* WETWARE PEDAGOGY: dal know how al know out

relazione di Alessandro Ceci

al web seminary sulla Wetware pedagogy

tenuto tra Macomer, Roma, Latina e Siena

 

Nella wetware pedagogy ogni esperienza è sempre anche un esperimento, perché viviamo al confine con il probabile, verso un futuro che forse avverrà, dentro ipotesi che potrebbero essere possibili.

Questa assenza di certezza, questa capacità, direi questa competenza, ad abitare la possibilità, come diceva Emily Dickinson, nella wetware pedagogy è in sé formativa. Non vorrei banalmente sostenere che, come si diceva una volta, la necessità industria. Abitare la possibilità vivendo al confine del probabile significa imparare che il mondo è pieno di infinite opportunità e che si raggiungono dimensioni di vita migliori solo se acquisiamo quella specifica professionalità in grado di trasformare l’immateriale speranza in materiale certezza. Questa è la pedagogia. È valsa sempre e sempre varrà.

Wetware invece significa che noi nel nostro habitat siamo cambiati, definitivamente, non in modo episodico, in modo strutturale. Significa che io non sono più soltanto io, che la tecnologia non è più soltanto protesi, che c’è una conoscenza nel network complessivo della interazioni possibili uomo/macchina/media/uomo, che c’è una plusvalenza cognitiva nelle connessioni, che c’è un’etica della convivialità che torna inevitabilmente a noi perché potenzierà talmente l’uomo, tramite l’educazione tra esperienza ed esperimento, da non permettere mai che lo strumento sia superiore all’umano, che era la vecchia preoccupazione di Ivan Illich, e tanto meno che l’umano sia strumentale all’umano, che è la nostra preoccupazione di sempre.

Bertrand Russell era preoccupato che l’accelerazione tecnologica non fosse corrispondente ad una altrettanto adeguata accelerazione logica; che, cioè, ai ritmi di crescita delle macchine non corrispondesse una adeguata crescita cerebrale e cognitiva degli individui. Temeva, Russell, che nel vuoto che si determinava tra ritmi differenti e diverse velocità potesse sprofondare la civiltà democratica occidentale, se non addirittura l’umanità intera. Per questo chiedeva, il logico e matematico inglese, paradossalmente premio nobel per la letteratura, che si sviluppasse un’etica politica in grado di gestire i nostri limiti e controllare le nostre limitazioni.

In realtà questa preoccupazione è sempre stata presente nelle paure degli esseri viventi, l’incubo che le macchine sopravanzassero l’umano è l’incubo più ricorrente, un luddismo che compare ciclicamente, in varie forme, e che imperversa nelle fantasticherie fantascientifiche.

Colui che si occupava di questo prevalentemente di questo problema scientifico, colui che se ne è occupato per primo cambiando decisamente e definitivamente il nostro habitat, Alan Touring, non la pensava così. Egli sperava di realizzare le macchine auto poietiche, cioè macchine che generano altre macchine con un livello evolutivo superiore, in una dimensione altra: ma ha trovato solo macchine autoreferenziali, cioè macchine in grado di generare altre macchine, sempre più sofisticate, ma senza intelligenza, circuiti senza vita. 

Più o meno verso la fine della sua giovane esistenza, Alan Touring, il genio, si rese conto che l’unica macchina in grado di generare altre macchine ad un livello dimensionale superiore, con sempre più intelligenza e sempre più vita, è l’uomo, l’uomo soltanto perché appunto non è una macchina. In altri termini lui capì che l’interazione era possibile solo a livello biotecnologico, dove il biologico resti inevitabilmente l’elemento dominante.

Ora qualcuno penserà all’uomo bionico che sta per avvenire. Invece il sogno di Alan Touring si è già realizzato e noi lo stiamo vivendo per intero inconsapevolmente. Non lo vediamo soltanto perché è immateriale e non ancora del tutto integrato con la nostra fisicità; ma io non potrei nemmeno scrivere questo articolo se non fossi interconnesso con una logica che tramuta il pensiero in linguaggio e uno strumento che trasforma il linguaggio in codici semantici. Il testo che voi state leggendo è già il risultato embrionale e, per qualche verso, primordiale del wetware.

In cibernetica wetware è l’elemento liquido che trasforma l’informazione in energia. Nella nostra società liquida, per dirla alla Bauman, l’unico elemento in condizione di trasformare l’informazione in energia vitale è l’uomo, l’elemento umano.

Noi viviamo ormai interamente nella società della comunicazione. Trasformare informazioni in energia è la nostra condizione quotidiana, il nostro insuperabile vincolo esistenziale.

Lo abbiamo sempre fatto in realtà.

Prima, cioè nella prima cosmogonia, quella dell’ontopower, in cui l’obiettivo principale dell’uomo, dopo la conquista della posizione retta, era superare le insidie dell’ambiente e sopravvivere, facendo della mano, di un arto, il primo strumento tecnologico in grado di forgiare gli oggetti, produrre utensili e costruire abitazioni; prima abbiamo trasformato le informazioni in energia vitale con la percezione, dei suoni, dei rumori, degli odori, dei versi e delle immagini.

Dopo, cioè molti milioni di anni dopo, con l’avvento della seconda cosmogonia, l’era egopower, dalla formazione del primo Stato in antico Egitto, durante la prima dinasta di Narmer, circa cinquemila anni fa,  quando l’obiettivo dell’uomo era principalmente affermare se stesso, la sua organizzazione, il suo potere, il suo habitat sociale sulla natura; lo abbiamo fatto con la scrittura, il linguaggio codificato in simboli semantici, abbiamo trasformato l’informazione in energia con l’espressione, catalogandola e rappresentarla secondo una regola interpretativa e una regolarità rappresentativa.  

Dopo ancora, con la terza cosmogonia, l’avvento del biopower, dopo la rivoluzione industriale, quando il mondo ha cominciato a convivere con repentine accelerazioni, quando il pensiero prevalente dell’umanità era curare la vita, assisterla dalla culla alla bara e, al tempo stesso, controllarla, osservarla in ospedali, carceri e manicomi, lobotomizzando il tempo con le scuole, il divertimento e il lavoro, tramite la microfisica del potere routinizzato e quotidiano, usuale, banale; abbiamo trasformato informazioni in energia con la computazione tecnica e logica, con la tecnologia computazionale, con la misurazione del mitico bit e con la interazione computerizzata delle banche dati.

Oggi lo facciamo, trasformiamo informazioni in energia ancora, istintivamente ancora, con la connessione in reti globali e locali, in network glocali, integrando software ed hardware in un solo strumento, la rete o più reti in quello stesso strumento, l’intelligenza e la conoscenza umana in quell’identico strumento, l’uomo stesso in quello strumento che dunque un po’ è umano e un po’ no. Siamo nella società della comunicazione, nell’era dell’epipower, nell’epoca in cui il potere consiste nella costruzione di scenari di verità che mirano a sostituire, controllare, produrre, gestire la realtà. Siamo nella multidimensionalità, nella condizione della complessità, nei network multiformi e continuamente mutanti. Non ci sono più governi. Non ci sono più Stati. C’è l’uomo solo, con il suo gruppo telematico di pari, dentro i suoi network glocali, interconnesso con il software e l’hardware del mondo.

Per evitare di cadere nel vuoto che si apre tra i ritmi veloci della tecnologia e quelli più lenti della cultura e della conoscenza; per evitare che qualsiasi strumento superi l’umano, abbiamo bisogno di una nuova educazione, di una wetware pedagogy.

È quello che stiamo cercando di fare, formulando una teoria didattica del web.

La tecnologia non educa, non insegna, addestra.

Noi abbiamo bisogno di una interazione tra hardware, software e umano, una interazione educativa, in grado di potenziare le nostre dimensioni cognitive, una pedagogia della società della comunicazione, costruita sui valori connettivi, sulle plusvalenze relazionali, sui network come habitat cognitivi di nuovo tipo.

Abbiamo bisogno di una teoria didattica per la wetware pedagogy.

È quello che stiamo facendo.

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