6 - L’autocoscienza quantistica della nostra competenza cognitiva

La connotazione tipica dell’umano, la sua più singolare caratteristica è quella che Plessner[1] ha chiamato il posizionamento.


Non solo e non tanto la posizione retta, cioè il fatto di essere l’unico dei mammiferi a camminare, ritto con “il corpo opposto al vento”; quanto piuttosto per il fatto che quella posizione è stata alla fine decisiva per il nostro posizionamento. Infatti è grazie alla posizione retta che l’uomo ha conquistato: la strumentalità delle braccia, la tecnologia per modificare le cose, l’attitudine a costruire utensili, le armi e gli strumenti di riproduzione dei rumori codificati al fine di essere riconosciuti, forse presupposto epigenetico questo per la codificazione dei suoni gutturali e per la indefinibile invenzione del linguaggio. È grazie alla scelta scomoda di una posizione anomala che abbiamo conquistato la nostra tipica eccentricità, come dice Plessner, il posizionamento nel mondo che ci ha fatto definitivamente uscire dalla condizione animale.

Plessner infatti distingue tre gradi di posizionamento:

1.     quello vegetale, tipico degli organismi inglobati nell’ambiente di cui fanno parte secondo il principio di similarità, e al cui ciclo vitale sono indissolubilmente legati senza alcuna possibilità di distaccarsene in funzione della propria consapevolezza soggettiva, della produzione della propria personalità individuale;

2.     quello animale, caratterizzato dalla forma chiusa del proprio posizionamento, della propria centricità, la capacità autonoma di reagire alle modificazioni dell’ambiente, di costruire un habitat anche in opposizioni alle mutazioni fenomenologiche del clima. La centricità del posizionamento è indispensabile al soddisfacimento dei bisogni di sopravvivenza. L’animale è ignaro di tutto il mondo. Conosce il resto delle cose soltanto in funzione delle proprie esigenze, vive in un universo chiuso attorno a sé, l’animale vive a muovere dal centro e a ritornare nel suo centro […], ma non vive come centro”, privo come è di coscienza autoriflessiva;

3.     quello umano, eccentrico, nel senso che è capace di rompere la centricità animale e superarla, che è in condizione di acquisire autocoscienza, di affrancarsi dal concreto, di teorizzare, di sviluppare una auto riflessività universale, di superare la sua esigenza biologica, di presentarsi nella sua multiforme apparenza, per cui “è corpo, nel corpo (come vita interiore o psichica) e fuori dal corpo, come punto di vista dal quale esso è entrambi. Un individuo che ha questa triplice caratteristica posizionale si chiama ‘persona’”.

 

Questo passaggio dalla centricità animale alla eccentricità umana ha comportato una trasformazione fondamentale, che ha fatto crescere, anche fisicamente, il nostro cervello, la sua scatola cranica e la sua iperattività[2]: il passaggio dall’addestramento all’apprendimento. L’uomo ha acquisito una competenza cognitiva sua propria.

Ma che cosa ha imparato davvero, a causa di una sola mutazioni e tantissimi mutamenti, questo ominide  divenuto sapiens?

La logica.

La logica non sta nell’umano, non sta dentro il nostro cervello. La logica è all’interno dei fenomeni che percepiamo, dentro l’ambiente e dentro il nostro habitat. Grazie alla sua competenza cognitiva, cioè a questa capacità, oltre che di addestrarsi, di apprendere, l’uomo ha imparato epigeneticamente[3] la logica a diverse dimensioni dai fenomeni che ha percepito.

Come spesso abbiamo sostenuto, ciò che si apprende è principalmente la metodologia e non il contenuto. Se vogliamo insegnare un testo con costrizione e violenza, prima ed oltre il contenuto del libro lo studente imparerà a costringere e ad essere violento. Dai fenomeni percepiti l’umano ha imparato, assieme ai loro contenuti, la loro logica.   Dai fenomeni l’uomo ha appreso la struttura logica percepita. E prima e oltre questo mix di addestramento e di apprendimento indispensabile per la sopravvivenza (addestramento) e la sicurezza[4] (apprendimento), l’uomo ha acquisito la sua prima dimensione logica (logica endofasia).

 Dunque, la logica di cui l’umano si è servito per abbandonare la condizione animale si è trasferita epigeneticamente dai fenomeni esterni all’interno del cervello. E questo passaggio è avvenuto grazie alla nostra competenza cognitiva, grazie alla nostra capacità di passare dall’addestramento all’apprendimento. Noi non possiamo sapere mai quale livello di logica appartiene ad ogni singolo fenomeno. Come ci ha insegnato fin dall’inizio Husserl, noi possiamo sapere soltanto ciò che siamo in grado di percepire. In questo momento, sebbene i fenomeni per esistere devono necessariamente essere organizzati in n-dimensioni logiche, noi siamo in grado di percepirne solo 4, perché 4 sono le mutazioni fenomenologiche dell’habitat[5] che abbiamo vissuto: logica endofasica, logica formale, logica computazionale e logica quantistica. 

 La nostra presenza nel mondo è inequivocabile ed unica, insuperabile perché nasciamo nell’habitat e cambiamo l’habitat, apprendiamo dall’habitat. La nostra presenza nel mondo lascia, comunque lascia, nell’habitat coinemi sparsi, veri e propri contenitori di significato logico ed emozionale, che si iscrivono nel nostro codice genetico. Coinemi che si acquisiscono e nascono, che si trasmettono e si producono all’interno del sistema relazionale complessivo, a partire dalle relazioni affettive parenterali fino a quelle identitarie ed identificative del gruppo dei pari. Questa massa di significati, che il bambino porta dentro di sé all’atto della nascita e con cui viene a contatto quando cresce, trasportano nel nostro cervello il valore informativo delle diverse logiche che, nel corso dei secoli, gli umani hanno scoperto e acquisito dai fenomeni che hanno vissuto. La logica che abbiamo dentro di noi è la stessa dell’habitat attorno a noi.

 Nella logica quantistica, che domina la interpretazione della complessità della società della comunicazione, diverse ed anche opposte verità sono tutte reciprocamente corrispondenti ad una sola realtà fenomenologica. E, tutte le diverse, opposte eppure corrispondenti verità, possono essere tutte contemporaneamente in divenire. La logica quantistica si capisce bene se si considera che verità anche opposte non sono due punti di vista alternativi, ma due estremi di un intervallo di opzioni di verità integrate. Facciamo un esempio da cani. Mettiamo che io abbia due cani puri di razza diversa, uno maschio e uno il suo opposto, cioè femmina. La realtà non è data soltanto dai due cani singoli, ma dall’intervallo di tutti i possibili bastardi che nascerebbero o che potrebbero nascere dal loro incrocio. Se i cani si accoppiano e nascono 5 cuccioli, ogni cucciolo ha una sua individualità, con percentuali differenti del codice genetico del padre e/o della madre. Questo succede tutti i giorni agli umani, quando i parenti cercano di scoprire a chi somiglia il figlio appena nato, dei due genitori sessualmente opposti. La logica quantistica ci dice che vale la verità del padre, vale la verità del suo opposto sessuale, della madre, vale la verità dei figli nati da questo rapporto ed anche la verità degli infiniti figli che sarebbero potuti nascere ciascuno con diverse percentuali del codice genetico del padre e della madre. Tutte queste diverse e spesso opposte verità sono tutte contemporaneamente vere rispetto alla realtà relazionale dei genitori e dei cani. L’esempio è semplice ma non semplicistico. In ogni caso è molto utile dal punto di vista pedagogico, come vedremo. I figli sono assimilabili ad una sovrapposizione quantistica di stati e dimostrano che nella realtà, come sostenevano Birkoff e von Neuman[6], non esiste la legge della distributività. Si tratta di una fondamentale regola della logica classica, secondo cui:   X • (Y + Z)  =  (X • Y) + (X • Z).  Se X è la relazione di accoppiamento che moltiplica la somma del padre Y e della madre Z, non vero che è uguale alla somma del padre che si relaziona con se stesso con la madre che si relazione con se stessa. Forse sarà pure piacevole, ma i figli non nascono.  La realtà segue regole diverse, le regole della logica quantistica. Nella logica quantistica X • (Y + Z)  =  ∞ - (Y) - (Z), cioè i figli che nasceranno hanno infinite possibilità di integrazione tra padre e madre, tranne essere perfettamente identici al padre o alla madre. Dunque un valore indefinibile o, meglio ancora, indeterminabile. E in ogni caso, tutte queste infinite possibilità, comprese il padre e la madre, sono vere e tutte sono  anche reali.

Volendo rappresentare geometricamente, in uno spazio ad n dimensioni, le differenze tra le varie dimensioni logiche a noi note:

1.     la logica endofasica può essere rappresentata come un punto che determina il posizionamento.                                              

2.     la logica formale è una retta che rappresenta la linearità della percorrenza.

3. la logica computazionale può essere rappresentata come una biforcazione che rappresenta il trend, l’andamento.

Un altro aspetto, che distingue la logica quantistica dalle altre 3 dimensioni logiche, che si collega e supera i tre precedentemente descritti (la presenza di uno o più intervalli, la sovrapposizione di stati e l’assenza della legge di distribuzione), che qui ci interessa particolarmente è che la logica quantistica permette l’autocoscienza. Il cervello è una struttura quantica: da un lato il polo limbico emozionale, dall’altro il polo cognitivo razionale, al suo interno infinite integrazioni tra i due. Secondo Rita Levi Montalcini il futuro della umanità sta nel permettere alla parte cognitiva razionale di governare politicamente la dimensione limbica emozionale nelle infinite interazioni delle possibilità quantiche. Noi siamo riconoscenti a Freud perché proprio questo ha fatto, liberando dall’occulto indefinibile emozionale la conoscenza di se stessi e definendo una terapia che consiste sempre essenzialmente nel controllo razionale dei deficit emozionali. La psicologia moderna dovrebbe essere epistemologicamente strutturata sul controllo cognitivo della dimensione limbica e delle relative reciproche interconnessioni quantiche. In ogni caso, il cervello è l’unico organo che ha coscienza di se stesso. È l’unica vera dimensione wetware che si conosce in natura: un meccanismo bio-fisico che possiede una coscienza metafisica.

Fino a ieri, fino a prima dell’avvento della società della comunicazione, l’intelligenza soggettiva dell’organo collettivo era tutta interna alla scatola cranica. Si sviluppava acquisendo coinemi dall’habitat ed elaborandoli dentro l’intervallo tra l’emozionale e il razionale, con le sue infinite possibilità di connessione. La pedagogia, la metodologia necessaria all’apprendimento, era diretta, serviva ad accrescere il know-how di ciascuno studente, di ciascun individuo, di ciascuna persona. Con l’avvento della società della comunicazione, con la rete, con i network cognitivi moderni, l’intelligenza e la conoscenza è uscita dalla scatola cranica, siamo passati dal kow-how al know-out. La maggior parte degli studenti universitari sono nativi digitali. La scuola è ancora strutturata su dimensioni logiche che non sono più presenti nell’habitat dei discenti, promuove ancora una conoscenza e la valutazione docimologica sulla base della legge della distributività, totalmente estranea alla logica quantistica invece presente nelle infinite interazioni della rete. In ogni ordine e grado scolastico invece ancora  si valuta lo studente sulla base di un pregiudizio quantitativo, senza alcun processo di autocoscienza cognitiva. Questa istruzione  è totalmente inutile ed anzi dannosa. È necessario, indispensabile costruire una wetware pedagogy, programmata interamente sulle interazioni relazionali, sull’autoapprendimento e sulla produzione autonoma della propria coscienza, sulla competenza cognitiva che l’uomo ha sviluppato utilizzando di volta in volta e tutte insieme le quattro dimensioni della logica.

Senza una wetware pedagogy o, meglio ancora, senza una teoria didattica specifica, le tecnologie non educano, ma addestrano. Nell’habitat celebrale della società della comunicazione rischiamo di essere travolti da coinemi emozionali non governati dalla logica, con le sue 4 dimensioni, integrate in un intervallo di infinite connessioni che vanno dalla razionalità alla ragionevolezza. Dobbiamo favorire, nel know-out della società della comunicazione, come ci ha consigliato Rita Levi Montalcini, il controllo logico dei coinemi emozionali, nell’ambito della produzione di significati per l’autocoscienza quantistica della nostra competenza cognitiva.  



[1] Plessner Helmut, I GRADI DELL’UMANO,

[2] Come il caso della molecola proteica NGF scoperta da Rita Levi Montalcini le cui infinite possibilità sono ancora sottovalutate. Secondo cui il significato della vita è capire il mondo (la scienza) e aiutare gli altri (la politica) http://www.youtube.com/watch?v=R8peqvI-E4Q. “l’uomo è un fossile che porta il ricordo del passato” http://www.youtube.com/watch?v=d_QB_5MQCCk

[3] Epigeneticamente non significa che i genitori trasmettono ai figli la loro conoscenza come pretende l’innatismo. L’unica cosa che possono fare è trasmettere una certa morfologia celebrale in quanto prodotto delle sinapsi accese o spente. Per il resto ciascuno di noi deposita nel suo habitat dei patrimoni cognitivi, dei coinemi, che vengono rapidamente acquisiti dai bambini nella fase che va da 0 a cinque anni. È chiaro che, per vicinanza e imitazione, i bambini acquisiscono più facilmente quelli dei propri genitori, che sono suscettibili ad essere modificati in funzione dell’acquisizione epigenetica dei coinemi del gruppo di pari. Questo mostra quanto sia incisiva nel processo di apprendimento la mutazione dell’habitat e, nel nostro caso, l’avvento della società della comunicazione.

[4] Questo significa che la sicurezza è stata sempre e soltanto prevalentemente una condizione cognitiva

[5] Ceci Alessandro, ANTROPOLOGIA DELLA SICUREZZA,

[6] Birkhoff e von Neumann ”The logic of quantum mechanics”, 1932