4.2 - dal welfare al wetware

Nel 1982 Jean-Cluade Chernais ha rimproverato l'Occidente, "freddoloso e intristito", di aver ceduto soltanto alla impressione di una violenza crescente, di "una violenza simbolica, non materiale e, ciò che più conta, di una violenza che altro non è se non una maggiore protezione contro la violenza materiale".

Infatti, tutti gli indicatori sociali, dalla testimonianza diretta dei contemporanei alla storia dello Stato e delle istituzioni, dalla statistica criminale alla statistica medica, mostrano e dimostrano che "la violenza vera, quella della barbarie, che uccide i corpi e semina morte, è altrove". Il cittadino occidentale moderno apprende una disciplina sociale di accrescimento di sicurezza oggettiva fin dalla sua infanzia, che "aumenta continuamente di intensità".

Ciascuno, senza accorgersene è conformato per la maggior parte della sua vita a convenzioni e regole, a norme e regolamenti, al codice civile e penale, quello della strada, della salute pubblica e della sicurezza sociale.

Il diritto del nascituro, che produce sicurezza e protezione prima ancora che egli venga al mondo, l'apparato formativo, il sistema economico, la strutturazione del tempo, il meccanismo elettorale, sono ingiunzioni alla tutela dell'uomo moderno che "vive in un universo ben cementato, codificato, in un senso rassicurante".

"Uno a uno, i grandi rischi che costituivano il terrore dei suoi antenati sono stati coperti dai sistemi previdenziali e assicurativi: malattia, disoccupazione, incidente, furto, incendio, persino la morte del coniuge o di una persona cara". Che poi l'individuo paghi l'accrescimento di sicurezza oggettiva con una maggiore insicurezza soggettiva, è un altro discorso. È soltanto un discorso, una percezione, una condizione di maggior evidenza comunicativa; è l'eccezione che, a causa di un sistema multimediale diffuso, diventa eccedenza, come diceva appunto Chateaubriand: "i crimini più abominevoli ispirano orrore solo alle società in stato di quiete; alle rivoluzioni, invece, essi appartengono a pieno titolo, costituendone come il dramma, lo spettacolo".

L'Occidente, e l'Europa nell'Occidente, ha gestito la paura con il Welfare State, appunto con il sistema di sicurezza sociale, "il tentativo più ammirevole e più rischioso di promuovere sia la giustizia che la prosperità in una società".

Dalla culla alla tomba, il cittadino impaurito dagli effetti dell'irrefrenabile capitalismo, che si erano terribilmente manifestati con una violenta crisi della domanda nel 1929 e con una guerra mondiale, ha scelto politiche finalizzate alla piena occupazione e alla sicurezza sociale: ha scelto per sé di eliminare la fame e il freddo.

In realtà, "vive di solo pane chi non ha nemmeno il pane" diceva lo psicologo americano, liberale, David Maslow nel tentativo di spiegare l'articolazione dei bisogni umani, individuali e collettivi. Infatti, una volta soddisfatti i primi due bisogni strutturali di sopravvivenza e sicurezza, gli uomini tendono a soddisfare i bisogni più alti, quelli sovrastrutturali, di appartenenza, status e autorealizzazione.

Dopo aver risolto, cioè, i problemi del lavoro e del reddito, desideriamo appartenere ad una organizzazione economica, politica o sociale, ad una famiglia, ad una nazione, ad un gruppo etnico, ad un patrimonio storico e culturale, per riconoscere la nostra identità, i caratteri somatici della nostra anima.

Una volta mangiato il pane, non abbiamo più bisogno del pane. Vogliamo altro.  Tanto più una società è ricca, tanto più i suoi abitanti reclameranno la soddisfazione di bisogni più sofisticati, posizionati nei gradini più alti di una fantomatica scala: vorranno migliorare il loro status sociale e vorranno realizzare la vita che hanno sempre sognato. Ciascuno di noi mira costantemente a compiere il proprio progetto di felicità.

 

Il Welfare State è stato questo ammirevole e sincero tentativo di costruire un sistema sociale fatto di azioni politiche finalizzate alla "felicità pubblica" .

Non si è trattato soltanto di buone intenzioni. Si è trattato di obiettivi precisi che hanno avuto sostanzialmente l'esito della riproduzione spontanea della popolazione e della riproduzione calcolata della società. Più uomini per la società e più società per gli uomini. Basta leggere la gelida curva degli indici demografici. Quanta vita salvata c'è dietro una linea tratteggiata!

 

"Semplicissimo ad essere enunciato per quanto non sia altrettanto semplice ad essere analizzato, lo possiamo denominare il fenomeno dell'agglomerazione, del "pieno". Le città sono piene di gente. Le case, piene di inquilini. Gli alberghi, pieni di ospiti. I treni, pieni di viaggiatori. I caffè, pieni di consumatori. Le strade, piene di passanti. Le anticamere dei medici più noti, piene di ammalati. Gli spettacoli, non appena non siano troppo estemporanei, pieni di spettatori. Le spiagge, piene di bagnanti. Quello che prima non soleva essere un problema incomincia ad esserlo quasi in ogni momento: trovar posto."  Qualcuno si è perfino lamentato.

 

Ha decisamente torto, dunque, chi ritiene che il Welfare "è fallito come progetto di Great Society", soltanto perché occuperebbe uno spazio improduttivo o residuale, in ogni caso non economico. Anzi, nel passaggio dalla semplice assistenza al benessere diffuso, ciò che si è realizzato è stato proprio una estensione della società, una espansione dello sfondo, addirittura una proliferazione di soggetti e di realtà troppo rapida da farci temere la minaccia di una Big Society o di una Giant Society.

Nasce la società opulenta.

Per noi il Welfare State rappresenta proprio il passaggio dalla Little alla Great Society, dallo Stato Assistenziale alla Società del Benessere, dalla legalità della sua cittadinanza ai diritti formali e sostanziali della sua popolazione.

 Tuttavia, alle frontiere del consumo di massa ed oltre, l'uomo non ha conquistato una maggiore tranquillità. Sente attorno a sé che la veloce proliferazione dei soggetti si è improvvisamente trasformata nella rapace sperequazione dei rapporti; vede un mercato politicamente sregolato da uno squilibrio costante tra funzione e prestazione, tra domande e risposte, tra inputs e outputs; sa che le sue esigenze probabilmente non saranno soddisfatte e che deve ogni giorno lottare per ottenere.

È la crisi delle aspettative crescenti, il passaggio dalla "soddisfazione litigiosa" del Welfare State alla "insoddisfazione rissosa" del Warfare State, "una società esigente e indocile che periodicamente entra in una fase di eccitazione". 

 Nel suo incessante processo di trasformazione, dallo status al contratto, la società ha amplificato l'intensità dei legami sociali snaturandone i ruoli: come se un amalgama di ineguale spessore raccogliesse ceti, professioni, interessi diversi rendendo, all'apparenza, tutto uniforme e tutto uguale.

Sotto la pressione della eccessiva proliferazione e della crisi delle aspettative crescenti cede anche la tutela collettiva della funzione politica. I partiti, i sindacati, i club, i gruppi di interesse o di pressione rischiano di rompere addirittura l'equilibrio dello Stato Democratico. "Tutti entrano nel gioco politico per chiedere qualcosa allo Stato, o meglio al Governo"; e all'aumento dei partners dell'area contrattuale di decisione ha corrisposto una proporzionale diminuzione di efficacia delle stesse decisioni.

Le poliarchie contemporanee sono state, per questo, anche definite società dei governi privati. Tanti centri competitivi di influenza, pressione e di potere bloccano la funzionalità dell'apparato decisionale fino a trasformarlo in governo debole, un piccolo cervello, cioè, incapace di articolare un sistema enormemente complesso.

Solo e disarmato, "nella sua impoverita individualità", l'uomo, in questo mondo "oggettivo, ridotto alla sua apparenza", è schiacciato dalla "anonima tirannia del conformismo" e non dispone più della propria quotidiana esistenza. 

Alla frontiera del consumo di massa ed oltre, la vita attraversa ogni giorno la concorrenza tra sistemi ed è totalmente dipendente dai grandi meccanismi economici o soggetta alla manipolazione e alla canalizzazione in grandi apparati politici centralizzati e burocratici. C'è una bureaucratisation du monde, uno strisciante, lento e mistificato tentativo di assorbire gli spazi di autonomia dell'individuo. Le facoltà dispositive della tecno-burocrazia ci offrono "una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non libertà" e mentre "il singolo sparisce davanti  all'apparato che serve" assistiamo all'affermazione della routine dell'esperienza, della brutalità del conformismo che produce un consenso acritico e  generalizzato.

Il cittadino della quarta era, "alla fine di quella che viene chiamata l'età moderna", ha paura di restare solo, contro una moltitudine che "s'è fatta visibile", aggredito da una micro conflittualità permanente, in una middle class omogenea ed anonima, non protetto, isolato, escluso. 

Eterodiretti, "prigionieri dei limitati orizzonti delle loro vite quotidiane", i nostri contemporanei temono di essere soltanto "parti subordinate" di strategie altre, razionali o irrazionali, comunque incontrollabili.

Ne avvertiamo il rischio.

Ogni mattina quando usciamo di casa sappiamo che può accadere qualsiasi cosa.

Tra le infinite possibilità proiettiamo su noi stessi quelle che ci sono state trasmesse dai mezzi di comunicazione di massa, quelle che abbiamo visto in televisione, che abbiamo letto nella cronaca di un giornale, che ascoltiamo dalla radio o dalle confidenze di un conoscente.

La paura è una sensazione pervasiva.

Quanto è accaduto ad uno di noi può accadere a tutti noi. 

Il rischio vibra costantemente nel sistema delle relazioni comunicative della nostra società. Freme la nostra vita di infiniti, incontrollabili pericoli, eventi che ci travolgono, improvvisi e spesso occulti. I bambini possono essere violati e violentati, possono essere rapiti, possono essere stuprati e, con il mercato degli organi, possono essere sezionati. E possono essere isolati, trascurati, emarginati da squilibrati processi educativi, possono essere minacciati da chi li doveva proteggere. Gli adolescenti rischiano la loro vita per un nonnulla, una spavalderia, per la induzione subdola alla tossicodipendenza, per una contesa. Per i giovani anche il ballo è diventato una minaccia, affogato nell'alcol o in un allucinogeno, o possono infrangersi in una manifestazione, in una contestazione o nel suicidio, che è una forma di protesta.

Poi la vita soggiace alla minaccia del lavoro, del lavoro che non c'è e del lavoro che bisogna fare, o anche al pericolo di subire la legalità, di finire vittima di una macrocriminalità incontrollabile o vittima della microcriminalità incontenibile, di fuoriuscire dalla socialità, il pericolo di vivere in metropoli schiaccia persone che diventano sempre più megalopoli, il pericolo della salute, il pericolo della famiglia e della professionalità. L'anzianità è abbandono della integrità fisica, del sistema complessivo delle relazioni economiche e politiche, della pesantezza di una vita che sfugge definitivamente e che in qualche modo si decompone, diventa incomprensibile ed escludente.

Sono una serie innumerevoli di minacce, apparentemente minori, a cui siamo sottoposti ogni giorno come individui perché le subiamo o perché le vediamo rappresentate all'interno del nostro gruppo di pari e ci riflettiamo in esse. Le vediamo rappresentate nel sistema di comunicazione globale e le proiettiamo nella nostra esperienza di vita e diventano nostre, diventano le tegole minacciose della nostra quotidianità, anche se poi, nella realtà, l'avvento di quell'evento ha una possibilità ridotta di avvenimento.

Tutti insieme, invece, subiamo un altro tipo di minacce, molto più concrete anche se molto meno percepite. Sono minacce globali che attengono al sistema di mantenimento e di autorganizzazione della società contemporanea. Sono minacce ambientali totali, nell'approvvigionamento di energia, nella riduzione del velo di protezione planetaria, nel sistema della riproduzione della specie o nella deflagrazione di un conflitto bellico di nuovo tipo.

Viviamo costantemente il pericolo delle radiazioni tumorali, di un virus battereologico assassino, il pericolo dell'inquinamento ambientale, il pericolo infettivo nello scambio d'amore, nel pericolo di un missile nucleare o di una bomba terroristica.

Sono minacce a cui dedichiamo solo parti ridotte del nostro pensiero, perché sono molto più grandi noi, perché non le possiamo fronteggiare da soli, perché sono collettive e globali e richiedono, talvolta, una drastica riduzione dei nostri privilegi.

Tanto più una società progredisce e tanto più ha bisogno di motori di energia fisica e sociale, che rischiano di esplodere o di implodere ad ogni crisi di sostenibilità. 

Il peso della crescita diventa talvolta insostenibile, se non si trasforma in sviluppo. Se non riduce la sua entropia interna e gli effetti sulle strutture di contenimento, rischia di produrre crisi esplosive o implosive che finiscono per distruggere, di nuovo, la nostra stessa sopravvivenza.

Sono minacce planetarie che si potenziano e si depotenziano con lo stesso frenetico processo di crescita che generano. Sono minacce autoreferenziali: la modernizzazione produce minacce di vita ai suoi cittadini, che possono essere eliminate soltanto dalla modernizzazione che produce minacce sempre più pericolose.

La società sostituisce insicurezze, come abbiamo detto, le trasferisce nei suoi spazi di discontinuità, nelle sue alterazioni. Talvolta con un rombo, talvolta con un lento lamento ci si rende conto dei pericoli crescenti e s'inizia seriamente a dubitare nella sopravvivenza del sistema.

Questo dubbio, questa nuova minaccia di vita, non è più soltanto circoscritta a degli individui o a dei soggetti sociali, è anche una minaccia genetica, di specie; e sistemica, cioè, non più prodotta solo dalla natura o dall'avvento di un'alterazione del settore economico, ma prodotta principalmente dal ritmo di espansione, o meglio dal processo di differenziazione funzionale, dell'intero sistema sociale. Non è più soltanto una minaccia dell'ambiente, ma è una minaccia all'ambiente che parte dal nostro habitat ologrammatico, dalla nostra imitazione di vita, appunto, imitation of life.

Nella società in cui viviamo non c'è, in realtà, un deficit di sicurezza.

Se ci guardiamo attorno, abbiamo costruito una numerosa casistica di protezioni e di tutele, abbiamo notevoli occasioni ed opportunità di benessere.

Il pericolo per noi deriva soltanto da noi. "L'umanità - diceva Jean Paul Sartre - è in possesso della sua morte".

Siamo trascinati dalla veloce corrente di un fiume in piena e, tuttavia, abbiamo costruito una miriade di comodi punti di appoggio e di ristoro.

Purtroppo, però, non possiamo uscire da quel fiume senza distruggerci, nella certezza di perderci in una foresta ignota e priva di ogni regola, dove il pericolo è incontrollabile e la morte istantanea. Siamo costretti a restare nel fiume e a costruire stazioni, zattere di salvataggio e salvaguardia, da cui produrre comode imbarcazioni per un gradevole trasporto. Dobbiamo sfruttare la spinta, talvolta persino la forza irruenta della corrente, per farci trascinare in climi migliori e panorami gradevoli. Senza mai dimenticare che sono proprio i nostri attracchi che, ostruendo il flusso dell'acqua, innalzano il livello del fiume e rendono molto più veloce e violento ogni movimento, con il pericolo sempre incombente che, da un momento all'altro, si rompano gli argini.

Siamo quindi costretti ad alzare continuamente il livello di contenimento. Se non lo facessimo potremmo essere spazzati via, con tutte le nostre precarie costruzioni, dall'onda d'urto dell'acqua. Ma nel farlo, coloro che costruiscono continuamente nuovi argini, rischiano di sbagliare e questo errore si trasforma nel nostro permanente pericolo che, a sua volta, alimenta in noi una insicurezza aggiuntiva.

 

Non c'è deficit di sicurezza nelle nostre società liquide, nel fiume in cui noi viviamo.

C'è un surplus d'insicurezza insita nella complessità riflessiva dell'acqua, dentro il fenomeno relazionale che ci trasporta. Si tratta della insicurezza del viaggio ignoto, moltiplicativa e globale, che si avverte come dal paura individuale proprio perché non sappiamo dove andiamo e quali pericoli ci sono attorno a noi.

Quanti rischi scorgiamo sulla fronte sudata del capitano, quanta preoccupazione, dubbio e titubanza ci trasmettono i nostri decisori nella loro umana incapacità di fronteggiare le minacce epocali, nel loro faticoso tentativo di placare la violenza d'impatto della crescente energia che noi stessi continuiamo a produrre.

Energia è potenza e potere.

Potere e potenza sono vincoli e possibilità, rischio e opportunità: in ogni caso, paura.

All'ombra delle nostre città, all'angolo dei grattaceli grigi in strade deserte, la paura diventa imprendibile, immateriale; si fa canale di trasmissione del pericolo e si propaga in modo virtuale e multimediale nella comunicazione sociale.

Una paura permanente proprio perché non riferibile a una effettiva minaccia fisica.

Una paura che diventa sistema di condizionamento e controllo, che assume la funzione di presupposto tattico e strategico involontario del potere esponenziale dei mass media.

La nostra società è ormai piena di sistemi di riflessività cognitiva per  una comoda e conformistica imitazione di vita.

La paura che si riflette su di noi, nel segreto delle nostre stanze, nella privata intimità della casa, può facilmente causare un feedback loop, una degenerazione retroattiva, un corto circuito nello stesso meccanismo ricorsivo del sistema.

La paura torna indietro e ci infetta, un virus che si propaga fino ad assumere le forme della protesta senza proposta, reazione e retroazione, una immotivata delegittimazione dei decisori o, peggio ancora, una delegittimazione del ruolo della politica nella società; eppure indispensabile alla ricostruzione permanente degli approdi e degli argini.

 

Can we change reality?

Possiamo cambiare questa realtà?

No. Abbiamo un quotidiano problema di entropia da dover mantenere dentro un definibile intervallo di sostenibilità. E possiamo mantenerla lavorando sulle funzioni innovative e su quelle conservative del sistema, sui meccanismi ricorsivi, su quelli comunicativi e su quelli riflessivi, con logica e metodologia autoreferenziale.

Possiamo governare l'entropia dentro l'intervallo della sostenibilità sistemica, per evitare che esca fuori: da un lato, producendo crisi esplosive - il rombo dell'onda d'urto energetico del caos -; dall'altro, producendo crisi implosive - il lento lamento di un caos che cresce, supera gli argini, inonda, sommerge e corrode gli approdi -, o da entrambi i lati, contemporaneamente.

 

Can I change my prospective?

 Posso cambiare prospettiva?

Si, anzi, lo devo fare. Devo pormi di volta in volta in un diverso punto di vista e guardare da un diverso angolo visuale, per capire cosa si vede di nuovo, come se fossimo in un immenso gioco di ruolo.

Forse è proprio questo role play che può salvare la nostra net democracy.

Cambiando prospettiva potremmo vedere i buchi neri di solitudine e alienazione in cui vengono risucchiati coloro che non sanno camminare sui sottili fili della rete, quelli che stanno fuori dalle connessioni, che sono out, appunto. Ma non restano fuori la porta. Cadono lentamente verso il basso.

Lo ha spiegato benissimo qualche anno fa Ralf Dahrendorf: "chi oggi cade, non cade nelle braccia della famiglia, nelle mai soccorritrici della sua comunità, della sua chiesa, ma scivola attraverso tutti loro nel vuoto". Non si tratta solo di barboni, mendicanti e vagabondi, che nelle nostre società ci sono sempre stati: "c'è quello che non riesce a staccarsi dalla bottiglia, c'è chi non tollera in alcun modo qualsiasi costrizione e ordine, c'è quello che ha avuto troppe disgrazie per continuare a combattere - sfortuna con le donne, con i datori "datori di lavoro", con i colleghi, c'è chi si è ammalato e non ha più trovato la strada per riprendersi".

Sono uomini, esseri viventi e non più soggetti sociali.

È un individuo normale, di tutti i giorni, colui che "non ha più reti protettive e scivola lentamente verso il basso".

Vive in uno spazio di liminalità, in una antistruttura, negli interstizi, oltre la linea, fuori dai confini tridimensionali della vita conformistica dell'uomo eterodiretto, "che continua a girare attorno al lavoro" e alle professioni.

Tra di loro "non esiste una solidarietà di classe, perché non esiste una causa unica, sistemica, per cui uno venga a trovarsi dentro". A rigore, non esiste nemmeno il plurale. Esiste soltanto il singolare. Ognuno percepisce la sua condizione "come un destino individuale". E viceversa, per uscire, o meglio, per tirarsi fuori, "quando lo si voglia, non si richiede un comportamento collettivo", ma uno sforzo altrettanto individuale. Non sono un'altra categoria, sono cittadini come noi, sono uomini che semplicemente subiscono il peso di una superiore percentuale d'insicurezza.

Soltanto che quel semplicemente non è poi tanto semplice da riformare.

Ti vivono al fianco e non te ne accorgi nemmeno. Magari sono proprio i tuoi parenti, i tuoi figli, i tuoi amici. Magari sei proprio tu, in alcuni momenti particolari, in alcuni indimenticabili anni. Siamo noi che istintivamente sentiamo attorno una insicurezza diffusa, la situazione della nostra vita non più sostenibile, perché non si sostiene più da sola e perché non ha più sostegni a cui reggersi, a cui aggrapparsi per salvarsi dalla irruenza di quel fiume di caos che rapidamente ci trascina verso le rapide cascate della violenza o nelle melmose sabbie mobili dell'alienazione esistenziale.

La nostra paura, la nostra insicurezza è proprio quella di scivolare, per un evento esplosivo e deflagrante, per una crisi implosiva e sfibrante, lentamente dentro il buco nero della liminalità; di cadere trascinati dalla corrente, senza appiglio alcuno. E in silenzio, perché la violenza di oggi è causa di silenzio.

La nostra è la paura di finire in "un mondo di opzioni senza legami. Anomia."

La nostra insicurezza è di sentire, nascosta tra le ore di ogni giorno, il pericolo dell'alienazione; Alien, l'insostenibile solitudine dell'umano che ci cresce dentro; mentre il Welfare State, ancora concentrato a mediare tra categorie sociali e gruppi di pressione, non modifica in nulla questo stato di cose.

Le classi, le categorie o le associazioni e, comunque, le organizzazioni non sono più i portatori del bisogno. Sono soltanto i detentori della influenza politica.

Il bisogno è negli individui, all'interno della vita delle singole persone poiché, dirà Jacques Derrida, "chiunque altro è tutt'altro".

Wetware è un monologismo intraducibile che indica la componente umana in un sistema informatico.

Wetware è il nostro presente: l'elemento umano nella net society. Ma dobbiamo cambiare prospettiva, continuare il role play che ci permette di vedere da diversi punti di vista la nuova trasformazione dell'insicurezza.

Dobbiamo cominciare a immaginare una wetware society, a pensare alle cose dal punto di vista non più soltanto dei soggetti sociali, ma degli individui, delle persone come noi che assorbono insicurezza nella loro vita e rischiano di cadere nel vuoto di una emarginazione di nuovo tipo.

Ormai la sensazione di irrimediabilmente perduto frequenta la nostra coscienza di contemporanei.

Siamo noi il wetware. 

Nella nuova modernizzazione autoreferenziale, siamo ancora preda di quotidiane paure, di angosce giornaliere endemiche e indotte, coinvolti in ansie ed allarmismi eccessivi.

Quando i ragazzi prendono i motorini per andare a scuola, quando ritardano, abbiamo paura che la loro minaccia sia proprio in quella scuola che dovrebbe formarli a non aver paura, o su quella strada costruita allo scopo di ridurre i rischi di trasporto. E abbiamo paura per noi stessi quando attraversiamo un vicolo in ombra, un parco buio, nella folla o nella solitudine, quando assumiamo un debito, quando votiamo. Abbiamo paura delle procedure quando lavorano come procedure, delle funzioni e delle prestazioni quando svolgono il loro ruolo di funzione e/o di prestazione, abbiamo paura delle cose quando fanno le cose a cui sono destinate. Ormai abbiamo paura perfino quando c'innamoriamo.

L'insicurezza si annida negli apparati della nostra stessa protezione, negli approdi che dovrebbero invece accoglierci. E questo surplus di insicurezza si auto produce proprio perché la società non ci considera come persone, ma come soggetti sociali.

Il welfare non è ancora diventato wetware e lo state non è ancora diventato society.

I nostri decisori, quando assumono i rischi delle loro decisioni, riducono l'insicurezza dei soggetti sociali, ancora secondo la vecchia prospettiva del welfare state. Ma nella nuova prospettiva della wetware society, nella società degli uomini, quelle decisioni possono rappresentare pericoli maggiori e maggiore insicurezza. E quindi quella paura che ci accompagna dagli esordi della civiltà in ogni futura modernizzazione, non viene eliminata, né ridotta. Si frammenta ancor di più, dai soggetti agli individui, e si addensa nei nuovi interstizi, che possono anche essere soltanto interstizi comunicativi, psicologici o percettivi: interstizi cognitivi.

La nuova insicurezza è connaturata, insita al fenomeno che viviamo e al fenomeno che noi siamo. Nella imitation of life, nella rappresentazione quotidiana della nostra esistenza, noi conviviamo e condividiamo una complessità fenomeologica che ci atterrisce.

Siamo stati abituati a fronteggiare, a gestire una paura associativa, la paura che il Leviatano, il sistema politico, ha coperto e circoscritto con il processo di legittimazione delle istituzioni pubbliche, oltre che collettive. Ora quello stesso Leviatano rischia di crollare sotto il peso di una paura dissociativa, singolare, mia o tua, generata da un tabù, da una interpretazione, in generale, dalla attitudine più o meno emancipata ad agire nella complessità del mondo.

 

Il tonfo di morte degli aerei killer e delle Twin Towers di New York ha materializzato l'insicurezza esistenziale del wetware.

Una minaccia che ti cade addosso all'improvviso, che ti colpisce in quanto essere vivente.

Una minaccia permanente e universale perché distrugge la tua vita e il tuo intero universo, nel momento in cui lo Stato non c'è più, ma l'uomo si. 

Una minaccia che si moltiplica a ritmo esponenziale, condotta da una comunicazione multimediale, ossessiva ed estensiva. La televisione trasmette il caso di una persona che è il mio unico caso e non quello della categoria in cui già con difficoltà mi riconosco.

La violenza subita da un anziano, da una donna, da un bambino, da un operaio, da un commerciante o da un imprenditore è la violenza subita da quell'anziano, da quella donna, proprio da quel bambino o da quel commerciante. E  non solo da loro. Certamente, però, non è una violenza subita dalla categoria economica o sociale a cui essi appartengono. È una violenza subita dal fenomeno che è e che vive quel singolo individuo in cui mi rifletto e che, pertanto, sono anche io.

La televisione trasmette la sua ansia e la sua angoscia di protagonista, la preoccupazione dei testimoni, i toni e le sensazioni dei giornalisti o degli ancormen. Il sistema comunicativo è il labirinto multimediale degli specchi della wetware society; e "gli specchi dovrebbero riflettere un momentino prima di riflettere le immagini" diceva Coteau.

Dal punto di vista del wetware, dunque, il rischio della decisione che risolve il problema della sicurezza collettiva, diventa un pericolo individuale se non riduce il problema della insicurezza esistenziale insito nella complessità fenomenologica di me come persona e non come soggetto: di me che sono il tutto.

Reply contro le ricorrenti asserzioni dei più: non c' è un deficit di sicurezza, c'è un surplus d'insicurezza prodotto dal rischio permanente della complessità prima ontologica, poi epistemologica ed ora fenomenologica, degli individui e delle loro società.

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