* UNA POLITICA PER LA CULTURA: ai margini di una esperienza collettiva

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Mi sono chiesto, l’altra notte, anche alla luce della esperienza che stiamo vivendo assieme e alle vostre preoccupate raccomandazioni, se, in merito ai rapporti tra cultura e politica, fossero ancora valide le vecchie considerazioni di Norberto Bobbio.

In un celebre testo del lontano 1955[1] Bobbio distinse tra:

·       politica della cultura, intendendo il ruolo positivo dell’uomo di cultura verso la politica, il cui dovere morale superiore ad ogni altro dovere, era che la sua “partecipazione o non partecipazione alla vita politica non deve mai essere tale da contribuire a sopprimere o a rendere più difficili le codizioni stesse di esistenza e di sviluppo della cultura”;

·       politica culturale, in cui prevale il dogmatismo dei “politicizzati” e degli “apolitici” quale grave minaccia “per il libero sviluppo della cultura” in quanto luogo dove la cultura e la politica sono fatte “da uomini politici per fini politici”.

 

Dunque per Norberto Bobbio “la politica della cultura, come politica degli uomini di cultura in difesa delle condizioni di esistenza, si contrappone alla politica culturale, cioè alla pianificazione della cultura da parte dei politici”. Egli naturalmente auspicava che si affermasse la politica della cultura contro una ervasiva e pericolosa politica culturale. Egli voleva “rompere il silenzio”, “ristabilire la fiducia nel colloqui”, perchè “nulla più del silenzio può costruire una cintura di difesa per il nostro dogmatismo, perchè nulla più che la parola degli altri può turbare il nostro sogno dogmatico”.  Ma gli intellettuali, filosofi in primis, si sa, sono degli ingenui. La realtà li supera sempre. Le speranze di Bobbio sono naufragate contro una politica culturale che ha fatto proprio della parola, di una sola parola, di un solo tono, una cintura dogmatica insuperabile, un cilicio doloroso e insinuante. Non il silenzio, ma nell’eccesso incontrollabile e soffocante di parole che, nell’era moderna, si nasconde, si mistifica la tirannide fideistica acritica. Negli ultimi 20 anni, infatti, la politica culturale è stata lo strumento di dominio del potere monotonico, un dominio, non di massa, ma generalista per intere popolazioni di utenti, omologate e funzionali alla nuova tirannide di sistemi politici che sono e non sono democratici, che sono e non sono liberali, che sono e non sono egualitari, sono e non sono sicuri.

Nella società reticolare moderna la politica culturale serve al potere per accreditare scenari di verità, utili alla legittimazione delle decisioni e degli interessi personali, individualistici, lobbistici. Ho già abbondantemente trattato questi temi nei molti testi scritti negli ultimi anni. Ora, senza esagerare, voglio affermare che uno dei significati della attività che stiamo svolgendo oggi, per questo spazio culturale, è di chiedere alla pubblica amministrazione e ai politici locali, non una politica della cultura – perchè loro non hanno l’obbligo di essere uomini colti - e tantomeno una politica culturale – perchè la programmazione della creatività è odiosa -, ma una politica per la cultura, cioè la costruzione di un habitat di scambio comunicativo, di confronto e di elaborazione di idee, progetti e speranze, uno spazio in cui la convivialità sociale si esprima a tutela della proprio esistenza. Perchè la vita è una produzione di significati e una politica per la cultura significa permettere a ciascuno di avere un habitat dove sia possibile raccogliere questi significati, un habitat di vita che sappia accogliere la nostra esistenza, finalmente non più provvisoria.



[1] Bobbio Norberto, POLITICA E CULTURA, Einaudi, Torino 1955

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