* L’INSULTO AUTOCRATICO: Informazione e comunicazione dei network politici moderni

Ventifebbraioduemilaquattordici

 

Nel pieno della “fitta sassaiola dell’ingiuria” per aver contestato l’indiscutibile capo dell’ineffabile partito, stordito dal “cra cra delle ranelle”, come diceva Pascoli, tra un livoroso e uno strumentale, oppure pretestuoso, anche detrattore, meglio ancora fazioso e un perfino presuntuoso, si ascolta la voce calma, in qualche modo accogliente, addirittura cordiale di chi non ha bisogno di ricorrere all’insulto per aver ragione senza ragionare.

La critica a me, però, non è meno ferrata. Mi colpisce e mi ritiro a pensare. Mi chiedo che senso abbia, che cosa significhi una contestazione alla mia durezza eccessiva. Sono davvero così esagerato?

Poiché la persona che mi ha contestato è credibile e da me creduta, allora sono andato a controllare tutte le mie affermazioni e le risposte scritte. Non ho trovato durezza, ma rigore.

E allora mi sono chiesto: come mai la mia contestazione critica viene percepita in modo così emozionale, sia rispetto alle reazioni più volgari sia rispetto ai consigli più civili, anche se così non è stata concepita?

Basterebbe semplicemente evitare le affermazioni ed entrare nelle argomentazioni.

Perché no?

Non credo che si tratti soltanto di una tecnica oratoria protettiva.

C’è qualcos’altro, forse meno greve, ma molto, molto più grave.

 

La nostra organizzazione sociale è passata dalla muta e/o orda (ontopower) all’epoca dell’individuo e/o del gruppo (egopower), poi all’epoca del soggetto e/o della massa (biopower) ed ora all’avvento della connessione e/o del dominio (epipower). Muta, orda, individuo, gruppo, soggetto, massa, connessione, dominio, sono tutti estremi di un intervallo entro cui prendono forma gli habitat vitali dell’umano.

Nella nostra epoca, con l’avvento della società della comunicazione, all’interno dell’intervallo compreso tra connessione e dominio, i network politici possono assumere diverse morfologie comprese tra la autocrazia e/o la democrazia.

La morfologia dei network sociali varia tra i due estremi di network segregati (con un nucleo centrale) e/o network integrati (senza centro).

La connotazione dei loro sistemi politici di riferimento varia in un intervallo compreso tra i regimi autocratici (in cui il potere è gestito in modo autoreferenziale) e sistemi democratici (in cui il potere è gestito in modo autopoietico). Il potere sta sempre, come scrisse mirabilmente Bertrand Russell,   alle scienze sociali come l’energia alla fisica. Ma quella energia può essere gestita in modo autoreferenziale, cioè esclusivamente riferita alla supremazia di chi la detiene, o in modo autopoietico, cioè collettivamente condivisa con la egemonia di chi la rappresenta. Resta che l’intervallo politico della società della comunicazione è tra autocrazia e/o democrazia.

L’autocrazia, il regime più costrittivo non è fatto di prigioni e torture. Secondo Sofsky “ciò che è socialmente rilevante non è fissato da contratti o da accordi, ma da presupposti cognitivi” (pag.50). Questa è certamente la connotazione tipica della nostra epoca. L’autocrazia, il potere autoreferenziale della comunicazione fonda le sue profonde radici nella dislessia cognitiva e negli atti di fede. Costruisce interamente la sua supremazia dominante su stati puramente emozionali. Domina moltitudini di utenti con passioni telematiche, con aspettative acritiche, con le solite credenze illogiche collettive mediatizzate. Forse non sono come la struttura raffigurativa delle religioni istituite, sono più piccole, più quotidiane, meno clamorosamente percepibili, più immediatamente ottimizzabili; ma sono altrettanto fideisticamente rivelate. Il rigore logico e la coerenza razionale e ragionevole deve essere bandita, decisamente osteggiata. Nella autocrazia politica della società della comunicazione parole nuove, battute ironiche e slogan devono produrre emozioni, solo sensazioni indispensabili per alimentare comunque un immaginario collettivo e quindi per ottenere un probabile consenso, non più tramite un rapporto di rappresentanza (ti voto e mi rappresenti) ma sulla base della relazione responsiva (introduco un input mediatico per ricevere un output elettorale). Matrix c’è: ed è l’autocrazia della comunicazione, quella “età dei figuranti”, come dice la bella canzone di Caparezza, dove “ci sono molti re e pochi fanti”. Re onnipresenti, anche se raramente riescono ad essere onnipotenti. “L’autocrazia, i dispotismi, le vecchie e nuove dittature, sono il mondo tutto di un colore; la democrazia è il mondo multicolore. Si badi: non la democrazia antica, che fu anch’essa monolitica. È la liberaldemocrazia che viene strutturata sulla diversità. Siamo noi e non i Greci ad aver scoperto come costruire un ordine politico attraverso il molteplice e le differenze[1]. Questa nuova forma della tirannide nella società della comunicazione è interamente costruita sul vuoto cognitivo e sulla emozione come una inconscia tendenza figurativa. Le forme vuote della retorica, il vuoto dell’azione politica fine a se stessa, il vuoto logico-razionale, il vuoto d’umanità che accompagna l’efficienza sfrenata, il vuoto tra un potere che decide ininfluenze tecniche e cittadini che ne subiscono le conseguenze. Marcuse sosteneva che i mass media racchiudono i mezzi capaci di mantenere una forma di totalitarismo che non si fonda sul terrore, ma opera attraverso creazioni e manipolazioni di falsi bisogni (bisogni di divertimento e di distensione, di informazione e di consumo individuale). Non aveva per niente torto. Su un social network di moda, Nadia Urbinati si lamentava che un parlamentare ad una nota trasmissione televisiva attaccasse gli intellettuali. Ho risposto che era normale in un’epoca in cui l’intelletto è pericoloso. Non era una battuta, né un’accusa. Era una diagnosi.

Il fatto è, come ho spesso messo in evidenza, che nella società della comunicazione lo Stato come sintesi di espressione di una nazionalità viene derubricato, diventa strumento di emancipazione dei gruppi di potere emergenti o di consolidamento dei gruppi di potere tradizionali, la nazionalità procede autonomamente e si distende su piattaforme continentali nuove, il governo viene definitivamente sostituito dalla governance.

La governance dei regimi autocratici richiede adesione.

La governance dei sistemi democratici richiede consenso.

All’interno di questo intervallo ci sono una serie infinita di modelli politici, non più riconducibili alla tripartizione aristotelica del governo di uno, di pochi o di molti.

I nuovi modelli politici si strutturano a vario grado e intensità di adesione e consenso,  ciascuno è diversamente costruito su una sua dose di adesione ed una sua propria dose di consenso. Una posologia diversa l’uno dall’altro e totalmente personalizzata.

In ogni caso, per tornare al punto, nei regimi più prettamente autocratici, affinché il ceto politico ottenga una adesione adeguata alle proprie ambizioni, devono costantemente ridurre la funzione critica del pensiero logico. Devono sviluppare una crescente dimensione emozionale, o meglio ancora una imperante logica endofasica, quella logica che non ha bisogno né di una dimostrazione, né di una prova. Questo serve, per favorire la propria supremazia mediatica,  a rafforzare la relazione responsiva, cioè a indurre output sensitivi elettorali per una propria legittimazione politica.

Viceversa, i sistemi democratici nella società della comunicazione, per ottenere legittimazione dal rapporto di rappresentanza, il ceto politico  per favorire la propria egemonia culturale e politica nei processi di governance, deve tentare costantemente di ridurre la dimensione endofasica della logica, per arginare gli stati emozionali, favorire le dinamiche critiche e una valutazione razionale dei comportamenti politici.

In sintesi, le democrazie moderne estendono dimensioni di logica formale, con tanto di dimostrazione e prova, contro le autocrazie moderne che prediligono le controllabili e primordiali dimensioni della logica endofasica. Per questo le autocrazie avversano l’istruzione, gli intellettuali e la cultura come luogo di razionalizzazione per eccellenza. Per questo stesso motivo i regimi autocratici, diversamente dalle democrazie, prediligono nei meccanismi elettorali, la relazione responsiva al rapporto di rappresentanza.

 

Io credo che, nel sistema politico italiano, questo dosaggio tra autocrazia e democrazia si sia, in questi ultimi 20 anni, totalmente sbilanciato verso un regime autocratico, in cui usare la funzione critica come strumento razionale di falsificazione è sovversivo. Lo spiegò magistralmente molto tempo fa Karl Popper in un memorabile articolo sul Corriere della Sera. Priva e privata della razionalità critica, in termini di meccanismo elettorale, l’Italia ha un regime molto relativamente definibile come democratico. Figurarsi oggi, dopo 20 anni di chiusura organzzazionale sul sistema comunicativo e controllo totalizzante della informazione generalista nazionale. Figurarsi dopo due leggi elettorali costruite per favorire la relazione responsiva contro il rapporto di rappresentanza, una abrogata dalla Corte Costituzionale e l’altra puntualmente riproposta aggiustando, con astuzia, le obiezioni di costituzionalità.

 

Sono duro allora?

Forse no.

Svolgo la funzione di partigiano della ragione, per quanto fallace, come tanti altri che tentano di proporre argomentazioni critiche alla imposizione fideista di  concezioni prive di concettualizzazioni, che trasformano, quando si sentono impotenti, nell’onta dell’insulto. Naturalmente, in un regime autocratico come il nostro, queli come me sono minoritari, emarginati e per questo puntualmente derisi, talvolta denigrati, dagli emergenti. Ma è una scelta. Potremmo essere emergenti anche noi. In ogni caso, veramente contestati non siamo mai negli argomenti e nelle argomentazioni. Siamo sempre classificati come perdenti, accusa infamante in una società che fa del vincente il giusto e non piuttosto, come dovrebbe, del giusto il vincente.

Questo è l’ultimo punto che qui, ora vorrei trattare.

Nelle moderne autocrazie bisogna prima vincere per poi convincere. Viceversa nella democrazia bisogna prima convincere per poter poi vincere.  Questo è certamente il vero e inequivocabile connotato, la differenza che fa la differenza tra i due opposti complementari. E avviene perché l’autocrazia sfrutta l’informazione mentre la democrazia utilizza la comunicazione. La differenza tra informazione e comunicazione è nota e chiara: l’informazione è come la televisione, la comunicazione è come il telefono, l’informazione è monodirezionale, la comunicazione è retroattiva, la informazione è priva di feedback, la comunicazione non esiste senza una risposta. Gli autocrati moderni prediligono proclamare senza discutere (informare) mentre i democratici scelgono di discutere senza proclamare (comunicare). Gli autocrati impongono la loro supremazia, i democratici cercano di affermare la loro egemonia. Bush ha cercato di imporre la propria supremazia esportando con i militari la democrazia (processi di democratizzazione esogena). Obama, sostenendo le primavere arabe ha cercato di affermare la propria egemonia (processi di democratizzazione endogena). Sono due esempi emblematici. Con la supremazia ciò che va bene per me deve andare bene anche per gli altri. Con la  egemonia politica ciò che va bene per gli altri deve andare bene anche per me. La differenza tra conservatori e progressisti, nell’epoca in cui la governance sostituisce il governo, è tutta qui, nella differenza che c’è tra una supremazia e una egemonia politica.

In Italia, negli ultimi 20 anni almeno e ancora oggi, si è spesso tentato di sostituire la egemonia con la supremazia. E, paradossalmente, lo ha fatto quasi sempre la sinistra. Infatti, per essere chiari, considero Berlusconi culturalmente egemonico nel sistema politico italiano, anche se questa egemonia è stata costruita con la supremazia del sistema mass-mediatico, cioè grazie al fatto che Lui ha controllato il sistema comunicativo nazionale e distrutto tutti i processi di razionalizzazione sociale (come quelli che avvengono a scuola o nel mondo della cultura). È inequivocabile però che, avendo più volte prima convinto l’elettorato per poi vincere le elezioni, Berlusconi è stato espressione della egemonia democratica italiana assieme a Romano Prodi. Tutto il resto è sempre lo stesso volgare e spesso (come ora) bieco tentativo di imporre la propria supremazia autocratica, con trucchi e giustificazioni varie. Tentativi sempre puntualmente falliti. La storia non  insegna a chi non vuole imparare.

Se poi uno gliela contesta, come nel mio caso, si becca l’insulto.

E poi dice sono duro io!



P.S. - come il caso del Presidente italiano, che segue da lontano. Nella vita si può essere presidenti, ricchi, forti e addirittura unici, ma quando si offende la dignità degli altri non si è niente.  Oggi, nei comuni e nello Stato abbiamo bisogno di una democrazia che non c’è. Una democrazia della comunicazione che deve sfuggire alla sindrome di Zelig la formica, contro il localismo, contro il provincialismo, contro il regionalismo. Per questo abbiamo bisogno di dirigenti locali all’altezza dei tempi globali; abbiamo bisogno di dirigenti locali che non facciamo in modo che tutto funzioni e nulla viva.

 



[1] Sartori  Giovanni, DEMOCRAZIA E DEFINIZIONI, Il Mulino

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