8.2 - … dell’ambiente formativo

Pur guardandosi continuamente attorno, gli uomini solo di recente hanno studiato il loro ambiente. Ne è nata una disciplina che soltanto ultimamente si è differenziata dalla geobotanica e dalla geozoologia.

Il greco la chiamava oikia, che significa dimora; poi è evoluta fino a diventare oikiologia e si è acquattata nel nostro vocabolario come ecologia. Ma non ha mai perso il senso della casa. Certo rischia di perdere continuamente quello della ospitalità e dell’accoglienza. E forse il nostro lavoro di educatori non è null’altro che l’infaticabile tentativo di evitare che questo accada perché il primo dovere di una parola è soddisfare le speranze dei lettori e degli oratori. Non tutte riescono. Molte confabulano tra di loro e costruiscono amabili relazioni comunicative con altre parole, talvolta più tradizionali, talaltra sottoposte alle irruenza dei notevoli progressi: biologia, biochimica, fisica.

La nostra soddisfazione è nel considerare lo studio dell’ambiente nella sua condizione dinamica, cioè anche come la coevoluzione di tutte le specie interagenti, delle loro catene alimentari e dei loro meccanismi di regolazione. Già si intravede l’argomento centrale: il problema etico e scientifico dell’equilibrio, la relazione responsiva, cioè un approccio sistemico unitario che considera la natura del pianeta come un complesso bilanciamento di input e di output che devono, appunto, restare in equilibrio pena un drastico rimaneggiamento delle condizioni vitali.

Le condizioni vitali per le nostre finite peripezie, gioie e rancori, generosità affettuosa e violenza offensiva, per il nostro percorso, questa “Storia Universale dell’Infamia”, questi uomini abominevoli e meravigliosi che imprimono delle orme nell’ambiente e cercano “al principio, la traccia tenue d’un sorriso o d’una parola”: prima mitologica, per riconoscersi come terminale di un processo universale in equilibrio dinamico; e poi metodologica, per darsi una scienza e una coscienza, per godere degli “splendori diversi e crescenti della ragione, dell’immaginazione e del bene”. Ragione, immaginazione e bene sono le tre dimensioni della conoscenza inquieta ed eretica, indispensabili per concepirsi nell’ambiente, nel gioco senza presente e mai attuale della natura che si compone in nuovi assetti globali, nello studio di eventi che generano avventi. Tutto intero il nostro destino soltanto per “l’insaziabile ricerca di un’anima attraverso i delicati riflessi che essa ha lasciato nelle altre”.

L’ambiente sociale, cioè l’habitat invece è stato contaminato dal gergo psichiatrico e sociologico. L’habitat è stato l’ulteriore evoluzione dell’umano, non più soltanto conoscenza ma la possibilità della consapevolezza, il passaggi dall’orma, singola e singolare, alle forme geometriche regolari e regolate, dalla parola sola all’ordita trama di lingue e linguaggi. L’habitat è il luogo vertiginoso delle relazioni e delle forme costituito dall’insieme di gruppi primari in cui siamo immessi, di cui partecipiamo ai valori e in cui concorriamo alle rappresentazioni; quella comunità più vasta di cui facciamo parte collettivamente: la società con le sue istituzioni.

È nell’habitat che gli umani si conoscono e si riconoscono, si dividono i reciproci ambiti di socialità e subiscono i reciproci condizionamenti, l’affollato labirinto degli interlocutori. Ma, per i nostri gruppi primari, l’habitat è stato anche il laboratorio di incubazione della personalità di base degli individui. Antropologi, sociologi, psichiatri, psicologi hanno svelato i molteplici e multiformi meccanismi riflessivi, le strutture dissipative e quelle conservative, che, specie nell’età infantile, hanno generato i processi di socializzazione all’interno del sistema di appartenenza primario.

Acculturazione e inculturazione da sempre concorrono e da sempre convergono alla formazione della personalità di base degli individui umani. Contemporaneamente, l’azione sociale, che tramanda le dotazioni storico-culturali e le trasforma in codici comunicativi, e l’atto individuale, che sovrappone le strutture dell’ego e le sovrastrutture del superego al mondo impulsivo dell’es, cambiano la stessa eredità biologica degli esseri umani.

La personalità di base governa e genera i processi vitali individuali e stratifica le preferenze di valore che si instaurano nei gruppi, fino a costituire, secondo i lineamenti dell’indefinibile universo interiore disegnato da Freud, l’essenza, il nocciolo, i legami fondamentali della nostra civiltà. Le preferenze di valore sono atti semplici, l’innegabile quotidianità, le scelte immediate e spontanee, implacabili, quelle empiriche e fattuali, imprecabili. E sono indissolubilmente legate alla eloquenza muta dei sistemi di valori etici e morali, alla ingerenza puntuale dei disvalori religiosi, intesi sia in senso relativo che generale, sia in senso monocratico che pluralistico, sia in senso individuale che collettivo.

Ma c’è un terzo significato, che è venuto via via acquisendo di importanza. Non riguarda esclusivamente l’ambiente. Non riguarda soltanto l’habitat. Maturana e Varela[1], qualche anno fa, lo hanno chiamato eteropoiesi ed è lo spazio della progettazione, il congegno e l’ingegno. L’eteropoiesi è l’anticipazione, il luogo della intuizione e della programmazione, l’applicazione dell’intelligenza in arti e mestieri, l’immenso della trasformazione umana dell’universo, la mediazione tra essenza ed esistenza, l’interfaccia di significati che frequentiamo, ciò che è concepibile, lo specchio offuscato delle nostre speranze e delle nostre ambizioni. 

È nella eteropoiesi che si combinano, con maggiore o minore maestria, tecnica e tecnologia, il metodo e la logica, la scienza e la coscienza. L’aspetto più significativo dell’eteropoiesi è il linguaggio, che ha sviluppato nel sovrannaturale il nostro cervello e che rappresenta la sintesi delle complesse e vertiginose condizioni di autodeterminazione dell’umanità. Il linguaggio è la forma che assume il pensiero. Ogni volta che tentiamo di dipanare l’intrigata matassa dei suoi termini e dei suoi concetti la nostra conoscenza si estende.

È questo il miracolo della divulgazione didattica: il docente ottiene molto di più del discente dalla sua stessa esplicazione. Il linguaggio, dentro cui c’è tutto, questo eterogeneo prodotto inintenzionale della musica, cioè della capacità di governare i suoni gutturali per trasformarli in icone sonore, nei simboli che sono il permanente e “semplice ricatto all’intelligenza”, il linguaggio ha stratificato verticalmente e orizzontalmente la nostra gestalt con piccoli improvvidi riconoscimenti; ci ha dato una prospettiva ed ha identificato le regolarità, tipologie e classificazioni; ha selezionato con criterio le differenze; ha codificato termini insuperabili e denotativi e li ha contenuti in un vocabolario che, con serenità e calma, tollera le irriverenti intromissioni degli artifici letterari e tecnologici, specialistici e pubblicitari, slangs e slogan.

Ed è tramite il linguaggio che ci dotiamo ogni giorno dei meccanismi di apprendimento propri, tecniche di avventurosa sperimentazione, metodologie di minuziosa rilevazione. Il linguaggio è l’ameba primordiale del nostro mutevole pensiero che ha generato, per differenziazioni, le molteplici razze che frequentano il mondo della erudizione.

Il linguaggio della conoscenza è il nostro mare magnum, popolato da una miriade di materie inesplorate, competenze impensate e professionalità inusitate, di veri e propri sistemi di ricerca, di settori ignoti e ignorati. Ma grazie al linguaggio della educazione noi abbiamo una rete che ci permette di pescare alla rinfusa e poi di selezionare, di osservare, di pensare, di capire e di scegliere. Ed è grazie al linguaggio della divulgazione che ci possiamo spiegare, possiamo decodificare concetti e concezioni che, quando le abbiamo colte ci sembravano difficoltose e molto tecniche, ma ora che le raccogliamo risplendono della loro maestosa semplicità.

Il livello di conoscenza medio è oggi più ampio. Pur con eclatanti lacune, non si può negare il maggiore volume informativo e nemmeno la migliore dimestichezza a trattare le questioni complicate. La chiarezza, diceva Ortega y Gasset, è la cortesia del filosofo.

Se per migliaia di anni le elaborazioni dell’intelletto sono rimaste bloccate a ruotare attorno ad un suo iniziale nucleo - in un secolare loop -, da un pò di tempo in qua la scienza è entrata in una fase di accelerazione senza precedenti; è diventata un potere autonomo, spesso autoreferenziale e talvolta incontrollabile.

Tutto si è svolto nell’eteropoiesi, nella nostra pervicace volontà di realizzare i sogni, in questo “intreccio fattuale e normativo che coinvolge, crea ed utilizza simultaneamente sistemi di concettualizzazioni e sistemi di valori[2].

Tutto si è svolto tra istituzione e educazione. La funzione storica delle istituzioni è consistita nel trasferire valori e principi culturali in forme e regole di organizzazione sociale. L’educazione ha tradotto principi e valori individuali e collettivi in modelli culturali di orientamento all’azione.


[1] Maturana H. R. e Varela F.J., Autopoiesi e cognizione, Marsilio, Venezia 1985

[2] Montesano e Munari, Strategie del sapere, Dedalo, Bari 1984.

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