4.1 - complessità fenomenologica, complessità ontologica, complessità logica, complessità epistemologica

In realtà, tutta la storia politica e sociale dell'umanità può essere letta come un processo irrefrenabile e costante di riduzione della paura e di ricerca della sicurezza.  Ci siamo messi insieme per questo, pensando che bastasse un atto, l'avvento del Leviatano, la istituzione dello Stato, per passare dalla condizione di homo homini lupus all'epoca in cui l'uomo diventasse finalmente un amico per l'uomo, nella sperava poetica di Bertold Brecht.

Ma il tempo passa e passa spesso, letteralmente sulla nostra pelle.

Nella sua evoluzione logica, tecnologica e cronologica, dentro mutamenti e mutazioni, tra azioni e innovazioni, con conflitti e sconfitte, la società non ha eliminato la paura e non ha ridotto l'insicurezza. L'ha trasferita, in qualche altro luogo, l'ha frazionata, l'ha parcellizzata, l'ha lobotomizzata in segmenti e comparti, senza poterla debellare.

Finché non abbiamo capito che paura e insicurezza non sono concetti delimitabili, ma percezioni totali che prolificano negli interstizi di qualsivoglia società, comunità o gruppo etnico, nel limbo della nostra coscienza: un po' di più delle sensazioni, un po' meno della logica razionale.

Finché, dunque, non abbiamo imparato a convivere con la nostra insicurezza condizionata; finché non abbiamo controllato la paura trasformando la complessità da inevitabile minaccia a evitabile rischio, da vincolo superabile ad insuperabile opportunità.

 

Che tipo di insicurezza assoluta, incontrollata, ha dovuto subire l'uomo "per molte migliaia di anni", quando viveva "alla stregua di un animale da preda"?

Quale insicurezza ha sentito, attorno a sé e su di sé, quell'uomo, nel "lungo periodo", quando "la caccia, la pesca, la raccolta e il cannibalismo" erano "le sole sue fonti di sostentamento"?

In che tipo di complessità fisica, ontologica, deve aver vissuto l'essere umano, nella sua lunga evoluzione, da quando "camminava con le mani e coi piedi", dal periodo in cui "si cibava d'erba come gli animali e beveva l'acqua dei torrenti", con una vita media che durava fino a trent'anni e i figli che morivano a grappoli; da allora ad ora "per il novantanove per cento della sua presumibile esistenza"?

Il cielo era lontano.

Gli uomini s'insinuavano a gruppi nella natura e trasportare il corpo era una fatica quotidiana, sotto il peso costante di una minaccia di sopravvivenza.

Il resto dell'evoluzione umana è stata la tenace riduzione della complessità ontologica, questo tentativo permanente di eliminare la fame, di governare la propria incontrollabile esigenza di mangiare.

La difficoltà è stata attraversare la storia, passarci dentro urtando alle cose fisiche, che si dominavano inizialmente con titubanza e poi pian piano con maestria artigianale, quando la mano era l'unico strumento tecnologico disponibile e la parola soltanto uno strano grugnito.

Abbiamo iniziato ad attraversare la storia passando dal protoneolitico al neolitico con la Rivoluzione Agricola che ci ha reso stanziali. Circa 10.000 anni fa, per ridurre l'insicurezza dell'uomo migrante, siamo passati "dalla raccolta alla produzione di cibo", nell'era neolitica con l'avvento della coltivazione e della domesticazione. Per sfuggire alle insidie permanenti degli esuli, all'incombente minaccia dell'ignoto, all'inganno di rudimentali mappe in territori sconosciuti, il gruppo si è trasformato in un primo livello di comunità nella forma del villaggio. Insediamenti primari con arcaiche strutture di protezione; come hanno portato alla luce le scoperte archeologiche nell'oasi di Gerico, costituite da 2 muri di cinta, uno più basso, esterno, e un altro più alto, interno.

Il sistema difensivo a tutela della sicurezza umana, risale quindi alle fondamenta della vita sedentaria. Da allora, attraverso tutta la storia, l'uomo ha cercato di ridurre l'insicurezza di sé nelle forme che, di volta in volta, egli era in grado di percepire.

L'uomo ha governato la sua insicurezza relativa cambiando la geografia e chiudendosi dentro un protettivo rifugio. Così l'organizzazione sociale è diventata il contenitore della sicurezza individuale; l'organizzazione politica il tutore della sicurezza collettiva.

Il semplice e tragico tentativo di sopravvivere è stata, dunque, la condizione prevalente dell'essere umano ed ancora lo è nella maggior parte del mondo, dove vivono individui costantemente piegati sotto il peso della complessità ontologica.

Sono uomini che avvertono come preponderante la fatica del corpo, di trasportarsi da un posto all'altro, di lavarsi, di curarsi, di dormire, di sfamarsi.

"Tutti si rappresentano il progresso come il passaggio a uno stato della società umana nel quale, prima di tutto, la gente non soffrirà più la fame".  La fame è stata eliminata soltanto in Occidente dopo la seconda mutazione: la modernizzazione logica e tecnologica della società.

E tuttavia, in questi diecimila anni, nulla si è sostituito alla violenza.

Konrad Lorenz sosteneva che l'uomo è "un primate aggressivo". Egli lotta incessantemente per conquistare il suo spazio e per imporre il suo potere sulla natura, sulle cose e sui suoi simili.  Egli impone il suo arbitrio e il suo dominio, utilizza la forza per stratificare la sua società, per stabilire chi è dominato e chi domina, chi dirige e chi è diretto. Egli si è cibato di altri uomini, li ha sacrificati ad una mito, li ha torturati, li ha bruciati, impiccati, annegati, scuoiati, fatti a pezzi. Pratiche che scompaiono solo con l'avvento dello Stato di diritto e che quindi in molti paesi non sono ancora state eliminate.

Sulla insicurezza dell'altro, l'uomo ha edificato il suo potere. Ma l'insicurezza dell'altro è anche la mia insicurezza, quando divento un altro.

Sulla propria insicurezza l'uomo ha istituito lo Stato democratico.

Consideriamo il Medioevo come un periodo storico di assassinio, individuale e collettivo, permeato da una morte diffusa e indifferente; pregiudizio e crimine, superstizione e terrore, lunghi oscuri secoli di comunità perennemente in fuga depredate e saccheggiate da bande di briganti. Sono i secoli della mischia sanguinosa e carnale, dove salvarsi è un caso decisamente fortuito. Le relazioni sociali erano violate e violentate da pulsioni incontrollate, da impulsi autodistruttivi, da aggressioni e da persecuzioni. Gli uomini sono agiti da impulsi, sosteneva Bertrand Russell, che possono essere compossibili, quando "entrambi possono venire soddisfatti", o confliggenti, quando "la soddisfazione del primo è incompatibile con quella dell'altro". "È ovvio che un mondo in cui gli scopi dei diversi individui o gruppi sono compossibili è, con ogni probabilità, più felice di un mondo in cui essi sono confliggenti." Il massacro medievale è stata la lunga epoca delle passioni confliggenti, furibonde e indemoniate.

Forse si tratta di un giudizio sintetico, non analitico. Forse si tratta soltanto "della descrizione di una macrosituazione". Tuttavia parliamo sempre di "un mondo cattivo", di un periodo storico in cui "il fuoco dell'odio e della violenza divampa, l'ingiustizia è potente; il diavolo copre colle sue ali nere una tetra terra"; uno di quei momenti definitivi quando "l'umanità attende l'imminente fine d'ogni cosa".

 Saltuariamente, gli individui martirizzati dalla barbarie nelle relazione sociali, garantivano la loro sicurezza collettiva con il mutuo soccorso; momenti di armistizio della comunità interna per organizzare l'autodifesa esterna, laddove non c'era né esercito, né polizia, né tribunali. Furono però tentativi sporadici di supplenza del potere brutale o assente e, comunque, poco incisivi sullo sfrenato trend di terrore sociale quotidiano; quando con una certa frequenza i cittadini dovevano evacuare dalle loro abitazioni e fuggire nei boschi, sperando di vedersi garantita almeno una porzione di vita.

Il Medio Evo è pieno di così tanti " strani e gravi pericoli e avversità" che "il suo disordine può essere ricondotto a una causa singola; su di esso troviamo le impronte di più dei quattro cavalieri dell'Apocalisse di cui parla San Giovanni, che ora sono diventati sette - peste, guerra, imposte, rapine sulle strade, cattivo governo, insurrezioni e scisma della chiesa".

 

Solo con la seconda mutazione, successiva di diecimila anni dall'avvento dell'agricoltura, soltanto con il passaggio dalla comunità alla società, gli uomini hanno gradualmente - molto gradualmente - risolto il problema della sopravvivenza dalla fame, con la produzione industriale, e dalla forza, con l'istituzione della democrazia.

La seconda mutazione ha provocato una spaventosa accelerazione delle innovazioni sociali.

"Cesare per andare da Roma a Parigi impiegava press'a poco lo stesso tempo di Napoleone. - faceva notare Raimond Aron - Le invenzioni tecniche furono molte, ma non modificavano i caratteri fondamentali delle società umane".

In duemila anni di storia la vita è cambiata molto poco. "Il rapporto tra uomini che lavoravano la terra e coloro che vivevano nelle città non ha subito mutamenti decisivi tra l'antichità e il XVII o XVIII secolo. Un borghese di Roma non disponeva di risorse molto inferiori a quelle di uno del secolo di Luigi XIV."

In duecento anni di storia, da Napoleone a noi, invece, i tempi si sono molto accorciati, la distanza di vita è immensa e "possiamo andare da Roma a Parigi in aereo senza dover essere nemmeno imperatori".

La seconda mutazione - la modernizzazione - è stata il passaggio dallo status al contratto, è stata la divisione del lavoro, l'introduzione e la cristallizzazione delle istituzioni democratiche, è stata il totalitarismo, è stata la proliferazione delle relazioni sociali di tipo legale/razionale, i movimenti collettivi, il capitalismo e il socialismo, è stata l'industrializzazione e l'ecologia, crescita e sviluppo, il potenziale tecnologico e il potenziamento multimediale, habitat e sostenibilità, la localizzazione e la globalizzazione, creatività e solitudine.

La modernizzazione,  "come Giano, il dio bifronte la cui effige contrassegnava le monete della repubblica romana", si è presentata con "due facce opposte ma complementari, e questo dualismo costituisce la sua natura più profonda". E ha bussato alle porte dell'Occidente.

Si potrebbe disegnare una geografia dell'orrore, dove l'insicurezza fisica quotidiana è ancora assoluta e definitiva, ed anzi la salvezza e l'integrità del corpo sono un'eccezione o una lieta occasione, indipendentemente da ogni trasformazione delle condizioni sociali.

Il corpo dell'Occidente, cioè la carne dei suoi cittadini, è stato dunque salvato. Il nostro fisico, l'involucro di muscoli e sangue che ci accoglie, è protetto e custodito da un enorme apparato di sicurezza e di tutela, di prevenzione e di controllo sanitario. La nostra salute è possibilmente curata da varie terapie fisiologiche e farmacologiche, sorvegliata dalla progressiva ricerca di nuove, più efficaci soluzioni scientifiche. Abbiamo vissuto un'epoca contrassegnata "da una sequenza pressoché ininterrotta di mutamenti, nella vita sociale e nelle istituzioni pubbliche, nello status civile e giuridico delle donne e nella condizione dei giovani, nei costumi e nei comportamenti collettivi, di tale intensità e incidenza da propagarsi dall'uno all'altro capo del pianeta e da coinvolgere sia pure in diversa misura larga parte dell'umanità".

La nostra vita media si è notevolmente allungata e non abbiamo bisogno di proliferare per resistere come gruppo etnico.

Il sistema sociale, con tutti i suoi limiti e con tutte le sue inefficienze, ha trasformato il pericolo in rischio, la precarietà quotidiana della sopravvivenza in eccezione circoscritta a casi individuali o a categorie delimitate: "per i grandi progressi della medicina e la diffusione dell'assistenza sanitaria, è venuta trasformandosi la condizione umana, sulla base di una transizione demografica quale mai era avvenuto nel corso della storia, essendosi allungata notevolmente la speranza di vita nei paesi più avanzati e ridotti gli indici di mortalità nelle aree più povere". Ma non è scomparsa la paura: attraversare una città moderna, di notte, in metropolitana, non è facile per nessuno. La possibilità del disfacimento psichico e virale grava su ognuno di noi e prolifera negli interstizi anonimi di ogni quartiere.

 

 

Per noi la modernizzazione, dunque, è stata il passaggio dalla complessità ontologica alla complessità epistemologica; per noi la modernizzazione è stata la riduzione dell'insicurezza fisica, empirica, organica e l'avvento di un'insicurezza sensitiva e psicologica.

L'uomo si è tolto di dosso la paura del corpo e l'ha interiorizzata, l'ha portata dentro di sé, nei suoi processi cognitivi, dentro la sua struttura percettiva, al centro delle connessioni logiche che orientano il suo comportamento. Siamo entrati gradualmente in una società neurale. Siamo sottoposti da una complessità interpretativa, comunicativa e relazionale di fenomeni nuovi e turbolenti, spesso impenetrabili.

La modernizzazione occupa, invade la storia con i suoi meccanismi e con i suoi ritmi; con il processo di differenziazione funzionale.

La modernizzazione preoccupa. Non è più soltanto un'innovazione, è una variazione permanente, un'alterazione del sistema sociale. Un'alterazione apparsa come "legge naturale del capitalismo in espansione".

Il passaggio dalla società verde alla società nera è avvenuto con lo sradicamento e la proletarizzazione di "manovalanza tuttofare, rissosa, ammucchiata nei ghetti..."; una moltitudine di lavoratori depositata ai margini delle urbanistiche composte dei comuni. "La storia dell'ultimo uomo ha inizio con la fine della città".

La prima alterazione è stata l'avvento di un proletariato interno, disordinato ed incapace di esprimere un proprio valore complessivo; una manodopera considerata dagli economisti classici come "entità statica, alla stregua dei capitali o della materia prima".

"Dalla bottega artigiana alla fabbrica, dal lavoratore al proletario, il cammino è lo stesso. Ma gli uomini sono più lenti dei capitali e delle tecniche: tarderanno spesso a prendere coscienza della loro nuova condizione, per mezzo del quotidiano contatto, soprattutto per mezzo della lotta. Prima che sia raggiunta questa consapevolezza della propria e dell'altrui identità, molto spesso una intera generazione sarà stata schiacciata senza pietà."

La ricerca di una identità di classe è uno dei vettori più potenti della riduzione della paura fisica, dell'angoscia di essere schiacciati come individui di una generazione. Prendere coscienza della nuova condizione vuol dire contestare, contrastare, in ogni caso, uscire dalla soggezione, dalla coartazione e dalla prevaricazione per ottenere le disposizioni e le norme necessarie almeno a ridurre la minaccia corporea del lavoro. Ma significa anche assorbire il conflitto, la rivalità, l'ostilità, lo scontro e interiorizzare un patema di emarginazione e di alienazione esistenziale.

Certo, i costi sociali della modernizzazione sono molto più imponenti della lotta per l'appropriazione dei mezzi di produzione. L'identità che cerca l'uomo del ventesimo secolo non è soltanto una identità di classe, è l'identità di sé, anzi, l'identità dell'immaginazione che ha di sé dentro il frenetico divenire del mondo. Però, la forma prima che assume questa ricerca, la prima materializzazione storica, la prima concretezza, la prima realtà tangibile con cui gli individui minacciati si sono protetti dagli assalti di questa travolgente mutazione sociale, è stata la protesta del proletariato interno, la rivendicazione istintiva, spontanea fino al sindacalismo.

Per mangiare senza dover morire, era necessario ottenere una legislazione in grado di custodire l'integrità dei lavoratori, di salvar loro letteralmente la vita. Per ridurre il livello di complessità ontologica dei proletarizzati, era necessario ricomporre la struttura sociale scissa da una troppo radicale rivendicazione degli schieramenti. 

In questo senso la "protesta operaia" è stata anche la "proposta operaia" e la transizione dai fatti agli atti. I parlamenti approvarono, nello scetticismo e nel disinteresse generale, le prime leggi sul lavoro. Gli slogan presero sembianza di concetti, le parole si trasferirono nelle leggi, divennero norme di regolamentazione del sistema sociale e del mercato del lavoro: il lessico dell'emancipazione culturale e politica dell'alienazione di classe. È la nascita di "uomini di civiltà" nella società modernizzata. Il piecemeal engineering, cioè la strategia gradualistica delle riforme, ha eliminato le discontinuità e ridotto i traumi della scissione sociale tra capitalisti e proletari, tra schieramenti radicalizzati. 

Vediamo bene, dunque, come un'alterazione, la immensa "forza di distruzione creatrice" del capitalismo, ha determinato il passaggio dalla complessità ontologica, la paura di morire sotto la pressa, alla complessità epistemologica, la paura di morire sotto una norma, in un comizio, in un confronto, in un discorso, il panico di sbagliare un testo, di ignorare gli effetti perversi della semantica. Bisognava saper trattare con l'avversario, con il rivale, per ottenere il consenso degli alleati. Vincere significò improvvisamente convincere.

 

Molte volte, uscendo da una riunione importante, da un lavoro ben fatto o non fatto, soli, con la testa piegata dai rumori e dalla frenesia dei tempi moderni, a piedi o dentro un metro cubo d'intimità e silenzio, ci sentiamo sull'orlo di un baratro, al confine della nostra salvezza, totalmente assorbiti da quella sensazione di irrimediabilmente perduto.  Eppure i nostri figli stanno bene e frequentano con profitto i loro impegni. Per quante difficoltà finanziarie dobbiamo sostenere, sappiamo che certamente mangeremo domani mattina. Se ci sarà un piccolo accenno d'indebolimento, dovuto all'inclemente procedere del tempo, possiamo curare o prevenire la maggior parte delle malattie. Volendo possiamo spostare gli appuntamenti, spegnere il telefono e dormire. Un rimedio, un modo per prorogare le scadenze, c'è sempre. Il mondo procede con mille possibili soluzioni.

Ciò nonostante c'è dentro di noi questa sensazione di vita balbettante, questa insostenibile leggerezza delle cose che ci circondano e...   

...di noi stessi.

 

La distanza dalla irruenza di ogni concretezza cresce, ci allontaniamo, ci solleviamo e, improvvisamente, ci sembra di essere in un sogno, in un mondo virtuale, dentro matrix, in una simulazione di vita vissuta, mentre quella vera, di cui abbiamo assoluto bisogno, è altrove, non si sa dove, ma non qui, non ora, non con noi.

C'è un'inquietudine nel nuovo mondo, un allarme continuo, un turbamento continuato dentro ogni cronaca, nella spina dorsale di ogni fenomeno storico.  E d'altronde dopo due guerre mondiali, il genocidio e lo sterminio di massa, una rivoluzione, varie forme di totalitarismo, una bomba atomica e una permanente minaccia nucleare o batteriologica, il ritorno di conflitti locali permanenti e del terrorismo globale, tutto nel ristretto arco di cinquant'anni, una certa apprensione è giustificata.

L'uomo moderno deve fronteggiare ogni evento come se fosse un nuovo avvento. "Ogni generazione, senza dubbio, - diceva Albert Camus - si crede destinata a rifare il mondo. La mia sa che non lo rifarà. Il suo compito è forse più grande: consiste nell'impedire che si distrugga".

 L'uomo moderno lo sa, noi lo sappiamo, che "ogni tempo, ogni nostro tempo porta con sé la sua norma e la sua enormità, il suo decalogo e la sua falsificazione".

Per prendere l'uomo contemporaneo deve saper comprendere; e per comprendere deve saper apprendere: c'è di nuovo che "l'intelligenza organizza il mondo organizzando se stessa".

Se vuoi l'universo in your hand, nella tua mano, deve essere prima in your head, nella tua testa, devi saper interpretare i fenomeni per non esserne escluso, devi capire i movimenti sociali per poterli governare politicamente o per profittarne economicamente.

I pionieri della consapevolezza devono avere per bussola la conoscenza, se non necessariamente la cultura, devono saper percorrere il gomitolo di strade delle relazioni comunicative; s'incontrano e si scontrano su barricate di pregiudizi, attraversano lingue e linguaggi, valicano interessi e valori con altre rappresentazioni: imparano cioè a disporre di una complessità epistemologica di nuovo tipo.

L'insicurezza dei nostri padri era un'insicurezza del presente, del risveglio, di ogni giorno da affrontare, di ciò che oggi avrò e di ciò che farò.

La nostra insicurezza è nelle cose con cui ci dobbiamo confrontare, è una insicurezza del futuro, del tempo che vedrò, alla fine, consumato senza averne fruito, forse sperperato, sciupato. La nostra è una insicurezza di ciò che ignoriamo, di ciò che avverrà, non si sa come, non si sa quando, di ciò che mi potrà capitare come capita sempre a chiunque, una insicurezza riflessiva che si trasmette per connessioni comunicative, per immagini, che si riflette su di me per il tramite di un altro, anche soltanto uno che l'ha già subita. La nostra è una insicurezza speculare e superstiziosa, una insicurezza proiettata. Imitation, che è un po' imitazione e un po' immaginazione, imitation of life.

Soltanto che l'insicurezza rispetto al futuro, si chiama rischio.

 

In un bellissimo romanzo, Paolo Maurensig racconta di una fantomatica partita a scacchi tra un internato ebreo in un lager nazista ed il suo aguzzino. Durante la sfida il giocatore si accorge che ad ogni pedina perduta corrisponde la morte di un carcerato. La complessità di comprendere la gara si trasforma nella complessità di aver salva la vita dei prigionieri. Il giocatore interiorizza il dramma e passa il resto dei suoi giorni con il terrore di non capire gli eventi e morire.

La variante Luneburg è la nostra variante, il simbolo della nostra variazione, della nostra transizione dalla complessità ontologica della società agricoltura verde alla complessità epistemologica della società industria nera, fino alla complessità fenomenologica nella società azzurra della comunicazione eterea.

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