* IL POTERE DELLA INSICUREZZA E LA POTENZA DELLA POSSIBILITA'


Terracina 6 giugno 2012

  

“Io abito la possibilità, una casa più bella della prosa 
Con tante finestre in più e porte migliori 
Ha stanze come cedri dove lo sguardo non può penetrare 
E per tetto sterminato 
La volta del cielo 
La frequenta la gente più amabile 
Così vi passo il tempo 
Spalanco le mie piccole mani 
Per colmarle di paradiso.“

Emily Dickinson

 

La libertà dell’uomo consiste nell’abitare dentro le possibilità della vita, “in una casa più bella della prosa”. Quando un uomo nasce, sotto “la volta del cielo”, le sue possibilità sono infinite, la stanza della sua vita ha porte superbe e speranze che lo sguardo non trattiene. Poi cammina, agisce, sceglie e sbaglia. Le sue possibilità si riducono, quella stanza si restringe, le porte si chiudono, le speranze si diradano. Alla fine resta soltanto la libertà di concludere.

In un’epoca di grandi commistioni io continuo a sostenere il valore inscindibile tra sviluppo, sicurezza e libertà individuali. Si tratta di tre vettori che si incrociano in un solo punto, che si chiama equilibrio. Quando l’uomo comincia a camminare, rischia continuamente di debordare, verso l’asse della sicurezza eccessiva che diventa controllo, o verso l’asse dello sviluppo irrefrenabile che diventa crescita, o infine verso l’asse della sregolata libertà che diventa sopraffazione. Per poter continuare a vivere nella possibilità e per lasciare integra questa possibilità alle generazioni successive, dobbiamo mantenere l’equilibrio dinamico tra sicurezza, sviluppo e libertà. 

In questi anni ho studiato i problemi della violenza politica e del terrorismo. Sono stati anni tremendi. Dalla fatidica data dell’11 settembre 2001 abbiamo condiviso e ripristinato la paura ancestrale della sopravvivenza. Solo oggi abbiamo davvero la consapevolezza di quanto lo shock del crollo della infinita edificazione abbia influito sul sentimento profondo della nostra vita. Sulla nostra speranza. E quindi sulle nostre possibilità.

Eppure, oltre ogni letteratura della catastrofe, in questi  negli ultimi anni abbiamo vissuto qualche possibilità in più. Solo che ne siamo inconsapevoli. Nonostante tutto abbiamo visto accresciuto e incentivato ulteriormente il confronto, l’impegno, la conoscenza e lo scambio, tra persone, idee, associazioni e istituzioni. Oggi più di ieri, anche se non sembra, viviamo nella possibilità. Il fatto è che non sembra. Il potere degli altri su di noi è nel non farcela sembrare, nell’occultare ogni chance di vita per nascondere il futuro e nel decidere chi lo deve gestire. Agli altri, gli esclusi, quelli che non devono sapere e non possono partecipare, è lasciata la paura e una insicurezza sempre più profonda, sempre più ancestrale, sempre più ingiustificata. Il potere di oggi diffonde un nichilismo generale, direi collettivo, che ostruisce il passo e blocca l’azione. Ti chiude in casa per paura, nell’insicurezza e semplicemente nell’impossibilità. È il dramma della prostrazione cognitiva, che ostruisce la percezione di ogni speranza, per lasciare a chi conta e a chi detiene il potere nella società della comunicazione la gestione delle possibilità.

È questo che dobbiamo strappare per rendere democratico il presente e il futuro: la capacità di gestire l’insicurezza degli altri. Dobbiamo strappare al potere la gestione del nostro futuro, la proprietà monopolistica delle nostre incommensurabili possibilità. La nostra energia sta interamente nel capire e ridurre  la sicurezza e la paura mediatica in una vita imitata. Viviamo nella possibilità di cogliere il valore culturale e comunicativo  dello sviluppo. Espandendo le dinamiche del confronto viviamo la libertà di superare i vincoli rigidi della informazione codificata. Abbiamo l’occasione di vivere in un equilibrio generale cercando di comprendere dove si colloca, in ogni nostro momento, quella magica intersezione tra le istanze politiche di sicurezza, libertà e sviluppo di ogni aggregazione umana.

Possiamo volere; che è l’unica forma di superamento della paura e della insicurezza nella società della comunicazione.

Vivere all’altezza dei tempi, come diceva Ortega y Gasset, significa cogliere la possibilità che ci offre ogni società in cui viviamo per affermare l’intelligenza dei nuovi compiti, delle priorità, delle metodologie che la comunità politica deve sviluppare per ripristinare l’equilibrio nel complesso sistema di relazioni locali e globali, nazionali e internazionali.

Contro tutte queste possibilità, invece, noi percepiamo il propagarsi della violenza e della corruzione nel mondo, padrona di tecnologie più avanzate e  metodologie sofisticate, come il prodotto di un generale squilibrio tra le parti.

Quanta sicurezza c’è nella protezione dei sistemi connettivi?

Quanto sviluppo c’è nella transizione dei sistemi socio-tecnici in net society?

Quanta libertà, individuale e collettiva, assicurano a tutti noi oggi le azioni incontrollate dell’intelligence?

La questione è sfuggente.

L’equilibrio è indefinibile.

Ma la paura è rimasta, sempre più fisica e palpabile, veicolata dai mass media e prodotta da moltiplicatori comunicativi, in veste di criminali o di terroristi. Perché quella paura è la forza del potere, non quella energia che costruisce il futuro, ma quella forza che ci sciaccia nel buio dell’assenza di volontà, per espropriarci di ogni possibilità.

Forse il compito che dobbiamo assegnare, fin dall’inizio, alle Istituzioni consiste proprio nell’individuare il luogo dell’equilibrio tra tendenze travolgenti che, senza la politica, rischiano di andarsene ciascuna per proprio conto. Il mio assunto centrale è appunto questo: che la politica sia un fatto sociale totale, che attraversa trasversalmente tutti i sistemi economici, sociali e culturali della nostra vita moderna, per ridurne la complessità con scelte e consecutive decisioni. Il primo oggetto dell’azione politica, da sempre, fin dalla costituzione delle comunità, delle società, degli Stati, delle istituzioni, è quello relativo alla produzione e alla gestione della speranza dei suoi cittadini. Al contrario, quando la politica riduce la speranza, quando produce insicurezza e paura, è un’aberrazione, una degenerazione, una regressione, in qualche modo, una corruzione della socialità e della civiltà. L’obiettivo ultimo della politica consiste nell’individuare, ovunque, nelle politiche di immigrazione, nella geopolitica nazionale ed internazionale, nella organizzazione delle metropoli, nei sistemi produttivi, nelle strutture militari e militanti, il problema complessivo della speranza complessiva. E dovrebbe far questo con progetti specializzati che si inseriscano coerentemente nella dialettica tra sicurezza, sviluppo e libertà individuale e collettiva, che va tutelata ed estesa.

Nel merito dello sviluppo, almeno da 30 anni, sappiamo essere diverso e spesso opposto alla crescita. Lo sappiamo, cioè, dal 1972, dalla pubblicazione del famoso progetto del CLUB DI ROMA sui dilemmi dell’umanità e dal rapporto su I LIMITI DELLO SVILUPPO del MIT (Massachussetts Institute of Tecnology – system dynamics group); uno di quei libri di confine, che ci aiutano ad attraversare una frontiera e ci allargano lo sguardo sul panorama e sui mille colori di nuovi orizzonti problematici.

La crescita non è lo sviluppo e, anzi, una crescita indiscriminata e non controllata può essere pericolosa e può minacciare la nostra qualità di vita. La frenesia tecnologica, ad esempio, può produrre afasia logica, l’incapacità di capire e di comunicare con i meccanismi interpretativi della vita quotidiana, come dimostrano i problemi educativi del condizionamento mediatico e l’imprendibile minaccia della biogenetica selvaggia nei minati campi della clonazione. Una forte accelerazione della crescita può produrre deficit cognitivi ed etici che diffondono paura e insicurezza tra i cittadini. Crescita e sviluppo possono essere addirittura in contrapposizione, come mostrano le incontrollate evoluzioni climatiche e la crisi ecologica del nostro habitat, con i suoi problemi irrisolti di sostenibilità, o meglio, con i suoi problemi di esplosione o di implosione delle strutture che non ce la fanno più a contenere l’eccessivo carico di strumenti e di persone, dal turismo alle organizzazioni ospedaliere e sanitarie. Un peso fisico caricato sulle nostre spalle, che ci fa tremare le gambe e ci schiaccia a terra, sul grigio asfalto dei servizi inservibili e delle burocrazie che emarginano e che uccidono.

Altra paura.

Altra insicurezza.

Secondo Niklas Luhmann, il rischio che piova diventa pericolo se non abbiamo un ombrello. La crescita indispensabile produce tuttavia rischi aggiuntivi di pioggia. Lo sviluppo auspicabile consiste nel distribuire gli ombrelli. La sicurezza inevitabile è la capacità di non bagnarsi magari consigliando, di fronte a un possibile temporale, la produzione di nuovi ombrelli impermeabilizzati, piuttosto che di piccoli teli parasole. La libertà che ho è di prendere l’ombrello. La libertà che non ho, che non posso avere, che non devo avere è di usare quell’ombrello come un’arma o come un privilegio.

 

1. non c’è sviluppo senza sicurezza

Dunque, la crescita produce dei rischi. Lo sviluppo è il nostro diritto alla felicità. Non è quantificabile. Si muove. Non è fermo nel tugurio nichilista dell’inerzia. Possiamo avere il diritto alla felicità soltanto se il silenzio e lo sguardo si trasformano in tempo di vita, che passa certo, ma sono gli occhi e le mani della storia, il segno comunque indelebile della nostra presenza nel mondo. Non siamo nel niente. Ci fanno sentire un niente cognitivo per prendersi tutto. Cedere è l’unico pericolo, l’unica insicurezza, l’unica paura di essere davvero spogli.

Ma la città c’è e ci siamo noi, che possiamo costruire la nostra sicurezza, possiamo anche azzardare dei rischi senza che si trasformino in minacciosi pericoli. Perché, di fronte ai pericoli, ciascuno è incosciente e nessuno è più libero davvero.

Qualche anno fa David Maslow, ci parlò dei bisogni umani, di ciò che governa gli individui. Erano 5 i livelli di soddisfazione dei bisogni motivanti e motivatori a cui gli esseri umani fanno riferimento ogni volta che devono decidere per un comportamento o per una azione.

Diceva Maslow “vive di solo pane chi non ha neanche il pane”, volendo indicare il meccanismo della soddisfazione e del superamento dei bisogni di popolazioni di individui e di organizzazioni. Il primo livello riguarda i bisogni di sopravvivenza, soddisfatti i quali gli individui passano al secondo livello dei bisogni di sicurezza, soddisfatti i quali passano al terzo livello dei bisogni di appartenenza; soddisfatti i quali passano al quarto livello dei bisogni di status; soddisfatti i quali passano al quinto livello dei bisogni di autorealizzazione. Soddisfatto il bisogno di pane si passa alla soddisfazione dei bisogni successivi. Dopo la sopravvivenza ci si dedica alla sicurezza. Tanto più una società è ricca ed evoluta tanto più i suoi cittadini tendono a soddisfare i bisogni più alti. Al contrario, una società che non riesce a soddisfare i suoi bisogni di sicurezza si sente ancora minacciata e teme per la sua stessa integrità.

Apparentemente gli aerei killer dei terroristi che hanno tagliato le torri di New York l’11 settembre 2001 hanno violentemente riportato una società interamente concentrata alla soddisfazione degli alti bisogni di auto realizzazione dei suoi cittadini a scendere e ritornare a dover garantire i bisogni più bassi di sicurezza collettiva che si consideravano ormai superati. I cittadini hanno sentito il crollo della infinita edificazione sul sistema delle relazioni sociali e si sono resi conto che prima di tutto bisognava difendersi.

Dico apparentemente perché credo che sia giunto il momento di valutare anche la reazione di medio periodo della coscienza collettiva dell’Occidente. E bisogna riconoscere che il crollo delle torri di New York, oltre il dolore incommensurabile per le vittime, come trauma sociale collettivo è stato rapidamente assorbito. Questa capacità di gestire i lutti, con una eccessiva e ossessiva ritualità, non ha mai minacciato il proprio modello di sviluppo ma, addirittura, in qualche modo, lo ha rafforzato. Il rito di riappropriazione è indice di una società profondamente condivisa e partecipata, che sa gestire la propria insicurezza relativa e continua ad auspicare una vita auto realizzata. Nonostante il clamore soffocante del crollo, l’insicurezza è rimasta appunto relativa e non è diventata insicurezza assoluta, grazie alla ritualità dell’evento, alla libera adesione dei cittadini per quel modello di sviluppo sociale ed economico.

Resta il fatto tuttavia che l’11 settembre 2001 ci ha in qualche modo fulminati e da allora abbiamo definitivamente capito che la forza non produce sicurezza, che nonostante la incommensurabile disponibilità di apparati tecnologici e militari, la minaccia del terrore resta immutata e per certi versi viene potenziata dai muscoli dell’avversario. C’è un effetto deterrenza che vale di più quando l’atto violento viene esercitato all’interno di uno spazio protetto e tutelato da un enorme dispiegamento di forze. Il terrore si propaga con maggiore rapidità quando distrugge i simboli della sicurezza del nemico; quando riesce a minacciare lo sfondo; quando i cittadini sentono uno sradicamento dal loro habitat di vita. Il flash di orrore dell’11 settembre ci ha insegnato che i meccanismi di tenuta sono stati garantiti, non dagli eserciti, ma dalla democrazia e dalla  libertà di condivisione dei cittadini verso un modello di sviluppo insufficiente e comunque riformabile.

Equilibrio ancora.

Non le armi, non la guerra, ma la libertà di continuare a scegliere il proprio modello di sviluppo è la sicurezza più forte per tutti i cittadini. E invece, ciò che accade oggi è un modello di sviluppo imposto, ignoto, incomprensibile. Nessuno sa, veramente, fino a che punto i criteri e le soluzioni proposte siano effettivamente corrispondenti al bisogno. Nessuno è in condizione di verificare l’efficacia delle decisioni assunte. La legittimità politica si regge sulla paura di scenari futuri devastanti. Un terrorismo economico che, come il terrorismo politico, si nutre della insicurezza e della paura. Il terrore dell’avvento di scenari orripilanti blocca la speranza di tutti e la lascia nelle mani di un potere totalmente fuori controllo, talmente fuori controllo che si ignora perfino chi lo detiene. 

Il fondamento del nostro vecchio modello stava nella libertà e nella democrazia come sua istituzione politica. La rivoluzione industriale e la innovazione produttiva era il suo istituto economico. Il consumo di massa dettava le regole del sistema di riproduzione. La solidarietà sociale serviva alla distribuzione della ricchezza. Ma non sosteneva più il fondamento e l’accumulazione del potere perché troppo aveva garantito la sicurezza individuale e collettiva dei cittadini.

Il fondamento stava nella possibilità di estensione della sicurezza verso territori e fasce sociali nuove e altre; nella assenza di discrezionalità e nella possibilità di partecipare ai benefici dello sviluppo economico e sociale: perché, appunto, non ci poteva essere nessuna forma di sviluppo se non era garantita la sicurezza dei cittadini.

E allora bisognava far saltare quel fondamento: bloccare la estensione della sicurezza verso altri continenti e verso altri soggetti sociali ha significa interiorizzare la insicurezza degli altri mondi e degli altri soggetti sociale; la discrezionalità del processo decisionale ha esclude fasce di popolazione dalla partecipazione ai benefici dello sviluppo economico e sociale; il recupero dei ritmi della crescita avviene sulla sofferenza e sul sacrificio dei cittadini.

Il potere incontrollato della società della comunicazione è di nuovo costruito sulla oscurità che produce insicurezza. Paura ancora.

 

 2. non c’è sicurezza senza sviluppo

E se non ci fosse stata la ricchezza – crescita -; e se non fosse stata in qualche modo suddivisa – sviluppo - , noi saremmo stati più sicuri? E saremmo stati più liberi?

Certamente no.

Il fatto è che abbiamo avuto una mutazione. La crisi che stiamo vivendo non è l’effetto di un semplice mutamento ma di una mutazione strutturale del sistema sociale.

 

Anche se può sembrare, per capirlo non basta il vecchio schema dell’analisi economica marxiana secondo cui l’insicurezza è endemica ai meccanismi strutturali del sistema sociale; all’accumulazione capitalistica e al sistema industriale che, nella loro evoluzione sfrenata, avrebbero dovuto produrre livelli di insicurezza sempre più ampi su grandi fasce di popolazione proletarizzata. Questa cosa non si è verificata e l’idea che la guerra fosse funzionale al capitalismo in espansione è stata sconfessata. Anzi, si è verificato il contrario. Grazie alla modernizzazione logica e tecnologica avvenuta nel mondo con l’avvento della democrazia e del Welfare State, l’Occidente bellicoso si è pacificato. La sicurezza è stata il prodotto dello sviluppo.

Pitizim Sorokin afferma che la crisi della sicurezza nel nostro tempo, sta nella presenza di uomini senza Dio e valori morali assoluti, anarchici, privi di obbligazioni contrattuali, uomini senza vincoli e responsabilità che possono dare sfogo ai loro desideri e alle loro voglie smodate.

La storia degli ultimi anni, e la cronaca di questi giorni, hanno totalmente smentito anche questa opposta e per certi versi complementare interpretazione.

La destabilizzazione terroristica è un atto derivato da una troppo forte presenza di Dio, della fede, della fedeltà a valori morali assoluti, che piegano le vite di molti esseri umani. I terroristi non hanno desideri e voglie smodate. Vivono in luoghi appartati e si sacrificano, il loro è un martirio sull’altare di una fede e di una ideologia. In ogni caso quella è una forma religiosa di partecipazione alla vita sociale e politica caratteristica delle comunità sacromagiche piuttosto che delle società industriali.

Il passaggio della modernizzazione e dello sviluppo è proprio questo: la transizione dalla comunità alla società. Finché nel mondo continueranno ad esistere ampie comunità sacromagiche in cui la miseria è l’alveo di un fondamentalismo che taglia mani e teste, che schiavizza categorie di uomini e donne, che toglie la vita a discrezione personale in nome di una fede universale, la sicurezza non sarà garantita a nessuno. E non ci può essere alcuna azione repressiva in grado di arginare un fenomeno così ampio e pervasivo. Se nelle zone interne dell’Afghanistan, dove non conoscono le televisioni, sentono sfrecciare aerei senza sapere che cosa sono, o in Africa dove i bambini muoiono bruciati da un virus influenzale, o perché non hanno acqua, o perché non hanno cibo, si portasse sviluppo economico e sicurezza sociale, lavoro, ricchezza e medicine, sarebbe la forza felina delle madri ad evitare che i figli divengano bombe viventi.

L’insicurezza della nostra vita virtuale é, allora,  il prodotto di uno sviluppo assente in molta  altra vita reale. La minaccia alla nostra socialità deriva da una globalità circoscritta alle società e vietata alle comunità, dove la rivendicazione terroristica è permanente. Per quanti sistemi di sicurezza saremo in grado di costruire, con strumenti sofisticati e costosi, noi non depotenzieremo la carica bellica e conflittuale della povertà. Giacché, come diceva Napoleone al suo generale Lafayette, con le baionette ci si può far tutto tranne che sedervicisi sopra.

 

3. sviluppo è sicurezza

 Per sedersi sopra i processi politici senza farsi del male, oggi, è necessario sostituire il termine e il concetto di globale con quello di glocale.

Globale è la dimensione del sistema di relazioni sociali ed economiche delle società moderne, che procedono nella loro modernizzazione permanente  ignorando e, talvolta, utilizzando le comunità sacromagiche della tradizione. Questo genera una minaccia costante alla sicurezza degli esseri umani. E ci costringe a produrre una infinità di baionette sulle quali sarà difficile sedersi in tranquillità.

Glocale è invece l’esigenza di espandere lo sviluppo nei territori, affianco e dentro le persone concrete, despandere la civiltà sociale riducendo i margini tradizionali della comunità, senza mortificare le culture e le civiltà, inserire ogni angolo possibile del pianeta dentro processi di sviluppo in cui la sicurezza della vita di ognuno sia garantita dalla sua stessa esigenza di vivere in sicurezza.

Senza uno sviluppo glocale, senza sanare la scissione simbiotica tra le menti e i corpi delle persone reali non esiste nemmeno più una sicurezza collettiva e rischiamo di perdere anche la libertà individuale.

Internet è uno spazio di liminalità, un luogo che ha cambiato i metalivelli, cioè i criteri una volta insuperabili con cui abbiamo  organizzato la nostra vita. Internet è un viaggio totalmente destrutturato, senza tempo e senza spazio, che vive al fianco del tempo e dello spazio strutturato della nostra società. Oggi internet sta assorbendo le nostre città, con i suoi simboli, con i suoi significati e più di tutto con i suoi criteri. La minaccia telematica può, dunque, essere molto più pericolosa di quella tradizionale, perché s’insinua nel silenzio informatico dentro il quale estendiamo il pensiero, perché è occulta e imprendibile, ci isola da ogni punto di riferimento e ci travolge nella solitudine metropolitana. Che cosa accadrebbe se i terroristi destabilizzassero via internet la rete di energia elettrica di Milano o avvelenassero l’acquedotto di Roma? Quale azione di contrasto potremmo esercitare se ci bloccassero i telefoni?

D’altronde, la seconda guerra mondiale gli alleati l’hanno vinta anche grazie alla competenza di Turing, un oscuro scienziato inglese, vissuto nel fumo e nella penombra dei sobborghi di Londra, ma che nel frattempo ha inventato il linguaggio computazionale dei nostri computer, le macchine che si autoproducono e ha decodificato i messaggi crittografati delle comunicazioni naziste. E ha avuto per premio una mela avvelenata. Già allora erano preponderanti i problemi relativi alla informazione, alla comunicazione e alla sicurezza, alle reti, cioè alla rivoluzione connettiva e alla sua incidenza sulle trasformazioni del sistema politico internazionale.

Se penso che Bin Laden, prima ancora di destabilizzare la città di New York ha destabilizzato le borse mondiali, se penso alla corrosività dell’usura e alla invadenza tecnologica delle organizzazioni malavitose sulle uniche vere attività di e.commerce come la prostituzione, la pornografia, il traffico internazionale di droga e di molti altri business imprendibili ma estremamente lucrosi; e poi vedo la depressione implosiva di tanti uomini e di tanti territori soffocati da una realtà tossica che sorregge la finanza purificata dalla tecnologia; ho una percezione fisica di cosa significa modernizzazione, tecnologia e crescita senza sicurezza delle imprese delocalizzate; so quanto residuale è la nostra libertà di agire e so quale è il loro inscindibile rapporto.

Per molti anni questo rapporto non è stato percepito. Anzi, si pensava che per garantire maggiori livelli di sviluppo occorresse derogare a parti della nostra sicurezza, come ad esempio per la politica nucleare.

Non è così.

Sicurezza è sviluppo.

Sviluppo è sicurezza.

Questo rapporto è inscindibile e ad esso concorrono liberamente diversi soggetti sociali, perché sicurezza significa stabilità dell’equilibrio fra i vari sistemi che interagiscono.

 

Per questa grande mutazione siamo caduti nel vuoto della legittimazione. Non ci sono più interazioni, soltanto azioni. I legami della legittimazione del potere si sono spezzati. L’azione politica non è più libera, ma indotta dai principi di omologazione culturale, non riesce più a tenere insieme i sistemi talmente differenziati da diventare autoreferenziali. Non ci sono più idee, tantomeno gli ideali che svolgevano la funzione di accreditare una imprecisa modalità di interazione. Nemmeno più la democrazia, così come l’abbiamo conosciuto, nella forma di governo assunta, riesce più a garantire la sicurezza degli individui. Eppure, sulla base della prova storica, era proprio questa la capacità attrattiva della democrazia: tutelare più di qualsiasi altra forma di governo la sicurezza complessiva dei suoi cittadini.   Il nostro modello di sviluppo non regge più, invece che ridurre aumenta la percezione di insicurezza sociale ed economica.

4. Etica delle Libertà

Il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me”. Questo è il manifesto del liberalismo, redatto come iscrizione sepolcrale di Immanuel Kant. Tra il cielo stellato e l’imperativo morale, tra la infinita possibilità di agire e la mia volontà c’è l’etica politica delle istituzioni e dei cittadini comuni. L’equilibrio tra le parti, il generale equilibrio del sistema, esiste soltanto se resiste un’etica della politica in grado di arginare la dischi vuole eccedere. Si deve arginare chi, in nome della sicurezza vuole imporci ogni controllo; bisogna frenare la dismisura, la spinta e la pressione di coloro che credono di avere la libertà di fare quello che vogliono; bisogna limitare chi vuole crescere a dispregio di ogni altra forma di integrazione con l’habitat. Se c’è nella società civile una radicata etica politica, il rischio della scomposizione degli elementi sociali, il pericolo di imboccare la strada del dispregio  non c’è. Con un’etica della politica profondamente connaturata alle radici della società noi possiamo procedere senza debordare dal punto di intersezione tra sicurezza, sviluppo e libertà; noi possiamo evolvere senza perdere l’equilibrio. Naturalmente l’etica politica non può essere normata, cioè regolamentata per legge. Se lo fosse non sarebbe più etica e rischierebbe di istaurare un regime fideistico di nuovo tipo. Gli Stati etici sono una impressionante minaccia alla libertà e alla democrazia, come la storia ha abbondantemente dimostrato. Ma con i mezzi di comunicazione di massa in azione permanente, l’etica politica ha una valenza maggiore nel controllo e nella legittimazione dei governanti.

Le emozioni collettive della società multimediale travolgono i poteri, come diceva Margaret Mead: “vi sono canzoni che hanno distrutto re e reami”. In Italia l’etica della politica è stata radicalmente indebolita.

Spesso le minacce alla libertà non vengono nemmeno percepite.

Estendere la comunicazione è un modo per ricucire le lacerazioni dell’etica politica e i rischi invasivi delle istituzioni sui margini di libertà dei cittadini.

 

 

“Io abito la possibilità, una casa più bella della prosa 
Con tante finestre in più e porte migliori 
Ha stanze come cedri dove lo sguardo non può penetrare 
E per tetto sterminato 
La volta del cielo 
La frequenta la gente più amabile 
Così vi passo il tempo 
Spalanco le mie piccole mani 
Per colmarle di paradiso.“

 

 

Comments