4.4 - imitation of life ...I'll be dreaming in my dreams with you

Matrix c'è.

I cittadini della neuro society vivono interamente dentro una semiosfera, frequentano un universo cognitivo fatto di proiezioni del sé.

Conosciamo molto di più i volti televisivi che non frequentiamo di quanto conosciamo la fisicità di chi ci vive attorno.

Ci traumatizza di più l'irruenza di un interlocutore che non incontreremo mai, di quanto lo faccia l'amministratore del condominio che controlla il nostro corpo.

I sindaci della miriade di comuni italiani credono di conoscere i problemi reali dei loro cittadini quando aggiustano il marciapiede del quartiere. Invece quei cittadini sorvolano, escono di casa e calpestano la nuova pavimentazione, mentre parlano di un film, di una immagine o di un programma televisivo, di una squadra di calcio o di un conflitto internazionale.

Il 19 novembre 2001 il comune di Roma, in una discussione appositamente organizzata in Campidoglio, in un Consiglio Comunale straordinario, alla presenza del Prefetto, ha presentato i dati inequivocabilmente positivi della riduzione progressiva e costante dei reati in quella città, oltre che una proposta credibile di "creazione di mini comitati per l'ordine e la sicurezza pubblica in ciascuno dei diciannove municipi". Per questo motivo i suoi cittadini si sono sentiti più tranquilli? Per questo fatto inequivocabile hanno sentito meno la minaccia, hanno per questo avuto meno paura, hanno percepito una insicurezza ridotta?

La nostra mente vive in una dimensione spazio/temporale che non è la stessa dimensione del corpo.

Siamo un'umanità scissa, con la mente nella infosfera ed il corpo per la strada.

In entrambi i casi, viviamo dentro un'imitazione di vita, una imitation of life, fatta delle rappresentazioni simboliche di ogni azione sociale.

La nostra insicurezza è un'incrinatura del simbolismo. Tanto è vero che, per risentire integra la nostra identità, dobbiamo scollegarci senza sconnetterci dalla matrice di mondo che abbiamo da vivere.

Ma chi ce l'ha imposta?

Nessuno.

La matrice comunicativa entro cui ci riflettiamo quotidianamente è inintenzionale, ma non l'ha fatta nessuno, si è determinata da sé, senza alcuna volontà finalizzata esterna o sovra-ordinata. È una matrice di società che si riferisce continuamente a se stessa: autoreferenziale.

Anzi, poiché parliamo di un sistema vivente: autopoietica.

"La caratteristica di un sistema autopoietico è che si mantiene con i suoi stessi mezzi e si costituisce come distinto dall'ambiente circostante mediante la sua stessa dinamica, in modo tale che le due cose sono inscindibili".

Il nostro dominio cognitivo è la risultante di processi percettivi multipli, delle nostre connessioni logiche, dell'intelligenza che "organizza il mondo organizzando se stessa".

Il sistema comunicativo è sorto autonomamente e automaticamente dalla nostra azione comunicativa, imitation of life, la vita imitata e immaginata genera la nostra imitazione e la nostra immaginazione.

La paura di ognuno di noi si riflette su ciascuno di noi e provoca paura per tutti noi.

L'insicurezza raffigurata produce altra insicurezza da raffigurare.

Ogni fenomeno è ricondotto alla sua apparenza.

Ogni cosa è come si mostra agli occhi voraci dell'audience.

Non c'è nulla dietro. Per questo la nostra insicurezza è esistenziale, perché si attesta in quanto si manifesta, è presente solo se è evidente. La sua apparenza è la sua essenza.

Negli anni novanta, un piccolo programma gratuito, diffuso nel mondo accademico americano, apre la porta all'infinito del viaggio immateriale. Cu see me, un gioco di parole che significa see you see me, io ti vedo tu mi vedi, attiva una piccola quick cam, popolare, familiare. Non più grande di una palla da tennis, questa telecamera amatoriale computerizzata ormai ci permette, tramite internet, la trasmissione indiretta del nostro ologramma.

Gianni Vattimo lo ha chiamato l'occhio universale, che ci fa vedere agli amici e ai parenti all'estero, ci fa vedere all'esterno, ci fa vedere la casa a distanza, ci fa vedere il volto del mittente, la videposta, i video messaggi, ci fa vedere perfino i segreti: ci fa vedere, semplicemente e soltanto vedere.

Siamo inseguiti da uno sguardo, che sta diventando sempre più l'insidia contro la privacy, che viaggia su telefonini face to face con specializzati kit di strumentazione integrata, entry level della connessione a banda larga, accessibili.

La video emozione di massa è assicurata e l'insicurezza è diventata un business. Siamo minacciati da chi ci oscura o ci infetta. Cominciamo a sentire il pericolo venire direttamente da irrefrenabili hackers, da criminali on line, dall'elettrosmog, da tecno e bioterroristi.

Nasce la sicurmatica, una sicurezza telematica di nuovo tipo per nasconderci da chi ci segue nella rete, con i suoi codici indecifrabili, i suoi data center e con i suoi monitoraggi. Per fruire di bitstream, la nuova frontiera dell'arte digitale, o di metamorfosi iconiche nella forma degli info-plasmi, cerchiamo di realizzare una nostra esclusiva, privata, convergente telelibertà.

 

La tendenza fondamentale del nostro tempo è la produzione di microcosmi visibili, che hanno bisogno di farsi vedere per farsi sapere.

Con una bellissima descrizione letteraria, Jorge Luis Borges ci racconta di un uomo che si propone il compito di disegnare il mondo. "Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d'isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l'immagine del suo volto".

Quel volto è la nostra inquietudine.

Quel volto, quella immagine proiettata nell'universo comunicativo della multimedialità, è la nostra fondamentale apparenza, è l'essenza della nostra esistenza.

Ciò che sappiamo è che la violenza è visibile, la pace no.

Ogni provocazione, ogni aggressione, si staglia dallo sfondo del panorama della pacificazione e reclama le telecamere per essere attore e, quindi, per sentire il fremito della propria vita. Se una ragazza ammazza il fratellino e la madre, se un terrorista seppellisce migliaia di persone sotto la cenere, dimentichiamo i morti e seguiamo i protagonisti.

Il nostro occhio universale si accende sugli artefici e occulta le vittime. La loro vita è la nostra vita; imitata e pur sempre nostra.

Con indifferenza ci frequentano nei sogni e generano incubi, scene che squarciano la nostra tranquillità e il riposo. Le nostre paure sono le stesse dei bambini che non riescono più a dormire per aver visto un film del terrore. Siamo quegli stessi bambini che scoprono i mostri dei cartoon dietro ogni angolo, sotto un tavolo o dentro il buio, che li scrutano e li temono, ma non li fuggono.

E nel vederli li rendiamo reali.

Siamo noi a produrre la nostra realtà, per quanto terrificante,  dreaming my dream with you, vivendo il mio sogno con te.

Ciò che non si dice è che oggi la violenza è strumento, che la minaccia, la paura, il pericolo, il rischio, l'insicurezza sono strumenti per sfuggire dal nulla dell'anonimato o per governare un potere di influenza comunicativa che domina il pianeta.

"Gli strumenti di cui l'uomo dispone hanno la tendenza a trasformare la loro natura. Da mezzi tendono a diventare scopi. Oggi questo fenomeno ha raggiunto la sua forma più radicale. L'insieme degli strumenti delle società avanzate diventa lo scopo fondamentale di queste società".

L'insicurezza degli altri è un mezzo formidabile per ottenere audience, consenso, proscenio, protagonismo e dunque potere.

Se la quantità di crimini si riduce la loro efferatezza deve essere esclamata, proclamata, talvolta esaltata per produrre la dose di insicurezza collettiva necessaria ad ottenere pubblico o platea, per indurre il comportamento individuale a consumare un qualsivoglia prodotto economico, politico o culturale.

Di fronte a una siringa aperta trovato in un sacchetto di patatina sigillato, il responsabile di quella attività commerciale ha denunciato la minaccia della concorrenza. Questo caso è eclatante: la produzione di insicurezza è parte determinante di una politica di marketing promozionale finalizzata a cambiare i comportamenti di consumo dei clienti da una attività commerciale all'altra. Forse è meno clamorosa in una campagna elettorale, ma la strategia è la stessa. È ormai diventato un modus vivendi, che spazia tranquillamente in ogni ulteriore socializzazione, che si propaga nella forma del micro shock comunicativo lungo le maglie della rete cognitiva dei nostri network, dalla distruzione del nemico fino alle minacce educative a fin di bene.

 

Ha ragione Simone Weil, "è impossibile concepire qualcosa di più contrario a questo ideale della forma che ai nostri giorni ha assunto la civiltà moderna, al termine di una evoluzione durata parecchi secoli. Mai l'individuo è stato così completamente abbandonato ad una collettività cieca, e mai gli uomini sono stati più incapaci non solo di sottomettere le loro azioni ai loro pensieri, am persino di pensare".

Abbiamo costruito una macchina sociale sull'impotenza e sull'angoscia, "una macchina  per infrangere i cuori, per schiacciare gli spiriti, una macchina per fabbricare incoscienza, stupidità, corruzione, ignavia e soprattutto vertigine".

Viviamo nella dismisura, fuori della omogeneità della nostra dimensione. "Viviamo in un mondo dove nulla è a misura dell'uomo: c'è una sproporzione mostruosa tra il corpo dell'uomo, lo spirito dell'uomo e le cose che costituiscono attualmente gli elementi della vita umana; tutto è squilibrato".

L'insicurezza che sentiamo quando frequentiamo gli spazi di un mondo così ricco di possibilità e così povero di umanità, in un habitat di paure insostenibili, dentro quell'insuperabile   sensazione di irrimediabilmente perduto, in ogni nostro prossimo mattino, si estende alle generazioni future; e i giovani "che vi sono cresciuti, che vi crescono, riflettono più degli altri in loro stessi il caos che li circonda".

 L'insicurezza viene da noi e prosegue verso di loro, in una learning society che apprende mentre agisce. Ancora però non ha imparato, questa società meravigliosa e terrificante, a passare dal globale al planetario; non ha imparato a non temere l'altro; ancora non si è liberata della sua ombra, l'ombra che ci pedina fin da bambini, solo, per strada, di notte.

In quell'ombra c'è tutta la nostra primordiale paura e c'è l'insicurezza riflessiva dei contemporanei.

Quell'ombra che noi non siamo e che continua a pedinarci, dobbiamo cancellare.

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