* PRIGIONIERI DI SE STESSI

Maenza 22 giugno 2015

 

La verità è che ogni volta che uno chiude l’altro, chiunque altro, fuori dalla porta della sua casa o fuori dalla sua frontiera, è l’uno che si imprigiona non l’altro.

L’uno, infatti, per difendere la sua casa o la sua frontiera, non può più uscire da lì.                                                                                                         

L’altro, invece, può girare libero per il mondo, in sintonia con il simpatico titolo di Alessandro Ticozzi: “Le brave ragazze vanno in paradiso, noi vogliamo andare dappertutto[1]. Dunque il paradiso è solo una dorata prigione.

 

Il 22 novembre 1990, in occasione della consegna del conferimento a Václav Havel del premio Gottlieb Duttweiler, Friedrich Dürrenmatt sostenne che, poiché “l’uomo trasforma tutto in paradosso, il senso in controsenso, la giustizia in ingiustizia, la libertà in schiavitù”[2], essendo l’uomo stesso un paradosso, “una razionalità irrazionale”[3], le sue realizzazioni storiche sono, quasi sempre, “tragico-grottesche[4]. Nel caso delle prigioni il tragico e grottesco paradosso umano è che egli le costruisce per imprigionare prevalentemente se stesso. Il paradosso della situazione è evidente: “il solo problema di questa prigione è dimostrare che essa non è una prigione, bensì un baluardo della libertà; vista dall’esterno, una prigione è pur sempre una prigione e chi vi risiede è prigioniero, non è libero: per il mondo esterno, liberi sono solo i carcerieri, poiché se questi non fossero liberi sarebbero inevitabilmente dei prigionieri. Per liberarsi da questa contraddizione, i prigionieri hanno anche il ruolo di carceriere: ogni prigioniero, facendo obbligatoriamente il carceriere di se stesso, dimostra la propria libertà[5].

Ogni volta, quando sento Salvini sbraitare, quando vedo gli ungheresi costruire un nuovo muro sul confine serbo, quando al bar sento gli insulti e le paure per le diverse etnie, penso al discorso di Dürrenmatt e il paradosso tragico-grottesco del suo interrogativo: “chi non desidera essere prigioniero di una prigione nella quale si è liberi?”[6]. Molto diverso è se invertiamo la frase “in una prigione nella quale si è liberi, chi non desidera essere prigioniero?[7]. Allora, se ti convinco che nella mia prigione si è liberi, tu desideri diventare mio prigioniero. “E così la prigione è diventata un’attrazione mondiale[8].

L’Occidente, meglio, l’Europa è questa attrazione per molti immigrati.

Infatti, “sono molti quelli che vogliono diventare prigionieri[9], ma non tutti possono. Tuttavia “questo allora è loro permesso se posseggono i mezzi necessari[10], una casa, un lavoro. Torna il paradosso tragicomico, grottesco, del pensiero occidentale: se hanno i mezzi, cioè una casa ed un lavoro, perché dovrebbero emigrare? Basterebbe espatriare, invece che su zattere di morte e miseria, nella business class di un qualsiasi volo di linea.

In verità non si accettano coloro che non hanno i mezzi solo per paura; perché si sa che “la libertà in fondo è un bene prezioso[11], ma i poveri, coloro che non hanno i mezzi di sostentamento e sopravvivenza, vi rinunciano volentieri per “cercare nella prigione quella sicurezza che è concessa solo ai prigionieri liberi[12], ai cittadini. E per questo, per questa paura di essere espropriati del privilegio della propria sicurezza che, i prigionieri liberi, i cittadini, reagiscono contro i prigionieri non liberi, “e ancora una volta molti vengono respinti[13]



[1] Ticozzi Alessandro, LE BRAVE RAGAZZE VANNO IN PARADISO, NOI VOGLIAMO ANDARE DAPPERUTTO,  Sensoinverso Edizioni, Roma 2015

[2] Durrenmatt Friederich, GORBAČĒV E HAVEL – LE RAGIONI DELLA SPERANZA, Il Melangolo, Genova 1991

[3] Dürrenmatt F., cit., 1991

[4] Dürrenmatt F., cit., 1991

[5] Dürrenmatt F., cit., 1991

[6] Dürrenmatt F., cit., 1991

[7] Dürrenmatt F., cit., 1991

[8] Dürrenmatt F., cit., 1991

[9] Dürrenmatt F., cit., 1991

[10] Dürrenmatt F., cit., 1991

[11] Dürrenmatt F., cit., 1991

[12] Dürrenmatt F., cit., 1991

[13] Dürrenmatt F., cit., 1991

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