* I 7 POTERI DELLA PAROLA NELLA CITTA' CONVIVIALE

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Forse è vero, come sostiene Richard Rorty, che la filosofia consiste nella costruzione di vocabolari: “Tutti gli uomini dispongono di un certo numero di parole di cui si servono per giustificare le proprie azioni, le proprie convinzioni e la propria vita. Sono le parole con cui esprimono stima per gli amici e disprezzo per i nemici, i nostri progetti a lungo termine, le nostre più profonde incertezze su noi stessi e le nostre grandi speranze. Sono parole con cui raccontiamo, a volte guardando al futuro e a volte retrospettivamente, la storia della nostra vita.[1]

I vocabolari sono così, ci permettono di “esibire una identità[2], sono i raccoglitori di ogni possibile narrazione, che ci permettono “di momento in momento, di dar voce alle nostre attese quanto alla nostra memoria, alla nostra indignazione quanto alla nostra speranza, alle gioie, ai dolori, ai progetti, ai fallimenti”[3], sono questi contenitori di parole che contengono i nostri “valori e disvalori, fatti e sentimenti, idee e immagini[4]. Ma alla fine sono solo parole.

Ricordo una vecchia poesia di Jorge Luis Borges[5] in cui una parola, da sola, un singolo e singolare aggettivo poteva ricostruire, “rialzare[6], la vita di ciascuno di noi. Che cosa significa? E in più, questo “vocabolario della città conviviale” che cosa rappresenta?

Innanzitutto che non esistono vocabolari personali. Una volta impressi in una poesia o in un testo, quel vocabolario “non è mai semplicemente mio. È sempre nostro”; perché contiene “una serie di espressioni condivise esposte ad usi condivisi, usi che sono incarnati in una vasta gamma di pratiche comuni di dare e ricevere, in una forma comune di vita[7]. Sono vocabolari identificativi, in cui ci troviamo, dove torniamo, in cui ci ri-troviamo.

E dunque, il secondo aspetto, sono vocabolari che esprimono delle verità locali, come le ha definite Stefano Zampieri, cioè quella verità, “che non ha fondamento metafisico e quindi è incollata saldamente al suo tempo, al suo spazio, alla comunità in cui si realizza e alla storia da cui fuoriesce, ma è abbastanza ferma da consentire di assumere in base ad essa scelte responsabili che la mia condizione di uomo mi impone e delle quali sono tenuto a rispondere[8]. Noi diremmo, vocabolari di responsabilità personale che indicano verità politiche, storiche, relative, ciononostante inevitabili.

Secondo Rorty i vocabolari sono due, quello metafisico e quello ironico[9]. Effettivamente i vocabolari sono due, anche se non sono forse quei due. Tutta la filosofia conosciuta si articola dentro un intervallo che ha come estremi opposti e complementari due ben distinti vocabolari fondamentali: quello della essenza delle cose e quello della loro esistenza. L’uno non è esclusivo, né alternativo dell’altro. Entrambi costituiscono i confini ermeneutici ed epistemologici del discorso. Tra il vocabolario dell’essenza e quello dell’esistenza si dipana intera la nostra vita, scaturiscono le infinite narrazioni, talvolta personalissime, che ci trascinano e troppo spesso ci travolgono: narrazioni scientifiche, politiche, economiche, letterarie, culturali; narrazioni personali, collettive, intimistiche, riflessive; narrazioni di teorie e di progetti, di aspettative e speranze, di concetti e argomenti, di sensazioni ed emozioni; narrazioni di vita.

Una infinita raccolta di narrazioni che sono gli infiniti punti che uniscono i due poli estremi dell’intervallo di sostenibilità dei due vocabolari fondamentali della nostra umanità: il vocabolario dell’essenza e il vocabolario dell’esistenza.

Ogni nostra narrazione, pertanto, contiene entrambi i vocabolari. Chi è più attratto dall’uno. Chi è più caratterizzato dall’altro. Tuttavia sono narrazioni che contengono comunque l’essenza della nostra esistenza. Le parole dell’essenza umana e della sua esistenza si combinano, di volta in volta, nei modi e nelle modalità più fantastiche e fantasiose. Assumono diverse morfologie e distanti dimensioni. Restano in ogni caso la rappresentazione della esistenza della nostra essenza. Ogni narrazione è espressione ed esperienza di noi.

Alcune narrazioni, quelle che negli anni ci hanno più di tutte ipnotizzato, sono politiche. Le narrazioni politiche sono espressioni collettive di verità locali. Sono concetti e concezioni che riguardano tutti e si applicano nella nostra contingente quotidianità. Vivono con noi. Vivono tra noi. Vivono per noi, grazie a noi.

Sono narrazioni politiche, però, anche perché, le parole in un certo modo composte, indicano un progetto, una possibilità di agire, una produzione di significati, il modo di essere e l’altro, quello di esistere. Sono vocabolari di essenza e di esistenza che contengono il potere politico delle parole scomposte e ricomposte, un potere di vita che esprime verità in grado di generare realtà. Sono narrazioni di piene di segni, simboli e significati.

Parole. “Parole di quel tempo”[10]. Parole di questo tempo. Parole di un tempo futuro. Prima girano per la casa, dentro altri libri, nelle discussioni con gli amici, nei pensieri personali, nei confronti occasionali. Quando le pronunci non sai dove andranno a finire, in quale luogo stazioneranno, forse in un vocabolario, in un dizionario. Messe insieme per ordine alfabetico in un catalogo.

Poi, invece le trovi li, sono qui, non in un contenitore qualsiasi. In un catalogo, certo, ma non in un catalogo indistinto. Le trovi selezionate da un concetto, assemblate da una speranza, secondo il personalissimo criterio che ciascuno si da, con un ordine senza essere ordinate. Sono parole, a disposizione, simboli semantici che ancora non hanno una sintattica, ma che servono a definire una idea, quella idea per cui ci siamo spesi negli anni e che ritorna nei prossimi anni da spendere. È l’idea della città conviviale: un alfabeto non anonimo, ma con l’affascinante magia dell’anonimato.

Le parole sono magiche perché illuminano e, come tutte le magie, hanno una loro invadente unicità. Non solo perché riguardano la nostra storia locale, ma perché sono il locale della nostra storia, definiscono i luoghi che conosciamo e in cui ci conosciamo, evocano un loro significato dentro cui possiamo essere individuati, definiti, appunto, localizzati. Se ben composte spiegano arcani misteri. Possono bastare poche parole per l’intreccio intero dei significati dell’universo. Oppure confondono, complicano, ingannano, producono misteri, si traducono in incubi.

Come abbiamo fatto noi e gli altri, nelle generazioni precedenti ed in quelle successive, a cedere all’inganno delle parole, nella politica, a casa nostra, nella politica locale, nella conoscenza, nella promessa e nell’amore? Come abbiamo fatto a contenere migliaia di parole in una sola idea, in un chip teorico ed occasionale che spesso ci ha fatto perdere la perfezione di una mappa?

A vederle qui, nell’ordine alfabetico di un piccolo dizionario che riguarda la mia città, senza una regola e senza una grammatica, libere di raffigurare come è e come vorremmo che fosse la città, quelle parole sono talmente rigorose che sembrano fantastiche, addirittura fantasiose.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Ci sono ma non esistono.  Eppure, molte di queste parole, ci hanno cambiato la vita, hanno condizionato le scelte e determinato gli schieramenti. Sono sempre e solo parole, apparentemente innocue, tuttavia acerrime, nemiche o, peggio ancora, troppo amiche, troppo esclusive, troppo uniche. Irraggiungibili. Auspicate. Proposte.

Negli anni, accompagnati da parole non nostre, non solo nostre, abbiamo attraversato le lacere rovine di una conoscenza frammentaria; ci siamo abbandonati negli aridi deserti della perdita di legittimazione politica: parole composte in un quadro, dissetanti, che si sono disperse, si sono sconnesse e sono rimaste sole come ruderi ricoperti di foglie e terra; alcune parole sono diventate disabitate oppure, come diceva Suarez Miranda delle mappe, sono state abitate da animali e mendichi; o quelle che, come invece voleva Thomas Mann, hanno sviato i borghesi, trasformandoli in geni, brillanti e disperati intellettuali e scienziati.

Come abbiamo fatto noi, infine, a fare in modo che tutte quelle parole assumessero una loro unica morfologia, lo slang incomprensibile delle nostre discipline che, specie in politica, quando non vengono comprese diventano reliquie di un corpo smembrato e decomposto, pur mantenendo, nell’infinitamente piccola dimensione di un vocabolo, gli inalterati caratteri del suo significato infinitamente grande?

Come abbiamo fatto? Ci siamo dati una metodologia oltre l’azione politica, una metodologia di ordine culturale che ci permettesse di comporre quelle parole catalogate nell’ordine alfabetico di un dizionario per conoscere la realtà senza doverla necessariamente riprodurre e spesso senza nemmeno necessariamente poterla vedere. Una realtà possibilmente conviviale. Un metodo e una logica che sono il fondamento della capacità di sopravvivenza della specie umana nella complessità epistemologica della modernità.

E ogni volta che le abbandoniamo composte, con il metodo e la logica della nostra conoscenza, quelle parole, abbiamo inevitabilmente ceduto alla loro e alla nostra empietà: la loro, per le illusioni che ci hanno drogato; la nostra, per la colpevole responsabilità di averle abbandonate alle inclemenze del sole e degli inverni.

Alla fine una generazione resta senza parole e l’altra, la nuova che viene ne acquista di nuove. Entrambi perdono la loro magia e la loro perfezione. Entrambi tornano a vivere nel deserto della comunicazione obsoleta e della assenza di parole: tutti, una generazione, l’altra e le parole stesse mendichi tra gli animali e i loro gemiti gutturali.

Per sfuggire al disaggio della realtà, ci siamo rifugiati nella nostra verità. Abbiamo inventato parole nuove per evitare il rischio dannato di restare senza parole. Abbiamo cercato fuori città un  metodo e una logica per la loro composizione in città; termini con singolari contenuti che troverete in questo piccolo vocabolario della convivialità. Quelli che hanno vissuto la nostra stessa speranza hanno sempre creduto che le parole ci permettessero di conoscere le cose e di interpretare gli eventi, come se fossero piccole mappe per comprendere l’universo infinito della città. E alla fine di verificare il vero e/o il falso, il reale e l’irreale.

Oggi, nella complessità quantistica della conoscenza, abbiamo qualche dubbio.

Allora conviene, come ha fatto Armando Cittarelli qui, scomporle, catalogarle in un glossario, in modo che ciascuna insegua l’altra in ordine alfabetico e ciascuna da sola possa o tutte insieme possano ancora disegnare un significato.

Nel glossario, le parole definibili nel gergo politico/amministrativo della città, si spiegano. E per noi che le leggiamo è un modo per trovarci ancora. Dove siamo? Chi siamo? Chi avremmo voluto essere? Cosa avremmo voluto fosse stato? Cosa vorremmo ancora?

Cerchiamo il clima di convivialità in cui avremmo voluto sempre vivere.

Queste parole non sono soltanto un modo di esprimersi. Sono l’architettura di una speranza, sono le strutture fondamentali di una costruzione lasciata interamente alla libera autonomia del lettore. Le parole di un dizionario sono “macchine interpreti”, cioè strumenti in grado di contenere l’energia dei significati e ridurre l’entropia dell’equivoco. Il dizionario è un modo per preservare le strutture conservative dei significati e la loro energia. Direi il loro potere. Il potere che sui media, anche sulla televisione e più di tutti, in internet, si estende all’inverosimile. Ma nella città resta integra la mappatura dei luoghi che rappresentano, tramite le parole, dei significati. Per questo motivo, oggi, nell’epoca dei nativi digitali, della vita in ambienti multidimensionali, negli habitat cognitivi urbani, nei domini relazionali sociali, c’è bisogno di una narrazione politica, c’è bisogno più che mai di parlare le parole.

Il potere delle parole nella società della comunicazione è:

1.     prima di tutto un potere di divulgazione che  è sempre – anche se sfugge alla scuola – un potere didattico. La chiarezza, diceva Ortega y Gasset, è la cortesia del filosofo. Le parole senza significato, composte in slogan possono produrre omologazione o, se discusse, spiegate e dispiegate, possono produrre capacità critica.  Le parole mediatiche possono essere un cliché, cioè la noiosa ripetizione del nulla, o un archetipo, cioè innovazione e produzione del futuro. Il potere divulgativo delle parole nella società della comunicazione può essere un elemento di democrazia partecipativa o un elemento di tirannica esclusione. Ciascuno di noi può comprendere le cose se sono espresse in modo comprensibile, semplice, purché non sia banale. Al contrario, la eccessiva specializzazione emargina. Andare da un medico, da un avvocato, da un ingegnere o da un commercialista è ormai un atto di fede.  I linguaggi sono talmente specialistici da essere diventati ormai impenetrabili, i concetti molto difficoltosi e decisamente esclusivi. Nella società della comunicazione di massa i sottosistemi preservano la loro autonomia, il loro privilegio e la loro incontrollabile forza, con codici di riconoscimento incomunicabili. Il cleavage, la demarcazione la differenza tra la tirannide e la democrazia della comunicazione passa esclusivamente in questa gestione dei significati che attribuiscono alle parole un potere: parole per chi teme la conoscenza collettiva e il confronto critico, parole che controllano l’educazione, la formazione professionale, parole che controllano ogni libera espressione della mente e che determinano il comportamento degli individui.

2.     Il secondo potere delle parole nella società della comunicazione è quello della co-evoluzione. Potremmo dire che la convivialità è naturale. Il greco la chiamava oikia, che significa dimora; poi è evoluta fino a diventare oikiologia e si è acquattata nel nostro vocabolario come ecologia. Ma quel concetto non ha mai perso il senso della casa. In una casa si chiacchiera. Molte parole, infatti, confabulano tra di loro e con noi,  costruiscono amabili relazioni comunicative con altre parole, talvolta più tradizionali, talaltra sottoposte alle irruenza dei notevoli progressi tecnologici e mediatici. C’è una certa soddisfazione nel considerare le parole nella loro condizione dinamica, cioè anche come co-evoluzione con tutte le specie interagenti, delle loro catene alimentari e dei loro meccanismi di regolazione. Già si intravede l’argomento centrale: il problema etico e scientifico dell’equilibrio tra parole in forma di frasi, il loro approccio sistemico unitario come si articola al minimo in un dizionario e come può comporsi in un testo. Tra input e output di significati queste parole cercano un bilanciamento, di restare in equilibrio, pena un drastico rimaneggiamento delle loro condizioni vitali. Accolte in una casa o in una città, le parole frequentano infinite peripezie, gioie e rancori, generosità affettuosa e violenza offensiva. Imprimono orme abominevoli e meravigliose all’habitat degli umani e sono loro, fin dal principio, “la traccia tenue d’un sorriso”, prima mitologica e poi metodologica,  per godere degli “splendori diversi e crescenti della ragione, dell’immaginazione e del bene”. Ragione, immaginazione e bene sono le tre dimensioni della conoscenza inquieta ed eretica, indispensabile per concepirsi in città, nel gioco senza presente e mai attuale dei nuovi assetti urbani, nello studio di eventi che generano avventi. È nella nostra città, cioè nel nostro habitat che il gergo degli umani viene in qualche modo contaminato, passando dalla conoscenza alla consapevolezza, il passaggio dall’orma, singola e singolare, alle forme geometriche regolari e regolate della città, dalla parola sola all’ordita trama di lingue e linguaggi. La casa, la città, l’habitat è il luogo vertiginoso delle relazioni e delle forme costituito dall’insieme di gruppi primari in cui siamo immessi, di cui partecipiamo ai valori e in cui concorriamo alle rappresentazioni; quella comunità più vasta di cui facciamo parte collettivamente: la società con le sue istituzioni. È nell’habitat che gli umani si conoscono e si riconoscono, si dividono i reciproci ambiti di socialità e subiscono i reciproci condizionamenti, l’affollato labirinto degli interlocutori. Ma, per i nostri gruppi primari, l’habitat è stato anche il laboratorio di incubazione della personalità di base degli individui a cui da sempre concorrono e da sempre convergono acculturazione e inculturazione. Contemporaneamente, l’azione sociale, che tramanda le dotazioni storico-culturali e le trasforma in codici comunicativi, e l’atto individuale, che sovrappone le strutture dell’ego e le sovrastrutture del superego al mondo impulsivo dell’es, cambiano la stessa eredità biologica degli esseri umani. La personalità di base governa e genera i processi vitali individuali e stratifica le preferenze di valore che sono atti semplici, l’innegabile quotidianità, le scelte immediate e spontanee, implacabili, quelle empiriche e fattuali, impraticabili. È il modo che hanno le parole di uscire di casa. Solo chi ha una casa può uscirne. In che modo e, principalmente, in che forma ne escono le parole? Maturana e Varela[11], qualche anno fa, lo hanno chiamato eteropoiesi ed è lo spazio della progettazione, il congegno e l’ingegno. L’eteropoiesi è l’anticipazione, il luogo della intuizione e della programmazione, l’applicazione dell’intelligenza in arti e mestieri, l’immenso della trasformazione umana dell’universo, la mediazione tra essenza ed esistenza, l’interfaccia di significati che frequentiamo, ciò che è concepibile, lo specchio offuscato delle nostre speranze e delle nostre ambizioni. L’eteropoiesi è la nostra pervicace volontà di realizzare i sogni, in questo “intreccio fattuale e normativo che coinvolge, crea ed utilizza simultaneamente sistemi di concettualizzazioni e sistemi di valori[12].  È nella eteropoiesi che si combinano le parole della speranza, con maggiore o minore maestria, tecnica e tecnologia, metodo e logica, scienza e coscienza. L’aspetto più significativo dell’eteropoiesi è, appunto, il linguaggio, che ha sviluppato nel sovrannaturale il nostro cervello e che è la forma che assume il pensiero. È questo uno dei miracoli della parola. È grazie al linguaggio della divulgazione che possiamo raccontare, che possiamo spiegare, che possiamo decodificare concetti e concezioni che, quando le abbiamo colte ci sembravano difficoltose e molto tecniche, ma ora che le raccogliamo risplendono della loro maestosa semplicità.

3.     Il terzo potere della parola è quello della complessità. Nel passaggio “Dal mondo del pressappoco all’universo della precisione”, come lo ha titolato Alexandre Koyrè, c’è la laboriosa falsificazione della nostra esperienza di vita. È il passaggio, affascinante ed arcano, dal mondo classico alla rivoluzione globale. Sono questi i passaggi che rompono ogni corazza e formano il nuovo tipo umano. Sono passaggi memorabili e irrefrenabili. Si passa, senza necessaria successione cronologica, da un ambito definito ad un ambiente complesso. Ma se la nostra complessità ontologica, fisica, ha imparato a vivere in un mondo più piccolo, globale; la nostra complessità epistemologica si è dispersa nell’infinito estensivo dell’immateriale. Dentro un piccolo mondo approssimativo è esploso l’immenso delle specializzazioni, appunto nell’universo della precisione. Tuttavia questo passaggio, che espande i confini della conoscenza umana, che affranca l’intelligenza dalla giornaliera imprecisione, che c’introduce nei canali delle deduzioni razionali, nelle interpretazioni critiche o teoriche, nell’epistemologia, nei meccanismi occasionali dell’intuizione, questo passaggio è dovuto alla tecnologia, all’avvento del “macchinismo” nella società. Da quando l’uomo preistorico ha scoperto la mano e la parola, come suoi primi attrezzi utili a modificare la materia, alla robotica e alla cibernetica moderna, la regola della tecnologia è sempre la stessa. La tecnologia è un clichè. Conserva. Si conserva. La parola, invece, è l’archetipo, il mondo nuovo. Per costruire una città conviviale la tecnologia non ci serve più di tanto. Per vivere in un habitat congeniale a noi serve la parola. Il doppio artificio dell’umano sono la mano e la parola, due arti innaturali che vengono utilizzate quando l’uomo scopre il deficit della propria fisicità, quando scopre la complessità del proprio modo di essere, la propria complessità ontologica. I due artifici diventano una seconda natura che deve essere assorbita, che appunto bisogna naturalizzare, percepire come habitat: cose e parole che diventano essenziali dei nostri processi di sviluppo. Talvolta però gli strumenti trasgredirono involontariamente. Quando trasgrediscono gli strumenti non lo fanno solo perché sconvolgono, ma anche perché generano. In questi duecento anni di modernizzazione la parola ha assunto una funzione genetica della realtà. Non più banale manufatto, ma il mezzo per altre dimensioni del reale e livelli di complessità nuovi. Non con la mano, ma con la parola, con la sua capacità di trasgressione culturale dell’altro e dell’altrove: dell’altro in quanto la parola determina un riorientamento gestaltico, un modo diverso di vedere le cose; dell’altrove perché la trasgressione della parola frantuma comunque le resistenze cognitive e reclama un approccio culturale in grado di gestire la ricorrente rottura della cornice paradigmatica. Sono entrambi elementi di una vera e propria civilizzazione culturale, una nuova civilizzazione tecnologica della parola. Con troppa dimistichezza, infatti, dimentichiamo che la parola, questo artefatto quotidiano che più di altri ci condiziona, ci dispone e ci coinvolge in un permanente contenzioso pedagogico con la città e, meglio, con la politica in città.

4.     Non ci può essere una città conviviale senza è un potere cognitivo della parola: l’esercizio di un controllo riflessivo dei propri bisogni. La complessità epistemologica in cui gli individui oggi ovunque quotidianamente vivono è stata rappresentata da Franco Cambi in base a 3 elementi caratterizzanti: disarticolazione, cioè il declino di un sapere unitario; differenziazione, cioè la proliferazione di molteplici ambiti “ausiliari/costitutivi”; ipercomplessità, cioè “l’esercizio di un controllo riflessivo su una molteplicità di saperi”. Vale per ogni città. Viviamo sottoposti al permanente dissidio tra la ignoranza inconsapevole dell’era mitologica e pre-scientifica (fideismo), la ignoranza consapevole della nostra società tecnologica[13] e critica[14] (razionalismo) e la ignoranza colpevole della società della comunicazione (relativismo). Le nostre certezze sono più fragili del solito, dominate dal potere rivoluzionario di repentini ri-orientamenti[15]. Colto nella sua interezza, in quanto individuo e in quanto soggetto, l’uomo moderno può ricomporre la propria identità culturale e sfuggire alla anomia e all’alienazione dei linguaggi. La città conviviale è una urgenza imprescindibile. La complessità epistemologica in cui vive il cittadino moderno è il prodotto della parola, dello scambio comunicativo permanente. E in questo scambio permanente c’è la possibilità che si verifichi la perdita dei confini è fortissima. Occorre una parola che faccia distinguere i nostri limiti ed individuare i nostri orizzonti. Ci serve un archetipo che si avvalga di ogni clichè. Ci servono parole che costituiscano il nucleo valutativo della nostra etica. Come ho già detto, quando l’uomo scopre il deficit della propria natura ha bisogno di doppio artificio, quello della mano e quello della parola. In questo artificio scopre la sua “seconda natura”. La città conviviale è la nostra seconda natura.

5.     La ripetibilità è il quinto potere della parola che ha generato immaginari collettivi inusitati e nuovi, complessi ambienti relazionali, ha trasformato l’habitat, cioè i rapporti tra uomini e cose, in un diverso ordine e grado. Specie nel costante luccichio dell’ologramma mediatico, la ripetibilità permette di rivolgersi ad un indistinto interlocutore collettivo che frequenta le nostre psicosi. E le corrompe con universi comunicativi incerti. Intagliamo l’ambito della nostra socialità sulle morbide strade dell’etere. Ci coinvolgiamo in emozioni vissute lungo quartieri di altri mondi, che sono ormai il nostro mondo. Ci affranchiamo dalla tattilità giornaliera e, in questo universo aperto, impariamo a governare i linguaggi. Con la funzione della ripetibilità siamo noi la comunicazione. Di volta in volta assumiamo un ruolo qualsiasi in questo complesso relazionale.  Con naturalezza tracciamo quotidiane strategie semantiche, diventiamo poli, reciprocamente assumiamo i diversi ruoli, assolviamo, al tempo stesso, alla triplice funzione di triangolazione: siamo utenti, opinion makers ed anche mezzi. Non restiamo soltanto fruitori, siamo anche i produttori e spesso fungiamo da strumenti necessari ad indirizzare i messaggi. Tuttavia il messaggio indistinto e massificato ci restituisce vite consumate e non fruite. La cultura, l’educazione è il potere di rendere la vita fruita e non consumata. Appunto Conviviale. Il che vuol dire che non si può coniugare il verbo conviviale senza l’avverbio culturale. Altrimenti l’uomo moderno resta “il tragico AGONE di ridefinizione della propria immagine[16].

6.     Il sesto potere della parola è quello della codifica. In noi alberga ancora la paura del disco metallico, la preoccupazione dei linguaggi ottici, l’ossessione dell’ologramma. Più che altro in noi alberga il terrore di essere esclusi, di restare emarginati dalle nostre stesse scoperte. È una paura ricorrente. Platone racconta che presso Naucrati, nella grande città dell’alto Egitto chiamata Tebe, dove regnava Thamus, il dio Theuth, che fu il “il primo a scoprire i numeri, il calcolo, la geometria, l’astronomia e inoltre i giochi degli scacchi e dei dadi e soprattutto della scrittura[17], un giorno si presentò al re per passare in rassegna le sue tecniche superiori. Nel sostenere l’utilità della scrittura “quale rimedio per la memoria e la sapienza”, sentì la decisa opposizione del sovrano convinto al contrario che quell’invenzione avrebbe tolto il bisogno di ricordare alla gente: “così tu ora, padre della scrittura, per benevolenza hai detto il contrario del suo potere. Essa infatti procurerà l’oblio nelle anime di coloro che l’apprendono per mancanza di esercizio della memoria, in quanto, confidando nella scrittura, arriveranno a ricordarsi a partire dall’esterno, da segni estranei, non dall’interno di se stessi da se stessi: non di memoria dunque, ma di richiamo alla memoria hai trovato rimedio. E ai tuoi allievi procuri presunzione di sapienza, non vera sapienza, perché avendo acquisito grazie a te molte informazioni senza insegnamento sembrano pieni di conoscenza, mentre per lo più saranno privi di conoscenza, e saranno insopportabili a frequentarsi, dato che sono sapienti per presunzione, non veri sapienti”. Si tratta di una paura ingiustificata? Certo noi possiamo citare Platone soltanto perché la scrittura ci ha permesso di vivere molto oltre il nostro tempo. Gli uomini si sono dotati di una “memoria transpersonale[18]. Ma la non identificazione del messaggio rende la memoria transpersonale una memoria impersonale. Che cosa intendeva dire il re Thamus al dio Theuth circa 3000 anni fa? Intendeva dire che bisogna stare attenti al vecchio problema della retribalizzazione, “l’oblio nelle anime di coloro che l’apprendono”, il problema cioè della rottura della cornice, “non dall’interno di se stessi da se stessi”. E dalla vacuità a cui induce l’assenza di metodologia, “ai tuoi allievi procuri presunzione di sapienza, non vera sapienza”.  Dalla falsità che del surplus informativo, “perché avendo acquisito grazie a te molte informazioni senza insegnamento sembrano pieni di conoscenza”; dalla apparenza mediatica, “mentre per lo più saranno privi di conoscenza”;  dal dispotismo della quantità sulla qualità, “e saranno insopportabili a frequentarsi, dato che sono sapienti per presunzione, non veri sapienti”. I problemi non sono cambiati di molto. Conviviamo quotidianamente in un incrocio di culture, memorie, informazioni, gusti, prodotti e mode. Viviamo in un costante processo di traduzione e d’interpretazione di linguaggi.

7.     il settimo potere della parola è quello della eterodirezione. Si apprende la metodologia per superare l’ortodossia alla propria cornice. La parola è apertura, plasticità nella decomposizione e nella ricomposizione culturale. Quando, dal confronto tra diverse concezioni di vita, cambia il contesto delle nostre parole; quando decidiamo di non cedere, di andare oltre e affrontare lo sforzo di uscire dalla prigionia dell’usuale e decidiamo per la scomoda decodificazione; quando rinunciamo al clichè per la disperata attrazione dell’archetipo; raggiungiamo livelli di apprendimento maggiori e più elevate formulazioni linguistiche. Eppure, come intimava Thamus il sovrano al dio Theuth, la codificazione delle parole  è un rischio. Un bel rischio che genera disorientamento perché determina la dissoluzione del  referente. La parola codificata è una parola per tutti e, in un dizionario c’è il significato per tutti. Un’altra cornice. Un’altra prigione che si aggiunge alle altre prigioni dell’eterodirezione: il comportamento indotto, l’identificazione con il gruppo dei pari, l’asservimento al conformismo sociale, l’impalpabile gioco del controllo e della massificazione che minaccia i criteri stessi della nostra democrazia per una tecnocrazia dell’informazione e della videopolitica. Prigioni cognitive di parole in cui gli abitanti della società della comunicazione multimediale rischiano di diventare totalmente immateriali, astratti, idealtipici e modellizzati, impredicibili, imprevedibili.

Forse l’esigenza di scrivere un dizionario nasce dalla paura che le nostre parole ci sfuggano. L’indipendenza dei nostri schiavi ci preoccupa. Ci preoccupano le parole di una conoscenza operativa che deve essere continuamente dimostrata. Ci preoccupano le parole pregiudizievoli che si scontrano e si incontrano fra pregiudizi, in giudizi tramutati, che si interpretano e che si trasmettono simulando significati. Ci preoccupa il valore di modello procedurale delle parole, quel modello che si predispone al consumo acritico. Ci preoccupa saperle leggere dentro le cose e una rete di connessione con il mondo, che fa nel mondo un percorso simbiotico culturale, logico e psicologico. Ci preoccupa voglia e la volontà di conquistare, di conquistarsi con parole incastrate in informazioni incerte da cui ci facciamo coinvolgere spesso senza comprenderne il suono e l’espressione, il segno e il significato, il senso della loro enfasi che comunque rappresenta una sconfitta esistenziale, una giustificazione di  incapacità, addirittura la mistificazione della nostra indigenza. O forse, peggio ancora, soltanto un compromesso. Forse ci siamo fatti inghiottire da una illusione. Forse ci siamo fatti escludere da una considerazione. Forse siamo stati emarginati in una riflessione o scacciati da una distrazione. Forse in un mondo di parole replicate ossessivamente ci siamo cristallizzati. Forse ci siamo pietrificati. Forse rischiamo di consumare la nostra vita nella prigionia della insignificanza. Ci serve un dizionario che, come un abitus adeguato e troppo generoso, ci aiuti ad indossare un linguaggio scelto anche nella nuova natura multimediale ed interattiva della parola. Siamo noi il dio Theuth che inventa inutilmente delle nuove scritture snobbate dalla negligente indifferenza del potere al tempo stesso vittima e artefice della propria superficialità. L’ambiguità della volgare disputa di ogni monopolio dei tanti re Thamus è stata omessa dalla crudezza estetica della nostra esistenza. Inventiamo scritture. Questa è la nostra essenza.

Dobbiamo stare attenti però.

Il concetto di convivialità è stato proposto alla letteratura scientifica e politica da Ivan Illich. Il suo motto è: “conviviale è la società in cui lo strumento non supera l’umano”.

Se la parola è strumento, per realizzare la città conviviale dobbiamo fare in modo che nessuna parola superi l’umano. Dobbiamo utilizzare gli strumenti per renderli schiavi dell’umano. Poiché l’uomo è immerso interamente in un inafferrabile firmamento di stimoli, ci serve questo dizionario per evitare che la parola ci superi, inevitabilmente, incessantemente, nella società della comunicazione. Il rischio che lo strumento della parola, con i suoi 7 poteri, nella società della comunicazione ci superi, c’è. È un rischio concreto e quotidiano a cui spesso soccombiamo. Occorre collocare la parola in un spazio, per farlo diventare un luogo. La nostra città è quel luogo che le parole ci possono restituire se non ci supereranno in un etere di comunicazione che ci supera e troppo spesso ci schiaccia. 

Armando Cittarelli ha fatto il suo.

Ora tocca a noi, a tutti noi, a chi si occupa ancora dei processi culturali e di modelli educativi, utilizzare questi interpreti logici per far primeggiare l’umano.

C’è sempre un’etica che ci impone una scelta.

Questo è dizionario, in fondo, non è altro che l’impegno di una scelta, un modo per individuare una etica della composizione delle parole che costruiscono ogni realtà.

Armando ha fatto il suo, ci ha dato gli strumenti.

Noi ora abbiamo il compito di Dio: quello della creazione del testo.

O meglio di no?



[1] Rorty Richard, LA FILOSOFIA DOPO LA FILOSOFIA, Laterza, Bari 2001

[2] Zampieri Stefano, IRONIA, CREAZIONE, RIDESCRIZIONE. RICHARD RORTY E LA CONSULENZA FILOSOFICA, in Martini Maria Luisa (a cura di), FILOSOFIE NELLA CONSULENZA FILOSOFICA, Liguori, Napoli 2013

[3] Zampieri S., cit. 2013

[4] Zampieri S., cit. 2013

[5] “Habré de levantar la vasta vida / que aún ahora es tu espejo: / cada mañana habré de reconstruirla./ Desde que te alejaste, / cuántos lugares se han tornado vanos / y sin sentido, iguales / a luces en el día. / Tardes que fueron nicho de tu imagen, / músicas en que siempre me aguardabas, / palabras de aquel tiempo, / yo tendré que quebrarlas con mis manos. / ¿En qué hondonada esconderé mi alma  / para que no vea tu ausencia / que como un sol terrible, sin ocaso, /  brilla definitiva y despiadada? /Tu ausencia me rodea / como la cuerda a la garganta, / el mar al que se hunde.” Borges Jorge Luis, FERVORE DI BUENOS AIRES, in OPERE, vol.I e II, Mondadori, Milano 1985

[6] Borges J. L., cit. 1985

[7] McIntyre Alasdair, ANIMALI RAZIONALI DEPENDENTI, Vita e Pensiero, Milano 2001

[8] Zampieri S.,  cit., 2013

[9] Rorty Richard, VERITA’ E PROGRESSO. SCRITTI FILOSOFICI, Feltrinelli, Milano 2003

[10] Borges J. L., cit. 1985

[11] Maturana H. R. e Varela F.J., Autopoiesi e cognizione, Marsilio, Venezia 1985

[12] Montesano e Munari, Strategie del sapere, Dedalo, Bari 1984.

[13] Habermas J., La società tecnologica, Laterza, Bari

[14] Popper R. K., Congetture e confutazioni, Il Mulino, Bologna

[15] Kuhn T., La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino

[16] Edgar Friedenberg, The vanishing adolescent, Beacon Press, Boston 1964

[17] Platone, Ferdo, 274/275, Utet, Torino, 1981, pagg. 215 - 216

[18] H. A. Innis, Empire and communications, University of Toronto Press, Toronto e Buffalo, 1972, pag.10

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