* L'ANGELO DALLE SASSATE CONTRO L'IPOCRISIA

Ci sono poesie che restano in città. Le vedi quando cammini. Fanno capolino dagli angoli dei palazzi, sono spiaccicate sui muri, spalmate sull’asfalto, acquattate in un anfratto, sicure, sfrontate in un quartiere, in attesa su un marciapiede, alla fermata di un autobus, tra la macchina e il motorino, al mare, al sole, sul bagnasciuga.

Sono poesie urbane, talvolta metropolitane, comunque “crocefisse al crocevia”, come voleva Majkowski.

Sono poesie che non escono di città, vincolate ai toni e ai suoni, pregne degli odori della cucina e della vicinanza, poesie di comunità, restano lì, in comunità, piene della esperienza di tutti, contengono la convivenza, descrivono situazioni al confine tra la cronaca e la storia, sono composte da parole scomposte, che non sono nemmeno parole ma è quel dialetto che il genere umano va ordendo, intrecciando, incrociando ovunque nel mondo – secondo la stupenda immagine di Borges - e che lascia meravigliosamente congiunti nomi, cognomi, verbi e avverbi a case e cose, ai luoghi dove abbiamo vissuto.

Kavafis racconta invece di alcune sue poesie, di altre poesie che giravano ignare per la casa e, indifferenti, passavano dal letto alla poltrona, dallo studio alla cucina, dal tavolo alla scrivania; fino a tornare sullo scrittoio, dove dovevano stare a da cui erano partite. Sono poesie diverse, stanziali, stanno lì, non escono di casa, stanno ferme nella loro forma. Sono poesie immortalate su un pagina, statiche, senza nessuna mutazione.  

Le poesie di città, invece, sembra che vogliono sempre cambiare, modificarsi ad ogni evento, trasformarsi per ogni nuovo avvenimento.

Le poesie di casa sono sole, intime, intimizzate, intimiste.

Le poesie di città sono collettive, sono un’occasione, l’autore sembra occasionale, sono scorrette, sono corrotte, sono, in ogni caso, un mix di pioggia e fango, di natura e di avventura, di rivalsa e speranza, di risentimento e fiducia, con un linguaggio che è una lingua.

Le poesie di Angelo Marzullo, poi, sono una sassata contro l’ipocrisia. Contro lo slogan facile e insignificante di una rivoluzione dolce diventata amara restaurazione; contro il potere che non tollera la satira e che diventa insulto quando vale sempre e solo per gli altri;  contro il romanticismo forzato, avulso dalla condizione dell’esistenza quotidiana e che Carducci chiamava appositamente “romanticume”; contro l’intellettualismo di maniera, a opportuna salvaguardia di una ignoranza dura e pura, a suo modo, sacra; contro la vuota ritualità dei miti, anche dei miti letterari, che vengono ricordati nelle ricorrenze, alle feste raccomandate e ingiustamente trasformati in routine; contro il cliché di un riconoscimento, vuoto e vacuo perché non sentito, falso perché dichiarato ma non realizzato; a difesa del ricordo amico per l’amico, a difesa dell’amicizia dei luoghi della reciproca emancipazione; addirittura contro se stesso, poeta per caso e per gioco, nel gioco infinito di sentirsi un caso unico di poeta.

Sono sassate le poesie di Angelo, dell’Angelo dalle sassate contro l’ipocrisia, come quelle che ci tiravamo da bambini incoscienti di bande di quartiere. Sono sassate che se ti prendono davvero in testa, ti lasciano tre o quattro punti di sutura a ricordo della tua pericolosa stupidità.                                                                                                                                                                                              

Sassate lanciate con il linguaggio vissuto, quello di oggi, non solo dialetto, un linguaggio non incastrato nella staticità di un lessico datato, antico, spesso antiquato. Il lessico di Angelo è vivo, moderno, un dialetto con inflessioni italiane, perfettamente impreciso, un dialetto contemporaneo, parlato quotidianamente, usato ancora in un presente che si salva perché sa tendere al futuro.

Queste sassate, però, queste sue poesie sono anche una sfida piena di speranza. Sanno, si sente nascosta tra una rima e una riga, che proprio la sfida della sua e della nostra speranza è la poesia.

Non è un banale gioco di parole, il mio.

Non è una contraddizione.

Non è nemmeno una semplice dizione.

Sento, nelle poesie di Angelo, il dialetto del mondo della vita, il ritmo e il suono del mondo della vita, il colore e il sapore del mondo della vita, esistente e, da molti punti di vista, esistenziale.

D’altronde so che il dialetto del mondo della vita è il significato della vita nel mondo. 

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