* IL POTERE DEL SILENZIO: il ruolo delle donne nelle organizzazioni criminali

Le organizzazioni criminali, come le organizzazioni terroristiche, cambiano rapidamente.

Tutte le organizzazioni hanno una certa lentezza ed una certa rigidità. La loro evoluzione avviene gradualmente, ma quando avviene è strutturale e modifica radicalmente quella organizzazione, in modo irreversibile.    Questo è il caso del ruolo delle donne nelle organizzazioni criminali, in quelle organizzazioni che noi generalmente chiamiamo mafia.   A rigore, il ruolo delle donne non è sempre lo stesso in ogni organizzazione, naturalmente. 

La generalizzazione genera confusione. 

In alcune organizzazioni, tipo Yakuza giapponese, il ruolo delle donne è assolutamente paritario, sebbene raro perché  la struttura genetica di quella organizzazione e’ bullistica e quindi favorisce l’assemblamento di gruppi di pari.

Nell’organizzazione delle triadi cinesi , invece, sebbene occultata, il ruolo delle donne è molto importante, nella gestione del silenzio e della muta integrazione delle parti familiari. La gestione del silenzio è una questione strategica fondamentale in organizzazioni che fanno dell’omerta’ la loro arma vincente. È questa una funzione tradizionalmente svolta anche dalle donne delle organizzazioni mafiose italiane in Sicilia e in  Calabria.

Vi invito a riflettere sul silenzio, sull’importanza del silenzio nelle organizzazioni criminali.

A differenza di quanto si crede generalmente, le mafie di tutti i tipi consumano i loro intrighi con notevole clamore. La loro capacità di attrazione è espressa nei simboli che riescono a mostrare , in termini di potere, in termini di proclami, in termini di ostentazione della ricchezza, del dialetto e della propria appartenenza. Per fino l’omertà è un clamore muto che mostra chiaramente ciò che nasconde. Dietro il rifiuto  di dire c’è una conoscenza imprecisa di ciò che si vuol sapere . Ma la forza vera delle organizzazioni criminali sta nel silenzio. Nel silenzio si annida la forza di quelle organizzazioni, che conforma il sistema di relazioni, fatto di vincoli , di consanguineità  nella ‘ndrangheta, e forma le persone, con vincoli d’identità educativa. Sono entrambi ruoli di donna, ruoli temuti e tutelati dalla decenza. Poi c’è il terzo ruolo, quello più importante, che le donne hanno sempre gestito, in ogni organizzazione della famiglia della moderna società della comunicazione: le vestali del piacere.

Perché nel silenzio si annida sempre il godimento. Ricordo a tutti le stupende pagine di Lacan sul tema del godimento nelle organizzazioni, che non è naturalmente soltanto, né prevalentemente ormai il godimento sessuale. È il complesso e complessivo godimento del potere. Nelle organizzazioni mafiose e, anche in certe famiglie perbene, il godimento si consuma con discrezione, in silenzio. Nel silenzio si consuma la soddisfazione della propria forza, la disponibilità della propria ricchezza, la consapevolezza della propria presenza e del proprio ruolo sociale, nel dominio relazionale del proprio habitat.

Il governo del silenzio è quindi il governo del godimento: l’immenso potere della donna nelle organizzazioni mafiose. Lacan ci ha insegnato molto dettagliatamente come funziona il godimento nella società contemporanea. L’emancipazione della società, secondo Lacan, passerebbe dal godimento occultato al godimento proclamato. Il vero potere consisterebbe nel governo del godimento.

L’identità sociale e organizzativa è data dalla collocazione di questo godimento individuale e collettivo: se viene circoscritto all’interno del silenzio, il ruolo delle sue vestali è occulto, riservato, nascosto, se viene proclamato come diritto, esportato dal silenzio e trasportato nel clamore, il ruolo della donna diventa primario, proclamato, visibile, evidente, preteso. La funzione sociale delle donne è una variabile dipendente della collocazione sociale del godimento all’interno o all’esterno del silenzio. Lo sapevano benissimo i Greci. Secondo Pericle, uno dei pregi delle mogli ateniesi era di restare in silenzio, in ombra. Il godimento sessuale era comunque proclamato, ma affidato ad altre donne che non avevano alcun potere di influenza rispetto all’organizzazione della famiglia. Soltanto dopo la morte dei suoi due figli, durante la guerra per il Peloponneso, cioè soltanto dopo la distruzione del bene supremo della famiglia, Pericle poté dedicarsi alla cura dei destini professionali del so terzo figlio, nato dalla relazione extraconiugale con l’amante Aspasia. L’amore sottratto al silenzio fece talmente scalpore che l’assemblea ateniese convocò una specifica assemblea per permettere al figlio illegittimo di Pericle di entrare nell’assemblea.

La società della comunicazione ha generalmente esternalizzato il godimento per tutti. Il diritto al godimento nella comunicazione quotidiana è proclamato in ogni ora su ogni televisione. E questo proclama, giusto in termini di liberazione sociale ed individuale, è giusto anche in termini criminologici, relativi alla decostruzione e al riconoscimento delle organizzazioni criminali. Ci permette di eliminare il silenzio e lasciare l’omertà senza identità.

 Senza identità l’omertà non ha senso.

Non si capisce perché un mafioso debba distruggere la sua vita per tutelare un’organizzazione da cui può facilmente liberarsi senza vincoli psicologici. Restano i vincoli logici. Si capisce per chi tace quel mafioso quando viene arrestato. Lo fa per tutelare i suoi interessi e i suoi figli. Se non lo fa più per la propria identità lo fa per la propria tutela. Resiste solo l’effetto deterrenza. E il contrasto è più semplice. Ciò avviene perché con l’estrazione del godimento dal silenzio e la sua collocazione nel clamore proclamato e preteso della comunicazione, le donne non hanno più il ruolo che tradizionalmente hanno assunto nelle organizzazioni mafiose. Le donne hanno perduto, per fortuna, il governo del silenzio per il fatto che il godimento che quel silenzio tutelava, viene continuamente esternato. E conseguentemente le donne sono apparse alla direzione delle organizzazioni criminali. Oggi appaiono in televisione alla difesa dei loro famigliari diventano dirigenti, addirittura capeggiano organizzazioni territoriali. In televisione proclamano il proprio diritto alla parità e al godimento consumato con l’assunzione di ruolo.

Da madre a matrigna, il percorso delle donne delle organizzazioni criminali segue un processo di emancipazione sociale generale. Era inevitabile. Ma questo, per fortuna, indebolisce il radicamento di quelle strutture criminali anche se ne accentua l’aggressività. Ma questo è un altro discorso. 

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