8.3 - ...del concetto di tecnologia: dagli utensili agli strumenti.

In una descrizione breve e innegabile, Raimond Aron, nelle sue Lezioni sul XX secolo,[1] racchiude la condizione tipica dell’uomo moderno e del suo sistema percettivo. La storia è stata travolta dal fragore delle macchine e all’uomo, sottoposto alla irrefrenabile accelerazione che le nuove tecnologie, sono stati imposti altri ritmi di vita e di socialità. Infatti, da Giulio Cesare a Napoleone, per circa 2.000 anni, l’uomo, per andare da Roma a Parigi, abbia utilizzato sempre gli stessi mezzi di trasporto ed abbia impiegato sempre gli stessi tempi. Da Napoleone a noi, invece, in soli 200 anni, chiunque può andare a Parigi viaggiando a tempi ristretti e con il massimo comfort, senza nemmeno dover essere imperatore.

Che cosa è successo?

Nel passaggio “Dal mondo del pressappoco all’universo della precisione”, come lo ha titolato Alexandre Koyrè, c’è la laboriosa falsificazione della logica. È il passaggio, affascinante ed arcano, dal mondo classico alla rivoluzione scientifica. Sono questi i passaggi che rompono ogni corazza e formano il nuovo tipo umano. Sono passaggi memorabili e irrefrenabili, perché scorgano dal movimento, dal processo di differenziazione funzionale. Si passa, senza necessaria successione cronologica, da un ambito definito ad un ambiente complesso.

Ma se la nostra complessità ontologica, fisica, ha imparato a vivere in un mondo più piccolo, globale; la nostra complessità epistemologica si è dispersa nell’infinito estensivo dell’immateriale. Dentro un piccolo mondo approssimativo è esploso l’immenso delle specializzazioni, appunto nell’universo della precisione. Ed oggi ancora, nella realtà quotidiana che è “il dominio del movente, dell’impreciso, del più o meno, del pressappoco[2], si scorgono perfino le meticolose regole del caos: la precisione - di cui la vita ha assoluto orrore -  regna nell’universo.

Tuttavia questo passaggio, che espande i confini della conoscenza umana, che affranca l’intelligenza dalla giornaliera imprecisione, che c’introduce nei canali delle deduzioni razionali, nelle interpretazioni critiche o teoriche, nell’epistemologia, nei meccanismi occasionali dell’intuizione, questo passaggio è dovuto alla tecnologia, all’avvento del “macchinismo” nella società. Da quando l’uomo preistorico ha scoperto la mano, come suo primo attrezzo utile a modificare la materia, alla robotica e alla cibernetica moderna, la regola della tecnologia è sempre la stessa.

È vero che oggi non consideriamo la tecnologia come un semplice mezzo per il raggiungimento di sempre maggiori livelli di razionalità e di efficienza organizzativa. È vero che la tecnologia entra nei processi educativi e per molti versi si sostituisce ad essi. È vero che è diventata un elemento evolutivo essenziale, addirittura evoluzionistico, darwiniano, un processo di adattamento biologico. Ma la tecnologia è un clichè. Ripete sempre se stessa. Siamo noi che cambiamo continuamente per contenerla ed utilizzarla. È il nostro sistema percettivo e le sue evoluzioni cognitive, il nuovo. L’educazione è l’archetipo.

Il clichè della tecnologia non è più per noi un mistero. Il nostro vasto universo è fatto di oggetti che conosciamo e che ci ignorano. Che si ignorano. A noi servono per farci vivere in un habitat congeniale con la loro diversità, la loro necessità e la loro evoluzione.

E diversità, necessità ed evoluzione sono gli stessi codici riproduttivi di ogni espressione del macchinismo, così come ci appare artefice degli artifici nella vita quotidiana. “La diversità, cioè il riconoscimento del gran numero di manufatti che da lungo tempo sono a disposizione dell’umanità; la necessità, cioè l’idea che gli esseri umani siano indotti ad inventare nuovi manufatti per soddisfare le loro fondamentali esigenze biologiche; e l'evoluzione tecnologica, un concetto che spiega la comparsa e la selezione di nuovi manufatti in base ad un'analogia col mondo organico”[3]. Senza questi manufatti, senza questi utensili probabilmente riusciremmo lo stesso a sopravvivere, senza prosperità, magari nella precarietà delle condizioni e nella vita appena accennata dei nostri progenitori. Ed invece “per ragioni che ci sono oscure, cominciammo a servirci della tecnologia e, corso del tempo, creammo quella che viene chiamata la vita umana, la vita bella e piacevole, il benessere.[4]. Piuttosto l’arcano non è quello della presenza di tecnologia, ma della sua assenza. L’oscuro quesito, l’interrogativo mai risolto della lunga incubazione, il motivo per cui gli uomini si sono costretti a vivere, per duemila anni e più, nella penuria tecnologica, nella scarsezza degli strumenti, trasferendosi per generazioni e generazioni gli stessi identici utensili, impiegati con indifferenza e con incoscienza - senza cioè la scienza dei modi, senza metodologia - e poi, invece, all’improvviso, in duecent’anni appena, abbiamo prodotto una trasformazione epocale, un’accelerazione senza precedenti dei ritmi del progresso tecnico e delle chances individuali.

Possiamo ben dire che l’avvento della tecnologia è l’unica vera rivoluzione nella storia dell’umanità. Non un mutamento, ma una mutazione genetica delle nostre condizioni di vita.

Il mondo greco-romano non aveva il concetto di Tecnologia.

Non che s’ignorassero le macchine o che mancassero innovazioni tecniche.

E non è nemmeno vero che nessuno ne abbia fatto uso.

Vitruvio ad esempio ne aveva elaborato addirittura una casistica suddividendole in SCANSORIE (o a scala, di uso militare), SPIRABILI (o ad aria, per applicazioni musicali) e TRATTORIE (o a trazione, per il trasporto). Ma si potrebbero con la stessa attinenza citare i telai in Grecia, il torchio a vite ricordato da Catone, la DIOPTRA per misurare la strada e le mille altre macchine che sono la loro testimonianza e la nostra eredità.

In realtà i prodotti, tutti i prodotti innovati, erano considerati dei semplici utensili, oggetti impiegati per agevolare la fisicità e la sensibilità degli organi.

Il manufatto è ancora l’artificio, l’arto innaturale che viene utilizzato quando l’uomo scopre il deficit della propria fisicità, quando scopre la complessità del proprio modo di essere, la propria complessità ontologica. Dunque l’utensile è un artificio suggerito dalla natura stessa per divenire una seconda natura, un artificio che deve essere assorbito, che appunto bisogna naturalizzare, percepire come habitat: cose e oggetti che diventano essenziali ai nostri processi di sviluppo.

Non c’era il sospetto che quegli stessi oggetti fossero strumenti, cioè mezzi in grado di materializzare il pensiero, un armamentario necessario ad investigare la realtà, a svelarne le regole, a verificare i meccanismi dalla cui concretezza affrancarsi per assurgere a nuove più esplicative teorie. L'utensile è prodotto dall’artigiano destinato alla nostra comodità o al nostro gusto estetico, lo strumento  invece serve allo scienziato per leggere dentro le cose, per accrescere la propria intelligenza del mondo o degli astri (come fu la scoperta del telescopio per Galileo)[5].

Pur disponendo delle informazioni necessarie alla produzione di ogni strumentazione, la tecnologia non è apparsa, per tanto tempo è rimasta sottaciuta, marginale ai ritmi della vita di tutti i giorni. Infatti, secondo George Basalla, per lo meno, nessuno fino a Galileo ha preso il problema scientifico, tecnologico e metodologica, sul serio. “Nessuno ha mai tentato di determinare questi numeri, questi pesi, queste misure. Nessuno si è mai provato a contare, pesare, misurare. O più esattamente nessuno ha mai cercato di superare l'uso pratico del numero, del peso, della misura nell’imprecisione della vita quotidiana - contare i mesi e le bestie, misurare le distanze e i campi, pesare l'oro e il grano, per farne un elemento del sapere preciso[6]. Questa trasformazione percettiva della tecnologia avvenne solo nella metà dell’ottocento, quando si cominciarono ad usare concetti e concezioni che indicavano una estensione del corpo allo strumento: “per la prima volta, lo sviluppo della tecnologia veniva interpretato per mezzo di analogie organiche[7].

La precarietà era la connotazione del mondo del pressappoco, era la sua natura profonda. “Essere poveri implica un più immediato possesso con la realtà, uno scontrarsi con il primo gusto aspro delle cose: modo di conoscere che sembra mancare ai ricchi, come se ogni cosa giungesse loro filtrata”. Gli uomini vivevano nel gusto aspro delle cose e nella illusione che non ci fossero altre disponibilità di mezzi.

La povertà, se non addirittura miseria materiale, li implicava, li legava inscindibilmente al più immediato possesso della realtà. Bastava questo. La conoscenza non doveva affrancarsi dal concreto, non doveva filtrare le cose per oggettivarle e non aveva bisogna di strumenti per comprendere il mondo. Aveva bisogno di eloquenza per sostenere l’argomentazione. Gli oggetti erano attribuiti alla comodità della persona, protesi per il corpo individuale, non supporti allo sviluppo del corpo sociale.  

Il termine tecnologia, inteso come insieme di strumenti tecnici, comparve solo nel secolo diciassettesimo in Inghilterra (1615) o in Francia (1656). Nel settecento il concetto si diffonde ed in parte cambia significato, fino ad assumere lo stesso che oggi noi vi attribuiamo, cioè di sistema della strumentazione tecnica in un determinato settore.

La legittimazione definitiva avvenne con la pubblicazione Encyclopedie[8]. In quel tardo settecento, quasi a conclusione di una civilizzazione razionalistica ed illuministica, Diderot e d’Alembert posero le basi della moderna definizione del concetto di tecnologia. Fu, dunque, lo spirito mercantil-borghese-cittadino, nel corso del medioevo, a sviluppare infine i germi della nuova cultura, a definire un campo di applicazione per la tecnologia[9] .

Infatti è nella dizione enciclopedica che il termine acquista il suo contenuto strumentale, diventa il trade d’union, la congiunzione tra scienza e tecnica, tra l’elaborazione teorica e l’utilizzazione pratica. La tecnologia da allora raffigura l’insieme di finalità applicative in grado di autocorregersi, è assieme tecnica e scienza, senza essere assimilabile né all’una, né all’altra.

Talvolta però gli strumenti trasgredirono involontariamente.

In questo caso hanno diffuso lo choc dell’accelerazione, la pressione del tempo nei ritmi sociali. 

Quando trasgrediscono gli strumenti non lo fanno solo perchè sconvolgono, ma anche perchè generano. In questi duecento anni di modernizzazione la tecnologia ha assunto questa funzione genetica della realtà. Non più banale manufatto, ma il mezzo per altre dimensioni del reale e livelli di complessità nuovi.

Il problema della trasgressione culturale degli strumenti è un problema ricorsivo. Ciclicamente riappare in ogni epoca ad elevata turbolenza innovativa e induce lo smarrimento nei mille rivoli del feticismo tecnologico.

Oggi questo è un problema che deve essere riaffrontato. Nell’altro e nell’altrove: nell’altro in quanto supera la dimensione tecnico-organizzativa e si propone nei termini del riorientamento gestaltico; nell’altrove questa trasgressione frantuma comunque le resistenze cognitive e reclama un approccio culturale in grado di gestire la ricorrente rottura della cornice paradigmatica.

Come al solito noi siamo in mezzo: da un lato abbiamo l’ampia letteratura che enfatizza l’avvento della cultura informatizzata, il diffondersi dell’intelligenza artificiale, la supremazia delle macchine di Turing e del pensiero meccanicistico; dall’altro c’è sempre un luddismo di maniera, pronto a contestare il mito della macchina ed il raziocinio tecnologico degli automi.

Sono entrambi elementi di una vera e propria civilizzazione culturale, una nuova civilizzazione tecnologica, dopo quella cristiana e quella marxista.

Due spettri si aggirano, dunque, per il mondo: “I due spettri del disagio ecologico e dell’olocausto nucleare rafforzano tali sistemi di disagio. Per un numero crescente di individui il progresso tecnologico appare sempre meno un progresso e sempre più una minaccia”.[10]

Ho paura che il mito della macchina {dio o demone non importa!} sia soltanto una mistificazione.

Nei confronti della modernizzazione tecnologica e della sua dirompente azione di distruzione creatrice i nostri atteggiamenti individuali tendono ad oscillare dalla estremità del rifiuto acritico alla estremità della divinizzazione del medium. Si tratta forse di una comoda giustificazione: l’incapacità di supplire e di gestire la carenza della nostra organizzazione educativa e l’incoerenza del nostro sistema formativo.

Con troppa dimistichezza, nel pensare all’informatica o alla robotica, dimentichiamo gli artefatti quotidiani che più di altri invece ci condizionano. È il tema per il quale ora ci disponiamo e che maggiormente in questa sede ci coinvolge: il contenzioso pedagogico, il tema dell’incisività della tecnologia sui processi comunicativi e poi sull’educazione.



[1] Aron Raimond, Lezioni sul XX secolo, Comunità, Varese 1985.

[2] Alexandre Koyrè, Dal mondo del pressapoco all'universo della precisione, Einaudi, Torino, 1988, pag.90.

[3] Basalla G., cit., pag.7

[4] Basalla G., cit., pag.27

[5] Koyrè A., cit., pag.100

[6] idem, pag.98

[7] George Basalla, L'evoluzione della tecnologia, Rizzoli, Milano, 1991, pag.29

[8] Carlo M. Cipolla, Il mulino dell'invenzione, in Corriere della Sera, martedì 10 marzo 1987.

[9] Cipolla M. C., cit..

[10] idem.

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