* LA SIMBIOSI DEMOCRATICA: ipotesi politiche nella società della comunicazione

Maenza 4 febbraio 2015

 

Mi sono sempre chiesto perché, a un certo punto della loro carriera, i politici se la prendono con gli intellettuali.

Sempre.

Tutti.

Regolarmente.

Ed è un atteggiamento decisamente ingiustificato, visto lo sproporzionato rapporto di forza. È possibile che questo accada con una frequenza costante perché il politico teme eccessivamente il suo stesso successo, eccessivamente labile, affidato alle bizzarrie della cronaca piuttosto che alla serietà della storia, ad una eventualità piuttosto che ad un evento. Oppure accade perché, nel pieno dell’azione, i politici non amano gli intralci di una argomentazione, perché preferiscono l’applauso alla parola, i tifosi ai partecipanti, i militi ai militanti. O forse perché il politico di successo si auto compiace, si specchia più sul suo potere che sul suo comportamento, gode della sua assoluta supremazia, facile, automatica, immediata, e lo disturba la fatica di una egemonia che deve sempre essere ricostruita, con fatica, con costanza, senza le astute scorciatoie, con il fascino del confronto logico con metodo scientifico. I temi al posto degli anatemi.

Invece, tutti questi politici rapidi, veloci, che non fanno pensare per poter ottenere, Flashman in carriera e Mandrake in corriera, cioè capaci di raggiungere rapidamente il massimo potere con trucchi e piccoli imbrogli, che arrivano in vetta con l’elicottero e spesso scendono con una valanga, tutti questi abili manovratori della spada, mal sopportano i cultori del pensiero. E improvvisamente, quando vincono loro, i loro partiti cominciano ad applaudire senza pensare e, pian piano le loro sezioni si svuotano, depauperano, diventano inutili uffici territoriali di rappresentanza.

L’ho visto più volte. È un trend depressivo costante che cresce con l’affermazione del leader autarchico. Proprio perché ci pensa sempre lui, alla fine gli altri non ci pensano più e spesso finisce che non lo pensano più.

In Italia più volte questo è regolarmente accaduto.

Perché noi veniamo da una tradizione in cui le ragioni sono sempre state piegate alla forza, e non il contrario, la forza piegata dalle ragioni. Noi abbiamo avuto una educazione romana, il cui dominus erano le legioni; o cattolica che, per governare le anime bruciava regolarmente i corpi; o fascista in cui l’avanguardia ginnica manganellava l’obiezione; o democristiana che assorbiva con la  spugna dell’interesse privato, ogni razionalità collettiva; o comunista, con un apparato burocratico trita obiezioni e vuota replica dei documenti del Comitato Centrale.

Sempre la solita vecchia mania di piegare le ragioni alla forza e non la forza alle ragioni, sempre a dire si e sissignore, a giustificare con parole ed opere i desideri del capo.: una noia mortale!

È la regola della oligarchia   

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