, verifica e controllo che ci consentono, nell’ambito di uno specifico approccio epistemologico, di ottenere una oggettivazione credibile. Quindi ciò che ci permette di stabilire anche una demarcazione tra ciò che è e ciò che non è scientifico.

Noi cerchiamo l’integrazione tra quattro livelli di logica (endofasia, formale, computazionale, quantistica) e quattro corrispondenti dimensioni epistemologiche.

In generale, dunque, giudichiamo il processo docimologico, così come mostrato nelle tavole esplicative, applicabile all’intero percorso formativo, se esso viene inteso come un archetipo, come appunto una autopoiesi dell’apprendimento (forma-azione) e della insuperabile esigenza ad oggettivarsi in una valutazione.

Specie nel costante luccichio dell’ologramma mediatico, questo indistinto interlocutore collettivo  frequenta le nostre psicosi. E le corrompe con universi comunicativi incerti. Intagliamo l’ambito della nostra socialità sulle morbide strade dell’etere. Ci coinvolgiamo in emozioni vissute lungo quartieri di altri mondi, che sono ormai il nostro mondo. Ci affranchiamo dalla tattilità giornaliera e, in questo universo aperto, impariamo a governare i linguaggi.

Siamo noi la comunicazione. Di volta in volta assumiamo un ruolo qualsiasi in questo complesso relazionale.  Inviamo inputs ad i nostri ignoti utenti, siamo gli opinion makers che decodificano e decifrano, a loro uso e consumo, il messaggio, ampliandone o riducendone la portata e il significato. Lo scambio triangolare fa in modo che il processo comunicativo lieviti, che incrementi il volume complessivo dei suoi nuclei informativi, che divenga un sistema complesso di strumentazioni, percezioni e linguaggi evocativi integrati. Con naturalezza tracciamo quotidiane strategie semantiche, diventiamo poli, reciprocamente assumiamo i diversi ruoli, assolviamo, al tempo stesso, alla triplice funzione di triangolazione: siamo utenti, opinion makers ed anche mezzi. Non restiamo soltanto fruitori, siamo anche i produttori e spesso fungiamo da strumenti necessari ad indirizzare i messaggi.

Ma siamo mezzi che non sanno mediare, perché non sano valutare.

Valutare è potere.

Pochi possono

Alcuni sanno.

Sull’onda voluminosa della tecnologia moderna e dell’infomatizzazione perenne possono restare tutti. Anzi, devono in quanto consumatori. Ma per entrare nelle reti connettive, per diventare connessione, bisogna saper valutare l’utile dall’inutile, il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto e dallo sbagliato.

Il semplice contenuto informativo non è più sufficiente. L’eccessivo volume informativo è il sistema di controllo e la prigionia dell’uomo moderno. Il messaggio indistinto e massificato rende indistinti e massificati. Vite consumate e non fruite.

La cultura, l’educazione è il potere di rendere la vita fruita e non consumata. Ai nuovi utenti del linguaggio educativo, per gli studenti, per questi nuovi più esigenti fruitori occorre una capacità critica, in grado di discutere ed eventualmente abrogare i paradigmi teorici e culturali acquisiti.

Per questo non gli viene data.

Per questo la docimologia resta esclusivo appannaggio e monopolio dei docenti. Perché è il loro potere e la loro salvezza. Il potere di comprendere la capacità di comprendere altrui e dunque la propria competenza ad agire e il livello delle chance individuali. La salvezza dalla propria obsolescenza logica e tecnologica. Con le nuove tecnologie cresce il livello di competenza specialistica dei discenti e i docenti rischiano di essere emarginati all’interno processi dei comunicativi.

Per questo si mantiene un certo deficit metodologico; per contrastare la dirompenza tecnologica patrimonio delle generazioni più giovani e preservare il potere di valutare e decidere, indipendentemente dalle dinamiche reali. Non appena il sistema educativo è diventato autonomo, passando dalla pedagogia alla scienza della formazione, dopo essersi differenziato, sono sorti tutti i classici problemi delle sue stesse procedure interne, la necessità di padroneggiare sempre con maggior dimestichezza le condizioni empiriche e le formulazioni teoriche: i problemi del potere.

Resta, dunque, nella società della comunicazione il solito contenzioso pedagogico. Anzi si accentua. Diventa sempre più un contenzioso politico e una lotta per definire e predefinire le condizioni logiche per l’acquisizione del potere. E per l’uomo moderno resta “il tragico AGONE di ridefinizione della propria immagine[2].

Il contenzioso pedagogico dal libro all’ologramma ruota sempre attorno allo stesso quesito: “who says what to whom?[3].


[1] Marshal McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, Milano, 1968, pag.170

[2] Edgar Friedenberg, The vanishing adolescent, Beacon Press, Boston 1964

[3] “Chi dice che cosa a chi?”

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