7 – Simbiosi e similarità cognitiva della wetware pedagogy.

Se non fosse morto prematuro e in circostanze equivoche, in un suicido probabilmente simulato ancora in realtà da definire, Alan Turing sarebbe arrivato da molto tempo al wetware. Alla fine della sua vita, a partire dalle equazioni sulla morfogenesi fino allo studio sulle foglie, Alan Turing infatti pensava di poter raggiungere la realizzazione della intelligenza artificiale fondendo i meccanismo logici, matematici ed informatici con i processi biologici di formazione e formalizzazione delle figure esistenti[1]. Anche se non è stato chiaramente ancora azzardato, siamo convinti che se non fosse morto in circostanze così misteriose dietro l’apparente chiarezza del suicidio, Alan Turing sarebbe arrivato molto tempo prima dove siamo arrivati tutti noi oggi, in modo inintenzionale ed ancora senza coscienza: avrebbe scoperto il wetware.

Wetware è interazione e integrazione tra cervello umano e software; potenziamento del sistema nervoso centrale con protesi tecnologiche, tramite processi logici di astrazione e computazione. Wetware è il nostro cervello che sta dietro e, ancor di più, dentro pratiche di programmazione e gestione di progetti software; o viceversa, pratiche di programmazione e progetti di gestione software che stanno dietro e dentro il nostro cervello. Wetware è la nostra capacità elaborativa complessiva, gli ambiti della neuroscienza e della informatica che trasformano definitivamente e inequivocabilmente potenziano le nostre capacità cognitive e di apprendimento. Wetware è un nuovo generale modo di pensare e di programmare, un nuovo problem solving, skill di conoscenze umane che non si possono avere senza lo sviluppo di software dedicati alla estensione delle nostre capacità di comunicazione e di apprendimento. Wetware è mix di logica e metodologia umana e tecnica, tecno-logica, azione e di programmazione, linguaggio e cibernetica, teoria generale della informazione e della comunicazione. Wetware sono le “interazioni pertinenti[2] che una rete neurale individua per definire i domini relazionali e i principi di similarità delle loro connessioni. Wetware siamo noi, tutti i giorni, quando entrando in casa abbiamo bisogno di accendere un televisore o una radio per soffocare gli stati d’ansia che il silenzio induce. Wetware sono i nostri figli, più esperti dei genitori nella gestione della tecnologia, e che quindi hanno totalmente superato ogni influenza della esperienza. Wetware è l’infinita conoscenza umana che la storia ha dimostrato essere potenziata in modo esponenziale grazie alle tecnologie: a partire dalla ruota – se non addirittura dalla mano come primo strumento tecnologico dopo la conquista della posizione retta – fino ai moderni cognitive shift che sono le funzioni necessarie per accrescere l’utilizzo dell’ R-mode celebrale (l’emisfero destro del cervello considerato come la composizione integrata di due CPU) e la sua capacità di sincronizzazione con L-mode (l’emisfero sinistro del cervello); o addirittura i cognitive biases che sono gli elementi di processi mentali erronei, una specie di virus logici che inducono decisioni sbagliate. Il wetware è molto più quotidiano e frequente di quanto possono immaginare gli esperti e i fondi buttati dal Pentagono[3]. Basta prendere un tablet di ultima generazione e vedere come i giovani di oggi immagazzinano immagini. Attribuiscono una volta sola un nome a un personaggio in una foto e il telefono lo riconoscerà, con nome e congnome,  ogni volta che compare la sua immagine. Questo è già wetware.


Secondo Derrick De Kerckhove, indiscutibile erede di Marshal McLuhan, la società umana può essere suddivisa in quattro epoche: una appartenente all’era pre-mediatica, l’epoca del pensiero orale; tre appartenenti all’era mediale, l’epoca del pensiero scrittura, l’epoca del pensiero schermo e quella del pensiero delle reti[4]. Il pensiero orale, nell’era premediatica è prima di tutto una cultura contestualizzata, riferita ad un luogo e ad uno spazio definito, in cui il sapiente non è separato dal sapere[5]. Inoltre la cultura orale non prolifica in diverse configurazioni e la capacità oratoria non determina una crescita nella stratificazione sociale. Anzi, poiché il sapere non è separato dal sapiente, procura al suo oratore innumerevoli guai, come Cristo e Socrate potrebbero testimoniare. La cultura orale inoltre non ha storia, o almeno non ha il concetto di storia che abbiamo noi. È caratterizzata prevalentemente dal mito e dalla rappresentazione di forme immaginifiche. Per credere all’oratore possono essere presentati dei testimoni o attribuire significati particolari ad eventi singolari. La memoria individuale assume la forma della legenda collettiva. La conoscenza si trasmette con l’esperienza e il racconto, senza immagazzinamento, passando di testa in testa, di ricordo in ricordo, in una storia che non ha confini di tempo in un luogo circoscritto nello spazio. Il passato non è mai recuperabile. È sempre un ricordo presente. Non c’è apprendimento effettivo. C’è addestramento fisico e cognitivo. La scomparsa di ogni persona è la scomparsa di ogni conoscenza. Per trasmettere reciprocamente informazioni, oratore e ascoltatore devono convivere in una spazio di tempo comune, devono essere entrambi presenti, l’uno di fronte all’altro.  Contemporaneamente[6].  Con l’avvento del pensiero scrittura naturalmente cambia tutto. Per Derrick De Kerckhove il primo processo è quello di sostituzione: i meccanismi della memoria orale vengono soppiantati e, in qualche modo, delegati al  “primato della ripetizione” delle tecniche di archiviazione; ciò permette di distribuire il sapere in nuove aree geografiche, in nuove realtà, in altri ambienti e quindi cambiano i rapporti tra testo e contesto. Il secondo processo è quello della proliferazione degli usi e della tecnologia; la tecnologia, infatti, permette di codificare usi e costumi, regole di comportamento sociale, “la codifica di tipo grafico tende a ricoprire la memoria delle regole (sistema giuridico), dei luoghi (geografia), degli avvenimenti (storia) e delle tecniche (scienze).”[7] Il terzo processo è quello della riconfigurazione dell’ordine sociale e politico di una determinata cultura. I sistemi di comunicazione servono, da un lato a gestire i territori e a codificare norme di tutela per la stabilità degli stati, dall’altro, la scrittura, apre nuovi orizzonti, stimola la fantasia e la creatività con piccoli accenni di futuro, un nuovo orientamento generale verso l’avvenire e il progresso.

La terza transizione individuata da Derrick De Kerckove è quella dell’avvento del pensiero schermo. Probabilmente per non tradire il famoso assioma di Marshall McLuhan secondo cui “il medium è il messaggio[8], De Kerckhove distingue tra schermi diversi che producono naturalmente diverse forme di pensiero; una cosa è il pensiero schermo della televisione, ben altra è il pensiero schermo del computer, specie se il computer è collegato in internet. In ogni caso, il prodotto evidente della terza transizione la creazione di una intelligenza collettiva e, in certi momenti di particolare tensione sociale, di una emozione collettiva incontrollata. Alla fine, tutto il processo attuato dal pensiero schermo è quello di esternare i meccanismi mentali che il pensiero scrittura aveva strutturato, trasformare i media in psicoteconologie e la società in un fenomeno neuroculturale. La televisione collettivizza l’immaginario dei teleutenti, sia schermo cinema, sia piccolo schermo casalingo e genera un rito di pensiero collettivo: alla fine “nell’orario del telegiornale, tutti i giorni, una parte importante della nazione (per non dire “tutta” la nazione) tratta pressappoco lo stesso contenuto psicosensoriale. Perciò la radio e la televisione non sono dei media di massa soltanto perché si rivolgono a così tante persone insieme, ma anche perché riescono a fare una sostanza unica del pensiero collettivo che risvegliano e che nutrono[9].

Ben diverso è il pensiero schermo del computer in internet, che apre le porte all’avvento del pensiero delle reti, la nuova forma mentis dell’era contemporanea.  Il principale elemento delle reti è quello della integrazione, si integrano le tecnologie e si integrano i pensieri. L’intelligenza collettiva si trasforma in intelligenza connettiva. Il pensiero connettivo si spalma, si distende, si dispone sullo schermo collegando i singoli poli della rete, come una estensione biotecnologica del corpo e della mente. Le reti stesse non sono altro che “disposizioni di pensiero connettivo sullo schermo[10]. Si tratta di una vera e propria nuova configurazione psicologica, di comunità psichiche che noi chiamiamo domini relazionali. Si tratta di una ricostruzione virtuale di scenari di verità utili alla formazione di una memoria del mondo che è la memoria di tutti, accessibile a tutti, che offre a tutti “la possibilità di aprirsi al mondo[11]. Tuttavia questa mind connect statica non serve a nessuno. Al suo interno bisogna sapersi muovere, saper selezionare le informazioni, evitare di essere soffocati dalla sindrome di Shannon[12], il surplus informativo che ci svuota e disorienta. Occorre una action direct o, come scrisse una volta Giovanni Sartori, una “azione intelligentemente condotta[13], che sia addirittura capace di rompere e corrompere i gradi di pertinenza abituali dei nostri pensieri. Si sta sviluppando una impertinenza di nuova generazione, un’altra eccentricità, che offra alla nostra intelligenza la possibilità di superare le pertinenze logiche e semiologiche dei link. Questa impertinenza si chiama mind-machine-connect-direct[14] ed è il nostro wetware: “potremmo attenderci abbastanza presto dei nuovi sviluppi tecnici che diano la possibilità di un contatto in presa diretta sul web, con dei motori di ricerca istantanei che diano accesso ad una memoria collettiva prodigiosa, e anche ad agenti intelligenti capaci di allacciare e intrecciare le nostre conoscenze collettive[15]. Derrick De Kerckhove la chiama “interfaccia in presa diretta[16] come “stadio di autoriflessione su tutte le fonti di una stessa attività cognitiva, comune a tutti[17]; un modo, una sfida, la sfida pedagogica moderna “di accrescere l’intelligenza umana in tempo reale[18]. È il nostro wetware.

 La sintonia, forse la similarità, tra  l’impostazione teorica di Derrick De Kerckhove e la nostra è veramente ampia, con grandissime possibilità di integrazione. Evidentemente l’intelligenza connettiva esiste già e differenti elaborazioni portano alle medesime conclusioni. Anche per noi l’evoluzione storica dell’umanità può essere suddivisa in 4 grandi mutazioni. “Quattro cosmogonie. Quattro fantasie. Comunque quattro narrazioni variamente denominate: l’epoca migrante, quella agricola o secondaria o preindustriale, quella industriale e industriale; l’era della complessità fisiologica, ontologica, logica ed epistemologica.”[19] Dal nostro punto di vista, la storia dell’umanità può essere scandita da queste quattro fasi, l’una totalmente diversa dall’altra, per questo chiamate cosmogonie: perché cambia totalmente l’universo intero delle cose,  l’interpretazione dei fenomeni e il modo di vivere. Sono solo quattro mutazioni, quattro grandi transizioni, quattro segmenti di storia che contengono la nostra esistenza nel mondo. Ogni cosmogonia reclama una propria logica (logica endofasia, logica formale, logica computazionale e logica quantistica) e dunque una nuova filosofia, una nuova interpretazione di sé nell’universo. E forse anche più di una.

Nella storia, le filosofie di interpretazione del fenomeno, dell’apprendimento e della conoscenza, sono state molte. Quelle che hanno interpretato la pedagogia una infinità. Diverse in relazione ai diversi osservatori. Forse nessuno di loro sbagliava. Forse semplicemente vedevano cose diverse dello stesso fenomeno o addirittura le stesse cose di diversi momenti evolutivi degli stessi fenomeni. Diverse gestalt. Il giudizio che non condividiamo può essere sbagliato, certo. Ma può anche essere che non osserviamo dallo stesso punto di osservazione, lo stesso fenomeno visto da punti di vista diversi. Anche l’apprendimento cambia in funzione della mutazione storica. Anzi, cambiano principalmente le forme di conoscenza. Anche la pedagogia, possiamo dire, proprio la pedagogia cambia natura e funzione in ciascuna delle cosmogonie che abbiamo vissuto. Dal nostro punto di vista, allora[20], abbiamo  potuto suddividere quattro connotazioni prevalenti, corrispondentemente alle quattro cosmogonie.

La prima cosmogonia, quella prescientifica e del mito, l’epoca del tempo e della conoscenza, del rito e della scoperta. L’epoca in cui l’uomo ha sviluppato il suo cervello utilizzando la logica endofasica, l’associazione tra figura e contesto, testo e contesto, pian piano la sequenzialità, l’associazione, come sostiene Vygotskij[21], tra pensiero e linguaggio. Il mito è il primo non-luogo, puro tempo senza spazio, dove c’era un solo processo rilevante, quello della nascita, mentre  la morte faceva fatica a distinguersi da altri fenomeni della vita. Tutto restava uguale, tutto restava come doveva essere: gli anziani che ci osservano (il passato che giudica), le donne che sostengono (l’amore che conduce), i bambini che guidano (il futuro che induce), l’ uomo che vive agli albori della sua coscienza. Esisteva solo la genesi e non c’era la fine. L’epoca dell’ontopower, il potere ontologico della sopravvivenza[22].

La seconda cosmogonia, quella della logica che acquisisce una sua forma, una struttura e un corpo, quella del potenza poltica che si presenta alla storia con tutto il suo egocentrismo (egopower), della organizzazione dello spazio e della verticalizzazione del potere, quando l’uomo migrante, diventato sedentario, ha costituito lo Stato, ai piedi del Nilo, sotto il dominio di Nermer,  il primo faraone, in Egitto. Nasce il luogo, il posto in cui ciascuno vive. Il posto in cui depositare il corpo. Nasce la morte, il confine tra un noi e un loro; il concetto di transizione. Nasce la polis, ciò che trasforma l’uomo in cittadino. Nasce la conoscenza scientifica. Generata dalla costituzione del primo Stato che dialetticamente manteneva la dualità (Alto e Basso Egitto) in una unità (il dominio del faraone), la logica formale si è espressa in Grecia, dopo il simbolico assassinio del padre, successivamente alla codificazione del pensiero orale in testo scritto, quando il racconto dell’Iliade è diventato opera poetica, con la morte di Achille, l’eroe invincibile ed invulnerabile, simbolicamente considerato il dio mitologico del tempo, e con la vittoria di Agamennone, simbolicamente considerabile il signore della terra e dell’organizzazione, alleato ad Ulisse, a sua volta simbolo del pensiero razionale e ragionevole, scienza e politica, uomo che torna alle sue origini celebrali tramite la scoperta cognitiva del nuovo, la strada della conoscenza di altri mondi che ti riporta inevitabilmente indietro, all’Itaca che ciascuno conserva costantemente dentro di sé.

La terza cosmogonia, quella del biopower e della coscienza di sé, o meglio,  quella del dominio singolare del sé: l’avvento della logica computazionale come  grande strumento dell’avere e dell’essere[23], quando, per dirla alla Piaget, “l’intelligenza organizza il mondo organizzando se stessa[24]. È la logica la incommensurabile variabile del mondo, che costruisce macchine interpreti e supporti celebrali nella forma ormai nota dei computer. La grande mutazione industriale e sociale che, per mezzo di una tecnologia inusitata e insperata, decodifica codici enigmatici e potenzia il cervello umano; produce ricchezza e confort e che illumina gli stati occulti della nostra incoscienza. Esplodono dunque l’economia, la logica della organizzazione esterna, e la psicologia, la logica della organizzazione interna: disponibilità di oggetti e soggetti;  controllo totale della natura e degli esseri viventi. Il Logos è unità, opposizione e contrasto. È l’idea del caos possibile e della complessità probabile. 

La quarta cosmogonia è quella della comunicazione, inintenzionale, totalmente priva e privata di una singola Realtà indivisibile. È fatta di input e di output, di standard, di linguaggi, di segni, di regole sintattiche e di codici semantici, di connessioni, di vuoti, di dipendenza e di interdipendenza, di funzioni e di prestazioni; ma più di tutto è fatta dal potere irresponsabile della opinione pubblica.  È l’affermazione della  logica quantistica di Garrett Birkhoff e John von Neumann[25],  la scoperta degli stati di logica non conforme alla struttura classica,  la logica che mette in discussione il linguaggio[26], con la confutazione della legge della distributività, che alla fine dimostra la impossibilità di descrivere l’esperienza tramite le categorie e le tipologie della logica formale e della logica computazionale,  che distingue la verità del mondo dalla realtà del mondo, che definisce la possibilità di risolvere gli apparenti paradossi dell’esistenza umana soltanto con nuovi processi mentali, nuovi concetti e nuove concezioni, liberate dalla rigidità dei sillogismi formali. La nostra educazione al principio di non contraddizione ci impone di decidere se è vero questo o quello, ma nella realtà può essere vero sia questo che quello, c’è almeno una alternativa in più o vi sono, quasi sempre, una infinità di alternative possibili. Nella realtà a due entità definite (verità) esistono una infinità di condizioni intermedie, al bianco e al nero si contrappongono infinite variazioni di colore e anche infinite variazioni dello stesso biano e dello stesso nero. Tutte vere. Tutte reali. Scegliere un colore solo come definito o prevalente è soltanto una illusione, una comoda convenzione. Scegliere una sola verità sociale o una verità prevalente è ugualmente una illusione o una comodità convenzionale. Una espressione di potere. L’avvento dell’epipower, il potere epistemologico sulla verità che controlla e produce la realtà che ci conviene. 

Anche la pedagogia è cambiata in funzione delle 4 cosmogonie, che possono essere per questo denominate: l’epoca della cognizione, quando gli uomini hanno imparate la potenzialità dell’apprendimento e alla forza del cervello; l’epoca della educazione, il passaggio dalla paideia all’ecumune, la consapevolezza della conoscenza; l’epoca dell’azione, la competenza nella trasformazione delle conoscenze in atti, in programmazione, il passaggio dalle scienze della pedagogia alle scienze dell’educazione; l’epoca della relazione, la plusvalenza contenutistica presente nello scambio di informazione e comunicazione, il valore culturale delle connessioni, il network glocale della conoscenza in cui viviamo. Ma gli agenti educativi tradizionali non sanno niente di tutto questo. Ignorano che i nuovi studenti sono nativi digitali e continuano a svolgere programmi obsoleti con didattiche estranee alle grandi mutazioni logiche e tecnologiche del mondo moderno. Le scuole, di ogni ordine e grado, sono totalmente ignare dei quattro livelli di logica e della logica quantistica applicata alla conoscenza sociale quotidiana; nulla sanno dei processi di apprendimento reali, continuano cieche e sorde alle grandi trasformazioni e alle esigenze di apprendimento.  L’unica cosa che viene trasmessa agli studenti è una tecnica, più o meno astuta, per superare esami o interrogazioni. La conoscenza è altrove.  È nella rete. Istituti e istituzioni universitarie e scolastiche sono rimasto fuori rete.

Uno dei processi di apprendimento in qualsiasi area è, ad esempio, il modello Dreyfus in cui si riconosce quanto siano sorprendentemente simili a quello informatico le acquisizioni cognitive in quasi tutti i settori professionali. E questo per i conoscitori della epigenetica, è quasi ovvio. I nativi digitali sono epigeneticamente adattati al proprio contesto culturale e quindi hanno interiorizzato una comune metodologia di acquisizione cognitiva. Il modello Dreyfus è suddiviso in quattro fasi di osservazione, imitazione, assimilazione e innovazione. E in tutti i casi i processi di crescita in termini qualitativa e in termini quantitativi dei propri skill professionali prevede 5 precisi step:

1.     Novice, che è il livello di apprendimento delle regole e delle procedure, dei comportamenti ricorrenti e di quelli usuali;

2.     Advanced Beginner, che consiste nella conoscenza specialistica di segmenti specifici senza la necessità di acquisire una visione globale;

3.     Competent, è il livello di chi si mostra in condizione di risolvere autonomamente alcuni problemi professionali;

4.     Proficient, il livello di chi ha la possibilità, il potere e la intelligenza di autocorregersi;

5.     Expert, coloro che possono permettersi di avere una visione globale e possono lavorare con razionalità e intuizione.

Credete che esista un percorso universitario o un corso di formazione, in Italia, che si ponga il problema che l’apprendimento è un processo, secondo il Dreyfus model, e non un singolo atto?

 Nemmeno uno.

Eppure è a questi tipi di processi presenti nell’universo dei domini relazionali che la interconnessione dei cervelli si adatta sempre più, appunto secondo le regole logiche e antropologiche della epigenetica. È comprendere quei modelli, di cui quello Dreyfus è soltanto uno,  che ti servirà poi, nel mondo reale della vita e del lavoro; è quel processo indispensabile per il soddisfacimento dei propri bisogni di autorealizzazione e quindi alla propria autoformazione permanente; è sempre quello stesso processo che i nostri figli hanno già acquisito e che già utilizzano in quanto frequentatori abituali della rete. La loro potenza che supera ogni potere dell’accademia è provata dal fatto che, senza alcuna scuola e senza alcuna specializzazione istituzionale, i giovani, molto più spesso di quel che non si creda e senza traumatiche difficoltà, sono in grado di passare tranquillamente da utenti a programmatori. 

Che cosa succede, allora,  quando una tecnologia impatta così profondamente con il sistema sociale da produrre un major event, cioè una innovazione sociale strutturale, una sfasatura definitiva tra testo e contesto?

Abbiamo alcuni casi storici a cui far riferimento, dalla introduzione della scrittura alla galassia Gutenberg, dalla rivoluzione agricola alla rivoluzione industriale, dalla invenzione del telefono ad internet.

Prima di tutto, seguendo lo schema proposto e accolto di De Kerckhove, abbiamo una "riconfigurazione dell'ordine e sociale e politico di una cultura"[27] che, a sua volta, induce "un nuovo orientamento generale verso l'avvenire e il progresso"[28]. Si passa "dal razionalismo profano"[29] della prima ora al "razionalismo critico"[30] della conclusione. E questo passaggio è scandito dallo sviluppo di nuove logiche acquisitive della conoscenza e da nuovi criteri di apprendimento. Una nuova metodologia e una nuova didattica.

Anche nuove Agenzie Educative?

Non è detto.

Se queste nuove metodologie e nuove didattiche vengono comprese, apprese e pretese (utilizzate) dalle Agenzie Educative esistenti, la funzione pedagogica resta immutata o, anzi, può essere ripristinata, possiamo dire, salvata e migliorata. Se, al contrario, le nuove metodologie e didattiche vengono ignorate, per incuria, per pigrizia o per privilegio di casta, gli Agenti Educativi tradizionali cadono in desuetudine come le foglie morte di Carlo Arturo Jemolo[31], si trasformano in noiosi istituti di ripetizione del cliché[32], privi e privati di qualsiasi innovazione, preda della acerrima prevalenza di ogni burocrazia. Forme senza sostanza, inutili e, per molti aspetti, dannose. Si ergono a giudici. Poiché hanno imposto, in modo autoreferenziale, la propria fondamentale capacità di attribuzione della competenza altrui, servono solo come titolificio, aziende di produzione diplomi di studio in serie tayloristica. E la funzione pedagogica, naturalmente, viene svolta da nuovi Agenti Educativi.

Gli studenti lo sanno benissimo. E lo sanno purtroppo anche i docenti, spesso acquattati in un modus vivendi opportuno alla tutela del ruolo e della carriera. Ogni volta che vai ad insegnare in una diversa università italiana, trovi studenti costernati e stupefatti che tu voglia fare lezione davvero. Loro sono disponibili e desiderosi; dunque,ti accolgono come una preziosa rarità. La volta successiva ne trovi sempre di più, condotti da un passaparola efficace che viaggia sui canali comunicativi che hanno sostituito le aule scolastiche. Poi te li ritrovi tutti, e molti di più, fuori dall'aula, nei siti internet, nei social network, come amici ansiosi di partecipare ad un complessivo processo di apprendimento e, se possibile, di professionalizzazione. In realtà ti hanno selezionato loro, ti hanno tolto da quella università e ti hanno portato dove loro imparano davvero, nell'universale scambio della rete, nei nuovi agenti educativi.

Non è solo una questione tecnologica. È lì che ci si può educare meglio, mantenendo con tutti un rapporto individualizzato, rispettoso delle esigenze personali di crescita, attento allo sviluppo della propria personalità e delle proprie potenzialità professionali. È lì che sono possibili nuove sperimentazioni metodologiche, aule virtuali permanenti, il controllo in tempo reale delle conoscenze, la scoperta comune di principi e valori contenutistici ulteriori, il controllo delle proprie emozioni. È lì che è possibili una wetware pedagogy.

Tutto questo modo di agire è ormai il patrimonio quotidiano della nostra vita: ma niente del patrimonio della nostra vita è patrimonio delle nostre scuole e delle nostre università. Basti pensare che, nell’epoca della rivoluzione del tempo scelto, le scuole e le università organizzano i corsi secondo i vecchi criteri del tempo imposto. E quando qualcuno tenta una attività esclusivamente telematica, a distanza, viene considerato di secondo livello, una affabulazione, quasi una mistificazione. Quando invece, almeno per la tecnologia utilizzata, la didattica della e.learning è di molto superiore alle soffocanti ragnatele dell'obbligo di frequenza. Un imprimatur che si autogiustifica con verbose capriole teoriche sulla paideia. L'unici scampoli di paideia, oggi, sono rintracciabili, invece, soltanto sui domini relazionali del web. L'evidenza è talmente ampia, che ogni negazione è puramente difensiva.

Allora noi, forse perché liberi dalle rigide maglie della carriera e, in qualche modo, liberati dalla affannosa rincorsa alla cattedra, abbiamo deciso di seguire il fascino della innovazione e tentare la strada ancora molto ignota verso la wetware pedagogy.

Come abbiamo visto precedentamente, i migliori teorici sugli impatti culturali del web considerano la intelligenza connettiva della rete (o delle reti) l’elemento centrale della nuova conoscenza. Il processo di integrazione dei valori cognitivi esterni è certamente la caratterizzazione della nuova era. Si passa definitivamente dal know how al know out, dalla conoscenza che abbiamo dentro a quella che possiamo prendere fuori, in tempo reale, in ogni momento in cui ne avessimo bisogno. Questa disponibilità ci è offerta dal wetware, dalla integrazione tra il cervello umano e il cervello connettivo in internet. La capacità di sapere come e quale conoscenza utilizzare per la soluzione di un problema reale è la nuova pedagogia.

Dei tanti contenuti possibili, che avremo modo successivamente di specificare, uno resta determinante. La wetware pedagogy è inevitabilmente glocale: una didattica e una metodologia in grado di utilizzare l’intelligenza connettiva globale per risolvere problemi reali locali.

La Glocalità   di un fenomeno significa che  qualsiasi punto è il centro, qualsiasi globalità è locale, qualsiasi località è globale e può immettere una minaccia nelle sinapsi celebrali della complessità multimediale, può colpire il cervello, la rete, il network delle organizzazioni internazionali e produrre eventi globali con effetti incontrollati.  Oggi  senza questa impostazione glocale (ovvero multidimensionale) risulta difficile ogni interpretazione.

Il primo autore a proporre al dibattito scientifico il concetto di Glocalizzazione o di glocalismo è stato Zygmunt Bauman[33], il noto sociologo contemporaneo che molto ha contribuito alle analisi sulla trasformazione della società industriale (ovvero la III cosmogonia del “dominio singolare del sé”[34]). Secondo Bauman la localizzazione è una procedura di integrazione tra internet e vari intranet, una forma di integrazione tra la rete universale onnicomprensiva e tante reti locali circoscritte dalla realtà, anche territoriale, che rappresentano. Insomma una proiezione e un assorbimento. E viceversa: la proiezione di un assorbimento. Infatti con la localizzazione gli standard del mercato globale dettano i termini dei format di prodotti e servizi che vengono modificati per il mercato locale in funzione di quella cultura e di quella consuetudine. Gli standard introdotti tecnologici applicati per la comunicazione globale possono assumere un format locale, per imprese o territorio, in funzione alle esigenze soggettive, individuali o addirittura personali. Per la wetware pedagogy che noi proponiamo ogni cervello è un polo della rete globale e al tempo stesso delle reti locali, ogni cervello è un luogo di apprendimento.  E questo ci permette di superare quantisticamente la opposizione dei concetti di globale e locale. Spesso vengono configurati come opposti complementari: quei termini alternativi che hanno senso soltanto se inscindibilmente pronunciati, come amore e odio, vita e morte, bene e male, il lato destro e quello sinistro; due facce opposte della stessa moneta, il Giano bifronte, il mostro senza nuca, ma con due volti irrimediabilmente collegati dallo stesso cervello. Oggi non è più così. La rete ci dimostra la fondatezza della logica quantistica. Si può essere globali e locali al tempo stesso, senza essere né opposti e né alternativi. Tutti gli standard valgono soltanto quando si trasformano in format[35], quando ogni fenomeno globale si tramuta in un evento locale, circoscritto nel tempo e localizzato nello spazio. Contano le interazioni definite tra individui, la presenza, per quanto estesa, delle organizzazioni sul territorio. Non è corretto, dunque, considerare il localismo come una reinterpretazione della teoria classica dei sistemi, secondo cui un sistema complesso è la composizione di diversi sottosistemi. In primo luogo perché un sistema complesso non è mai la mera somma di più sottosistemi. In secondo luogo perché anche un sottosistema, sulla base del principio ologrammatico per cui nel minore ci sono tutti gli elementi del maggiore, può essere un sistema complesso. In terzo luogo – e principalmente – perché il glocale ha contemporaneamente assieme il globale ed il locale, non sono cose separate in relazione tra loro. L’identità del glocale è di essere al tempo stesso e nello stesso luogo un mix di globale e locale. Nella logica computazionale e nella teoria classica dei sistemi c’è ancora una distinzione, un confine, che nella logica quantistica non c’è più. Nel web non esistono più major o minor event. Esistono major e minor event, eventi major che sono anche minor e minor che sono anche major, a seconda dell’onda d’urto, cioè di  quanta forza esercitano sul sistema di comunicazione e sui domini relazionali. In ogni caso, tutti gli eventi in rete sono sempre e comunque contemporaneamente globali e locali: glocali.  È come se su un sistema di assi cartesiani avessimo una curva, la quale guardata con un’altra risoluzione si manifesta in modo diverso. Certo però è più corretto dire che non abbiamo più un sistema di assi cartesiani come sfondo[36].

Ormai, il tema della wetware nella pedagogia, anche se spesso non con questa declaratoria, è trattato solo da paper anglosassoni di ricercatori isolati. Nei testi dell’accademia è totalmente ignorato. Perfino Cambi[37], nella sua bellissima storia della pedagogia, propone molte nuove emergenze educative, ma dimentica totalmente l’impatto dei media, che è un problema pedagogico per eccellenza da sempre.  Eppure, nel lontano 1957, Arnold Gehelen sapeva già che l’uomo del futuro prossimo venturo avrebbe “tessuto intorno al globo la sua rete d’acciaio e senza fili[38]. Eppure ci aveva avvisato della “metamorfosi del mondo[39] a cui andavamo incontro. Si trattava, diceva, di “un rivolgimento paragonabile, per la sua profondità, soltanto alla rivoluzione neolitica, quell’epoca della preistoria in cui l’uomo abbandonò l’esistenza del cacciatore, volgendosi all’agricoltura e all’allevamento del bestiame, scelse la vita sedentaria e, con essa, di conseguenza, l’agglomerato urbano, la differenziazione della ricchezza, il dominio, la divisione del lavoro e non da ultimo divinità anch’esse sedentarie con i loro templi e i loro culti[40]. Così è stato. Inutilmente: perché invece, le nostre accademie sono state totalmente ignare degli impatti dei media sulla struttura di apprendimento dei nuovi studenti. Ancora oggi si immagina di formare un’anima interna agli individui, un cervello dentro una scatola cranica, si crede di conformare un pensiero individuale che nella società connettiva non esiste più.

Davvero qualcuno ancora pensa che basti una lezione illuminante per accendere l’intelligenza sopita di un ammaliato discente? Davvero qualcuna immagina di trasmettere la conoscenza con la propria oratoria e senza l’ausilio di una strategia didattica via web?

L’unica cosa che possiamo fare noi docenti è far conoscere la conoscenza, indicare un metodo e una logica, la capacità di agire comunicativamente per permettere a ciascuno l’autoproduzione dei propri contenuti. Superare il potere dell’accademia ormai privo di ogni potenza pedagogica e privato delle possibilità della didattica, questa è la prospettiva del wetware che si sviluppa in modo inintenzionale nei network glocali moderni.


[1] Per tutti: Hodges Andrew, ALAN TURING, Bollati Boringhieri, Torino 1973

[2] Kerckhove (de) Derrick, DALL’ALFABETO A INTERNET, Mimesis, Milano 2008

[3] Sembra che da anni una agenzia di ricerca avanzata del Pentagono (Darpa), stia investendo su tecnologie finalizzate all'integrazione tra hardware, software e wetware. Uno dei progetti finanziati da Darpa, il C3Vision (Sistema di visione accoppiata computer - corteccia), dovrebbe realizzare una interfaccia tra cervello e computer per l'identificazione di immagini con una velocità superiore a quella della coscienza umana. Con un particolare casco per elettroencefalogramma collegato ad un computer, un essere umano sarà in grado di visionare filmati rilevando anche elementi rilevabili solo inconsciamente, oppure potrà monitorare filmati che scorrono a velocità molto maggiori del normale.

[4] De kerckhove Derrick, DALL’ALFABETO A INTERNET, Mimesis, Milano 2008

[5] Havelock Eric, CULTURA ORALE E CIVITA’ DELLA SCRITTURA,

[6] evitiamo di inserire tutti gli effetti logici e psicologici della cultura orale, di cui qui si è data soltanto una connotazione descrittiva. Per maggiori approfondimenti si rimanda a Ong J.Walter, ORALITA’ E SCRITTURA. LE  TECNOLOGIE DELLA PAROLA, Il Mulino, Bologna 1986

[7] Kerckhove (de) Derrick, cit., 2008

[8] McLuhan Marshall, GLI STRUMENTI DEL COMUNICARE, Il Saggiatore, Milano 1967

[9] Kerckhove (de) Derrick, cit., 2008

[10] Kerckhove (de) Derrick, cit., 2008

[11] Kerckhove (de) Derrick, cit., 2008

[12] Ceci A., INTELLIGENCE E DEMOCRAZIA, Rubettino, Soveria Mannelli, 2006

[13] Sartori G. LA POLITICA. LOGICA E METODO DELLE SCIENZE SOCIALI, Surgarco, Milano

[14] Kerckhove (de) Derrick, cit., 2008

[15] Kerckhove (de) Derrick, cit., 2008

[16] Kerckhove (de) Derrick, cit., 2008

[17] Kerckhove (de) Derrick, cit., 2008

[18] Kerckhove (de) Derrick, cit., 2008

[19] Ceci Alessandro, TRILOGIA DELLA CITTA’ CONVIVIALE, 1. ANTROPOLOGIA DELLA SICUREZZA, Eurilink, Roma 2010

[20] condizionato dalla fenomenologia del potere di Guglielmo Ferrero, che definisce le tipologie del potere sulla base dei criteri di legittimazione Ferrero Guglielmo, POTERE,

[21] Vygotskij L. S., LINGUAGGIO E PENSIERO, Laterza, Bari 1934

[22] Ceci A., COSMOGONIE DEL POTERE, Ibiskos, Empoli 2012

[23] Fromm E., ESSERE O AVERE,  Mondadori, Milano 1977

[24] Piaget J., PSICOLOGIA DELLA INTELLIGENZA, Giunti, Milano 2012

[25] Birkhoff G. - Neumann (von) John, THE LOGIC OF QUANTUM MECHANICS,  (Annals of Mathematics).

[26] Secondo Born “L’origine ultima delle difficoltà risiede nel fatto (o nel principio filosofico) che siamo costretti a usare parole del linguaggio comune quando vogliamo descrivere un fenomeno [...] Il linguaggio comune è cresciuto con l’esperienza quotidiana e non potrà mai oltrepassare certi limiti. La fisica classica si è adattata all’uso di concetti di questo tipo. Analizzando i movimenti visibili ha sviluppato due modi di rappresentarli attraverso processi elementari : particelle in movimento e onde. Non esiste altro modo di fornire una descrizione per immagini del movimento, e noi dobbiamo applicarla anche alla sfera dei processi subatomici, dove la fisica classica ci viene meno”. In  Born M., "Atomic Physics", Hafner, 1957. vedi anche Heisenberg W., "Physics and Beyond", Harper e Row, 1971.

 

[27] Kerckhove (de) Derrick, cit., 2008

[28] Kerckhove (de) Derrick, cit., 2008

[29] Kerckhove (de) Derrick, cit., 2008

[30] Popper Karl,

[31] Jemolo C. Arturo,

[32] McLuhan Marshal, L’ARCHETIPO E IL CLICHE’, Sugarco, Milano

[33] Bauman Zygmunt Globalizzazione e glocalizzazione Editore: Armando 1992. I realtà il termine Glocalizzazione nacque negli anni ottanta in giappone (dochakuka) e fu tradotto negli anni novanta in inglese dal sociologo Roland Robertson. Bauman lo ha sviluppato concettualmente in modo adeguato. 

[34] Bruno F. e Ceci A., IL LEGAME FENOMENOLOGICO DELLA REALTA’, Siena, 27 Agosto 2007

[35] Bruno F. e Ceci A., FORMAT o STANDARD: dal rapporto di rappresentanza alla relazione responsiva nella democrazia della comunicazione.”, relazione al seminario “Le vie di Uscita dal Futuro”, Milano, novembre 2007

[36] Iovane G, Cantorian spacetime and Hilbert space: Part I—Found, ations, Chaos Solitons & Fractals, 28, 4,857, 2006

 

[37] Cambi Franco, STORIA DELLA PEDAGOGIA, Laterza, Bari 1995

[38] Gehelen Arnold, L’UOMO NELL’ERA DELLA TECNICA, Sugar, Milano 1967

[39] Gehelen A., cit., 1967

[40] Gehelen A., cit., 1967

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