8.1 - Who says what, to whom, in what channel, with what effect?

Un magico testo di Borghes, intitolato Del rigore della scienza, credo tratto da una nota di Suàrez Mirando, recita: “…in quell’Impero, l’Arte della Cartografia raggiunse tale Perfezione che la mappa di una sola Provincia occupava una sola Città, e la mappa dell’impero, tutta una Provincia. Col tempo, codeste Mappe Smisurate non soddisfecero e i Collegi dei Cartografi eressero una Mappa dell’Impero, che uguagliava in grandezza l’Impero e coincideva puntualmente con esso. Meno Dedite allo Studio della Cartografia, le Generazioni Successive compresero che quella vasta Mappa era Inutile e non senza Empietà la abbandonarono alle Inclemenze del Sole e degli Inverni. Nei deserti dell’Ovest rimangono lacere Rovine della Mappa, abitate da Animali e Mendichi; in tutto il Paese non è altra reliquia delle Discipline Geografiche.”[1].

Il testo è magico perché illumina e, come tutte le magie, ha una sua invadente unicità. Spiega in poche parole l’intreccio dei significati dell’universo.

Come abbiamo fatto noi, generazioni successive, a non cedere all’inganno di una scienza che sia talmente rigorosa da non esistere? Come abbiamo fatto a contenere migliaia di imperi in un solo micro cip senza perdere la perfezione della sua mappa? Come abbiamo potuto evitare che le lacere rovine di una conoscenza frammentaria restassero disperse nei deserti e che, anziché abitate da animali e mendichi, fossero preda di quei “borghesi sviati” che Thomas Man voleva fossero intellettuali e scienziati? Come abbiamo fatto infine a fare in modo che le nostre discipline non diventassero reliquie pur mantenendo nell’infinitamente piccolo gli inalterati caratteri dell’infinitamente grande?

Ci siamo dati una metodologia che ci permettesse di conoscere la realtà senza doverla necessariamente riprodurre e spesso senza nemmeno necessariamente poterla vedere. Un metodo e una logica che sono il fondamento della capacità di sopravvivere nella complessità epistemologica della modernità.

E quando abbandoniamo il metodo e la logica della nostra conoscenza, cediamo inevitabilmente alla empietà della nostra mappa cognitiva abbandonata alle inclemenze del sole e degli inverni. Perdiamo la perfezione e torniamo a vivere nel deserto: mendichi tra gli animali.

L’educazione, la formazione, ci evita questo rischio dannato, perché ci rende il metodo e la logica, oltre i singolari contenuti, che ci permettono di conoscere e interpretare le piccole mappe dell’universo. Fino alla essenziale verifica se quel che sappiamo è vero o falso, se lo sappiamo davvero o no. Fino alla docimologia.

Dunque la “questione educativa” è ormai totalmente fusa e confusa nella “questione scientifica”. Spiegare è ormai uno spiegarsi. Esprimersi è una azione comunicativa indispensabile alla conoscenza, un modo per organizzare la conoscenza eliminando strutture dissipative e preservando strutture conservative. Lo aveva capito Piaget, che era per me principalmente epistemologo, quando affermava che “l’intelligenza organizza il mondo organizza se stessa”.

Pertanto abbiamo sempre più bisogno di “macchine interpreti”, cioè di strumenti in grado di tradurre i complicati linguaggi che vengono continuamente prodotti con le conoscenze in linguaggio comune e generale. Questi strumenti sono le scuole di ogni ordine e grado. E siamo noi, i docenti. Oggi è anche internet. E più di tutti, la televisione. Nella società della comunicazione la “questione educativa” è sempre più una questione di Tecnologie Educative. La questione metodologica tende ad essere ogni volta dimenticata e ogni volta tornano le crepe e le lacere rovine delle mappe. Addirittura, quando accade che la conoscenza è il potere, quella metodologia è un pericolo, una minaccia e deve perdere la sua anima nella assoluta e incomprensibile specializzazione, nella inutile perfezione auto rappresentativa – come la matematica – e diventare una trasparenza, un ologramma, un fantasma.

L’obiettivo del potere moderno è didattico; ed è prima di tutto un obiettivo di divulgazione. Il convincimento per l’asservimento. Condizionamento mediatico. Input e output, sostituzione della rappresentanza con la responsività. Della comprensione non c’è bisogno. Tanto meno della spiegazione critica dei fenomeni sociali. Basta uno slogan acritico. È sufficiente un clichè mediatico.

Se tutti temono la conoscenza ed emarginano chi la esprime in modo comprensibile, semplice, talvolta banale, nessuno può escludere la scienza indispensabile alla salute, alla tutela dei corpi e della mente. A patto che divenga sempre meno comprensibile. Andare da un medico, da un avvocato, da un ingegnere o da un commercialista è ormai un atto di fede.

I linguaggi sono talmente specialistici da essere diventati ormai impenetrabili, i concetti molto difficoltosi e decisamente esclusivi. Nella società della comunicazione di massa i sottosistemi preservano la loro autonomia con codici di riconoscimento incomunicabili.

Più la scienza espande i confini della conoscenza e più si specializza, sempre più cioè si addentra in labirinti di microcompetenza che presumono un’immensa quantità di concetti propedeutici, senza i quali non è possibile alcuna cognizione.

E il ritmo della specializzazione è frenetico, segue le scoperte singole e singolari, si apre nuovi ambiti alla competenza, nuovi settori di ricerca, veri e propri sistemi autoreferenziali con informazioni e cognizioni che una cultura media non può padroneggiare. Non so se questa crescita, questa frenesia nella proliferazione della scienza, sia o meno uno “sviluppo spontaneo, che presenta un aspetto quasi biologico e risulta direttamente dalle leggi di strutturazione proprie dell’intelligenza[2]. Posso dire, però, che la base del potere nella società della comunicazione è proprio nella capacità di governare l’intelligenza che “organizza il mondo organizzando se stessa[3].

Il cleavage, la demarcazione la differenza tra la tirannide e la democrazia della comunicazione passa esclusivamente in questa diversa accezione del potere: chi teme la conoscenza collettiva e il confronto critico e chi no; chi controlla l’educazione, la formazione, tutto ciò che libera il comportamento degli individui e chi no.



[1] Borges J. Luis, L’artefice, in OPERE, Mondatori, Milano 1984. Tratto da Suàrez Miranda, Viaggi di uomini prudenti, libro quarto, cap. XLV, Lurida, 1658.

[2] Piaget Jean, Le scienze dell'uomo, Laterza, Bari, 1983, pag.100.

[3] idem

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