8.4 - ...del concetto di metodologia: la logica della conoscenza

Si apprende, si apprende che bisogna apprendere, si apprende ad apprendere[1].

Nella logica della complessità si chiama: il processo autopoietico della formazione, fatto di meccanismi riflessivi che inducono gli individui a vivere in complessità epistemologica.

La pedagogia è stata sostituita, nel secondo cinquantennio del XX secolo, dalla scienza della educazione. Il baricentro del processo educativo è diventato epistemologico: “da un sapere unitario e chiuso si è passati a un sapere plurale e aperto; dal primato della filosofia si è passato a quello delle scienze[2]. D’altronde, se gli individui vivono quotidianamente in una condizione di complessità epistemologica, a questa devono essere educati o, come si è iniziato a dire, formati.

Franco Cambi indica in 3 elementi i caratteri di questa transizione:

1.     disarticolazione, cioè il declino di un sapere unitario attorno all’educazione;

2.     differenziazione, cioè la proliferazione di molteplici ambiti “ausiliari/costitutivi” del processo formativo;

3.     ipercomplessità, cioè “l’esercizio di un controllo riflessivo su una molteplicità di saperi”, di carattere filosofico sui contenuti e logico o “più nettamente epistemologico” sui metodi.

Questa è la docimologia: l’esercizio di un controllo riflessivo.

Pertanto possiamo legittimamente sostenere che il baricentro del baricentro della transizione della pedagogia verso le scienze dell’educazione è la docimologia. 

 La scienza “si addentra sempre più in ambiti in cui non si può più dominare le interdipendenze che però può ancora comprendere e persino produrre tecnicamente. A differenza della coscienza della finitezza fondata sulla ragione, o delle scepsi filosofiche sempre più motivate da principi, oggi si ha una capacità di prognosi sempre più esattamente determinata e perciò da una ignoranza consapevole di nuovo tipo[3]. Viviamo sottoposti al permanente dissidio tra la ignoranza inconsapevole dell’era mitologica e pre-scientifica (fideismo), la ignoranza consapevole della nostra società tecnologica[4] e critica[5] (razionalismo) e la ignoranza colpevole della società della comunicazione (relativismo). Le nostre certezze sono più fragili del solito, dominate dal potere rivoluzionario di repentini riorientamenti della gestalt visiva[6].

E sembra che le nuove forme del sapere, caratterizzate dalla conoscenza della propria ignoranza e dalla frequenza delle confutazioni al posto delle dimostrazioni, colgano per la prima volta l’uomo nella sua interezza: “come corpo e come spirito insieme, come intelligenza e come desiderio, come segno e come gesto, inscindibilmente[7], oltre che come natura e come artificio. Delego al simbolismo di Alain Touraine la competenza esplicativa della modernità: “la nostra vita sociale e culturale è come l’arcipelago di Santorino: il vulcano è esploso disseminando isolotti a guisa di relitti sul mare[8].

Abbiamo bisogno di una epistemologia genetica di nuovo tipo[9].

La metodologia può aiutarci tracciando il confine tra ciò che è scientifico e ciò che non lo è, risolvendo cioè il problema epistemologico della demarcazione. La docimologia può aiutarci di più se, risolvendo il problema epistemologico della oggettivazione, cioè producendo strumenti di verifica, controllo e valutazione delle congetture e della conoscenza, transita il processo di apprendimento da una ignoranza inconsapevole a una ignoranza consapevole, e ci rende tutta intera la complessità problematica della conoscenza.

 Colto nella sua interezza, in quanto individuo e in quanto soggetto, l’uomo moderno può ricomporre la propria identità culturale e sfuggire alla anomia e all’alienazione delle specializzazione tecnologica. Non è un caso che molta parte della letteratura sociologica del XIX e del XX secolo denunci, nel rapporto quotidiano con la macchina, la possibilità di ritrovare rischi e la scissione marxista della identità tra l’essere naturale e quello artificiale[10].

La tecnica è qui intesa come l’artificio che viene utilizzato quando l’uomo scopre  il deficit della propria natura. Un artificio in cui si scopre una “seconda natura[11].  L’artificio che non mai artificiale e connota il nostro habitat: cose, oggetti e strumenti che diventano essenziali allo sviluppo di ogni personalità. 

La metodologia è questo artificio logico che ci permette di sfuggire all’artificiale tecnologico. La metodologia educativa consente infatti un non traumatico adattamento degli individui ai crescenti livelli di complessità sociale che la tecnologia determina. Perché la tecnologia è un clichè, una strumentazione che trasmette se stessa e i propri contenuti; mentre l’educazione è un archetipo, il problema della formulazione continua di nuovi criteri e metodologie di apprendimento.

La complessità epistemologica in cui vive il cittadino moderno è il prodotto di questo scambio comunicativo permanente tra il clichè tecnologico e l’archetipo pedagogico. E in questo scambio permanente c’è la possibilità che si verifichi la perdita dei confini tra educativo e non educativo, dei confini tra ciò che è oggettivo e ciò che è soggettivo.

È il problema della demarcazione tra ciò che è scienza e ciò che mito. Occorre una metodologia per distinguere e per tracciare questo confine. La metodologia è “qualunque studio sistematico dei metodi idonei a conseguire dei fini”. Metodi, cioè modi e mezzi. La metodologia è la scienza dei modi che si avvale di una tecnologia, cioè di una scienza dei mezzi. Un archetipo che si avvale di un clichè.

Una volta, in ambito pedagogico si distingueva tra:

1.     una metodologia pedagogica generale che discende direttamente da alcuni fondamentali principi (come il rispetto per l’educando, la sollecitazione delle sue forze interiori, la gradualità di passaggio dal noto all’ignoto, dal facile al difficile, dal soggettivo all’oggettivo, e dall’egocentrico al decentrato, ecc…)

2.     e “una metodologia didattica, che esamina i mezzi dell’insegnamento efficace a date condizioni per certi soggetti e per certe materie.” 

Oggi questa distinzione non c’è più.

La docimologia, nella sua accezione più ampia, è il nucleo valutativo centrale di una sola unità metodologica.



[1] In Luhmann N., Illuminismo sociologico, Il Saggiatore, Milano, 1983, pag 104

[2] Cambi F., Storia della pedagogia, Laterza, Bari, 1995

[3] Luhmann N., Teoria politica dello stato del benessere, Franco Angeli, Milano, 1986

[4] Habermas J., La società tecnologica, Laterza, Bari

[5] Popper R. K., Congetture e confutazioni, Il Mulino, Bologna

[6] Kuhn T., La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino

[7] Montesano e Munari, cit.

[8] Touraine A., La rivincita di mr. hyde, in Panorama, 17 marzo 1986

[9]  Piaget J., Epistemologia genetica, Laterza, Bari

[10] Polanji K., La liberta’ nella societa’ complessa, Bollati Boringhieri, Torino 1987

[11] Todini V., Le strutture della tecnologia, Armando Armando, Roma 1968

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