* TECNOSTRUTTURE DOMINANTI

Maenza 1 maggio 2012

 

In realtà, definire tecnocrazia il governo Monti, è improprio.

Bisognerebbe più opportunamente parlare di tecnostruttura.

Il primo autore a denunciare il potere crescente ed esorbitante della tecnostruttura sulla politica fu John Kenneth Galbraith. Contro l’enfasi dominante dell’imprenditore duro e puro, Galbraith denunciò l’avvento al potere del Nuovo Stato Industriale di un apparato tecnocratico che proclama la propria legittimità a decidere sulla base di una incontrollata e incontrollabile competenza.   Specie in epoca di globalizzazione avanzano grandi organizzazioni economiche (che in America sono le Corporation dell’industria e della comunicazione mentre da noi sono i sistemi bancari integrati) in cui non esiste più l’imprenditore, ma l’azionista che, paradossalmente, è anche consumatore o cliente. Se ho qualche risparmio e compro le azioni della Coca Cola, divento uno dei proprietari della Coca Cola. In qualche modo divento un imprenditore, ma non decido nulla. Decide un mix di persone che autoproclama la propria competenza sulla base di provati curricula redatti dalla loro partecipazione a quel mix di persone. Le decisioni da prendere sembrano troppo complesse perchè proprietari senza talento abbiano la necessaria capacità e competenza.  Ma quelle decisioni fondamentali, anzi, rese fondamentalmente incomprensibili per non essere comprese, orientano la vita dei  proprietari che sono anche i consumatori. Insomma, nel Nuovo Stato Industriale avanza un estabilishment tecnico autoreferenziale che assume sempre più il potere, prima nelle grandi organizzazioni economiche e poi nelle grandi organizzazioni politiche.

La democrazia moderna è minacciata da questi apparati che ripondono solo a se stessi. Esercitano poteri enormi contro e sopra una collettività anonima di cittadini che devono pagare ignari e acquiescienti. Il parlamento, fatto di eletti non qualificati, senza titolo e curriculum professionale, diventa un organo di ratifica di decisioni prese dalla struttura tecnica al potere. Le decisioni vengono ratificate con rapidità, da una comunità politica imperfettamente informata,  senza alcuna possibilità di una discussione critica. I tempi dettati dai mercati sono strettissimi sempre. In uno stato di perenne urgenza, la comunicazione produce un’ansia e una paura collettiva. Noi assistiamo inerti  alla espropriazione del potere decisionale dei cittadini e a una sempre più ampia concessione di deleghe.

Contro questo trend di trasferimento del potere per la trasformazione del cittadino in moltitudine economica (nemmeno più consumatore), occorrerebbe una politica forte, ma, almeno in Italia, non c’è. Bisognerebbe confrontarsi criticamente sui modelli di sviluppo, usando la logica dei fenomeni sociali e un metodo scientifico (che deve sempre essere semplice e comprensibile). E invece tutto è affidato alla empatia emozionale. Alla riflessione sui contenuti si preferisce una battuta mediatica efficace, che la dica Grillo o Berlusconi. È un’altra forma della preghiera. Un altra tecnica per non pensare e credere per fede. Un’altra delega. Sempre lo stesso modo per abdicare alla democrazia.

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