4.3 - Paradigmi di insicurezza: diversi punti di vista

Da anni mi domando come si possa fare affinché quel pugno non finisca diritto sul mio naso. E non mi sembra un problema di poco conto, almeno per la integrità del mio naso.

Da anni, Karl Popper ci ha insegnato che la norma regolatrice delle nostre democrazie liberali è interamente espressa in una famosa sentenza emanata da un giudice americano. Il magistrato doveva giudicare un imputato esagerato nel reclamare il proprio diritto di libertà, o meglio la propria indefinita liberalità di agire. Egli, con voce austera e con opportuna fermezza, condannò l'aggressore affermando: "la libertà di movimento del suo pugno è limitata alla posizione del naso del suo vicino".

   Da allora mi chiedo come si possa fare per evitare che quel pugno in ogni caso finisca sul mio naso, o peggio ancora che, nonostante la sentenza del giudice, quel pugno costituisca per me una minaccia costante. E non solo per me, se è vero che noi ci siamo riuniti in comunità, prima, ed in società, poi, per non essere più "homo homini lupus" e quindi per evitare che quel pugno, oltre che per il mio naso, sia il pericolo del vivere civile nelle moderne democrazie complesse ed in ogni altra tipologia d'insiemi relazionali.

È il potere di deterrenza della violenza che minaccia la sicurezza individuale dei cittadini.

O forse proprio per questo motivo, perché volano troppi pugni, le luci della ribalta si sono accese sul tema.

Sul proscenio della comunicazione politica, gli occhi sono tutti protesi verso questo insolito protagonista. Soltanto però non ci sono spettatori. Non c'è pubblico: il tema della sicurezza riguarda tutti.

Appunto, è il problema complessivo della sicurezza complessiva.

Un problema che forse non esiste, perché la sicurezza non esiste.

Esiste una insicurezza relativa, cioè relativamente ampia, con una sua propria storicità.

Interrogati da un quotidiano nazionale nel 2001 su quale fosse la misura necessaria per ridurre il tasso di insicurezza dei cittadini, il 48% del campione ha indicato il posto di lavoro e soltanto il 20% ha indicato nella criminalità una urgenza, mentre un altro 14% riteneva che bisognasse risolvere prevalentemente il problema del servizio sanitario o quello dell'immigrazione (11%) o quello delle pensioni (6%). In ogni caso, l'80% degli intervistati non ha ridotto il problema della sicurezza alla minaccia criminale.

Il pugno che sta per infrangersi sul nostro naso ha una portata ben più ampia della baldanza di un maleducato.

 Nella tradizionale impostazione della comunità scientifica, invece, i termini criminalità e sicurezza sono stati considerati, se non proprio sinonimi, almeno direttamente collegati in una relazione inversamente proporzionale: tanto più basso era il livello di criminalità, tanto più alto era considerato il tasso di sicurezza.

Al contrario, libero dal problema della forza evidente o latente, lecita o illecita, il concetto di sicurezza assume varie forme interpretative entro un intervallo tridimensionale, cioè circoscritto da 4 estremi paradigmatici. Si tratta di quattro orizzonti, di quattro limiti, superati i quali nella società si determina un vuoto nella funzione ordinatrice del potere ed una delegittimazione delle istituzioni delegate.

1. PARADIGMA GENETICO - in cui il crimine viene considerato come un fatto assoluto, o meglio come una categoria di fatti a sé stanti, chiaramente individuabili - mala in sé-.

La società è il luogo dove gli umani nascono e dove vivono, anzi convivono, protetti dalle minacce dello stato di natura, dalla barbarie dell'inciviltà. L'uomo, come metalivello inviolato, è un soggetto inviolabile che, per mantenere il suo stato di protezione permanente, deve soggiacere a delle norme: UNIVERSALI, se valgono in ogni tipologia di società ed in ogni sistema antropologico; GENERALI, se devono essere applicate e applicabili in tutte le epoche storiche e ad ogni stadio dell'evoluzione della specie umana; MORALI, cioè cogenti per ogni sistema di valori in quanto derivanti dalla unica etica dell'inalienabilità dell'essere umano e della sopravvivenza della specie; AFFERENTI, ovvero riferibili ad ogni possibile e diversificato modello culturale di riferimento all'azione.

Coloro che non rispettano queste regole minacciano i fondamenti della convivenza civile e sono soggetti pericolosi, deviati e devianti, che vanno tenuti sotto controllo, sotto stretta osservanza, per essere ricondotti al rispetto della regolarità della consuetudine o della norma. La loro presenza è una minaccia. La loro frequenza è un pericolo. La loro accoglienza è un rischio. Pertanto, se del caso, non appena c'è un caso, alla prima opportunità, questi criminali devono essere eliminati in quanto soggetti agenti (internati o incarcerati) o in quanto individui (giustiziati).

Per i sostenitori di questo paradigma interpretativo, allora, il problema centrale della sicurezza o dell'insicurezza dei cittadini consiste nella maggiore o minore capacità della società di emarginare alcuni soggetti pericolosi, con una naturale, innata, attitudine a VIOLARE le norme assolute della convivenza civile. Il concetto di violazione di quelle norme è la cleavages, la linea di demarcazione, che permette di definire più o meno criminose le azioni e i comportamenti di ben riconoscibili individui. In questo senso, la società si tutela normalizzandosi e istituendo al suo interno funzioni di controllo dei comportamenti; apparati che ricercano, studiano e interpretano costantemente le cause della deviazione e della criminalità.

Il paradigma genetico, quindi, ha un approccio giusnaturalistico, dietro l'organizzazione sociale vi è il motore immobile di una ragione uniforme ed immutabile. L'umanità intera la condivide, ora e per sempre. Le norme regolatrici della condotta pubblica e privata godono di un consenso popolare ampio e sostanziale. Conta l'offesa, l'onta subita dalla coscienza collettiva e dalla morale pubblica. La violenza è nell'entità della violazione della norma giuridica o della consuetudine sociale: una violazione che deve essere sanata, che deve essere perseguita e punita con la durezza commisurata all'entità dell'affronto. Nella sua normalità la società civile tende a pacificarsi eliminando le scorie intossicanti dell'inciviltà, procede verso la serenità delle relazioni collettive riducendo le perturbazioni, tutela il suo equilibrio tradizionale con la formalità della legge.

Ogni crimine, in questa logica, assume la veste di una patologia sociale, di una vera e propria malattia, di un virus sociologico da cui sarebbero infetti alcuni soggetti anomali, anormali, alienati, non integrati, privi e privati di qualsivoglia forma di socializzazione.

Sui tutori dell'equilibrio urbano grava il peso, la responsabilità della sicurezza dei cittadini modello, della gente per bene. Il loro compito ha una plusvalezza sociale, perché devono svolgere una funzione di controllo e contenimento del crimine con forme di prevenzione e di reazione adeguate. I progressisti riformano o trasformano la struttura sociale in modo da ridurre al minimo i soggetti patologici. I conservatori reprimono i comportamenti devianti con azioni di punizione e/o di deterrenza.

Purtroppo però non esistono soltanto i fatti, ma anche i soggetti; non soltanto azioni, ma anche le situazioni. Gli individui agiscono in base a modelli identificativi e criteri interpretativi, sono orientati, non soltanto dalle norme, ma dalla struttura dei loro bisogni e dalla variazione della stratificazione sociale. Essi vengono assimilati dai codici iconici del loro gruppo di pari, si iscrivono a ben circoscritte categorie sociali, sono assorbiti da articolati processi di urbanizzazione in sistemi sociali complessi e percepiscono il crimine in modo diversificato. Ognuno vive nel suo mondo chiuso e sente l'usurpazione e l'ingiustizia dell'altro.

Da questo punto di vista, dunque, il paradigma genetico è statico, sente l'ingiustizia prevalente della privazione, teme l'irruenza disintegrante e disfunzionale degli allogeni, la minaccia della marginalità e della rivendicazione, ignora la società in movimento e il movimento nella società, considera ogni oscillazione come una possibile insurrezione ed è sordo all'eco multietnico e multirazziale delle metropoli contemporanee. E rifiuta di credere che gli atti criminosi variano, assumono diverse definizioni in relazione ai rapporti di forza politica e alle condizioni di sviluppo.

 

2 - LABELING APPROACH - ovvero il paradigma del controllo che affronta direttamente il problema del movimento sociale, o per meglio dire del suo sviluppo. Il crimine in sé non esiste. Esiste piuttosto un processo di criminalizzazione, in cui il crimine consiste in una serie di atti relativi, con valenza varia a seconda degli scopi che il controllo sociale persegue in un determinato momento storico.  -mala prohibita -.

Il concetto centrale che il Labeling Approach assume è il concetto di DOMINIO. Il dominio che la società esercita sugli individui, il dominio delle organizzazioni sui cittadini, il dominio sul singolo che soccombe ad una "tetra retorica di difesa burocratica e di abuso politico", il potere di chi detiene i mezzi di produzione, i mezzi di comunicazione di massa, indispensabili per la "mistificazione della realtà sociale", il dominio delle classi dominanti sulla massa di dominati.

Nella ipotesi accademica, la natura, l'essenza e la qualità del presente, per quanto possa apparire fantasticamente articolato, per quanto possa mostrarsi in distinte tipologie, viene ricondotta alla struttura della società che è sempre la stessa, dialettica e conflittuale, infine circoscritta entro un rapporto di forza unico e totale, appunto il conflitto per il dominio di chi guida su ci perennemente è guidato.

C'è, tuttavia, anche una ipotesi meno accademica, ma non meno realistica, anzi, forse proprio per questo più attuale. Tra i cittadini - i comandati - e i generali di Tolstoi - i comandanti - non c'è più differenza reale: il numero è albero e pianificatore dell'uomo eterodiretto.

L'idea della Storia come processo immutabile, unico e chiuso, è fallita nelle sue concretezze. La storia è invece "un processo fondamentalmente aperto" in cui i vincitori di oggi sono nel contempo dei perdenti, mentre i perdenti sono tutti se prevarrà la "generale avversione" degli umani "che minaccia continuamente di disunire questa società".  È la "insocievole socievolezza degli uomini" che determina quantità e qualità di sviluppo. Storia e Società, tempo e spazio dell'agire sono realtà aperte e indirizzabili semplicemente perché sono realtà prive di significato.

"La storia non ha senso", dice Popper, non ha alcun senso in sé, ma noi possiamo darglielo.

Vincitori e perdenti perciò non esistono più, sia perché ognuno è al tempo stesso ambivalente, sia perché i perdenti resteranno ineluttabilmente tali finché si considereranno vinti.

Piuttosto, alla frontiera del consumo di massa ed oltre, l'uomo è totalmente dipendente dai grandi meccanismi economici e burocratici, individuo predato e illuso da una irrefrenabile massificazione. Egli è soggetto alla manipolazione e alla canalizzazione in grandi apparati politici centralizzati e burocratici che rifiutano, normalizzando con la potenza nullificatrice del numero, qualsiasi volontà autonoma. "Il Keynesismo e l'assistenzialismo hanno messo in moto un processo perverso e poco controllabile: tutto, in effetti, accade come se la società opulenta si morda la coda nell'impossibile confuso di inflazione e stagnazione; una stagflazione che brucia la speranze in cambio di paura ed angoscia. Ma più di ogni altra cosa è la legittimità stessa della società contemporanea ad essere corrosa, con il rischio che un nuovo vuoto politico sostituisca il consenso dei cittadini."

La moltitudine, prima inavvertita perché sparsa, è diventata massa, "s'è fatta visibile". Se "occupava il fondo sociale", ora "è essa stessa il personaggio principale. Ormai - conclude Ortega - non ci sono più protagonisti: c'è soltanto un coro".

Nella vita quotidiana, nella immagine che ha di questa sua esclusiva e  standardizzata vita quotidiana, nella immaginaria imitazione della sua unicità, nell'imitation of life, l'uomo teme se stesso.

L'uomo contemporaneo teme la sua stessa rappresentazione.

Teme di essere imitato e teme di essere una imitazione.

E teme di diventare una entità amorfa e indistinta, un blob inerte, greve, opaco e passivo, che necessita di una cosciente direzione di una qualsiasi invisibile, occulta o mimetizzata elitès.

 Cerca la sua individualità e si sente continuamente assorbito dal prototipo.

L'uomo teme il cliché della individualità, la ripetuta imitazione di una vita che deve apparire singolare ed unica ogni volta che viene vissuta, da ciascuno, ogni volta che ciascuno è costretto a replicarla, a ripetere, come Sisifo, incessantemente lo sforzo.

Fin dalla affermazione dei valori massa si è determinata una nuova condizione sociale, in cui "il positivo da contrapporre alla negatività delle masse non è più l'individuo autonomo, razionale, capace di autodeterminazione, compas sui e nemmeno il capo, il dominatore, l'appartenente alla razza degli eletti... Il positivo da contrapporre alla massa come inerzia o come caos è paradossalmente la massa stessa".

I destini delle società non sono che conseguenza della nostra azione. Il formalizzarsi dei rapporti sociali, il loro organizzarsi, il loro stesso strutturarsi in classi contrapposte è stata la natura e l'essenza della funzione innovativa della società, che ha scosso la realtà, la ha investita, passando dalla struttura economica - produzioni di massa o di scala - alla sovrastruttura politica - i nuovi criteri di legittimazione e l'avvento dei partiti massa; come affermava Perlini: " si va contro le masse in nome delle masse. Queste subiscono un vero e proprio sdoppiamento simile a quello che fa sorgere davanti al dottor Jeckyll la figura mostruosa di mister Hyde".

Così come ha scardinato la legittimità della società aristocratica, massificazione ha lacerato in modo pericoloso le mura della città democratica, minacciandone dall'interno la saldezza.

Lo Stato liberale spesso si è mostrato insensibile. La democrazia che ha prodotto, spesso è sembrata soltanto una finzione che, in sostanza, è rimasta totalmente indifferente alle condizioni di sopravvivenza limitata della larga maggioranza della propria popolazione.

Lo Stato Liberale ha svolto altre funzioni, lasciando che nel sistema economico predominasse la logica del più forte e che tale logica vincitrice imponesse i propri criteri di legittimazione. Questa democrazia è stata considerata come un insignificante, anche se non banale, insieme di rules of game; un ritrovato tecnico - come voleva Kelsen - per regolare e istituzionalizzare la convivenza civile. Garantire cioè il governo democratico, non ha significato che la democrazia fosse un sistema garantito.

Ancora oggi soggiace al suo stesso dinamismo il rischio perenne che la legittimità, quindi la sicurezza, possa entrare in crisi. 

Oggi ancora circola nelle vene del nostro organismo sociale un virus violento, fatto in gran parte di varie forme di criminalità, ma non solo, fato anche di relazioni sociali e di ideologie politiche della redenzione che "distruggono ogni distinzione tra il reale e l'ideale", tra democrazia formale e democrazia sostanziale.

Gli uomini consumano gomito a gomito delle chances conformate che sopprimono le loro reali esigenze. La democrazia governante non è in realtà una democrazia governata perché l'affermazione delle masse ha sconvolto l'aufklarung, la razionalità illuministica, riducendola a mera ragione formalizzata: la legittimazione del totalitarismo del cliché, il prototipo del conformista mimetizzato in individualista.

Continuamente assistiamo all'affermazione del consenso acritico e generalizzato della nuova società: torna, dai canali dell'etere mediaico, a prevalere "una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non libertà".

Si tratta sempre della stessa società unidimensionale che produce sempre lo stesso uomo unidimensionale, sotto mentite spoglie, ma ugualmente isolato in una folla omogenea ed anonima, che vive nei centri commerciali essendo in grado solo di lavorare e consumare. La prepotenza del cliché, l'imposizione delle aspirazioni e dei gusti conformistici sul singolo, è il simbolo e la causa del declino della società eterodiretta i cui caratteri, rintracciabili nella condizione americana, sono però riscontrabili in ogni paese terziarizzato. L'eterodirezione è  una tendenza,  l'influenza delle preferenze altrui, che passa dai prodotti agli stili di vita.

Molte voci lanciano grida di preoccupazione. Esprimono il timore che l'ingovernabilità della democrazia possa tradursi in sua assenza. Lo scambio, nel mercato politico come in quello economico, è sbilanciato; gioca a vantaggio della forza cliché contro la ragione archetipica di una vita fruita. Cresce il "potere invisibile" e incontrollabile del nulla che snatura la democrazia che invece è il regime del "potere visibile e controllabile". 

L'atto criminoso, allora, in quanto manifestazione di volontà, in quanto dolo, non esiste: è soltanto un prodotto sociologico.

 L'eterodirezione copre tutto.

Ogni individuo è sottratto da una sua responsabilità diretta, nulla gli è effettivamente imputabile poiché ogni violazione viene ricondotta alla sua socialità e quindi giustificata oppure curata con politiche di integrazione e recupero.

È la società che produce patologie criminose per soggetti proletarizzati, comunque alienati. Si tratta, com'è evidente, di una concezione iper-realistica, certamente dinamica, che delega costantemente all'esistenza di meccanismi sociali. Coloro che sfuggono al processo di integrazione vengono sottoposti al processo di criminalizzazione, che ha referenti e funzioni ben definite. Ad un primo livello vi sono agenti che applicano precisi meccanismi su individui che compiono atti devianti. La somma di queste identiche procedure, in ogni ambiente sociale, costituisce il sistema di controllo che svolge una precisa funzione nell'organizzazione del potere e nelle strategie di dominio delle classi dirigenti.

Che cosa fanno questi agenti di controllo sociale?

Come funziona tutto il sistema di tutela?

All'inizio s'individua l'anomalia comportamentale del singolo che, laddove eccedesse dai limiti imposti dalla massa, darebbe luogo ad uno stato cosiddetto di DEVIANZA PRIMARIA.

Si tentano allora metodologie d'integrazione morbide dell'individuo, in generale con la riformulazione delle procedure educative o formative. Se lo stato di devianza primaria permane e/o, a maggior ragione, se si accentua, il processo di criminalizzazione passa nella fase di STIGMA SOCIALE e a quella della DETENZIONE, per poi proseguire verso la vera e propria RECLUSIONE in cui si svolgono procedure di INIZIALIZZAZIONE dei soggetti, oltre i confini della socialità, dentro i territori sconfinati delle organizzazioni criminali.

A questo punto il PROCESSO DI CRIMINALIZZAZIONE degli individui è praticamente concluso. I soggetti entrano dentro lo stato della cosiddetta devianza secondaria, in cui subiscono una vera e propria trasformazione della loro identità sociale e restano nella dimensione della CRIMINALITÀ PERMANENTE.

Naturalmente non c'è nessuna politica di deterrenza, di fronte ad una impostazione sistemica di questo tipo, che possa assicurare la sicurezza dei cittadini nella città, a meno che le decisioni assunte non siano ricondotte alla riattivazione dei processi di socializzazione: integrando gli individui alienati nel sistema sociale riformato; riducendo l'incidenza del conformismo sulle motivazioni strutturali del comportamento individuale.

Tuttavia il Labeling Approach, è talmente concentrato sul processo e sul sistema, da sottovalutare la sofferenza reale che il crimine genera alle vittime e le reazioni che ne derivano. Dietro ogni violenza c'è un dolore personale che un'impostazione troppo tecnica tende ad ignorare. Questa trascuratezza della sofferenza altrui è una forma di omologazione, è un'altra assimilazione che non considera il fenomeno soggettivo della criminalità, e quindi le variazioni della sua incidenza in varie società e in varie epoche. In ogni caso, l'atto criminoso non è riconducibile esclusivamente alla dipendenza del singolo da un processo sociale generale. Esistono ed esplicitano quotidianamente la loro violenza anche le organizzazioni della criminalità, che sono dei veri e propri sistemi di potere o di contropotere, con motivazioni di dominio talvolta ben più radicate di quanto ne possano avere i sistemi di potere economico e sociale delle democrazie moderne.

 

 3. PARADIGMA CRITICO si occupa, invece, delle organizzazioni ed individua nel fenomeno criminoso una sorta di progetto razionale in base al quale certi individui ritengono di adattare il loro comportamento alle pressioni di una società affetta da avanzata patologia delle istituzioni.  - mala in res -.

Il comportamento criminoso è, in qualche modo, un comportamento reattivo. Di fronte alle pressioni economiche della società ed alle debolezze giuridiche ed organizzative delle strutture istituzionali, alcuni individui programmano una serie di azioni criminose che minacciano la sicurezza dei cittadini. Non si tratta quindi di patologie sociali. Si tratta di un aspetto fisiologico alle continue trasformazioni della modernità.

Nella nostra epoca i mutamenti o le mutazioni dei sistemi sono frequenti e permanenti, fatte di fasi evolutive o involutive, legate di volta in volta a impercettibili fattori di cambiamento. Per comprendere queste transizioni noi dobbiamo considerare l'azione delle organizzazioni dentro il movimento di un sistema. La società nel suo irrefrenabile, irriducibile ed irreversibile processo di "distruzione creatrice", produce continue crisi di legittimità delle istituzioni democratiche. L'ingovernabilità politica dei grandi sistemi urbani fa della città una istituzione splenditamente malata.

Alcune organizzazioni di cittadini, anziché soggetti deviati, si industriano in una vera e propria impresa del crimine, come reazione logica di adattamento al vuoto lasciato dagli apparati della organizzazione statale o del sistema economico.

L'atto criminoso è dunque il prodotto logico del processo di modernizzazione. Ogni violazione alla norma ha una sua razionalità comportamentale e a questa razionalità deve essere ricondotta per essere interpretata e valutata criticamente. Soltanto in base a questi presupposti è possibile comprendere il fenomeno criminoso contemporaneo e soltanto in base a questi presupposti è possibile debellarlo.

Il paradigma critico può essere definito come un approccio freddo al fenomeno della criminalità e della sicurezza, una concezione ferma sulla definizione e sulla descrizione del progetto razionale delle organizzazioni illecite. ANALISI ed eventualmente DIALISI.

Per assicurare margini crescenti di sicurezza ai propri cittadini, quindi, i decisori devono attrezzarsi per riattivare tutti i processi necessari e sufficienti per una razionalizzazione critica dei fenomeni oggetto di indagine. Occorrerà allora preventivamente analizzare le cause dell'esplosione di una tipica attività criminale nel sistema sociale di riferimento, il criterio percettivo d'insicurezza della collettività, lo stato di evoluzione dell'organizzazione sociale ed ogni altro elemento utile alla più completa possibile definizione del fenomeno. Occorrerà poi valutare il tasso d'incidenza della criminalità nei punti critici del processo di adattamento dei cittadini alle crisi sociali. Infine si potranno stabilire le terapie d'intervento o di controllo per arginare gli effetti dell'azione criminale sul sistema di vita degli esseri umani associati.

Ma evidentemente una procedura di questo tipo è lenta ed eccessivamente sofisticata, con scarso valore pratico anche per ricerche empiriche. E non ci spiega cose per noi molto importanti. Mantiene grandi contraddizioni irrisolte. Infatti, analizzando la casistica dei crimini maggiormente ricorrenti in varie società, notiamo alcune grandissime anomalie. Laddove, ad esempio, risulta esservi uno stadio dello sviluppo simile, come in Germania e in Giappone, possiamo verificare la presenza di progetti criminali molto differenti. Viceversa, sempre con la stessa metodologia di analisi, possiamo notare affinità e frequenza nel progetto criminale in società con diverso grado di sviluppo come gli USA e l'Italia. Infine, verifichiamo il permanere di tipologie e frequenze criminali comuni in società con strutture sociali opposte e diversificate.

 Saranno queste le contraddizioni? 

E queste anomalie saranno la conseguenza del fatto che gli analisti critici, a forza di analizzare il progetto logico delle organizzazioni reattive, dimenticano di valutare le situazioni sociali generali in cui questi progetti si applicano?

 

4 . IL PARADIGMA SIMBIOTICO ovvero DELLA SOSTENIBILITA' è il nostro, quello che abbiamo nel corso degli studi che fin qui abbiamo svolto sul tema della organizzazione sociale e della sicurezza.

  In modo propedeutico, noi reputiamo necessario scindere il problema della sicurezza, o meglio ancora dell'insicurezza, dal fenomeno criminoso. Ciò su cui fermiamo la nostra attenzione è l'analisi delle correlazioni fra variabili sociali, culturali ed economiche dei sistemi urbani e quindi la percezione comunicativa dei cittadini. In sintonia con la migliore elaborazione scientifica, anche noi riteniamo che il network immateriale delle relazioni sociali sia determinante per definire i processi distributivi di una qualsiasi organizzazione complessa.   Soltanto che noi li consideriamo talmente pervasivi da risultare talvolta inquinanti. Talmente inquinanti da determinare, spesso, una vera e propria diserzione  dai luoghi di un sistema, come avviene nelle città dove la gente, quando non è solita fuggire letteralmente dai propri quartieri, è indifferente nei quartieri, non partecipante, distante, estraniata dalla vita sociale delle strade e dei condomini. Non è raro il caso di persone che si ignorano totalmente, e molto spesso si temono, pur essendo vissuto per moltissimi anni nello stesso palazzo. E forse è proprio perché sono vissute per molti anni in quel luogo senza cambiarlo, senza un progetto di miglioramento, che si temono reciprocamente.  Analizzare le relazioni fra variabili sociali, culturali ed economiche dei sistemi complessi e quindi la percezione comunicativa dei soggetti attori è diventata per noi allora una esigenza imprescindibile. Nello svolgimento del lavoro di verifica sulla serie di casi storici che un universo circoscritto in termini di metalivelli spazio temporali, è possibile verificare facilmente quante siano influenti le tonalità emotive sulle azioni conflittuali dei protagonisti e quanto sia deflagrante la loro proiezione sull'immaginario collettivo d'insicurezza. L'aggressività fa capolino da ogni angolo. Si tratta di un vero e proprio virus city che alla prima occasione esplode in un "conflitto che crea il vuoto".

Se consideriamo un sistema autereferenziale complesso, come ad esempio un'area metropolitana, scopriamo che questo sistema evolve all'interno di un proprio dominio, cioè dal controllo esercitato sul suo habitat dall'ambiente circostante. Soltanto che questo dominio è oggi essenzialmente un  cognitivo, cioè una percezione comunicativa che appare nella mente umana sotto forma di rappresentazioni simboliche ed opera in base a connessioni logiche al fine di tramutare le esperienze in presunta conoscenza e guidano il comportamento umano.  Un sistema complesso pertanto è un universo simbolico spazio-temporale, dotato di un suo principio organizzazionale, cioè di una idea non definita o di un modello cerebrale, chiuso e non decodificabile, fatto di connessioni logiche, di una memoria collettiva e di una capacità di selezionare e rappresentare gli eventi con criteri di simmetria, riflessività, reversibilità, inversione, causalità, autoreferenzialità, diversificazione funzionale. Una learning organizzation, una organizzazione che apprende nel momento in cui si definisce, come diceva Jean Piaget, una intelligenza che "organizza il mondo organizzando se stessa".

I metalivelli inviolabili dello spazio e del tempo, sono i limiti oltre i quali non si può andare. Internet ci ha insegnato che con un dominio cognitivo si possono attraversare queste frontiere e che ciò è possibile soltanto quando si costruisce un linguaggio che sappia dar forma a quel pensiero.  Perché una azione, qualsiasi azione, ha un vincolo inequivocabile: mentre può essere riproposta quando si esprime come organizzazione nello spazio, non può esserlo nel tempo. Esiste, nella vita reale, una unidirezionalità irreversibile del tempo che può andare soltanto avanti. Un dominio cognitivo, invece, nella vita virtuale dei libri e dei server,  può tornare anche indietro, al fine di riordinare il valore cognitivo della conoscenza e il valore informativo di ogni news. È il caso tipico del crollo delle Twin Towers, un ricordo, un incubo sbalorditivo che ci mostra uno spazio tornato indietro, al ground zero, in un tempo che  può soltanto andare avanti. Questo è il dramma cognitivo dei cittadini di New York, che possono ricostruire se vogliono nello stesso spazio lo stesso, identico edificio. Ma non possono evitare la tragedia ormai avvenuta perché non è possibile tornare indietro nel tempo. Una delle motivazioni di coloro che reclamavano le ricostruzioni delle torri era quella della volontà di reagire, di tornare indietro nello spazio per annullare il tempo dell'offesa. Ma non hanno potuto farlo. Il tempo della nostra vita è irreversibile e, quando un dramma avviene, non è possibile cancellarlo semplicemente ripristinando lo spazio ex ante. I cittadini Occidentali, per superare il trauma del lutto, devono andare avanti nel tempo, continuare a lavorare nella loro città, riempiendo di simbolismi e significati tutti gli avvenimenti. Un fenomeno di riappropriazione del tempo che avviene, ad esempio con le commemorazioni e/o di una serie di funzioni utile ad integrare, a ritessere le fila tranciate dallo squarcio nel network relazionale. Devono ricostruire le parti frantumate del loro sistema che "sono tutte di carattere spaziale (inclusione, numero, ordine, posizione, direzione, grandezza, configurazione, densità); e lo devono fare sotto gli occhi del mondo intero, perché la loro rappresentazione simbolica ripristina la semantica del tempo che sempre si addensa e si compone in uno spazio locale di rappresentazione globale.

Caso naturalmente opposto è quello dei terroristi fideistici e religiosi. Non solo islamici. È il caso di ogni religioso. Di chiunque si esprime in modo radicalizzato. Un caso che risulta più evidente nella comunicazione globale quando è applicato ai terroristi.

Ritengo che ogni confessione radicale abbia connaturato un potenziale seme di violenza.

Uno dei fondamenti centrali della religiosità umana è il superamento, in qualsiasi forma, della irreversibilità del tempo. Il tempo è irreversibile perché ogni attimo passato è finito, definitivamente superato, totalmente perduto. Il tempo è irreversibile perché alla fine la mia vita si conclude e non può ricominciare. La religione promette il contrario: che la mia vita, giunta alla fine, in qualche modo, ricomincia, che altrove continuerò, tornando indietro, in un tempo infinito in cui già ero senza saperlo. La vita del religioso è soltanto una presa di coscienza dell'anima (spazio fisico) per superare la irrefrenabile irreversibilità del tempo. Un religioso vive cosciente che tornerà alla sua primigenea natura, nel luogo dove il tempo non evolve, non ha inizio né fine, è un eterno presente, dove non c'è nemmeno il problema di ricominciare perché ciascuno vive in un perenne inizio.

Indipendentemente dalla condivisione o meno di questo approccio, della sua falsità o della sua giustezza, questo atteggiamento mentale che, estremizzato nella mente dei terroristi, permette ai kamikaze di immolarsi sulla promessa salvifica, ci fa capire che è possibile, tramite un dominio cognitivo, di superare la unidirezionalità irreversibile del tempo. In un domino cognitivo i metalivelli inviolabili del tempo e dello spazio sono separati. Nella vita reale invece il tempo si addensa nello spazio. Devo fare delle cose, le devo fare entro quella data, in un precisato luogo, al massimo in un certo e delimitato intervallo di tempo. Il tempo si addensa in quello spazio. La frenesia dei tempi consiste in questo addensare sempre più tempo in spazi sempre più piccoli e delimitati.

In ogni caso l'ambiente non è altro che la coincidenza tra spazio e tempo in un'area. Quando diamo una organizzazione tipica all'ambiente in cui ci troviamo costruiamo il nostro habitat. Internet crea un vuoto, uno spazio di liminalità all'interno dell'ambiente e dell'habitat in cui viviamo, annullando la connessione complementare di spazio e tempo.

 

L'ambiente è un "insieme di fattori fisici, chimici e biologici da cui dipende l'esistenza dell'uomo in quanto organismo vivente". È il luogo della nostra presenza, ma non è ancora lo spazio in cui si addensa il tempo della nostra vita.

Per concentrarsi, il tempo, ha bisogno di un attrattore climatico: ha bisogno di un habitat in cui possibilmente ci accomodiamo. L'habitat invece il luogo della nostra evoluzione, un alveo, un sistema indispensabile per la strategia di adattamento che ha garantito, con il processo di differenziazione funzionale, la sopravvivenza della nostra specie.  L'habitat è l'artificio di protezione con cui ci siamo illusi di assicurarci la necessaria sicurezza. E per tanti anni questo habitat ha funzionato come formidabile contenitore della possibile tranquillità. Soltanto che, per definizione, l'habitat non è statico. Se raccoglie la nostra evoluzione, vuol dire che è sottoposto ai frenetici ritmi della innovazione, alle discontinuità conflittuali, ai rischi della complessità e al disordine. L'organizzazione di questo spazio protettivo comporta, al tempo stesso e paradossalmente, l'entropia, cioè "la disorganizzazione, la mancanza di configurazione o l'organizzazione casuale del sistema". E tutto diventa più dirompente e minaccioso. 

Se fosse mantenuta all'interno di valori tollerabili, l'entropia, potrebbe essere sostenuta dal sistema, restando circoscritta entro certi livelli e dentro un determinato intervallo. Viceversa, come diceva  Niklas Luhmann, nelle società complesse, quando c'è una rottura della normalità c'è una percezione di rischio da parte dei cittadini. Una entropia che esce dall'intervallo di sostenibilità può produrre crisi esplosive o implosive, che sono vere e proprie sconnessioni nel network delle relazioni sociale. L'organizzazione dei sistemi contemporanei, e in modo più pronunciato dei sistemi urbani, deve adattarsi in modo sempre più congeniale alla complessità, che è ormai definitivamente reticolare. Ciò genera una sconnessione, un vuoto, una assenza di fiducia e di fondamento, una paura. Per quanto possa restare circoscritta in un ambito definito o in un territorio delimitato la minaccia di questa frattura si proietta nel circuito della comunicazione e diventa globale. Diventa vuoto. Diventa paura. 

La speculare riproduzione della minaccia e del pericolo all'interno della intelligenza collettiva di un qualsiasi sistema, dentro i sogni dei suoi cittadini, nella mente vigile del corpo sociale fatta di rappresentazioni e manipolazioni simbiotiche, nella interpretazione dei codici, elaborazione delle informazioni e della somatizzazione cognitiva di un problema (insicurezza esistenziale), riduce la capacità di agire del singolo, lo imprigiona in sensazioni di angoscia e crisi di identificazione depressive, lo stringe nella nuova anomia e nell'alienazione della solitudine e limita la sua libertà di agire e di pensare. La vera simmetria della modernità, dunque, è quella tra libertà e sicurezza, ormai divenute inscindibili, e non, come prima, alternative, nel senso che, per assicurare la sicurezza bisognava accettare parziali riduzioni di libertà. Oggi la sicurezza non corrisponde più all'ordine. L'insicurezza di oggi è un virus che, una volta immesso, per il tramite di un circuito comunicativo assordante e assillante, nel modello culturale di riferimento, non è caricata soltanto sulle spalle delle vittime. Nelle otto funzioni del crimine, Han Magnus Enzensberger spiega benissimo questo meccanismo fittizio, palliativo, espiatorio, sostitutivo, concorrenziale, parodossale. Si tratta di un trasferimento per contagio, l'insicurezza si trasferisce automaticamente agli altri individui, siano essi cittadini o decisori e guida i loro rischiosi comportamenti sociali, che sono altrettanto visibili, osservabili, osservati e si riflettono negli specchi della comunicazione iconica.

Il problema della insicurezza diventà così complessivo, il problema complessivo della insicurezza complessiva, e viene riformulato continuamente, continuamente re-intepretato fino a generare o degenerare, indurre o ridurre minacce sempre più grandi e pericoli sempre più insolubili. L'insicurezza rischia di corrodere le connessioni cognitive del sistema sociale.

 

Maturana e Varela hanno definito ontogenesi, l'evoluzione di un sistema, la sua storia a tutela dell'organizzazione reticolare, a saldezza del suo network relazionale. Il processo di differenziazione funzionale dei sistemi produce uno stato di stress molto forte che si scarica sulle strutture, che scorre lungo le sue connessioni, in collegamenti                    "relativamente stabili di rapporti fra elementi interdipendenti",  e staziona in modo permanente nelle relazioni di equilibrio della complessità che devono rimanere invarianti ed immanenti al fine di mantenere l'identità del sistema stesso.  Se quelle relazioni dovessero cambiare o perdere l'equilibrio, il sistema potrebbe morire o mutare, diventare qualcos'altro: con la perdita del suo equilibrio perderebbe anche la sua identità. Svanisce così l'attrattore climatico dell'habitat entro cui i cittadini si sono allevati.

Il paradigma della insicurezza di sostenibilità consta, dunque, nella capacità di trasferimento dei cambiamenti dell'ambiente dalla struttura alla organizzazione e nella sintonia tra funzioni di apertura e funzioni di chiusura del sistema, mantenendo l'equilibrio della complessità: senza cioè far uscire l'entropia dall'intervallo di sostenibilità e produrre rotture nelle connessioni reticolari tra relazioni e senza minacciare il dominio cognitivo dell'habitat.

  Facciamo un esempio completo.

In un sistema urbano, che sono le città ma possono essere anche i distretti, il nostro paradigma dice che il tasso di sicurezza, o di insicurezza relativa, è funzione della sostenibilità dei sistemi.

Le città sono complessi habitat organizzativi, che evolvono per processi di differenziazione funzionale. Le metropoli si reggono in equilibrio grazie al livello di entropia interno. Se l'entropia organizzativa dell'habitat è elevato, il livello di sostenibilità sociale è basso, e viceversa.

Tra sostenibilità ed entropia s'instaura sempre un rapporto inversamente proporzionale.

Se le strutture sociali, ed in modo specifico le strutture istituzionali, non percepiscono la turbolenza dell'ambiente circostante, dovuto ad un alto tasso di prostituzione, alla criminalità o anche soltanto dalla presenza fisica minacciosa degli immigrati, e non trasmettono o trasmettono in modo eccessivo all'organizzazione questa percezione, i meccanismi di chiusura necessari a mantenere l'integrità del sistema urbano non scattano, cresce l'entropia interna e i cittadini avvertono la minaccia alla loro sicurezza. Se per caso una prostituta diffonde una malattia e questa diffusione diventa nota, se la televisione o la cronaca locale mostrano scene di panico metropolitano dovute ad un furto o ad uno scippo, se un immigrato viene arrestato per spaccio di droga o qualcos'altro, il dominio cognitivo dei cittadini di quella città o di quel quartiere entra in fibrillazione, il senso percepisce la sconnessione nel sistema di tenuta reticolare e proietta su se stessi il singolo caso accaduto ad una sola altra persona o in un quartiere altro della stessa città o addirittura in una città altra. Quanto è accaduto ad uno può accadere anche a me per simmetria. Lo sogno la notte e preda degli incubi irrisolti lo vedo di giorno in ogni angolo della mia città. Evito di passare per le strade in cui la corruzione si ostenta, tengo ben stretta la borsa tra braccia ferree e schivo un immigrato in metropolitana. Sento nell'aria, attorno a me, un'insicurezza palpabile e la interiorizzo, la somatizzo e mi comporto di conseguenza. Di conseguenza significa allontanare gli altri e rischiare di subire il pericolo di chi si sente emarginato.

Nel tentativo di mantenere l'equilibrio del sistema e non far uscire l'entropia dell'intervallo della sostenibilità, i nostri decisori trasformano i pericoli sociali in rischi politici. "L'invenzione dell'ombrello ha trasformato il pericolo di bagnarsi in caso di pioggia (un evento esterno che non dipende dalle nostre decisioni) nel rischio di bagnarsi se si decide di lasciarlo a casa".

La nostra complessità dipende sempre più dalle nostre decisioni e, peggio, dalle decisioni di altri per noi.

 Pertanto, sia i comportamenti individuali che le scelte collettive o sociali, possono configurare un habitat urbano scisso tra coloro che assumono dei rischi e coloro che subiscono i pericoli che ne scaturiscono.

"Luhmann offre in proposito una vasta gamma di esempi: il fumatore può essere disposto a rischiare il cancro, ma, per coloro che sono con lui nella stanza, il fumo è un pericolo; lo stesso dicasi per colui che azzarda un sorpasso in autostrada, per chi costruisce una centrale nucleare o per chi fa ricerca genetica".

Nuove sconnessioni, nuova entropia, nuovo caos. E così via, fino a che questo feedback loop tra minaccia, rischio e pericolo non diventa letteralmente insostenibile per tutti.

In altri termini, l'incapacità di sostenere le turbolenze dell'ambiente e di adattarsi ai cambiamenti minaccia il mantenimento dell'equilibrio del sistema urbano. Nei network è l'intervallo della sostenibilità che mantiene in equilibrio l'organizzazione. Una sua fuoriuscita dell'entropia, cioè una espansione del caos, si scarica sui cittadini sotto forma di insicurezza implosiva o esplosiva e determina un vero e proprio inquinamento dell'habitat urbano, con il moltiplicarsi di sconnessioni e delle distorsioni.

Il caos è l'humus culturale del crimine dalla cui espansione traggono energia e risorse le organizzazioni malavitose reticolari. Perché, in definitiva, la società è un network che produce network, i quali per sopravvivere hanno bisogno di alcune condizioni ambientali entro le quali adattare il proprio habitat.

 

 

Nel nostro caso, la sicurezza - o la riduzione della insicurezza relativa - è data dalla indivisibilità dei fattori interagenti, che assieme garantiscono l'equilibrio interno e la sostenibilità degli apparati organizzativi del sistema urbano.

Questi fattori non devono essere generici, né generali, perché possono essere elaborati soltanto in funzione dell'habitat in cui il sistema vive.

Circoscrivere allora il problema della sicurezza alla sfera della difesa militare esterna o poliziesca interna, ci sembra un limite molto forte. Nelle moderne metropoli complesse la percezione d'incertezza e di rischio dei cittadini si è diffusa sempre di più in conseguenza all'emergere di minacce non militari, né poliziesche, come quelle biologiche, alimentari,economiche, demografiche, ecologiche. La sicurezza è diventata un elemento costituente della qualità della vita.

 

Il paradigma dell'insicurezza sostenibile reclama una strategia glocale (globale nella località individuata) di intervento ed un mutamento nella formulazione dei criteri e dei fattori di analisi del fenomeno. Questa riformulazione stenta ad avviarsi proprio perché le istituzioni deputate al controllo sociale, sono profondamente condizionate da un'unica concezione del crimine e ancor di più dal fatto che sia il crimine l'unica causa dell'insicurezza individuale.

Invece noi affermiamo l'avvento di un'insicurezza esistenziale, in cui ogni sconnessione dell'habitat è un vuoto minaccioso che deve essere evitato continuamente con politiche finalizzate finalizzate ad innalzare la qualità della vita e a togliere l'humus ambientale in cui sorgono e proliferano le moderne crisi di sostenibilità sociali.

Serve una strategia della sicurezza urbana e/o metropolitana.

Ormai, tra inputs  di ordine e outputs di sicurezza si è generata una contraddizione.

La società non ha mai avuto apparati polizieschi e militari come in questo momento.

Eppure, mai come in questo momento si è sentita incerta e insicura. Ciò è dovuto probabilmente alla perdita di legittimità delle istituzioni democratiche locali e alla loro incapacità di riscoprire la propria identità culturale e quindi la civiltà dei comportamenti. Ciò è probabilmente dovuto all'assenza di politica della sostenibilità organizzativa nei sistemi urbani.  

La sicurezza resta circoscritta alle nostre città.

A rigore, non esiste un problema di sicurezza nazionale.

Esiste una criminalità nazionale, ma la sicurezza è metropolitana.

L'uomo moderno abita, in quanto individuo, in uno spazio sistemico dai confini impercettibili.

Se vive nella forma del cittadino, se riesce a ricostruire la connessione cognitiva e culturale con l'habitat in cui vive, può ridurre e, in qualche modo gestire, la sensazione di irrimediabilmente perduto che lo attanaglia ogni mattino. Egli ha bisogno di inserirsi in un panorama. Così come, appunto, lo ha disegnato Hannah Arendt: l'uomo è un individuo che diventa cittadino, cioè il soggetto universale di una polis che rappresenta l'ordine generale, la riduzione del caos.

Senza fisicità e senza territorio, senza limiti e confini, immateriale, nella "sovrabbondanza di mondo, generico, indeterminato, ripetitivo, informale, informe" delle metropoli contemporanee, l'uomo non può perdere il corpo e perdersi nel vuoto di una landa desolata.

La violenza individuale è il suo sradicamento dallo sfondo, mentre l'insicurezza collettiva è una minaccia allo sfondo.

Per ridurre la complessità ontologica, epistemologica e fenomenologica degli uomini moderni è indispensabile ripristinare la funzione della politica, l'unico fatto sociale totale in grado di costruire connessioni reticolari aggiuntive, di differenziare i sistemi mantenendone l'equilibrio, di selezionare e ridurre le variabili, di trasformare il caos in complessità.

Il valore etico delle decisioni è oggetto di discussione. Tuttavia, soltanto con la politica, nei comuni, possiamo gestire la nostra insicurezza relativa, perché la politica è il solo modo che l'uomo ha di portare se stesso nel mondo.

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