3 - CRONOLOGIA DEL CRIMINE

6 dicembre del 1273

 

T

 

ommaso ricevette la sua illuminazione mentre stava celebrando la Santa Messa. Prese coscienza della possibilità di essere assassinato a causa dell’azione di emarginazione istituzionale dichiarata dalle Autorità della Chiesa, tramite l’Arcivescovo di Parigi, in prossimità degli accordi politici del secondo Concilio di Lione.

 

10 dicembre del 1273

 

T

 

ommaso e Frate Reginaldo, con un gruppetto di frati fedeli al seguito, si incamminano per l’Abbazia di Monte Cassino, su invito del beato Benedetto, abate del Monastero.

Tommaso andava a piedi.

 

31 dicembre del 1273

 

S

 

otto la tortuosa e curva salita di Monte Cassino, il fido Reginaldo si preoccupò della difficoltà faticosa della strada e propose di desistere, ma Tommaso insistette nel desiderio di salutare Bernardo. Non lo vide affatto. Però, percorsa l’impervio cammino verso il Monastero, entrato dentro la fitta coltre di nebbia che circondava la vetta, l’aquinate chiese direttamente del bibliotecario. Avendo evitato l’incontro con l’importante benedettino di Monte Cassino, Reginaldo sospettò che Bernando fosse già partito per il secondo Concilio di Lione; ma Tommaso sapeva che non era così. Certamente Bernardo sarebbe andato a Lione, dove fu visto effettivamente, a maggio del 1274, “passeggiare sulle rive della Saona circondato da tutti i suoi servi, da musici e danzatori”. In quel preciso momento, invece, Bernardo, che aveva istituito un tribunale pubblico, stava giudicando alcuni malfattori. Tommaso lo evitò appositamente e non volle che fosse formalmente e ufficialmente annunciata la sua presenza al monastero. Perché? Che cosa temeva il domenicano da quei benedettini, di cui pure era stato allevato e educato? Perché nascondersi?

Le Abbazie hanno sempre rappresentato le più importanti strutture di intelligence della Chiesa, veri e propri poli territoriali di informazione, gli uffici locali dei Servizi Segreti. I Monaci raccoglievano le notizie del loro distretto e le riportavano in verbali regolarmente aggiornati, spesso perfino dai segreti della confessione. Il potere politico ha sempre speso molti soldi per foraggiare spie e spioni, per disporre di informazioni molte volte false, totalmente destituite di fondamento. La Chiesa, che forse è il potere politico più sofisticato che la storia ci ha mostrato, non ha bisogno di spendere nulla per avere direttamente dagli autori i segreti della loro vita. Con l’istituto della confessione e la paura dell’eterna punizione divina, ogni fedele porta di sua iniziativa (e volentieri) informazioni segrete alla Chiesa. Anzi, dopo la confessione e la penitenza, l’informatore ignaro versa un obolo di ringraziamento. La Chiesa è un potere politico così sofisticato da essere pagata per le informazioni necessarie al suo stesso sostentamento che spontaneamente riceve. I Monasteri e le Abbazie, erano i luoghi in cui queste informazioni, relativamente al proprio distretto di riferimento, venivano registrate, trascritte e conservate nelle biblioteche. In questi contenitori di conoscenza c’era di tutto: verbali, lettere, testi di erudizione, libri, note teologiche, appunti filosofici, considerazioni su eventi storici, descrizioni di costume, il racconto di fatti di cronaca particolarmente rilevanti. I Monasteri, dietro la maschera della preghiera e del lavoro, rappresentavano la fitta rete cognitiva su cui si ergeva il potere istituzionale della Chiesa, classificati per ordine religioso o devozione a un Santo. Il bibliotecario era il custode e l’ordinatore di quei segreti a cui, naturalmente, non poteva accedere chiunque. Bisognava avere una certa autorità e una certa autorevolezza per poter disporre di qualsiasi testo. I monaci normali potevano, per propria cultura, leggere libri (alcuni), o studiare su testi teologici, ma delle informazioni più riservate non potevano fruire. Un maestro della chiesa, teologo di gran fama, capo indiscusso di un intero ordine monastico, docente universitario e preside di una intera facoltà, con un curriculum invidiabile e noto, in procinto probabilmente di essere nominato cardinale, addirittura con una possibile carriera da papa, però, poteva entrare ovunque e leggere ogni cosa.

Sta di fatto che il beato Tommaso andò di filato in biblioteca per analizzare il manoscritto di papa Gregorio I, detto Magno, sul tema fenomenologico ed epistemologico della prescienza divina, del suo rapporto teologico e politico relativo alla libertà del singolo individuo. Gregorio I era dottore della chiesa e fu eletto papa il 3 settembre 590, fino al giorno della sua morte il 12 marzo del 604. Fu un papa intellettuale, un teologo che affrontò e scrisse sui temi principali della Chiesa e per questo motivo lottò strenuamente contro ogni eresia e cercò di evitare, direi riuscì a debellare, ogni possibile scisma. Tuttavia, il centro della filosofia teologica di Gregorio era interamente concentrato sul tema dell’evangelizzazione, cui si dedicò direttamente con un’intensa attività di predicazione e di orazioni, oltre che attraverso le opere scritte. Il tema prevalente trattato da Gregorio era il comportamento morale, che lui riconosceva esclusivamente nella vita cristiana, vissuta con un’ascetica e intensa tensione.

Il concetto di prescienza divina 1

 

Le lettere di Gregorio sono sempre state considerate teologicamente e politicamente rilevanti. La teologia, in tutto il medioevo e in generale nella teocrazia della Chiesa Cattolica (come in ogni altra teocrazia), deve essere considerata allo stesso modo della filosofia politica. Difatti, nelle organizzazioni di potere ha sempre svolto quella funzione.

Una di queste lettere sembra che fosse conservata e protetta all’Abazia di Monte Cassino. Che cosa fosse scritto in quella lettera ci è ignoto. Sappiamo, però, quale era il pensiero di San Gregorio Magno in tema di prescienza. Il papa era esperto di Giacobbe. La sua opera maggiore s’intitolava, infatti, Moralia in Job. Il tema della prescienza riguarda i rapporti tra la grazia di Dio e la libertà degli uomini. Grogorio non può che ripetere le ipotesi agostiniane, cioè che tutto è in Dio, tutto è predestinato, tutto è immutabile ed eterno. Dio è impassibile e immutabile. Non ha tempo, “niente è futuro per Dio, davanti ai cui occhi nessuna cosa è passata, le cose presenti non passano, le cose future non vengono, poiché ogni cosa che per noi è stata e sarà, negli sguardi di Dio è presente”.[1]. Se Dio è senza tempo, cioè contemporaneamente passato presente e futuro, allora “ogni cosa che è presente, può essere conosciuta piuttosto che preconosciuta”.[2]. Proprio perché ogni tempo è in Lui, mai può accadere che Dio “in nessun modo preveda il futuro che vede presente”. Prescientifiche, pertanto, sono “quelle cose che per noi sono future, che tuttavia sono presenti” allo stesso Dio.

«Deo futurum nihil est, ante cuius oculos praeterita nulla sunt, praesentia non transuent, futura non ueniunt, quipped quia omne quod nobis fuit et erit, in eius conspectus praesto est, sciri potest potius quam praesciri. […] Et quia ea quae nobis futura sunt uidet, quae tamen ipsi simper praesto sunt, praescius dicitur, quamuis nequaquam futurum praeuideat quod praesens uidet».

Questo pensava Gregorio.

Questo probabilmente era scritto nella lettera preservata segretamente nel monastero di Monte Cassino. Tommaso confermò a se stesso che anche i padri agostiniani della Chiesa ritenevano che la prescienza in Dio non fosse in contrasto con la libertà della conoscenza, con la scienza degli uomini. Forse si stava preparando, con documentazioni inoppugnabili, a sostenere le sue aristoteliche argomentazioni di teologia epistemologica al prossimo secondo Concilio di Lione.

O forse, Bernardo, anche Lui pronto a partecipare a Lione, voleva approfittare dell’autorità teologica di Tommaso, per ricevere una interpretazione attendibile del testo. Il teologo la scrisse e “ancora oggi i Monaci del Monte Cassino sciorinano quella lettera come se fosse un autentico autografo del beato Tommaso”.

Il concetto di prescienza divina 2

 

Ciò fatto, Tommaso e Reginaldo, con il gruppetto di frati fedeli al seguito, ripartirono, sempre a piedi, dato che i frati domenicani, in ossequio al principio di rifiuto della proprietà, non potevano andare a cavallo a nemmeno su un asino, a meno che non fossero malati. Dobbiamo considerare particolamnee significativo questo elemento.Se Tommaso e i frati al seguito non utilizzarono alcun mezzo di trasporto, vuol dire che non ritenevano di essere malati. Questo fatto sconfessa decisamente l’ipotesi che l’aquinate fosse portatore di un antico malanno che lo condusse, solo pochi giorni dopo, alla morte. Tommaso camminava coerentemente a piedi perché sentiva di non essere malato e quindi nessun antico deficit fisico, nonostante la sua opulenza, lo aveva, fino ad allora, indebolito.

 

3 gennaio del 1274

 

A

 

piedi, Tommaso e Reginaldo, con il gruppetto di frati fedeli al seguito, arrivano a Supino.

Supino non raggiunge i vertici della montagna. È appoggiata sul versante Nord-Ovest dei Monti Lepini che dominano la vallata del Sacco, come a difendersi dalla eresia di Fumone, dove Celestino V fu imprigionato dopo il grande rifiuto. Di fronte ad Alatri, sede reale del potere temporale della Chiesa. A Supino le mamme consolano i bambini lamentosi e piangenti con la promessa del sole, di vedere il sole, tanto la luce è assente.

Si narrava che ai piedi del monte, che accoglieva nel suo seno, dentro le mura del Castello, il piccolo aggroviglio di case e di cose, ci fosse una fonte miracolosa, una fonte di acqua trasparente e fredda, acqua dolce e venerata. Poiché la “fontana di Ormida”, così venne denominata la sorgente di acqua pura (ancora ne ignoriamo la ragione), veniva considerata sacra, vicino vi fu costruita una piccola Chiesa. Tommaso decise di bere quell’acqua fredda come il ghiaccio. “Se tu, lettore, la ritenessi di ghiaccio cristallino o di cristallo ghiacciato, saresti prossimo, io credo, alla verità.[3]

Poi salirono al paese.

A Supino Tommaso era ben noto, non solo perché i Signori che governavano il borgo erano suoi parenti da parte di madre, ma anche perché la popolazione era abituata a confrontarsi con il frate domenicano sui più svariati argomenti, futili e impegnativi. I parenti di Tommaso avevano conquistato il castello con la forza e si portavano dietro l’onta di aver partecipato alla congiura contro Bonifacio VIII. A causa della loro irruenza furono allontanati dal ramo dei Conti di Ceccano e ritrovarono una propria legittimazione diventando, quasi tutti, alti prelati. Infatti, memore della matrice educativa della propria famiglia, la madre di Tommaso pretendeva che Egli diventasse Benedettino e che conquistasse l’importante ruolo politico di Abate della Abbazia di Monte Cassino.

A Supino, Tommaso rientrò nel clima di potere familiare da cui per tanti anni era sfuggito. Quella smania acquisitiva di prestigio e proprietà gli si era scaricata addosso, anche fisicamente, con azioni violente e parole offensive, con richieste allettanti ed emozioni suadenti. Tommaso era stato perfino sequestrato, due o tre volte dai suoi stessi familiari, per spingerlo ad abbandonare l’ordine dei mendicanti e ad intraprendere una ben più pratica, più utile e meno teorica, carriera ecclesiastica. Tutto finalizzato a far decidere a Tommaso ciò che altri avevano già deciso. Allora il timore di Reginaldo poteva benissimo essere fondato. Supino avrebbe forse potuto riaprire vecchie ferite nell’animo del dottore della Chiesa, motivo per cui l’affettuoso assistente, preoccupato, avrebbe preferito evitare il Castello per dirigersi subito verso Priverno. Tommaso, però, non voleva dispiacere ad amici e parenti. Proprio per la sensazione di pericolo che sentiva, fermarsi qualche giorno dai Signori di Supino e dal popolo che lo aspettava, poteva essere una buona soluzione. Per ricambiare l’ospitalità, per quanto Tommaso amasse restarsene in silenzio, decise di affrontare le diverse platee e salì al paese. Alla fine, la permanenza si prolungò fino al 27 febbraio 1274.

Fu un lungo periodo di riflessione e di confronto. Stazionarono quasi due mesi al Castello di Supino e si coinvolsero piacevolmente in una serie di discussioni in stanze riservate con i nobili e in piazza con il popolo. Naturalmente le discussioni in piazza erano più frivole, ma non meno impegnative.

In uno di questi confronti urbani settimanali, un cavaliere di Supino chiese a Tommaso se gli piacesse il paese. Tommaso non poteva mentire. La sua morale non lo permetteva e nemmeno la sua religione. Allora confessò, con tutta la discrezione possibile, che lui certamente amava il paese che lo ospitava, ma preferiva di gran lunga città distese verso il mare, come Terracina. Dentro di sé, però, sapeva benissimo che la similitudine era altra. Tra Supino e Terracina c’era la stessa differenza tra la chiusa e arroccata Parigi, senza mare, e la Napoli aperta, mediterranea e ugualmente appoggiata sul mare. Preferiva Napoli a Parigi e, dunque, preferiva Terracina a Supino. Terracina certo era scomposta. Il vecchio porto costruito dall’imperatore romano Traiano, si era interrato, si interrava continuamente. Le onde spingevano la sabbia sulla battigia e creavano naturali dune gialle che contrastavano con l’azzurro del mare. C’era poi la palude e la minaccia della malaria, ma i rischi di morte nel Basso Medio Evo erano d’altronde ovunque. Terracina però era bella, nella architettura della città alta e nel mare, nel suo stupendo fantastico mare. Forse Tommaso esagerò per cortesia. Forse voleva in qualche modo attenuare la legittima delusione dei cittadini di Supino che, pur essendo particolarmente accoglienti, non si sentivano tuttavia preferiti. La scelta di Tommaso è oggi, per noi, particolarmente evidente. Nella sua descrizione, il domenicano evitò accuratamente di considerare il territorio di Terracina in mano ai briganti. Trasferì questa responsabilità e questa colpa a Priverno.

Tommaso aveva soggiornato a Terracina da ragazzo, nelle pause dallo studio nel Monastero di Monte Cassino. Strana città Terracina: abituata alla transumanza ed alla sosta dei viaggiatori e dei viandanti sulla via Appia, ospitava tanti stranieri, ma non accoglieva davvero nessuno. Ciascuno deve trovarsi il suo spazio da sé. Tommaso raccontò, a quella curiosa platea, di essere stato ospite, come a Supino, in una casa di proprietà di lontani parenti. Era la stessa famiglia materna che stava, in quel momento, governando Supino e che prima aveva governato Sonnino. Si trattava dell’esteso confine della ampia contea di Ceccano. E raccontò di non essere più tornato in quella casa dove soggiornò da ragazzo. La casa seguì alterne vicende, finchè, successivamente, nel 1283, non fu venduta a Gregorio de Acso, come dimostra una iscrizione che ancora insiste sulla sua facciata, tradotta volgarmente dalla popolazione locale nella “casa degli Azzi”.

Dalla finestra della casa-torre, Tommaso poteva vedere il mare. Poteva vedere il porto: “un’opera altrimenti eterna”. Lasciato libero dalla nobile famiglia di Sonnino che lo ospitava a Terracina, il giovane percorreva la palude e arrivava al mare.

Osservava.

All’uomo rimase la memoria di quel porto con le “sue fauci” che “erano ormai tutte colme e ostruite di gialle e torbide arene”. Al cittadino rimase la responsabilità di un problema, di una baia riempita di sabbia, di quel mare che “non cessava mai di lottare e ogni giorno vinceva di più”, e l’immagine delle sue fluttuazioni, “quel riso interminabile delle onde, che dal largo venivano sempre nella stessa direzione”.

Quel ricordo reclamava un impegno.

Tommaso avrebbe voluto recarsi rapidamente da Annibaldo di Maenza, allora Podestà di Terracina, per intercedere, eppure ammonirlo, di risolvere quell’impedimento, di sistemare l’ostruzione della terra alla navigazione e all’attracco. Avrebbe voluto, ma era praticamente impedito dall’ordinanza di papa Gregorio X, rivolta al ceto politico degli ecclesiastici cattolici dei diversi ordini e di identica importanza, di recarsi rapidamente a settentrione per raggiungere in tempo Parigi e partecipare al secondo concilio di Lione.

Differenze e similitudini tra città

 

Nel 1074 papa Gregorio VII, nato Ildebrando di Soana, aveva donato la città direttamente ai cittadini, lasciandone la proprietà e l’amministrazione ai terracinesi, “senza far riferimento né alla chiesa, né ad ufficiali qualsiasi, né alla Chiesa, né a signori e laici”. Dopo numerose lotte per l’autonomie e battaglie contro la tirannia dei Frangipane, Terracina era quasi un comune e si era dotata di propri organi politici di rappresentanza. Erano state realizzate le istituzioni comunali: “fonte del potere normativo comunale divenne l’assemblea o parlamento, costituito da tutti i cittadini che avevano compiuto 14 anni.[4]. Il Consiglio comunale era stato suddiviso in un Consiglio Generale, con cui si governava davvero il Comune, e in un Consiglio Speciale, che preparava gli ordini del giorno e la documentazione per la discussione nel Consiglio Generale.  I rappresentanti amministrativi e istituzionali della città erano i Consoli, in carica per un solo anno, che successivamente divennero: il Sindaco (se era terracinese) o il Podestà (se non era terracinese). Tommaso credeva, primo tra i teologi cattolici, che la legittimazione al potere spettasse al popolo, che il diritto di autogoverno non discendesse da Dio, ma dalla concordia, anche ottenuta con le lotte, realizzata dalle parti sociali. In questo perfino, Terracina corrispondeva alla sua concezione politica.

In quel periodo, era podestà di Terracina Annibaldo; podestà perché non era della città, era di Maenza e, per calcolo più che per amore, anche marito della nipote più amata da Tommaso.

Annibaldo di Maenza era noto per la sua capacità di realizzare grandi opere con spostamento di grandi quantità di terreno trasportato spesso dal mare alla montagna e viceversa, per i suoi lauti guadagni o anche solo per soddisfare i suoi “futili capricci”. Tommaso concluse la sua discussione nella piazza di Supino applicando perfettamente il nucleo della sua teologia epistemologica di influenza aristotelica al problema fisico degli impedimenti sabbiosi nel porto di Terracina. Avrebbe chiesto ad Annibaldo di svolgere un intervento rispettando le regole che Dio aveva dato alla natura e che la scienza poteva svelare; intervenendo con l’artificio tecnico e tecnologico dell’umano “purché però non si mettesse mano a un lavoro che alla natura ostasse o non si confacesse”. Così, anche il personale racconto della sua infanzia e la dichiarazione di sua preferenza per la città di Terracina, risultò concludersi con un insegnamento di teologia epistemologica.

L’amore di Tommaso per Terracina fu talmente vincolante da rendere parziale e partigiano il suo giudizio sugli altri paesi limitrofi. Su Priverno, ad esempio. La serata di discussione successiva, sempre in piazza, attorno al 15 febbraio, sostenne che il pericolo di aggressioni del cittadino, specie se devoto alla Chiesa e prete, avveniva a Priverno, preda di briganti; città oscura e minacciosa, che poteva “far rimanere intrappolati i viaggiatori”.

Tommaso occultò, o dimenticò, la pericolosa palude e il brigantaggio sul territorio di Terracina; enfatizzò, invece, i pericoli di Priverno, che gli sembrava ancora un borgo chiuso, dai vicoli stretti e cupi: “è assurdo – disse – che le vie attraversino le città arroccate su monti rocciosi e irregolari. Quando invece esse si trovano in pianura, devono rispondere a queste caratteristiche: devono avere veduta apertissima su tutta la terra circostante e devono essere libere da ogni minaccia di frane e alluvioni. Ai ladroni non vengono lasciate le latebre in cui appostarsi, nessun rifugio in cui annidarsi per sferrare i loro assalti proditori[5]. Per evidenziare il contrasto, dichiarò di aver notato e, anzi, analizzato la particolare morfologia di quel territorio ogni volta che da Terracina, lungo la via marittima, si recava alla Abbazia di Fossanova, dove spesso risiedeva.

 L’asse Supino – Priverno – Parigi, no: “ci sono quelli che pensano che l’agro privernate sia sicurissimo, perché le vie che lo attraversano sono come fosse o gole profonde. In realtà, esse sono ambigue all’ingresso, incerte quando si procede e per niente affidabili, perché sono circondate da collinette di sabbia, e da li il nemico ti può in ogni momento assalire[6].

L’asse Terracina – Napoli, si: “gente esperta sostiene invece che le vie più sicure sono quelle che s’inarcano sul dorso di poggi perfettamente spianati, con due vantaggi: dall’eccelsa altitudine i viandanti si ricreano osservando il panorama e così dimenticano la fatica e tutte le altre molestie; ed è molto importante vedere lontano il nemico prima che lui veda te[7].

Infine, lapidariamente: “e questo non è il caso di Priverno[8], ma implicitamente è il caso di Terracina.

Ancora una conclusione di teologia epistemologica: da un lato fallace superstizione di Parigi, “ci sono quelli che pensano…”; dall’altro l’affidabilità scientifica di Napoli, “gente esperta sostiene…”.

Forse, sia per Parigi che per Priverno, il pregiudizio simbolico dell’aquinate può essere considerato una ragionata profezia, o meglio, una previsione.

A Parigi, nell’immediato secondo Concilio di Lione e negli anni successivi, furono orditi inganni, intrighi e vendette contro gli aristotelici e una generale chiusura della teologia cattolica nelle strade chiuse e strette del pensiero agostiniano e della politica della Chiesa.

A Priverno, qualche anno dopo, nel 1299, nel mese giugno, Giovanni di Nofo, cugino di Tommaso, poiché quelle erano terre infestate di briganti contro papa Bonifacio VIII e il conte Carlo di Valois, inviato dal re di Francia Filippo IV il Bello a difendere la Chiesa di Roma, “fece impiccare agli alberi di olivi, sulla strada, centinaia di prigionieri; e poi diedero loro fuoco in mezzo a mucchi e cataste di pigne secche e resinose, e con le ossa fecero spiedi aguzzi da caccia e da pesca[9].

La cortesia per Terracina, come d’altronde la evangelizzazione epistemologica di Tommaso, come vedremo, non fu ben ripagata.

    

28 febbraio del 1274

 

T

 

ommaso decise improvvisamente di mantenere l’impegno e ritardare di un poco il suo ingresso a Lione. Insieme al fido Reginaldo, con il solito gruppetto di frati fedeli al seguito, deviarono e partirono all’alba del 28 febbraio per raggiungere Maenza, incontrare nel castello Annibaldo per discutere i lavori da fare nel porto di Terracina e salutare le nipoti Maria e Francesca.

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Centro storico di Maenza

 

Raggiunsero il Castello a notte fonda. Avevano ritardato la loro tabella di marcia, sempre a piedi, a causa di un incidente di percorso. Un grande albero, forse una quercia, era caduto sulla strada, o sradicato dalle piogge o spaccato da un fulmine. Tommaso, distratto, vi infrociò con la testa. Il “bue muto” aveva preso a capocciate un tronco divelto. Si ruppe il capo e fu curato. La ferita si rimarginò presto. Comunque, dovettero aspettare la rimozione dell’albero e arrivarono in ritardo. A quell’ora non trovarono né Annibaldo né le nipoti Maria e Francesca. La disponibilità di luce non era molta. Il borgo, circostante al Castello, non offriva grandi svaghi. All’alba, il sole illuminava la campagna e la miseria; e svegliava inevitabilmente gli umani. Arrivare durante la notte inoltrata, al buio o alla fioca illuminazione della luna, significava trovare tutti a dormire. I viandanti furono rifocillati cordialmente e scoprirono che i loro giacigli erano già pronti. D’altronde, sarebbe stato anche difficile discutere a quell’ora. Con la stanchezza di un lungo tragitto e il capo rotto, si perde anche un poco di lucidità. Il riposo era gradito e opportuno.

 

1 marzo del 1274

 

L

 

 

’incontro avvenne il giorno dopo, il marzo 1274.

Annibaldo – “un bassino tarchiato con i baffi, già difensore primipilare della contea e in quel tempo custode del tabulario della rocca[10]- accolse Tommaso con affetto e rispetto. Forse un po’ distaccato. Tommaso pensò che fosse normale ed anche dovuto al ruolo di governo esercitato dal parente acquisito. Per giustificare, in qualche modo, la sua assenza al momento del loro arrivo per un educato ricevimento in casa, la sera prima, Annibaldo simulò di non essere stato informato e si disse sorpreso dell’improvvisa visita. Non fu però improvvido e si mostrò felice dell’affettuosa presenza. Annibaldo fu cordiale. Tommaso fu cortese. Chiese subito delle nipoti, a cui si sentiva particolarmente legato. Gli fu risposto che erano partite già il giorno prima verso Fondi, per salutare altri zii. Tommaso cominciò a sospettare. Sentiva un certo clima che aleggiava nel Castello, un certo nervosismo, quel certo imbarazzo di quando si nascondono i segreti. Quali segreti? Le ragazze nascoste per evitarle allo scomodo zio? Qualche serata lussuriosa interrotta dalla presenza morale del beato? Un accordo, una trattativa occulta, che doveva essere celata al domenicano? I servitori e i cittadini erano muti, evitavano gli sguardi e principalmente i discorsi. Pertanto, non fu “in alcun modo possibile interrogare i villani o i paesani, che tenevano gli occhi bassi e apparivano preda di inesplicabili timori[11].

Ciononostante, Tommaso parlò con Annibaldo dei problemi del porto insabbiato di Terracina e della necessità di organizzare lavori di sgombero. Annibaldo confermò di essere il podestà di quella città di frontiera, ma il suo incarico sarebbe durato, come era previsto dallo Statuto del Comune, per un solo anno. Per garantire un lavoro continuativo che raggiungesse i risultati sperati occorreva più tempo della sua podesteria. Questa garanzia poteva darla soltanto un potere più stabile e duraturo. Consigliò, Annibaldo, che Tommaso ne parlasse con il vescovo di Terracina, Francesco, della potente famiglia Cane, certamente un potere più radicato e costante del suo.

Poi offrì un pranzo a Tommaso e gli consigliò di partire subito dopo.

Il segreto si scioglieva, non si sa se nel consiglio o nell’inganno.

 

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Castello di Maenza

 

Annibaldo si imbarcò in astrusi discorsi sul tempo, sul Castello di Maenza non adatto ad opporsi ai venti di settentrione, che “s’ingolfano rapaci e quasi urlando, per le discese, per i gioghi, per i gorghi delle valli montane circostanti[12] e che “possono far perdere la salute alla gente non abituata[13]. Sembrava una minaccia. Probabilmente voleva disuadere Tommaso a non restare oltre, a non aspettare la notte, a partire subito dopo pranzo per Terracina. Sembrava una profezia, ma era una trappola.

Il discorso si interruppe lì e la tavola fu apparecchiata. Sapendo del suo appetito e del forte rigore morale che faceva contenere al teologo i richiami e il godimento della carne, l’astuto Annibaldo fece servire le alici di Terracina. Non proprio alici. Aringhe piuttosto, di cui il teologo era ghiotto. Le alici pescate nel golfo di Terracina, verso le isole di fronte, le isole pontine, erano particolarmente saporite e carnose. Ottime da cucinare in modi svariati. Le aringhe invece non venivano prodotte in città. I pescatori erano abituati a mangiare il pesce fresco, senza troppa lavorazione. Le alici pescate erano in genere numerose e, per non mandarle in malora e perdere il ricco pescato, venivano messe sotto sale. In questo modo assumevano una particolare conformazione ed erano utilizzate soltanto per particolari usi in cucina. L’abitudine di mangiarle dopo averle condite sotto olio avverrà soltanto molti anni più tardi.

Le aringhe non erano proprio alici. Erano della stessa famiglia. Erano ugualmente pesce azzurro, ma non venivano pescate nel golfo di Terracina. Venivano importate da Palermo assieme a casse di tonno. Il tonno non era preda dei mari che circondavano il promontorio del Circeo e, quindi, per il suo consumo doveva essere spedito. Le aringhe era un pesce azzurro molto particolare. Venivano principalmente affumicate a Pozzuoli. Tommaso aveva imparato ad apprezzarne il sapore insolito nei suoi lunghi soggiorni a Napoli. Le aringhe si mangiavano anche cucinate sul fuoco, ma il ghiotto frate le preferiva nella modalità napoletana, crude e affumicate. Annibaldo, che conosceva perfettamente i gusti di Tommaso, fece apparecchiare la tavola e la fece imbandire con una copiosa quantità di quel pesce.

Si sapeva di un “Palazzo di Terracina” a Salerno per il tramite di una sentenza riportata da tal Gattola che raccontava di un “giudicato”, cioè di un giudizio in favore della famiglia de Cassinesi di Salerno, “residente in Palatio Terrecenae, Urbis Salerni, D. Willelmo magnifico Rege”. Si sa che il “Cardinal Reinardo” fece istanza “contra Erbia di Bolita Regio Giustiziere, per più cose, e specialmente per alcune terre, e villani pertinenti a Pontecorvo…”. Alla fine, il riferimento è certo e certificato correttamente: “Abbiam qui udito il Palazzo di Terracina (altrimenti Terracena) di Salerno. Di quella Terracina fa menzione l’Anonimo Cassinese al 1204 e Riccardo di San Germano a detto anno, e al 1226. È mentovato parimenti a’ tempi di Arrigo VI, dal Poeta di Eboli[14].    

Pare che in tal “Palazzo di Terracina” di Salerno[15], venissero stoccate le aringhe affumicate a Pozzuoli e poi imbarcate per il porto di Terracina. Queste, invece, che imbandivano la tavola di Annibaldo venivano direttamente da Palermo e quindi avevano percorso un tragitto più lungo, con qualche sfarinamento del prodotto diversamente affumicato. Per questo motivo, Tommaso ne mangiò poche, stranamente, forse una soltanto. Annibaldo si giustificò dicendo che questa importazione, questa percorrenza palermitana, era un’antica abitudine diventata usanza fin dal 1170, ai tempi della imperatrice Costanza d’Altavilla, o Costanza I di Sicilia, moglie di Enrico VI di Svevia e madre di Federico II.

Il pranzo fu servito a mezzogiorno in punto. Quando i commensali si sedettero a tavola, Annibaldo continuò con i suoi racconti terrorizzanti utili, secondo la sua illusione, a dissuadere Tommaso ad alloggiare ancora al Castello di Maenza. Raccontò di lupi affamati che scendevano in paese ed oltre, fino alla pianura, in grado di aggredire chiunque. Esortò dunque Tommaso a partire comodamente ma con il sole, subito dopo il pranzo. Si offrì di dare una scorta a Tommaso per un più comodo tragitto nei canali che dal fiume Amaseno portavano fino a Terracina, su zattere appositamente predisposte che venivano chiamate sandali. Forse, il furbo Annibaldo, voleva la certezza che Tommaso raggiungesse il vescovo Francesco a Terracina.

 

2 marzo del 1274

T

 

ommaso sospettoso partì il giorno dopo, sempre dopo pranzo, sempre con Reginaldo e il solito gruppetto di frati al seguito.

Non andò dal vescovo di Terracina Francesco. Andò a Priverno, dove alloggiavano altri parenti. Non suoi, ma di padre Reginaldo.

Partirono dopo pranzo da Maenza e arrivarono il pomeriggio a Priverno.

Sempre a piedi; cioè, sempre in perfetta forma fisica.

Il seguito, però, questa volta non li seguì. Andarono soli, Lui e Reginaldo. Il gruppo di fedeli monaci domenicani si affrettò verso l’abbazia di Fossanova per comunicare il prossimo arrivo del Beato Tommaso e preparare una degna accoglienza.

A Priverno non si era fatta notte. La luce c’era ancora. A Tommaso apparve un’immagine infernale. Un castello grigio e lontano. Torvi volatili sfuggiti dalla palude che lottavano per il cibo e per la supremazia dei cieli. Una strada che ti schiaccia per terra, prima di inoltrarsi nei vicoli stretti a protezione del vento. I cittadini di Priverno erano abituati. Specie in marzo, quando il caldo è un appuntamento prossimo, le temperature, come linee di febbre malarica, cominciano a salire. La palude comincia a farsi sentire e i fumi salgono sottoforma di nebbia o sottoforma di odori. Le aringhe di Palermo non erano piaciute a Tommaso e una leggera intossicazione lo aveva colpito a Maenza. Ma la colica da intossicazione, come si sa, è regressiva. Ora, a Priverno, il giorno dopo, Tommaso si sentiva già molto meglio. Se fosse stato malato  si sarebbe fatto visitare. Il medico c’era. Giovanni di Guido era il medico della famiglia privernese di padre Reginaldo. Tommaso rifiutò le sue cure. Qualcuno sostiene che fosse già timoroso della longa manus dei suoi nemici. Il medico, sebbene fidato della famiglia di Reginaldo, poteva essere stato tuttavia arruolato tra le schiere dei facilitatori della Provvidenza Divina.

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Piazza Centrale di Priverno

Invece, Tommaso si sentiva proprio bene. Se fosse stato davvero male avrebbe rifiutato anche la cena. Invece cenarono. Eccome. Abbondantemente. La famiglia di Reginaldo abitava in un intero palazzo, collocato nella parte alta del paese. Dalle stanze si sentivano forti i rintocchi della vicinissima chiesa di fra Cristoforo. La sala da pranzo era al secondo piano. Poi salirono sopra per rifocillarsi vicino o dentro il camino. Allora, infatti, era uso costruire camini con volte molto alte e colonne aperte in modo che, per recuperare dal freddo e, peggio ancora, dalla umidità, le persone potessero sedersi dentro il camino, il più vicino possibile al fuoco. Quel camino era particolarmente grande, aveva una bocca molto aperta contornata da sponde scolpite con figure di animali, quasi esotiche. Tommaso pensò che i vertici della burocrazia cattolica, qualora se ne fossero accorti, lo avrebbero ulteriormente accusato. Già, una delle più forti contestazioni era di essere averroese, cioè fautore della cultura araba. Poiché in arabo era stato tradotto per primo Aristotele, gli agostiniani accusavano i domenicani di essere importatori di una filosofia straniera e principalmente estranea. Dimentichi naturalmente che quelle arabe ed ebraiche erano le terre dove era nato e cresciuto Cristo, senza esserne mai uscito. Malignamente dimentichi che Cristo ignorò Roma, che fu invece conquistata dalla fazione politica dei cristiani, sebbene con una tattica di non belligeranza e una strategia militante di evangelizzazione. La stessa che Tommaso stava svolgendo nei ben più impervi e ostici terreni della teologia e dell’epistemologia.

La contestazione era talmente forte che Tommaso aveva addirittura dovuto scrivere un piccolo trattato contro gli averroesi[16], quasi per giustificarsi.

Se fosse stato fisicamente malato perché, come si sospetta, avvelenato a Maenza, Tommaso non avrebbe mangiato, si sarebbe fatto visitare, controvoglia e guardingo, dal medico e, addirittura, non avrebbe avuto la tranquillità per sostenere la discussione che ne è seguita, né di accogliere il cospicuo numero dei privernesi presenti, venuti ad ascoltare il beato e scossi dal loro tradizionale svogliato torpore. Invece, Tommaso stava benissimo. Non c’era più stimolo alla dissenteria. Non c’erano nausee. Non c’erano dolori. Nessuna forma di infezione e tantomeno di avvelenamento.    

Anzi. Tommaso ha tenuto la concentrazione per tutto il tempo della discussione, principalmente di ordine filosofico. O di ordine epistemologico, poiché Reginaldo si era impegnato a descrivere i 4 modi di filosofare.

Il discorso di Reginaldo la sera del 2 marzo 1274 va compreso. Probabilmente, Lui ripeteva l’impostazione del Maestro. È dunque attendibile pensare che quello fosse il paradigma teorico di Tommaso che Reginaldo regolarmente trascriveva nella Summa Theologiae. Riguardava il problema epistemologico dell’empiria:

1.      soltanto con la ragione”, cioè puramente teorico, che deve essere considerato pessimo, in quanto la nostra verità (“sappiamo quello che vogliamo”) è superiore alla realtà (“non quello che è”);

2.      soltanto con i sensi”, cioè empiricamente, che deve essere considerato impreciso (“vero, ma rozzo”) perché la verità percepita non è giustificata da un approccio teorico (“esili verità e più per via effettuale che causale”);

3.      con la ragione e con i sensi”, cioè paradigmatico, un sistema di pensiero condizionante, in cui la realtà (“quello che si è”) è piegata dai preconcetti della verità (“quello che si vuole”);

4.      con i sensi e con la ragione”, cioè sperimentale, in cui la vita quotidiana percepita deve essere decodificata da regole critiche in un sistema di conoscenza di ordine teorico.

Tommaso non contestò il suo assistente. Non entrò nemmeno nel dettaglio della discussione epistemologica. Aveva ancora in mente il porto di Terracina e le dune di sabbia che dovevano essere rimosse. Forse pensava al discorso che avrebbe dovuto tenere al vescovo Francesco e alle giustificazioni scientifiche che gli servivano per avere l’assenso al lavoro da svolgere. Aspettò il momento opportuno. Quando ci fu un attimo di pausa, sia perché nessuno rispondeva al difficile discorso, sia perché Reginaldo non aveva altri argomenti. Tommaso colse l’attimo; e, appena gli parve che il discorso fosse concluso, intervenne per spostare l’attenzione della piccola platea sui temi che più gli erano in quel momento a cuore. Tuttavia, ai presenti il discorso sembrò più astruso e più distante da loro. Immaginarono che fosse un discorso simbolico, allegorico. Nessuno pensò che si trattasse di un problema reale, concreto. Egli chiese quale fosse la generazione di quei grumi di sabbia alta che occupavano il porto di Terracina e pensò che potevano essere stati generati dal mare, dai venti o da sommovimenti inattesi e violenti del terreno, come i terremoti. La sabbia che si accumulava continuamente e restava depositata nel golfo, ostruttiva all’utilizzazione del porto, per inaccetabile pigrizia, soltanto perché ammucchiata da anni senza fare niente. Poi disse: “perché, vedete, tutti gli uomini tendono naturalmente al singolare: i grandi spiriti lo cercano nella materia, quelli piccoli nella forma. Questo so dal tempo della mia prima gioventù, quando il mio cuore era già vecchio. La ricerca della verità per i più è un passatempo: essi si rivolgono alle cose già pronte[17].

Poi tacque.

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Discussione a casa di Reginaldo da Piperno

 

Molti restarono sconcertati. Altri dubbiosi. Alcuni titubanti. Reginaldo fu imbarazzato dell’imbarazzo degli altri. Non era la prima volta che succedeva: il maestro ammutolito da se stesso dopo aver lanciato dei concetti enigmatici ed ermetici. Che cosa intendeva dire Tommaso? Che gli uomini sono portatori di un’azione propria, individuale, appunto, singolare. Che alcuni, i più intelligenti sanno gestire, governare i contenuti reali delle cose e quindi cambiare il mondo, riformarlo se occorre. Altri no, altri si fermano alle forme così come si determinano e non fanno che adeguarsi ad esse. Per i più sapere la dinamica della natura conta poco, la cultura è appunto un passatempo, non s’impegnano, non vogliono cambiare nulla, lasciano la vita come la trovano, senza disturbare e con la pretesa di non essere a loro volta importunati, lasciano le cose come stanno e “si rivolgono alle cose già pronte”. Altri invece possono trasformare il mondo, modificarlo, talvolta migliorarlo. Sono impegnati a lasciare un segno, una traccia, seppure un’orma. In cuor suo Tommaso sperava che il vescovo di Terracina, Francesco, facesse parte della categoria dei riformatori. Le parole del maestro sembravano difficili, incomprensibili pensieri teorici. Reginaldo le interpretò come ironiche, piuttosto polemiche, rivolte alle forme rituali e noiose della Chiesa, contro la sostanza, il contenuto reale del cristianesimo. Credette, il segretario, che si trattasse di un riferimento effettivo a una polemica sostenuta qualche anno prima con un prelato di Priverno, anche lui fermo alla ritualità senza significato, al cliché della liturgia senza contenuto che annulla ogni innovazione teocratica, cioè teologica e politica. Nel tentativo di blandire il maestro e di mostrare agli altri la sua complicità e la conoscenza intima dei suoi pensieri reconditi, alzò i toni e si scagliò contro il prelato, emblema dell’ignorante e spocchiosa burocrazia dello Stato.

Il discorso continuò fino a sera. Passò alle biblioteche chiuse, ai ruderi romani, alla presenza di Marco Tullio Cicerone e il suo utilizzo regolare delle terme ormai distrutte, all’invasione dei barbari, alla fisionomia delle montagne limitrofe, alla palude inquinata e infettiva, al paganesimo, all’eresia, alle aquile, alla foresta e a Priverno.  

Andarono a dormire quando ormai era tardi, il fuoco non riusciva più a riscaldare l’aria fresca. Restarono in quella casa due giorni in tutto, il 2 e il 3 marzo 1274.

 

3 marzo del 1274

 

C

 

osa accadde tra il 3 marzo 1274, quando Reginaldo e Tommaso lasciarono Priverno e il 6 marzo, quando parteciparono all’ultima cena nell’Abbazia di Fossanova, non si sa. È ignoto: “per il periodo che va dal pomeriggio del 3 marzo 1274 fino a tutta la mattina del 6, non ho potuto recuperare la minima testimonianza scritta né raccogliere una sola deposizione orale che contribuisse a colmare questa gravissima lacuna[18].

Le cronache più recenti, del 1333, non lo sanno. Già allora, il periodo era coperto di mistero. Alcuni sostengono che fin dal 3 marzo Tommaso fu condotto all’Abbazia di Fossanova, ma non è corrispondente. Non è coerente.

Cosa accadde?

Possiamo soltanto ipotizzare.

Possiamo sospettare che in quel vuoto di tempo e di spazio fu compiuto il crimine. La mia congettura è che i due viandanti, una volta usciti dalla casa di Priverno dei parenti di Reginaldo il 3 marzo, non siano andati subito alla vicina Abbazia di Fossanova.

Credo che siano andati a Terracina.

Credo che il testardo Tommaso si sia recato dal vescovo di Terracina Francesco, che siano stati accolti cordialmente, rifocillati e ospitati nei giorni 3, 4 e 5 di marzo.

Il giorno 3 arrivarono.

Il giorno 4 furono ospitati.

Il giorno 5 furono ricevuti.

Il giorno 6 fu assassinato.

Via Appia Antica

 

A marzo il sole non è ancora così ambizioso. Irascibile in inverno, non è ancora altezzoso come in estate. A marzo il sole, come un parente che deve tornare, comincia a mostrare la sua presenza; perché a marzo s’intuisce la vita. Tommaso e Reginaldo imboccarono la mitica via Appia, che costeggiava, la palude, l’affiancava tenendola costantemente a destra. Per evitare acquitrini e inutili sprofondamenti, la via Appia di allora deflorava la città, entrava profondamente nell’utero urbano, penetrava il suo corpo, la prendeva come una donna piacente e disponibile. Dall’epoca dei romani in poi puoi attraversare Terracina soltanto dalla via Appia; allora si poteva entrare soltanto dalla porta, la cui forma conserva e rafforza, oggi ancora, il simbolismo erotico. La città è il corpo discinto di donna distesa sulla pianura verso il monte, in alto, in attesa di essere presa. La città sta li. Apparentemente indifferente. Prona. “Anxur fuit, quae nunc Tarracinae sunt, urbs prona in paludes[19].

Tommaso era prigioniero dei suoi pensieri. Anche se camminava spedito i suoi passi erano faticosi per il doppio peso, del corpo e della mente. Entrare in una città è sempre, in qualche modo una evocazione. A Terracina si entra, e si evoca la città, o dal lato di Roma, dove c’è una porta, o dal lato di Napoli, dove c’è un’altra porta. Prima di fermarsi all’ingresso, la mente fuggì al calore del camino nella serata a Priverno e ai discorsi che scoppiettavano come quel fuoco. Capì di non essere stato chiaro, nemmeno sufficientemente espositivo. Era distratto. Ricordò di non aver fatto scorrere con precisione il discorso epistemologico. In qualche modo lo aveva dilapidato. Lo aveva sperperato, concentrato com’era sul successivo incontro con Francesco. D’altronde, se fosse stato meno astratto, avrebbe trovato la forma opportuna per esprimere i suoi pensieri, la sua voluttà intellettuale, la formula espressiva della sua teoretica. Avrebbe applicato, senza confusione, i princìpi fondamentali della sua elaborazione teologica alla occasionale orazione. Avrebbe detto che un connotato peculiare e unico della epistemologia romana, post ciceroniana, era di ordine politico. In che senso? Nel senso che la filosofia o la teologia dovevano avere una loro applicazione pragmatica. Forse non pratica, ma politicamente applicabile a progetti di sviluppo. Per questo andava da Francesco, il vescovo di Terracina, a perorare un intervento diretto e direttamente applicativo al porto. Venire qui non significava distrarsi dalla propria astrazione teologica. Significa invece realizzare nella vita di ciascuno di noi la “scienza sacra”.  Tutto quel discorso tra forma e contenuto, non era riuscito molto bene. Ora che si trovava vicino all’incontro con il vescovo Francesco poteva ben giustificare il tema del pragmatismo filosofico, cioè la necessità di unire il fare al dire. È l’urgenza della politica perché “l’anima intellettiva, capace com’è di comprendere gli universali, ha una potenza che si estende a infiniti oggetti”. Questa è la vera politica, l’unico modo che l’uomo conosce per migliorare il mondo, per rispettare la volontà di Dio e rendere a Lui ordinate le cose terrene: un’idea, un’anima intellettiva in grado di conoscere le regole divine, gli universali, offre agli umani un potere, una potenza che sola può governare i fenomeni, che sa estendersi agli oggetti fisici e alla natura. Questo era ciò che avrebbe chiesto a Francesco. Per questo aveva tanto camminato fino a Terracina: perché quei dossi di sabbia, quelle dune che soffocavano il porto, potessero dunque essere rimosse utilizzando tecniche e tecnologie, cioè “strumenti di una varietà infinita” per mettere “ordine a effetti infiniti”.

La strada si accorciava. La porta si avvicinava, ma Terracina ancora non si vedeva. Si sentiva nell’aria, nei profumi e nei colori. Il grigio scuro dei paesi dell’entroterra diventava grigio chiaro della costa. L’odore del mare si respirava e lo iodio già occupava la gola e i polmoni. Si cominciavano a vedere i filari di uva, cresciuta quasi spontaneamente, ancora non coltivata dal sudore e dalla mano dell’uomo, ma già utile alla produzione del vino. Un vino cercato, apprezzato, noto. Il moscato di Terracina era un tipo di uva dolce e acida, dolce proprio perché acida, acida proprio perché dolce. Era un inganno. Uva di una bontà esagerata, impudente, eppure feroce, che bruciava violentemente nello stomaco.  

Camminava a passo veloce per evitare la sera pericolosa, Lui avanti e Reginaldo immediatamente dietro. Doveva essere quello il richiamo ambiguo e attraente di Circe: i fumi della palude malarica e la bellezza dei promontori e del golfo; donne affascinanti e pericolose; la bontà dell’uva e la sua dolorosa digestione; il porto accogliente e la sabbia ostruente per navi arenate. Superò la montagna a destra su cui era seduto, depositato, Sonnino, e vide da lontano il simbolo fallico di Pisco Montano.

Terracina era una città permanentemente in lotta. La sua organizzazione medievale consisteva nel cosiddetto incastellamento. La città si ricostruiva continuamente al suo interno, intorno al tirannico Castello dei Frangipane. Poi si estendeva verso l’esterno, oltre le mura. Non si poteva espandere però in modo omogeneo a causa delle imperizie e dei dispetti della natura. I cittadini, i nuovi cittadini venuti per il lavoro, per la coltivazione dei campi, o per l’allevamento del bestiame, non potevano dispiegarsi omogeneamente sul territorio occupato dall’acqua e dalla malaria. Potevano soltanto disperdersi. Allora s’insediavano in borghi, piccoli nuclei di vita, con una loro spontanea organizzazione urbana. Per legarsi politicamente alla città bastava un giuramento; era un vincolo morale di fedeltà come un matrimonio, come un sacramento. Era il presupposto certo di ogni tradimento. I borghi circondavano la città come amanti estranei che corteggiavano una donna, non più giovane ma sempre bella, naturalmente bella, nonostante fosse solcata dalle rughe degli anni, dalla violenta mano di amanti aggressivi, dalle ferite acerrime dei briganti, dalle lotte e dalle torture che gli umani si procuravano per riconoscersi, per imporsi a se stessi e alla storia, per tentare disperatamente di contrastare le regole della natura di Dio, per sfidare Dio. La città donna, la città madre era proprio così: intrigata ed intrigante, distratta e distraente, esclusa ed escludente. Per questo i borghi dovevano restare fuori dalle porte di casa. Le vecchie mura, invece, stabili e statiche, fasciavano la sottile vita della città antica e la stringevano, accavallando il corpo e i prosperosi seni attorno al Castello. Altre nuove mura erano state costruite in quel periodo; un artefatto, un artificio a maggiore protezione della parte bassa come una cintura che illude la castità. Erano mura che andavano verso il porto, a tutela dei nuovi possibili invadenti ingressi, a tutela di altre invasioni. Attorniata, circondata da nemici naturali, la palude e gli uomini, i briganti o gli eserciti, la città si rinchiudeva in se stessa, dentro le sue protezioni, assemblando epoche storiche ad altre epoche storiche. Convivevano pertanto, l’una al fianco dell’altra, contemporaneamente, integre pavimentazioni romane e nuovi palazzi medievali; come se si vivesse in un eterno presente in cui il tempo non scorre, ma si sovrappone. Il centro urbano, circoscritto dalle due porte, quella verso Roma e l’altra verso Napoli, si legava con i borghi esterni tramite vie di comunicazione, verso il porto e verso l’entroterra. In genere i borghi stazionavano alle estremità comode delle strade. Pertanto, tenuti distanti. Per questo restavano comunque distinti. Erano borghi di viandanti e migratori. Al porto arrivavano le navi e s’insediarono commercianti e pescatori. Nell’entroterra la coltivazione dei prodotti agricoli. Nella palude la pastorizia e disseminate capanne di disperati che alla fame preferivano la morte.

 

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Le Capanne di Terracina

 

Terracina era una città di confine. Confine verso il mare. Confine dei monti. Confine delle strade. Anche, però, confine tra il Regno delle Due Sicilie e lo Stato Pontificio. Era una città che, a differenza di Napoli, aveva spesso attraversato il confine. Napoli era una capitale mediterranea, la più bella, aperta, emancipata, libera, moderna. Napoli era l’Atene del Medioevo mediterraneo. Democratica e imponente. Napoli aveva le sue certezze. Terracina no. Terracina non aveva alcuna certezza. Era stata donata e restituita più volte dal papato ai Borboni. Era entrata e uscita e rientrata dentro il potere di uno o di un altro. Aveva attraversato più volte il confine e, in questa altalena dell’accettazione e del rifiuto, in questa scarsa rilevanza, in questa labile appartenenza, una città offesa dal poter essere donata, senza che davvero nessuno si battesse fino in fondo per tenerla come entità preziosa ed unica, per trattenerla alla sua identità, Terracina aveva imparato ad essere se stessa, da sola. Soltanto se stessa. Nemmeno se stessa. La malaria aveva inquinato le menti e logorato i corpi. Gli abitanti, i veri nativi locali, si erano decimati. La popolazione si era ridotta a una sparuta rappresentanza. Per mantenere un numero dignitoso di cittadini, Terracina aveva dovuto immettere nel suo tessuto sociale altri viandanti, altra popolazione proveniente da un qualsiasi altrove.  Come l’uva dolce e acida, come il panorama meraviglioso e malvagio, Terracina era se stessa senza essere se stessa. I cittadini, liberi da ogni appartenenza storica, nuovi arrivati in un contenitore urbano antico e involontariamente tutelato, lottavano insieme per la loro autonomia e la propria autodeterminazione, contro i tiranni e contro il papato. Erano uniti nella rivendicazione, ma divisi nella identificazione: ciascuno infatti manteneva i suoi miti e i suoi riti, le sue abitudini e i suoi costumi come un segno di riconoscimento e di appartenenza. Cittadina fin dall’alba dei comuni, con organi definiti e stabili, ma infestata da briganti e priva di regole, spesso disordinata. Libera, autonoma e schiava. Democratica e schiacciata dalla tirannide dei Frangipane. Voluta e ceduta, tenuta e scambiata dalle manovre del potere della Chiesa. Tollerata e isolata. Morale e malavitosa. Terracina era se stessa senza essere se stessa.

Tommaso si avvicinava alla porta d’ingresso e pensò che forse proprio per questo quella città di confine gli piaceva tanto. In qualche modo, anche Lui era al confine di un pensiero; anche Lui era cercato e abbandonato, osannato e ingannato, voluto e svenduto; anche Lui voleva ordinare le cose e disordinava il mondo; anche Lui passava da Napoli a Parigi e poi da Parigi a Napoli, superava un confine, sempre; anche Lui era, come l’uva, dolce nei modi e acido nella polemica oratoria; anche Lui, come Terracina, era se stesso senza essere se stesso; era se stesso proprio perché non doveva essere se stesso.

Camminava sull’Appia, sovrapensiero a passo veloce, con Reginaldo che non riusciva a stargli dietro. Vedeva venire, nel grigio del pomeridiano, la sera. Il sole scendeva rosso, il mare era rosso, in un tramonto che toglieva il respiro e rapiva lo sguardo, al confine del mare, dietro il Circeo.

L’orizzonte è un altro confine; ma a Terracina quel confine non è un limite. Non assorbe solo il sole, non scompare soltanto la luce. Ci sono delle isole che, come nuove porte, sembravano aprire un nuovo mondo e un universo ancora. Sono isole poggiate sulla linea dell’orizzonte che ci invitano ad andare oltre.

Tommaso si trovò improvvisamente di fronte alla porta di ingresso della città. Fu bloccato. Si fece riconoscere e fu immediatamente scortato dal vescovo Francesco. Era ormai sera. La luce scuriva rapidamente. La via Appia saliva verso il centro Urbano. Prima di essere assorbito dai vicoli e dalle case che proteggono le strade, si girò ancora verso il mare. Bellissimo. Rosso ancora. Le dune gialle del porto splendevano come lumi. Eppure, disturbavano. Era venuto il momento di farle rimuovere per rivedere l’azzurro dell’acqua e dell’universo: l’azzurro di Dio.

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Porta d’ingresso a Terracina da Roma

 

Furono rifocillati e riscaldati. Come una gelida crema, però, l’umidità si era spalmata per tutto il corpo. Aveva inzuppato i vestiti, penetrava la carne e raggelava le ossa. Mangiarono poco. Andarono subito a dormire.

 

4 marzo del 1274

 

T

 

ommaso si svegliò di soprassalto.

Non era più notte.

Non era ancora giorno.

Domani avrebbe parlato con il vescovo, programmato l’intervento di eliminazione delle dune e prestissimo sarebbero tornati alle abituali pratiche quotidiane dell’Abbazia di Fossanova.

Per chi soffre d’ansia, come Tommaso soffriva, piccole cose pratiche quotidiane sono piccole sicurezze indispensabili per superare la paura. Fossanova rappresentava per Tommaso quella sicurezza. Presto, si sarebbe rimesso in viaggio per Lione. Aveva bisogno di tranquillizzare se stesso. La sua cella all’Abbazia era perfetta: un poco distante dal chiostro e dai rumorosi riti del lavoro e della preghiera. Prima però doveva parlare con il vescovo Francesco per perorare la causa disperata del porto di Terracina.

Sono qui, – pensò nell’acerrima allucinazione del dormiveglia – sono venuto a guardare, sono venuto a parlare e forse, timidamente, sono venuto a sperare. Cosa troverò qui? Cosa otterrò?

Terracina era in qualche modo il luogo della fuga e del nascondiglio. Vi fuggì Cicerone, quando sospettava di essere inseguito da Cesare. Tacito[20] racconta che, quando Vitelio fermò il suo esercito vicino alla fonte di Feronia, a 3 km. dalla città, nelle sue mura si nascosero perfino i gladiatori, preoccupati dello scontro aperto con l’esercito romano per la loro leggerezza, cioè mancanza di armatura e scudi indispensabili alla protezione in battaglia: e dunque “moenibus situque magis quam ipso rum ingenio Tutam”, cioè “difesa dalle sue mura e dalla sua posizione naturale meglio che dal loro ingegno[21].

Per Tommaso però Terracina era il luogo dell’accoglienza. La presenza dell’ordine dei mendicanti, sia dei suoi avversari francescani, sia dei suoi adepti domenicani, era forte e affermata dalla convivenza di due alternativi monasteri. I francescani erano, diciamo così, agostiniani, platonici. I domenicani erano aristotelici e, per di più, proprio i suoi seguaci diretti. Tuttavia, il teologo non enfatizzava troppo questa distinzione. Gli altri piuttosto. Lui no. Cercava continuamente di abbassare i toni e di interpretare i testi oltre gli schieramenti. Forse era anche lui un gladiatore che lottava leggero, senza armatura alcuna e tanto meno scudi protettivi. Come ogni gladiatore, era condannato a morire in combattimento, quando era in auge, quando dava più fastidio. Tommaso sapeva che quella era la sua auge e che, dunque, anche quella era l’epoca in cui procurava il maggior fastidio. Poteva diventare Cardinale o morire, vagabondo, per strada. La seconda ipotesi gli sembrava più credibile. Forse era giunto il momento di morire per mano della inclemente Provvidenza Divina. “Alcune cose, però, vanno finite ora, - si disse – tra cui certamente il ripristino della navigazione e del comodo attracco al porto di Terracina”.

Non era ancora giorno. Ancora mancava qualcosa all’ora della preghiera, che si celebrava in genere ogni giorno, più o meno alle 6 di mattina. Ormai riconosceva l’orario dall’aria e dalla luce. Mancava ancora un poco. Forse si poteva tornare a dormire, forse si poteva ottenere quel residuo di sonno indispensabile per il totale riposo.

Tommaso chiuse di nuovo gli occhi e dormì.

Si svegliò poco dopo, insieme al mattino. La luce ormai aveva invaso la stanza. Era l’ora della preghiera. Si alzò senza fatica. Aveva dormito poco più di mezzora, ma Lui ormai aveva riconquistato tutta la forza necessaria per affrontare il mondo.

Le ore trascorsero non troppo in attesa. C’era un sole tiepido, morbido, un sole che non riusciva ad asciugare l’umidità che raffreddava le ossa. Però si poteva passeggiare, si poteva ancora camminare dalla piazza della città alta fino al porto invaso dalla sabbia.

Reginaldo era stupito. Vedeva il maestro in gran forma, con un gran passo. Il piede saldo, la gamba forte. Ogni malattia era scomparsa. Terracina era davvero accogliente.

Alla luce del sole la città sembrò a Tommaso in ricostruzione. Ricordava palazzi diroccati che erano stati rapidamente restaurati, ma le costruzioni restavano raccolte, strette come un fascio all’interno delle forti mura urbane. Si vedevano disseminati nel territorio piccoli borghi in espansione e appezzamenti territoriali dedicati alla coltivazione o al bestiame. Tuttavia, la ricchezza vera proveniva dai transiti e dal commercio, specie del pesce. Stranamente però, nonostante le importanti relazioni con le città marinare di Genova e di Gaeta, Terracina non fu mai una potenza marina. In realtà non fu mai davvero una città marinara. Alla fine, gli eserciti che si erano susseguiti, dagli etruschi in poi, erano eserciti di terra. Ed anche ora, il potere temporale della Chiesa aveva rafforzato con determnazione le strutture militari interne, attorno alle mura, alle doppie mura della città alta e della città bassa. Questa contraddizione sembrò a Tommaso causata dal porto difficilmente gestibile a causa delle dune di sabbia che bisognava rimuovere. Bisognava parlare urgentemente con il vescovo Francesco che, come aveva indicato Annibaldo il podestà, rappresentava il vero potere in città. In realtà anche la struttura del potere a Terracina era equivoca. Non era realmente di nessuno. Governava la città e l’intero territorio un mix di ceti dirigenti, ricchi mercanti ed ecclesiastici. La scalata sociale era molto ripida in quel periodo nelle città di confine. Tranne alcune famiglie che si erano imposte con tradimenti, violenti conflitti e inganni, era facile proporsi e farsi trasferire provvisoriamente il potere. Un immigrato qualsiasi, proveniente da ovunque, poteva giurare la cittadinanza e diventare terracinese. A quel punto la ricchezza di ogni commercio, solo alcuni legali mentre proliferavano quelli illegali che si moltiplicano spontaneamente nelle città di confine, accreditava i nuovi potentati.

Non bastava però.            

Anche i Frangipane erano stati ricchi e potenti, eppure strenuamente combattuti e ripetutamente scacciati. A differenza di tutte le altre città conosciute e della loro evoluzione, Terracina, infatti, aveva una caratteristica unica che probabilmente sarebbe rimasta come connotato sociale nel resto degli anni. La ricchezza, sebbene privata e non pubblica, era tuttavia collettiva, doveva essere partecipata e poco distribuita. La fortuna a Terracina, nel bene e nel male, doveva essere in qualche modo condivisa[22]

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Castello Frangipane Terracina

 

 La emancipazione del potere economico in potere politico, avveniva nel medioevo tramite le carriere ecclesiastiche. Nella carriera ecclesiatica, infatti, queste ricche famiglie locali trasformavano la loro proprietà in potentati e, in qualche modo, sprovincializzavano il loro potere. Tommaso si era rifiutato di essere strumento di una logica di successo prevalente della propria famiglia, deludendo le loro aspettative e resistendo alle loro pressioni.  Involontariamente però il frate domenicano, era diventato il teologo più rappresentativo del suo ordine religioso, quasi un leader politico, con un potere di influenza che minacciava direttamente il Papa e gli accordi politici della Chiesa in prossimità del secondo concilio di Lione. Era diventato, con le innovazioni intellettuali della “scienza sacra”, più potente dei potenti, ma anche molto più pericoloso. 

A causa della spinta carieristica ecclesiastica, Terracina era piena di chiese, strutture religiose e luoghi di preghiera, di assistenza e di accoglienza.

 

Annibaldo aveva ragione, era al vescovo di Terracina che bisognava chiedere.

Tommaso doveva aspettare. Per fede e per fedeltà, non soltanto per occupare il tempo, Egli decise quella mattina di affrontare il percorso delle chiese con Reginaldo. Non tutte però. Quelle indispensabili. L’incontro con il vescovo Francesco era stato rimandato al giorno dopo e quindi poteva visitare tranquillamente i luoghi di culto. Decise un percorso lineare lungo una dorsale esterna al centro urbano[23]: prima l’ospedale dei lebbrosi nella parte bassa, tra la città e il porto; poi il Monastero delle Clarisse, nella parte più alta, tra il centro urbano e la montagna su cui era in disfacimento un vecchio tempio romano; per proseguire verso il monastero dei frati mendicanti francescani; raggiungere la centrale Basilica di San Cesareo, il patrono della città, situata nel cuore di Terracina, quasi a nuova conclusione di una pavimentazione romana ancora perfettamente integra; infine a cena dai fratelli domenicani in estasi perché, a quel punto, avevano già saputo della sua presenza in città.

L’ospedale per i lebbrosi era situato nella parte bassa, di lato alla Chiesa di Santa Maria Maddalena, lungo la via Appia. La posizione del lebbrosario, prima forma di Ospedale che raccoglieva gli infettati per evitare la diffusione della malattia, era stata calcolata. Serviva per evitare nel miglior modo possibile il contaggio. Serviva affinchè i marinai non trasportassero con se stessi anche la morte nelle osterie, lungo la salita che conduceva alla piazza centrale, vero luogo di incontro e ritrovo dei cittadini di ogni ordine e grado, a tutela della supremazia sociale. Serviva a raccogliere anche i viandanti infetti verso Napoli dal Circeo o da Pipernum e verso Roma da Fondi. Nella sua storia Terracina è sempre stata una città di servizio per un intero hinterland e l’Ospedale, tra queste strutture, ha tutta una sua particolare storia. Nasce appunto come lebbrosario, come ovunque nel Medioevo, e resta al servizio di un intero distretto. In quel periodo, il lebbrosario che diventerà ospedale, era stato così posizionato, oltre che per intercettare la malattia e ostacolarne la diffusione, anche perché in quell’area sgorgava l’acqua sulfurea da una sorgente particolarmente mitizzata come acqua benefica, santa e curatrice delle più disparate avversità. Terracina aveva due fonti, particolarmente note: una, verso nord, procurava la morte per intossicazione a chiunque ne facesse uso e, l’altra, verso sud, che, si riteneva, rigenerasse i corpi  da ogni infezione e da ogni sfortuna.

Tommaso e Reginaldo, visitarono i malati protetti con vestiti e maschere per non essere aggrediti dal virus. Si fermarono in Chiesa. Reginaldo fu attratto dai notevoli affreschi che ornavano le mura riedificate su chissà quale costruzione romana. Tommaso seppe dai sacerdoti che nel frattempo la malattia si era estesa e che a Terracina erano sorte altre due chiese /ospedale nella parte bassa, una ai confini con Fondi, quella di San Leonardo De Barchis, e un’altra verso il Circeo, dedicata a San Donato. La preoccupazione e la paura si diffuse con il contagio della lebbra in un territorio già martoriato dalla malaria.

cattedrale, frammento di affresco trecentesco

Cattedrale di Terracina, frammento di affresco trecentesco

 

Lasciarono il luogo di preghiera e di cura, il dolore e la morte, e risorsero verso la vita andando in alto, inerpicandosi lungo l’erta salita che li conduceva al Monastero delle Clarisse, verso la vetta di Monte Sant’Angelo.

L’ordine delle suore Clarisse viveva normalmente isolato e in preghiera.

Sul pendio del Monte, sotto un tempio dedicato anticamente a Giove, diroccato, che i romani affermavano essere stato distrutto da un fulmine, le suore si dedicavano alla coltivazione di alcuni prodotti locali e alla produzione del pane. Si trattava di particolari bacche e frutti, simili a more o a lamponi, gustosi e dolci, con cui si potevano realizzare degli sciroppi e liquori molto salutari. Si dedicavano anche alla cura degli Olivi e riuscivano a lavorare i frutti di quegli alberi nati spontaneamente ottenendo un olio buonissimo con cui condivano il pane. Tommaso e Reginaldo arrivarono al monastero affamati all’ora abituale del pranzo. Mangiarono ospiti delle suore e s’intrattennero con loro a parlare di religione e dei ruderi del tempio che le sovrastava. Le suore che abitavano nel monastero non erano molte, forse una ventina. Vivevano isolate ma non in clausura. Spesso, anzi, scendevano in città e ricevevano cibo in cambio di servizi alla popolazione. Tommaso e Reginaldo, dopo il pasto e dopo il forte vino moscato che si produceva ovunque a Terracina, riposarono stanchi ed ebbri. Quando si svegliarono le suore, avevano preparato dei vassoi con l’acqua per rinfrescare il volto e restituire la lucidità del risveglio. Allora ripresero l’itinerario della giornata.

Il terzo appuntamento previsto era il monastero dei frati Mendicanti Francescani. Tommaso fu accolto con qualche resistenza, con il mutismo convenevole e risentito che si riserva agli uomini imbarazzanti. I Francescani erano Agostiniani. Il loro leader era Bonaventura da Bagnoreggio, con cui Tommaso aveva disputato violente e puntigliose discussioni; la qual cosa procurava non poco imbarazzo ai semplici francescani del Monastero. L’aria pesante si tagliava a fette. Il convento di San Francesco ha assunto, secondo questa ipotesi criminologica, un ruolo rilevante per la vita e soprattutto per la morte, di Tommaso d’Aquino. Nel convento di San Francesco si era formato il vescovo Francesco di Cane, prima mandato a Bitetto, in Puglia, e poi trasferito, su pressione politica, a Terracina. Il trasferimento avvenne per intervento del Cardinale Giordano, come indicato nella nota nella lettera del 28 agosto 1263 di Urbano IV[24].

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Heinrich Jäckel Blick. Monastero di San Franceco, Terracina

 

Quindi Tommaso si accingeva a parlare con un vescovo di provenienza Francescana, cioè di teologia Agostiniana, ordine monastico alternativo e ben protetto dal potere cardinalizio della Chiesa. Niente giocava a suo favore. Inoltre, questo elemento, cioè che diversi frati del convento di San Francesco di Terracina divennero vescovi, fa capire molto bene l’importanza di un certo ceto ecclesiastico locale all’interno della burocrazia e della Chiesa di Roma. Il fatto stesso che Francesco fosse stato trasferito nella città dove si era formato, grazie all’intervento diretto del potente Giordano, mostrava quanto influenti e dipendenti dal potere centrale fossero i francescani (agostiniani) di Terracina. Questo dava forza al vescovo e timore al frate. Infine, proprio a Terracina, lo scontro con i Domenicani era più forte. I domenicani erano decisamente subalterni ai francescani. Infatti “la famiglia Cane, nel Trecento, aveva una forma di alto patronato e di difesa del convento domenicano[25].  Dunque, i francescani del clan Cane avevano il controllo politico dei monasteri ancora 26 anni dopo la morte di Tommaso. Figurarsi 26 anni prima, quando Francesco Cane era al massimo del potere locale della sua famiglia. Alcuni inequivocabili elementi mostravano la potenza dei francescani di Terracina: le enormi donazioni e i lasciti testamentari che l’ordine mendicante dei poveretti di Assisi aveva ricevuto dai devoti cittadini; la ubicazione del Monastero, che era stato edificato fuori le mura come prevedeva la regola dell’ordine, ma “in posizione eminente al culmine dell’Appia[26] e comunque ben collegato con il centro della vita cittadina, nel 1222, quando la via di San Francesco accoglieva una pressante e fitta edificazione; infine le relazioni politiche che erano assicurate al Monastero, tanto che papa Bonifacio VIII avrebbe perfino scritto due lettere ai Conventi della Sicilia con l’invito di assolvere i frati francesani di Terracina qualora “si fossero trovati implicati in Sicilia[27].

Tommaso si era infilato in quel cul de sac e Reginaldo aveva paura. L’impressione è che l’interesse per il porto di Terracina fosse soltanto, se non proprio una scusa, almeno la giustificazione, o meglio, l’occasione per saggiare il clima della Chiesa agostiniana contro il capo degli ordini minoritari aristotelici a ridosso del Concilio di Lione.

È impossibile che Tommaso non avesse contezza del potere relativo del Potestà Annibaldo. È impossibile che ignorasse la potenza dell’ordine dei francescani nell’ambito della struttura di potere della gerarchia ecclesiastica.

Tommaso sfidò la sorte; o meglio, forzò la mano. Se la Provvidenza Divina era pronta per occuparsi del suo richiamo al padre, lo avrebbe capito a Terracina, dagli atteggiamenti e dalle resistenze o dalle esagerate disponibilità dei francescani, a partire dal vescovo Francesco. Tommaso era troppo attento politicamente e scaltro per non saper decodificare i minimi e impercettibili movimenti della Chiesa. Bastavano un accento, un tono, un’espressione sbagliata e avrebbe avuto la certezza di ciò che sarebbe accaduto grazie alla volontà perennemente incolpevole della Provvidenza Divina. Il comportamento dei francescani di Terracina fu emblematico. Freddo, scostante, superiore di chi sa di stare dalla parte della forza che presto liquiderà il povero e, apparentemente, inconsapevole avversario. Regalarono a Tommaso una elegante pergamena con il Cantico dei Cantici di Salomone e il Cantico delle Creature di Francesco d’Assisi. Quello strano dono era certamente un messaggio. Li misero rapidamente alla porta.

Il Cantico delle Creature di Francesco d’Assisi si capiva, era il loro manifesto politico. Scritto nel 1224, due anni prima della morte del fondatore dell’ordine, quel testo era una invocazione a Dio in quanto creatore e signore, padrone di tutte le cose.

Altissimu, onnipotente bon Signore,
Tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad Te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.

Era normale, anche se appena provocatorio, che i francescani riaffermassero, maggiormente al loro avverso interprete, il principale contenuto della propria teologia fenomenologica.  Il dissidio era tutto qui: per gli agostiniani Dio è il fenomeno della esistenza; per i domenicani Dio è nei fenomeni della esistenza. La preposizione articolata “nei” è una biforcazione teologica che rappresenta tutta intera la differenza tra un paradigma e l’altro. Se Dio è il fenomeno esistente, la verità delle Sacre Scritture è superiore alla realtà della oggettivazione scientifica. Ad esempio: se le scritture affermano che la terra è piatta e la scienza sostiene che invece è tonda, schiacciata su due poli, la scoperta scientifica deve essere considerata una illusione demoniaca; i suoi fautori devono essere perseguiti e perseguidati per eresia. Se è scritto che la terra è ferma, colui che dichiara che si muove, come Galilei, deve abiurare sotto tortura o essere bruciato vivo. La teologia è superiore alla epistemologia. Viceversa, se Dio è nei fenomeni esistenti, qualsiasi interpretazione della realtà è riconducibile alle verità di Dio, alle Sacre Scritture che non possono essere sbagliate per fede e vanno allora continuamente re-interpretate. Quelle regole dell’esistenza che la scienza di volta in volta scopre, sono tutte espressione della volontà di Dio, sono regole di Dio, sono Dio stesso. Ad esempio: se è scritto che la terra è il centro dell’universo e invece ci si accorge che la terra gira intorno al sole in una galassia laterale, quella centralità va interpretata come luogo di posizionamento dell’unico essere fatto ad immagine e somiglianza di Dio. Ovunque sia collocata la terra, comunque sia composto il creato, per un motivo o per l’altro, vale la centralità indicata negli scritti divini. Anche, per rigore logico, invertendo il pensiero di Tommaso[28], possiamo affermare che in questo caso l’epistemologia è superiore alla teologia (cosa, mi rendo perfettamente conto, inammissibile per un credente).

Francesco d’Assisi, malato, forse cieco, dettando a chissà chi quel “Ad Te solo” e quel “nullu homo ène dignu te mentovare”, scelse il paradigma Agostiniano che Tommaso apparentemente contestava.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.

Dunque, che l’ordine dei Francescani riaffermasse se stesso, offrendo a Tommaso il loro fondante e fondamentale statuto politico, ci sta.

Ma il Cantico dei Cantici di Salomone?

Che significato poteva nascondere?

Qual’era il messaggio che i frati francescani avevavano avuto ordine di comunicare?

Era un indizio che Tommaso doveva necessariamente capire.

 

 

Il Cantico dei Cantici

 

Chissà perché proprio il Cantico dei Cantici, l’opera più prosaica, scandalosa, laica, addirittura erotica di tutta la Bibbia.

Come scoprire il significato del dono nei numerosi versi e nella miriade di simboli che compongo spudoratamente il testo?

Poteva essere un messaggio di buon auspicio e di pacificazione, contenuto come in uno scrigno prezioso nel verso:

 Come vorrei che tu fossi mio fratello,

allattato al seno di mia madre!

Incontrandoti per strada ti potrei baciare

senza che altri mi disprezzi

 

Oppure questa infantile speranza doveva cedere alla dura e indifferente realtà storica, al peso doloroso dei fatti politici di quell’epoca. In questa situazione bisognava temere il peggio. Un gesto di amicizia era, più che irrealistico, inopportuno. Un gesto di pacificazione, proprio quando e dove i platonici dominavano sugli aristotelici, era invece inappropriato. Era allora possibile che uscisse, con il volto acceso dall’accusa, una minaccia dalle righe di questi versi:

Prendeteci le volpi,

le volpi piccoline

che devastano le vigne:

le nostre vigne sono in fiore.

 

Oppure né l’uno, né l’altro. Si poteva osare un filo di speranza o ogni limite era stato già superato e non si poteva che accettare la pena? Tommaso scelse la speranza e, mentre girava le spalle, come un conato di vomito, risalì, alla sua ferrea memoria, negli anni abbondantemente esercitata, un verso altrettanto misterioso di quel testo equivoco:

Nel giardino dei noci io sono sceso,

per vedere i germogli della valle

e osservare se la vite metteva gemme

e i melograni erano in fiore.

Senza che me ne accorgessi, il desiderio mi ha posto

sul cocchio del principe del mio popolo.

 

Andarono via titubanti e ingannati.

Muto, il bue proseguì verso la lontana basilica di San Cesareo. La struttura era di recente costituzione, talmente recente che il campanile non era ancora completato. La basilica di San Cesareo[29] era il vero centro politico, urbanistico e religioso della città. Dedicata al Santo che, nel 250 d.C, fu buttato, chiuso in un sacco, dalla rupe di Pisco Montano, la Cattedrale[30] era diventata presto un centro di potere potentissimo. A dire il vero, il centro urbano era costituito dalla piazza, con la pavimentazione romana ancora perfettamente integra e la via Appia in evidenza laterale. Quella era la piazza dell’aristocrazia civile ed ecclesiastica, della vita dei mercati e quella sociale dei cittadini. Una città costruita per incastellamento ha lasciato quello spazio aperto incontaminato. La piazza, la Platea fori, era circondata da case e da una sola chiesa, imponente. C’era il palazzo episcopale, le abitazioni dei nobili, dei potenti e l’arco sotto il quale si annunciavano gli editti pubblici.

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La Cattedrale di Terracina

 

Tommaso salì le scale ripide con calma. Attraversò il porticato esterno ed entrò nella chiesa. S’inginocchiò su un banco di legno a pregare. Sembrava che dormisse. Certamente la preghiera lo rilassava e lo preoccupava. Non pensò a Dio, in quel momento, ma a ciò che stavano combinando in terra i suoi ministri. Il mondo cristiano si riuniva. Ortodossi e cattolici avrebbero sottoscritto a Lione un atto di unificazione che umiliava decisamente i più deboli ortodossi. “Le cose fatte così, -  pensò - con forza e per forza, non durano mai troppo. E schiacciano chi vi si oppone.”. L’accordo politico conclusivo sarebbe stato redatto su un paradigma platonico da Agostiniani cattolici e Ortodossi. Lui era considerato aristotelico. Le Chiese si riunirono per sostenere e riconquistare Gerusalemme, cioè per sottrarre la città di Dio al controllo politico arabo. Lui aveva come riferimento scientifico uno studioso che era stato da poco tradotto dall’arabo, grazie alla colta disponibilità di Averroé. Arabo. Infine, lui era decisamente contrario alla legittimazione del potere da parte di Dio. Era un fermo sostenitore della modernità politica che sussurrava all’orecchio degli intellettuali. Credeva anche Lui, come pochi altri, che il potere non poteva che essere legittimato dal popolo. Il rischio di un intervento risolutore della “Provvidenza Divina” era quasi una certezza. Il mondo Cristiano si univa. I Cattolici schiacciavano gli ortodossi. I platonici agostiniani escludevano gli aristotelici domenicani. Era un palazzo di unità le cui fondamenta poggiavano sulla labile terra delle paludi di Terracina. Un acquitrino politico che non avrebbe retto nulla. La paura gli stava mordendo ancora lo stomaco. Si alzò e si recò, per cena, al Monastero dei Domenicani.

Mentre si recavano al Monastero dei fratelli Domenicani, Tommaso disse a Reginaldo che in realtà, lo scontro tra Lui e Bonaventura di Bagnoreggio riproduceva gli schieramenti che da sempre avevano diviso la filosofia. La differenza tra Parmenide ed Eraclito, tra Platone e Aristotele, Patristica e Scolastica, l’essenza delle cose e la loro esistenza. Per Agostino prima e per Bonaventura poi, forma ante rem, l’essenza viene prima dei fenomeni ed è nella mente di Dio; per lui, Tommaso, da solo, rem ante forma, l’esistenza delle cose, le regole dei fenomeni mostrano il pensiero di Dio. Uno scontro che si ripeteva sempre uguale a se stesso, per tutta l’intera storia della filosofia.

Arrivarono nel Monastero dei Domenicani di Terracina. Tommaso fu accolto con gioia ed eccitazione; ma anche con risentimento. Quel Monastero era un vero e proprio avamposto. I domenicani erano molto numerosi e potenti nel Regno delle due Sicilie, a Napoli. Oltre confine, immediatamente oltre confine, a Terracina, in territorio agostiniano, erano in un vero e proprio avamposto politico - militante. I monaci si sentivano in prima linea ed erano dispiaciuti che il loro riferimento teologico, quando frequentava queste zone, fosse ospite nella Abbazia di Fossanova, addirittura con una cella riservata unicamente a Lui, e non avesse residenza sulla trincea del fronte a Terracina.

Durante la cena i frati domenicani continuarono a lamentarsi con Tommaso. È vero che l’Amministrazione Comunale donava ogni anno, il primo settembre, 40 lire agli ordini domenicani e francescani. Vero era che molte terre erano state donate al Monastero per permettere un autonomo sostentamento che non gravasse sul patrimonio pubblico[31]. Però, il protettorato della loro vita da parte dei Francescani e specificamente del vescovo Francesco, era una stretta troppo soffocante sulla loro fede e sulla loro preghiera. Negli ultimi anni poi il controllo si era notevolmente accentuato. I frati domenicani temevano addirittura di essere seguiti, pedinati e osservati nelle loro relazioni con la città. Qualcuno sosteneva che i loro nomi erano addirittura finiti in una bella lista di proscrizione, appositamente scritta in rigido rigore alfabetico per annullare ogni ordine, grado e funzione. Questo sospetto si sommò agli altri. Se ne avesse avuto ancora bisogno, Tommaso ebbe conferma dei suoi dubbi. Anzi, i suoi timori, le sue preoccupate ipotesi, si erano definitivamente tramutate in convinzioni. Aveva bisogno di qualche prova. Preso dal vino che scioglieva la stanchezza e abbassava i freni inibitori, il Maestro della Chiesa si liberò e, a tavola, raccontò tutto ai suoi fratelli.

Li esortò a restare calmi, perché – disse – il periodo era difficile, preoccupante, e bisognava assolutamente evitare qualsiasi provocazione. Raccontò loro delle sentenze contro di Lui emesse 3 anni prima dall’Arcivescovo di Parigi in rappresentanza del potere conservatore della Chiesa. Descrisse la costante radicalizzazione dei rapporti tra Napoli aristotelica e Parigi platonica; e quanto avesse disturbato il potere burocratico della Chiesa la sua scelta di aprire la prima scuola del pensiero tomistico e della scolastica a Napoli.  Confessò i suoi rapporti di protezione e sostegno economico con Carlo d’Angiò, che lo aveva salvato dagli intrighi terribili e minacciosi dei sobborghi pretigni di Parigi, con una cattedra universitaria, addirittura la direzione scientifica di una intera facoltà e un lauto contributo economico mensile. Spiegò nel dettaglio i simbolismi della comunicazione cattolica, specie quelli relativi al secondo Concilio di Lione. Quei simboli dicevano che da Lione, qualche mese dopo, i domenicani aristotelici sarebbero stati totalmente banditi. Il programma del Concilio diceva che non si poteva parlare, non si poteva discutere, si poteva soltanto approvare un accordo preconfezionato di unità tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Ortodossa, per sostenere e organizzare una spedizione verso Gerusalemme. Questo Concilio al silenziatore era stato così organizzato proprio per evitare l’impatto degli aristotelici, considerati nella mentalità comune seguaci di un pensiero arabo. Tommaso, per sfatare questo pregiudizio, aveva dovuto scrivere addirittura un trattato contro Averroè, traduttore di Aristotele. Le due Chiese che avrebbero sottoscritto l’accordo, con grave discapito e subalternità della Chiesa Ortodossa, avevano entrambe un’impostazione platonica, una teologia con gli identici presupposti interpretativi.

Loro tutti, i domenicani, erano a rischio e Lui, Tommaso, più a rischio di tutti. Svelò allora di essere venuto a Terracina con la scusa del porto e delle sue invadenti dune di sabbia. In realtà era venuto a constatare, in ambiente profondamente platonico-agostiniano, al confine con gli aristotelici–domenicani di Napoli, dove ogni emozione trapela e i desiderata politici si mostrano nella loro banale volgarità, era venuto per saggiare il tasso di ostilità e cogliere i segni di una eventuale vendetta programmata. La condanna era già stata emessa, ma non fu mai emanata. Ora poteva esserci l’esecuzione. Per evitarla bisognava scoprirla e denunciarla. Vedere Francesco, il vescovo formatosi proprio a Terracina nel Monastero dei francescani e molto ben introdotto nell’establishment ecclesiastico, era una esigenza tattica prima di intraprendere il viaggio più pericoloso della sua vita. Aveva 49 anni. Disse tutto. Reginaldo, sconcertato, come al solito finse di sapere, finse di essere perfettamente informato e partecipe degli intimi pensieri del Maestro. Dentro di sé però fu deluso e innervosito per non essere riuscito a cogliere la situazione generale e le preoccupazioni di Tommaso. In ogni caso ora capiva davvero perché il teologo aveva interrotto la sua opera principale poco prima che fosse definitivamente terminata. Per opportunità. Forse semplicemente per paura. Almeno tutto era comprensibile, fors’anche giustificabile.

Tommaso percepì l’imbarazzo e la generale preoccupazione. Invitò tutti a pregare. Un atto ascetico in genere aiuta a sopportare il martirio. L’accordo che sarebbe stato sottoscritto a Lione era costruito teologicamente in modo molto rigido. La Chiesa Greco-Ortodossa aveva edificato la sua teologia sull’impossibilità da parte della ragione umana di comprendere i due aspetti di Dio, quello del creato e quello dell’increato. Allo stesso modo Platone aveva posizionato fuori della conoscenza e dalla ragione ciò che non era conoscibile e ciò che non era comprensibile. Questa base teologica era la stessa degli agostiniani ed era l’unica su cui si sarebbe potuto redigere un accordo politico minimamente efficace e resistente almeno fino alla conquista di Gerusalemme. La scolastica era impostata in modo totalmente opposto, cercava di conciliare il pensiero razionale e, al limite, scientifico, con quello religioso, sulla base dell’impostazione di Aristotele. Tommaso era diverso. Egli voleva teologizzare l’epistemologia piuttosto che epistemologizzare la teologia. La maggior parte dei teologi cattolici e dei politici della Chiesa però non lo avevano capito. Quindi, rispetto a quanto storicamente stava avvenendo, la presenza di Tommaso a Lione poteva essere un elemento di disturbo, piuttosto, una vera e propria minaccia, un rischio, addirittura, un vero e proprio insulto. Per evitare l’imbarazzo la Chiesa aveva soltanto due possibilità: nominare Tommaso cardinale, incorporando l’obiezione e annullandola, o nasconderla, tacitando l’ordine uccidendone la voce. Scelse la più semplice, la seconda.

Tommaso era convinto che a Terracina, il vescovo Francesco gli avrebbe involontariamente svelato il rischio che correva, gli avrebbe fatto davvero capire se la sua vita fosse stata ormai affidata alla “Provvidenza Divina”; se, il compito di eliminarlo definitivamente come pericolo, fosse già stato affidato a qualche interprete della volontà di Dio. Ignorava, l’ingenuo Tommaso, che Francesco era la Provvidenza Divina già incaricata.

Dopo cena i frati domenicani godettero di una messa celebrata dal Beato Tommaso e andarono a dormire. Tommaso e Reginaldo, con loro, riposarono al Monastero. Gli effluvi alcolici del vino di Terracina fecero da farmaco soporifero. I due crollarono nel sonno.

 

5 marzo del 1274

 

I

 

 

frati, di ogni ordine e grado, sono soliti alzarsi all’alba.

Senza l’energia elettrica che illumina il nostro mondo, i ritmi della vita nel basso medioevo erano scanditi dalla luce del sole, di cui non bisognava perdere nemmeno un attimo. Così i frati si alzavano che ancora era notte in modo da trovarsi già pronti all’alba. Tommaso, rimasto intronato dal vino, si rigenerò con uno spruzzo di acqua gelida in viso, quasi lo schiaffo di onda in faccia e fu presto pronto a celebrare una seconda messa, prima del mattino.

Seguì, come dalle suore Clarisse, una ricca colazione a base di pane, prodotto al monastero, e particolari marmellate composte da frutti raccolti sulla montagna. Erano gli stessi frutti piccoli simili a lamponi, tipici per il loro aroma, ma questa volta più verdi e non troppo dolci. Finita la colazione tutti assistettero alla messa celebrata per cortesia da Reginaldo. Il sole sorse. I frati ricominciarono il loro lavoro quotidiano nei campi. I due ospiti tornarono all’episcopio.

L’episcopium di Terracia, cioè la residenza del vescovo e della sua curia, era situato vicino alla Cattedrale di San Cesareo, in costruzione, sulla piazza, al centro della città, nel cuore del potere politico. Nella fossa dei leoni.

Tornando verso il centro Tommaso vide che la città si svegliava ed era stranamente operosa. Terracina era nota per la sua indolenza, per la sua pigrizia oziosa. Invece, improvvisamente, gli parve una città attiva, pronta alla espansione e alle ristrutturazioni, alle nuove edificazioni. Nella seconda metà del XIII secolo gli parve di essere agli esordi di un nuovo periodo di sviluppo e di crescita. Non sbagliò. Gli anni che vanno dal XIII al XIV secolo furono gli anni del più grande fervore espansivo della città. Era quello il secondo periodo, dopo l’epoca romana, in cui ci si impegnava a riorganizzare davvero i 400 kmq. di territorio: con le solite ricostruzioni, certo, ma anche con una nuova estensione urbanistica oltre le mura.

Sotto la gradinata della Cattedrale, poco prima costruita e installata sulla piazza, c’era una piccola folla impegata in commerci di nulla e inutili ciance.

Tommaso salì alle stanze del Vescovo e aspettò per molto tempo fuori dal suo ufficio prima di essere ricevuto. Movimento non c’era. I segretari erano poco indaffarati. Tommaso considerò il ritardo come un primo messaggio, diretto e chiaro. Ciònonostante non ci volle credere. Tutto questo gli sembrava improbabile. Esagerato. Un equivoco aveva indotto una catastrofe. Aspettò calmo, ma non sereno. Spinse Reginaldo ad andare a preparare il viaggio di ritorno, prevedendo un incontro rapido. Forse poteva essere a Fossanova già per ora di pranzo.

Dovette aspettare ancora, finchè non fu chiamato per essere ricevuto. Il vescovo stava in piedi tra la scrivania e la finestra. Guardava fuori. La stanza non era grande. Anzi era piccola. Chissà perché ognuno immagina il potere disteso in stanze enormi, quando invece può essere concentrato (e maggiormente controllabile) in spazi minimi.  C’era una croce lunga, alta e dorata. Al lato opposto alla figura del vescovo c’erano le bandiere dello Stato Pontificio. Il rosso porpora cardinalizio era decisamente dominante. Era il colore delle pareti e quello della tonaca vescovile. Quasi si confondevano. Il volto e le mani bianche del prelato sembravano uscire dal muro. La scrivania con 3 sedie era di legno scuro e, nell’angolo a destra della porta d’ingresso, un divanetto con due poltrone gialle. Tommaso salutò Sua Eminenza con un inchino proteso a baciare l’anello del potere. Francesco lo prese per un braccio e lo alzò. Tommaso era sempre un teologo di gran fama, noto a livello internazionale, in tutto il dominio fisico e cognitivo della Chiesa. Francesco era un personaggio austero, esperto delle dinamiche di potere, figlio di una famiglia importante e nota. Il fatto che un sacerdote fosse vescovo nel suo stesso comune era una prova di forza indiscutibile. Tommaso ricordò, come tutti sapevano e Francesco spesso ostentava, che il suo trasferimento da Bitetto a Terracina era stato possibile soltanto grazie all’intervento del Cardinale Giordano, decisamente influente sul Papa[32]. Conosceva il potere, le sue espressioni e le sue dinamiche. Si sedettero sul divano laterale, simbolo certo di un atteggiamento confidenziale e amichevole da parte del vescovo.

Tommaso esordì con le dune di sabbia nel porto che ne ostruivano la piena funzionalità. Disse di essere stato mandato dal Potestà Annibaldo che aveva dato la sua disponibilità a patto di un identico consenso della curia. Finì con l’affermazione involontariamente polemica, che quelle dune gialle rovinavano il colore del mare azzurro voluto da Dio.

Francesco guardò Tommaso in silenzio e gli pose una questione teologica centrale:

Come ha voluto il mare, - disse – Dio avrà voluto anche le dune di sabbia”.

Tommaso capì il senso profondo dell’affermazione agostiniana del vescovo: Dio è l’essenza di ogni cosa esistente e quindi anche delle dune.

A quel punto il teologo non poteva fare a meno di accettare la sfida. Se l’avesse rifiutata sarebbe apparsa come evidente piaggeria. Se lo avesse fatto male, con l’astio che gli usciva spontaneo, sarebbe stato conflitto. Cercò una formula accettabile:

 “Le dune non sono una regola della natura voluta da Dio. – rispose – Sono l’effetto della costruzione del porto, un artificio umano, un’opera non rispettosa della regola divina del mare. Nel bene e nel male, le cose esistenti mostrano sempre la volontà di Dio”.

Il vescovo chiuse il gioco teorico:

le cose che si mostrano sono la volontà di Dio. Non ha ricevuto il Cantico dei Cantici in omaggio? Perfino la massima espressione della umana passione, l’amore carnale, è nella Bibbia perché è volontà di Dio”.

Ecco svelato il mistero del testo. L’indizio prende la forma di un concetto.

Tommaso sentì un tonfo tra il cuore e lo stomaco. Avrebbe potuto distruggere il vescovo banale con una miriade di esemplificazioni e argomenti teologici sofisticati, a partire dal Paradiso Terrestre. Non fu lucido. I suoi fratelli domenicani avevano perfettamente ragione. Le loro non erano illazioni vittimistiche. Venivano tutti effettivamente controllati. Il vescovo glielo stava dicendo impudentemente, senza nessuna mediazione, facendo pesare la sua superiorità e la sua forza. Arrivò istantaneo e inatteso come un pugno. Era il secondo messaggio, molto più chiaro e diretto.

Tommaso tacque non rispose, lasciando al potere l’assoluta illusione d’intelligenza da poter ostentare in pubblico, nella stupida rappresentazione del proprio ardire apparentemente vittorioso.

Seguì un silenzio irrisorio, opportuno e imbarazzante.

Sua Eminenza Francesco, vescovo della diocesi unificata di Terracina, Sezze e Priverno, dall’alto della sua potenza e del suo potere, certo del suo argomento lapidario e assolutamente risolutivo, rassicurò Tommaso per il suo interessamento. Avrebbe parlato con Annibaldo e si sarebbe avvalso della sua nota competenza. Annibaldo era conosciuto, infatti, per la sua esperienza a grandi sommovimenti di terra. Tommaso accolse la disponibilità come una nobile concessione ad uno sconfitto. Ignorava invece che si trattava del volgare inganno a un condannato. Si finse battuto per ottenere quella concessione. Era convinto che se l’alto prelato avesse accordato i lavori, Lui aveva a disposizione ulteriore futuro di vita; perché un impegno rappresentava un nuovo appuntamento. Il vescovo decisamente inetto in teologia, era tuttavia espertissimo in teocrazia. Semplicemente mentì. Il male è davvero banale.

Francesco congedò Tommaso invitandolo cordialmente a cena.

Il viaggio di rientro all’Abbazia di Fossanova fu dunque spostato. Tommaso aveva bisogno di ulteriori informazioni per capire se andare a Lione rischiando o tornare più prudentemente a Napoli. Forse la cena sarebbe stata una occasione in più per capire meglio la situazione e la minaccia alla sua vita. Comunicò a Reginaldo il cambio di programma e rimasero una notte ancora a Terracina.

Pranzarono, pregarono, aspettarono la sera.

Tommaso rimase da solo a pensare. Reginaldo passò il pomeriggio con i canonici dell’episcopio, che in quel periodo erano tanti, addirittura più di 16, cosa che indicava l’importanza che le gerarchie ecclesiastiche attribuivano alla diocesi. Reginaldo parlò con loro. Si conobbero. Tutti venivano dal circuito dei francescani. Il controllo e la selezione erano rigidi. Molti erano figli della nobiltà locale che si erano rafforzati con una prima esperienza in un’altra diocesi e poi erano stati riportati a casa a curare gli interessi della famiglia presso la Santa Sede.

Il riposo pomeridiano durò per Tommaso un po’ più a lungo e la sera arrivò presto, finchè qualcuno lo avvisò che la cena era pronta. Lo accompagnarono in una stanza evidentemente riservata ai pranzi di rappresentanza. Il vescovo non c’era ancora. Tommaso restò in piedi ad aspettare. Il tavolo, elegantemente apparecchiato ma non appariscente né sfarzoso, non era molto grande, indice di un luogo destinato a poche riservate persone. Francesco entrò subito da un’altra porta. Si riconobbero. Si salutarono e sedettero. Erano lì, uno di qua e uno di là del tavolo, divisi da poche cose, da piatti, posate e caraffe di pregio. Le portate sarebbero arrivate una alla volta, calde, dalla cucina. Uno di qua e l’altro di là dal tavolo. Due pezzi opposti del solo complesso dipinto della Chiesa Cattolica: da un lato, un potere nel mondo e sugli uomini in rappresentanza di Dio; dall’altro la rappresentazione di Dio per uomini con il loro potere sul mondo.

Il vescovo di Terracina, che avrebbe certamente incontrato il papa e i suoi cardinali amici a Lione, chiese a Tommaso dei suoi programmi. Tutti sapevano che il teologo si trovava in un punto cieco: obbedire all’invito di Gregorio X di presenziare in silenzio al Concilio, accettando un accordo su un presupposto teologico opposto al suo, o declinare l’invito e togliere il disturbo tornando alla sua scuola napoletana. Per il fatto che Tommaso si era messo in viaggio, era chiaro a tutti che aveva scelto l’obbedienza, ma non era certo che avrebbe mantenuto il silenzio. Però, un ripensamento poteva sempre avvenire e Francesco volle avere qualche certezza. Tommaso sbagliò. Credendo di far cosa gradita, disse che sarebbe partito dopo qualche giorno da Fossanova, nel rispetto dei richiami di Santa Madre Chiesa. Intendeva trasmettere la sua fedeltà e ridurre in questo modo la preoccupazione del dissenso. Cercava una tolleranza politica a una contestazione teologica. Avevano mangiato una carne di bufala molto tenera e tipica dell’entroterra montano e una minestra calda che a Terracina era molto usuale. Continuarono a bere moscato, ben strutturato, adatto a macinare nello stomaco cibi pesanti. Improvvisamente portarono delle aringhe. “Queste sono state affumicate a Pozzuoli. – disse il vescovo – Arrivate oggi stesso da Salerno con un’imbarcazione che, a causa delle dune, ha avuto molta difficoltà di attracco.” Anche questa era una frase sibillina. Emessa innocentemente senza dietrologia? Oppure Francesco era stato prontamente informato da Annibaldo della sua presenza al Castello di Maenza, perfino nei dettagli del cibo? E perché proprio i dettagli del cibo? A che pro? O forse il vescovo aveva una sua spia che lo informava con meticolosa minuzia anche nella casa di Annibaldo e di sua nipote? Quest’ultima ipotesi, conoscendo la Chiesa, gli sembrava più probabile. Era il particolare intelligence cattolico in cui, ogni volta che si dava una informazione si faceva una specie di confessione e ogni volta che si faceva una confessione si dava una informazione.

Comunque, Tommaso, che più frequentemente di tutti commetteva il peccato di gola, si gettò sulle aringhe e le mangiò con gusto, quasi con voracità. Le aringhe erano affumicate benissimo ma salate. Quel vino moscato così particolare era un perfetto, dissetante. Mangiò e bevve fino alla fine, fino al punto di non essere in grado di tenere alcuna conversazione forbita. Riuscì a non essere mai sgradevole. Non fu mai sgarbato. Rispose automaticamente sempre con cordialità a domande che non riusciva a capire e talvolta nemmeno a sentire. Portarono dolce e frutta e conclusero la serata. Tutto poi si svolse con impressionante rapidità. Si salutarono dandosi appuntamento a Lione e Tommaso si trovò, senza sapere come, spogliato e disteso, pronto a dormire. Forse aveva fatto tutto Reginaldo, pensò e sprofondò in un sonno innaturale.

La notte fu drammatica. Fitte atroci allo stomaco e conati acidi di vomito represso si susseguirono. Sentiva tutto il corpo scisso e pesante. Le gambe doloranti, fredde e una diffusa profonda stanchezza. Attribuì la responsabilità della sua intossicazione al buon vino maledetto e alle maledettamente buone aringhe. Soffrì tutta la notte.

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Preghiera notturna

 

6 marzo del 1274

 

A

 

ll’alba Reginaldo si presentò con don Pietro, un medico canonico che, con qualche miracoloso ungento, lo mise in piedi.

Don Pietro di Monte San Giovanni era cugino di Tommaso. Vista la violenta e polemica esperienza con i parenti ambiziosi, forse l’Aquinate avrebbe dovuto sospettare di più; ma Don Pietro di Monte San Giovanni era giudicato un buon uomo. Un po’ bigotto, però ci stava. Un fratello ansioso di essere accettato dai più noti parenti d’Aquino, desideroso di occupare in famiglia, il posto della rappresentanza, della forza e del potere lasciato libero dal teologo. Aveva tentato di esaudire le aspettative generali di conquista del mondo da parte di una parentela diffusa in diversi comuni, apparentemente unita, reciprocamente rispettosa, con enfasi ed ipocrisia, e, dunque, proprio per questo luogo di inganni ed intrighi. Tommaso ne aveva combattuto con decisione e fermezza, con abilità, alcuni. In una occasione, ad esempio, quando fu sequestrato dai fratelli, dopo essere stato inutilmente percosso con dura impudenza, gli furono mandate le sorelle amate per convincerlo alla carriera ecclesiastica con la ingannevole dolcezza della persuasione. Il frate che invece aveva scelto l’ordine dei mendicanti e che, allora, sembrava più un vagabondo che un prelato, fu talmente convincente e affascinante che una delle sorelle, uscita dal lungo colloquio con Lui, si fece suora.

Don Pietro di Monte San Giovanni s’illudeva di poter arginare e, in qualche modo, asservire la potenza del beato nel regno dei cieli, con il potere in terra desiderato da parenti e amici che, proprio per la loro smodata pretesa, non avrebbero mai ottenuto. Tuttavia, Don Pietro non era considerato cattivo e nemmeno astioso. Era risentito, piuttosto. Risentito in ogni momento della sua vita: per non aver ricevuto le considerazioni ritenute dovute; per non aver saputo scrivere nemmeno un appunto, mai, che d’altrode considerava insignificante e inutile al fine della sua forza e dell’astuzia ostentata; per non essere nato ricco e potente; per non sentirsi accettato, accolto; per non essere nato figlio noto. Tommaso ne capiva i difetti, ma gli voleva ugualmente bene. Non si stupì di trovarlo a Terracina. Per far carriera bisognava opportunamente iscriversi agli agostiniani, per rispettare i rituali della tradizione e i riti del successo. Non ricordava bene se Don Pietro avesse aderito ai francescani o ai benedettini. Poco importava però in quello stato di prostrazione fisica. Ciò che ignorava del tutto erano le competenze mediche acquisite dal cugino presumibilmente imparate in tanti anni di rara frequentazione. Era comunque encomiabile che, oltre ad una puntigliosa e aspra attenzione al potere mondano, il frate avesse sviluppato una competenza infiermeristica. In fondo, pensò Tommaso, Pietro è un brav’uomo, come tanti condizionato dalle maleducazioni del potere e dall’ansia di prestazione. Più che dal coraggio della conquista era schiacciato dalla paura della sconfitta. Era permanentemente in lotta con se stesso per ottenere dal mondo un riconoscimento di conferma. Non era diverso da altri. In tanti occupavano il mondo cercando ciò che non sapevano trovare in se stessi. Ora come allora, questi uomini buoni, padri di famiglia, fedeli devoti, esperti professionisti, cittadini modello, mistici, ascetici e sacerdoti accoglienti, sono il terrore dell’umanità. Stuprano donne e bambini e predicano la verginità della Madonna.

A Tommaso parve che perfino la sua sincera fede non fosse tanto diversa. Molto più nobile ed elegante nei modi, certo; ma nei contenuti, in fondo in fondo, Lui pure cercava fuori di sé, in Dio, ciò che non sapeva trovare in sé. Aveva compiuto uno sforzo teorico notevole per giustificare l’autonomia della natura, un’autonomia non libera ma liberata dalle regole di Dio che la scienza poteva e sapeva svelare. Evangelizzare l’epistemologia significava che laddove la regola scientifica fosse in disaccordo con le profezie, era la religione ad avere supremazia. La religione prima della scienza ma non senza di essa. Una evangelizzazione travolgente in cui la forza religiosa della conoscenza era dettata dal fatto che la scienza era considerata soltanto uno strumento per svelare la volontà di Dio. Aveva compiuto tutto questo sforzo teorico notevole, per fermarsi al semplice schema logico del motore immobile aristotelico. Tutte e 5 le sue prove dell’esistenza di Dio, in realtà, non erano altro che una riedizione della sola banale concezione del motore immobile di Aristotele.

Anche Lui dunque era come Pietro e come tanti: aveva cercato di utilizzare le cose del mondo per essere accettato, addirittura per essere accolto dal padre che non aveva mai avuto. Un padre che, ogni volta che c’era, lo aveva contestato per le sue debolezze, puntutamente, come Dio, che usa la sua assenza o la miseria della sua punizione, per condannare le miserie degli umani.

Tommaso non poteva fidarsi di se stesso. Forse non poteva fidarsi nemmeno di Pietro, ma fu costretto dalla spossatezza della malattia, ad affidarsi.

Partirono comunque per Fossanova.

Le prove della esistenza di Dio di Tommaso d’Aquino

 

Insieme pensarono che camminare avrebbe fatto bene al malato, almeno a smaltire i fumi dell’alcool e a riacquistare la forza svanita. Quindi si misero in viaggio, appena pronto Reginaldo con i pochi bagagli, per l’Abbazia di Fossanova. Il vescovo dispose che lo accompagnasse il medico finchè non si fosse ristabilito. In tre s’incamminarono lungo la strada pedemontana che passava da Sonnino, che era più ripida ma più breve. Dopo una lunga salita, si sarebbe scesi presto, direttamente sul borgo del beato Stefano.

fossanova

Abbazia di Fossanova

 

Tommaso però non recuperò affatto. Fece quella strada di montagna con enorme fatica. Sudava. Colava di sudore. Era sempre più debole e doveva fermarsi spesso. Ad ogni sosta il medico lo rimpinzava di qualche medicamento strano, che lo ricaricava per un breve tratto e poi lo sprofondava sempre di più nel buio irriflessivo della impotenza. Fecero piano ed entrarono nel borgo di Fossanova, pausa dopo pausa, ansimando, con fatica, praticamente trascinando Tommaso, nel tardo pomeriggio.

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Borgo di Fossanova

 

Di fronte alla chiesa al centro del monastero, sulle scale Tommaso si abbandonò esausto. Disteso, da sotto, si stupì della grandezza del rosone, che ora gli parve, diversamente dal solito, di enorme proporzione. Reginaldo lo teneva con la testa alzata. Il canonico medico gli asciugava l’eccessivo sudore. La medicina ebbe il solito provvisorio effetto benefico. Tommaso si rianimò e, lentamente, si rimise in piedi. Arrivò, sorretto da Reginaldo e Don Pietro, in un piccolo chiostro in cui si celebrava la messa. Tommaso assistette con calma. Durante il rito religioso, conquistò l’altare e salì pian piano alcuni gradini di marmo. La morte era lì, si avvicinava inarrestabile. Dal pulpito oratorio di legno scuro Tommaso fece esplodere tutta la sua ira:

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Interno Abbazia di Fossanova

 

Dove siete, rospi che uscite gonfi con l’acqua di notte, che non avete mai scritto un rigo contro di me, per paura, pavidi, per ipocrisia? Vi ho inutilmente aspettato in una discussione, atteso l’orazione che alzasse i toni, per deridervi in un dibattito, per umiliarvi in un confronto. Mi siete invece sfuggiti, sguscianti come serpi, come le anguille di queste paludi. Siete rimasti acquattati dietro i sassi dell’ingiuria, in attesa della conveniente ora per saltare allo scoperto. In attesa di questa ora in cui si consuma la vostra condanna e la mia punizione. L’ora in cui sono avvelenato è l’unica ora in cui potete osare. Rospi gonfi di acqua piovana e malaria, popolazione dell’umido clima del secondo Concilio di Lione. Ora uscite per strada. Io sono cristiano, ho vissuto la bellezza della relazione d’amore che Cristo ci ha insegnato, fino in fondo, senza riti. Ho contrastato i desideri di potere ecclesiastico della mia famiglia per seguire la strada di Dio, quella della conoscenza, dell’equilibrio e della misericordia. Voi siete i veri pagani, invece, con le vostre putrefatte ritualità, vuoti, con le vostre occasionali carriere, con i calcoli e le opportinità. Voi che, per aver ragione, condannate alla morte la ragione”.

Barcollò. Reginaldo lo resse. Fece una piccola pausa e bevve un sorso d’acqua. Guardò la platea che stava in silenzio. Sapevano che forse era quella la sua ultima orazione.  

«Dio mio - disse- «le tue tenerezze sono più dolci del vino»[33]. Nessuno ha saputo mai accogliermi meglio, nemmeno in quest’ora estrema, quindi ancora «Attirami dietro a te, corriamo!»[34]. Tu mi hai dato la ragione per cercare di comprenderTi, di vedere Te attraverso il creato e non, più volgarmente, il creato attraverso Te. Se tutto ciò che esiste sei Tu, Signore, io non ho la forza di essere, di scegliere cosa essere. Ma se io posso scorgere la tua essenza attraverso l’esistenza delle cose, posso davvero sapere chi sono, scegliere chi essere. Questo è stato il grande dono che la Tua Chiesa non ha compreso, ma che sarà costretta prima o poi ad ammettere. Tu mi hai donato la sopravvivenza, nonostante la loro condanna, ed io Ti ho rispettato, Ti ho risarcito per quel che ho potuto, per quel che ho saputo con la parola scritta e predicata. Con la mia stessa vita. Loro non saranno ciechi per sempre. Un giorno certo vedranno le regole della natura che Tu hai donato al mondo e sapranno «dove vai a pascolare il gregge, dove lo fai riposare al meriggio»[35] e non saranno più, come vagabondi vagamente attratti da altri greggi, da altre false divinità. Se «il re è nel suo recinto»[36], se il potere, con i suoi intrighi di cronaca, è chiuso in se stesso, noi potremo godere il profumo della conoscenza, di «quel sacchetto di mirra»[37] che riposa nella nostra anima. E avrò Te, Dio mio, a sorreggermi, con il Tuo braccio sinistro «sotto il mio capo», cioè in grado di sostenere la mia logica, e il braccio destro che «mi abbraccia», cioè in grado di accogliere con benevolenza ogni emozione[38]. Adesso, in questo preciso istante, o Signore, davanti a questi tuoi fedeli, fammi sentire la Tua voce, che «viene saltando per i monti, balzando per le colline», questa Tua voce soave senza la quale ho paura[39].

Barcollò ancora. Ancora Reginaldo lo resse. Bevve ancora un sorso d’acqua per continuare ancora. Per concludere.

Temo i lupi crudeli che aspettano il momento delle nostre tenebre per dilaniare il gregge: non hanno forza nella luce del giorno e per questo agognano l’oscurità. Temo i ladri e i delinquenti, che scalano le mura, e rubano e saccheggiano senza pudore e vergogna. Temo la porta postica, che, distratti, spesso lasciamo aperta e allora il brigante entra come fosse uno di casa e poi diventa lui il padrone. Temo ormai anche i cani, che sono diventati essi stessi pastori e che alla nobile arte della pastorizia altro contributo non hanno saputo apportare che l’avidità; ma – osservali bene – essi sono diventati pastori con la violenza e, se non sono più cani, tuttavia non sono ancora, non saranno mai pastori[40]. Qualcuno lo interruppe. Tommaso non ascoltava più. Scese leggermente con sforzo come se si stesse afflosciando. Reginaldo si protese per prenderlo, ma il maestro si tirò su e continuò come se sapesse che poi avrebbe taciuto per sempre: “della mia solitudine volete sapere e non posso sottrarmi. Me ne andavo, un tempo lontano, per conto mio e finiva il giorno. Il mio cammino era una spiaggia, perché sempre così mi sono riposato e purificato: l’arco sempre teso prima o poi si spezza. Io, dunque, camminavo, anzi, erano i miei piedi che mi portavano, gli occhi erano rapiti dal mare. La visione non era dolce, forse lo era stata in altre stagioni, quando il mare è uno specchio luminoso e più quieto. Quello delle onde era un pacifico gioco, ed esse quasi immobili lambivano le arene della spiaggia. Ma ecco che qui, all’improvviso, si levò un veto grande, che chiamò a battaglia l’esercito dei flutti e delle onde.

Come accada vi è noto. Arrivano da lontano, da dove neppure erano visibili, e all’improvviso si sono già ingigantite coprendo quasi tutto l’orizzonte. A volte s’innalzano fino ad altitudini eccelse e poi precipitano nel fondo degli abissi, dove mulinano tra le sirti scavando nuove e misteriose voragini. Altre s’infrangono e muoiono contro gli scogli e diventano nuvole di polvere acquosa. Altre, placatesi, vengono a riva quasi a chiedere pace e perdono, e qualche volta ai puri di cuore capita che donino gusci di conchiglia: ma già un’altra onda rapace, che segue, la risucchia e trascina al largo. Solo le pietre rimangono immobili.[41]

Reginaldo sapeva che il suo Maestro si riferiva al recente viaggio a Terracina. Non ne coglieva tutti i simbolismi, ma sapeva benissimo che lui si sentiva come quell’onda che s’infrange sullo scoglio e muore, disperdendo nell’aria una nuvola leggera di polvere acquosa. Reginaldo lo sapeva; sapeva benissimo che, sebbene il suo corpo stesse precipitando nel profondo degli abissi e il suo animo era una onda piena di pace pronta a chiedere perdono concedendo la bellezza di piccoli pensieri sparsi come conchiglie, sapeva benissimo che il suo pensiero, la sua teologia epistemologica, la sua tomistica, era una pietra che sarebbe rimasta immobile dentro i marosi della Chiesa.

Tommaso si sporse con il grande corpo oltre il pulpito di legno che non aveva balaustra. Visto da dietro sembrava cadesse, ma di fronte sovrastava l’intera platea con un monito definitivo: “siamo nati in tempi nei quali conviene l’attesa e la pazienza, e rafforzare l’animo con l’esempio. Sull’avida rabbia, nella quale costoro, come scrive Lattanzio, s’illudono di un effimero potere che brucerà come paglia, terribile scenderà l’ira di Dio.[42]

Si fece di colpo indietro con il suo busto pesante, girò gli occhi in alto e svenne.

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Orazione di Tommaso d’Aquino ai frati

 

Di notte si svegliò leggermente. Era disteso sul suo giaciglio, nella sua cella, trasportato con fatica dai frati dell’Abbazia. C’era qualche candela accesa che serviva, più che per la luce, a coprire il malodore della malattia e della morte. Qualcuno pregava. Forse più di uno. La stanza gli sembrò enorme. Le pareti distanti. Tutto era esagerato. Sentiva la vita sfuggire dal corpo come se l’anima, di cui aveva tanto discusso, evaporasse pian piano. Non poteva parlare. Non si poteva muovere. Aveva qualche discepolo attorno. Era Socrate e, come Socrate, capì allora di essere stato avvelenato. Non poteva fare più niente. A Lione non sarebbe mai andato. La Provvidenza Divina era arrivata. Chiuse gli occhi.  

 

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Tommaso d’Aquino e gli Angeli

 

 “Padre mio,

cosa posso dire in fondo a questa notte, in fondo a questa vita? Di tante parole usate in testi, discorsi, confessioni e preghiere, non me ne resta nessuna. Non ho concluso nemmeno il mio lavoro ed ora so che non ho più tempo. Tra poco sarò di fronte a Te. Aspetterò il tuo giudizio. Come sempre.

Io so cosa sei stato per me, ma cosa sono stato io per te?

È una domanda che tutti i figli nascondono nell’anfratto della loro coscienza. La nascondono per paura, perché temono un giudizio d’irrilevanza, d’indifferenza. Ogni figlio vorrebbe che il padre, creatore dell’universo, rispettasse e amasse quel poco che ha saputo fare, nel bene, nel male, generosamente, per essere amato. Ogni figlio inevitabilmente capisce che quel padre non esiste, è soltanto se stesso che si proietta in un mito, è soltanto un’approvazione infantile di sé che vorrebbe avere e che non sa ottenere, qualsiasi sforzo possa mai fare. La mia famiglia, i miei amici, i miei seguaci, perfino i miei amori, volevano da me un successo. Non per il potere. No. Per certificare di essere stati nel giusto, per annullare, con la loro supremazia, la paura di non essere, di non esserci nella storia, nel tempo, nella vita. Come sanguisughe sulla mia pelle volevano che li trasportassi comodamente nelle stanze del potere. Io li ho trasportati negli anfratti della fede, nei tuguri della potenza, nella miseria della conoscenza immortale. Ed ora che sono di fronte a te, padre mio, a te che hai generato la magnificenza dell’universo, mi rendo conto di quanto infantile è stato il nostro sforzo enorme per minimi risultati. Paglia, la mia vita fatta di parole e pensieri. Paglia le emozioni e le ragioni. Paglia pronta ad ardere negli schieramenti, questi depositi di mediocrità, che bruciano a ogni contestazione critica. Molte volte, con il fuoco acceso dalla paglia delle mie parole, ho arso chi, gonfio di una falsa scienza, ha voluto attaccare le tue dottrine che, come una eredità familiare, tu avevi lasciato a me, piene di tutti gli sforzi, dei tuoi dolori e delle tue debolezze. Quelle debolezze più di tutto ho difeso, perché erano mie, certo, ma anche perché in quelle debolezze, come nelle mie, Ti riconoscevo davvero. Padre mio, per difendere le nostre povertà contro un mondo aggressivo ho usato le mie umili mani, per scrivere, per sfidare gli altri, pieno di te, contro ogni nostro accusatore, rimproverandoli perché, parlando ai bambini ignari e agli incompetenti ingenui, potevano ingannarli in ogni modo, con ogni tono, con volatili e vacue illazioni. Gli ho chieso di scrivere i loro argomenti e, senza paura, forte di te, ho scritto i miei, affinchè fossero inequivocabili e, in qualche modo, immutabili. Avrebbero dovuto scrivere anche loro, se ne avessero avuto la forza, se avessero saputo osare.

L’ho fatto per Te.

L’ho fatto con Te.

L’ho fatto contro di Te.

Era Te che volevo bruciare.

Era Te che volevo sfidare.

Padre mio, Tu che non sei mai stato figlio, non sai che noi Ti adoriamo soltanto perché ciascuno porta dentro di sé il padre che vorrebbe essere. Noi Ti adoriamo perché vorremmo essere come Te e non possiamo. Anch’io avrei voluto essere Te, la semplice e banale capacità di vivere per sempre, nei secoli dei secoli, senza alcuna esigenza di posizionarsi nel tempo e nello spazio, senza necessariamente una storia. Avrei voluto essere Te ma questo non è stato ovviamente possibile. Tutta l’umanità vorrebbe essere Te e, per questo, non riesce a essere davvero se stessa. Se Tu ci amassi fino in fondo, però, dovresti permettercelo; dovresti annullarTi per farci essere ciò che siamo: ombra della storia, penombra della vita, piccoli, fragili, poveri e mortali, ma umani, naturalmente umani, umani che si perdono nel tempo che hanno inventato, soltanto umani che potrebbero migliorare se Tu non ci fossi. Ma ci sei e tra poco sarò al Tuo cospetto. Lo so. Sarà come adesso, come in questo preciso momento che sono al mio cospetto. Quando Tu giudicherai me, inevitabilmente io giudicherò Te. Inevitabilmente giudicherò sempre e soltanto me stesso.

 

7 marzo del 1274

 

M

 

 

orì.

Tommaso fu ucciso come Socrate, come Cristo, come Gandhi, come Martin Luther King, come tutti i grandi conservatori che, per preservare la propria identità, volevano cambiare il mondo. Come tutti loro Tommaso fu ucciso dalla irrefrenabile “forza di distruzione creatrice[43] della modernità. E come loro: come la morte di Socrate ha salvato la ricerca della conoscenza; la morte di Cristo ha salvato la ricerca della fede; la morte di Gandhi ha salvato la ricerca della pace; e la morte di Luther King ha salvato la ricerca della giustizia; la morte di Tommaso ha salvato la riceca scientifica dalla deriva fondamentalista della Chiesa unita.

 

 

Giorni successivi non datati

 

R

 

 

eginaldo tenne una orazione funebre.

Il monastero si chiuse in preghiera.

La notizia si diffuse con grave sconcerto dei domenicani e minori preoccupazioni per chi stava organizzando il secondo congresso di Lione.

Il vescovo della diocesi di Terracina, Priverno e Sezze, Francesco Cane, celebrò la messa funebre.  Fu un altro messaggio, postumo? Forse sì.

Il corpo di Tommaso fu smembrato, la testa di qua una mano di là, sottoforma di reliquia. Qualcuno sostiene, addirittura, che fu fatto bollire e scarnificato. Alla fine di un lungo e perglioso percorso, una parte delle ossa arrivarono alla chiesa di Avignone, dove furono seppellite senza nemmeno la certezza che fossero reali.

Sulla gestione del corpo di Tommaso dobbiamo soffermarci un attimo.

Per Tommaso “il corpo umano è materia proporzionata all’anima umana, in quanto sta ad essa come la potenza sta all’atto”; cioè, più precisamente l’anima umana è una forma che non viene completamente racchiusa e compresa dalla materia, “anima humana non est forma a materia totaliter comprehensa; quod patet ex hoc quod aliqua ejus operatio est supra materiam[44].

Che cosa significa?

Significa che l’anima supera il corpo, lo contiene intero e integro. Pertanto, l’anima non è scissa dalla materia. Tommaso afferma, infatti, che “i fantasmi, che sono gli oggetti dell’intelletto, senza il concorso degli organi corporei non possono esistere”. L’anima e il corpo non sono, come credeva Platone, il marinaio e la nave, perché altrimenti la morte li separerebbe. Per Tommaso il nocchiero è la nave e la nave prende la forma del nocchiero. L’anima prende la forma del corpo e il corpo è anche anima perché permette all’uomo di avere un pensiero. Così l’anima non può essere senza il corpo: “occorre perciò concludere che l’anima pur potendo sussistere per sé (per se potens subsistere) non è tale da formare una specie completa, ma entra nella specie umana come forma del corpo. Per questo si può dire che l’anima sia forma e sia sostanza (similiter est forma et hoc aliquid)”. In questo senso “l’anima umana è forma del corpo (est igitur anima humana forma corporis)”; in definitiva, quindi, “L’anima è ciò per cui il corpo umano possiede l’essere in atto e questo è proprio della forma”.[45] L’unione con il corpo “perfeziona accidentalmente anche l’anima[46].

Ora, l’interrogativo che abbiamo, dal punto di vista criminologico, è questo: conoscendo i pensieri di Tommaso, come mai la Chiesa e i Monaci del Monastero di Fossanova hanno praticamente smembrato il suo cadavere? Una mano di qua, la testa di là. Le ossa sparse e forse sostituite, fino a ritenere, senza averne certezza, che nella tomba di Tolosa non sono arrivate quelle vere, quelle appartenenti davvero al beato Tommaso.


L’arrivo dell’urna con le reliquie di San Tommaso d’Aquino a Tolosa il 28 gennaio 1369. Le reliquie sono accolte dal duca d’Angiò fratello del re di Francia e, raccontano le cronache dell’epoca, da 150.000 fedeli.
(Stampa di Otho Van Veen. - Aquino – collezione privata)

 

Come mai? Addirittura, c’è qualche versione che descrive il corpo del Maestro bollito e scarnificato: “[…] i monaci di Fossanova vigilarono con estrema cura il corpo di San Tommaso d’Acquino, morto nella loro abbazia l’anno 1274, e alcuni mesi dopo lo fecero bollire per separare le ossa dalla carne; poi staccarono la testa dal tronco per farla custodire a Priverno – la città più vicina – dove uomini armati vegliarono su di essa notte e giorno.”[47]

In ogni caso, l’integrità del corpo non fu rispettata e non lo fu immediatamente dopo la morte.

Perché?

Era quasi un messaggio indirizzato ai suoi seguaci. La morte non basta. La fine del corpo, necessaria per non disturbare gli accordi politici della Chiesa, non è sufficiente ad annullare Tommaso. Scomponendo il corpo con la scusa di distribuire reliquie, si annulla definitivamente il suo pensiero, la sua anima, la sua teologia. Almeno, nella presuntuosa illusione di ogni tiranno minore, si crede che basta cancellare per annullare.

Certo lo smembramento di quel corpo fu un messaggio molto preciso.


Il catafalco con il corpo dell’Aquinate riceve l’omaggio 
di confratelli e fedeli nella chiesa dell’abbazia di Fossanova. 
Stampa di Otho Van Veen. (Aquino – collezione privata)

 

Significava che la Chiesa s’impegnava a scomporre, pezzo a pezzo, l’intera Tomistica, un sistema di pensiero viceversa organico e omogeneo, compatto, per annullarla, addirittura, per frantumarla. Cominciarono dalla scissione dell’anima con il corpo, per fare di quell’anima un fantasma e, quindi, proprio secondo le ipotesi di Tommaso, un’entità inesistente.

Infatti, dopo 3 anni, l’arcivescono di Parigi, Ètienne Tempier, intimo degli apparati burocratici ecclesiasti, continuò ad emettere condanne. Questa volta una lista molto più lunga, di 290 proposizioni ereticali di cui almeno 20 riguardavano gli insegnamenti universitari di Tommaso d’Aquino.

Le proposizioni ereticali furono scritte prima.

Furono pubblicate il 7 marzo, il giorno della morte di Tommaso.

Anche questo è un messaggio.

 

 

 



[1] Gregorio I Magno, Moralia in Job, XX, 32,63, CCSL, 143 A, pag. 1049

[2] Gregorio I Magno, cit.

[3] Goffredo di Palearia, Legenda breve del beato Tommaso d’Aquino nel monastero del beato Stefano di Fossanova, in Pagliaroli Stefano, L’ultima cena di Tommaso d’Aquino, Selene, Latina, 2016.

[4] Rinaldi F., cit. 2006, pag. 81

[5] Goffredo di Palearia, cit., 2016.

[6] Goffredo di Palearia, cit., 2016

[7] Goffredo di Palearia, cit., 2016

[8] Goffredo di Palearia, cit., 2016

[9] Goffredo di Palearia, cit., 2016

[10] Goffredo di Palearia, cit. 2016, pag. 25

[11] Goffredo di Palearia, cit., 2016

[12] Goffredo di Palearia, cit., 2016

[13] Goffredo di Palearia, cit., 2016

[14] Di Meo Alessandro, Annali Critico-Diplomatici del Regno di Napoli della Mezzana Età,

[15] Tomo Decimo, in Napoli MDCCCV, nella Stamperia Orsiniana, con licenzia de’ Supeirori, pp. 218 – 219.

[16]  Tommaso d’Aquino, Trattato sull’unità dell’intelletto contro gli averroisti, Firenze, Sansoni, 1938.

[17] Goffredo di Palearia, cit., 2016

[18] Goffredo di Palearia, cit., 2016

[19] Livio Tito, Storia di Roma, IV, LIX, Bologna 1965, pag. 164 “Anxur, l’attuale Terracina, era una città distesa sulla palude”.

[20] Tacito, Annali, IV, 2,3, Utet, Torino 1997, pag. 372

[21] Tacito, Storie, III, 57, 2, Utet, Torino 1997, pag. 329

[22] Caciorgna Maria Teresa, Una città di frontiera. Terracina nei secoli XI – XIV, Viella Editore, Roma 2008, pag 9. “Un aspetto che ho cercato di sottolineare è il carattere peculiare dell’assetto della proprietà del territorio di Terracina: l’enorme estensione delle terre comuni rispetto alla proprietà privata.

[23] Caciorgna M. T., cit. 2008, pag.  99: “la città dell’XI secolo si organizza mantenendo come punti di riferimento le chiese che, disposte lungo gli assi viari principali, Silex e viae publicae, disegnano uno spazio polarizzando il sistema insediativo”.

[24] Les Register d’Urbani IV, n. 352, pag. 269.

[25] Caciorgna M. T., cit. 2008, pag.  112

[26] Caciorgna M. T., cit. 2008, pag. 112

[27] Caciorgna M. T., cit. 2008, pag.  111

[28] Tommaso affermava che, laddove teologia ed epistemologia fossero in contraddizione, prevaleva in ogni caso la teologia

[29]  Di Gioia Elena, La Cattedrale di Terracina, Roma 1982, pag. 45 - 110

[30] Longo Pietro, Il Duomo di Terracina, De Cristofaro Editore, Roma

[31] In questo è evidente la connotazione tipica della proprietà nella vita di Terracina: non pubblico, non personale, ma collettiva.

[32] Les Register d’Urban IV, n.352, in Caciorgna M. T., cit. 2008, pag. 269

[33] Cantico dei Cantici, capitolo 1 [3]

[34] Cantico dei Cantici, capitolo 1 [4]

[35] Cantico dei Cantici, capitolo 1 [7]

[36] Cantico dei Cantici, capitolo 1[12]

[37] Cantico dei Cantici, capitolo 2 [14]

[38] Cantico dei Cantici, capitolo 2[6]. Faccio notare che ancora oggi per noi il cervello è diviso in due emisferi: quello destro del cervello rappresenta il luogo delle sensazioni, mentre quello sinistro il luogo della razionalità

[39] Cantico dei Cantici, capitolo 3 [13]

[40] Goffredo di Palearia, cit., 2016, pag. 36.

[41] Goffredo di Palearia, cit. 2016, pag. 36

[42] Goffredo di Palearia, cit. 2016, pag. 36

[43] Joseph Schumpeter sosteneva che il capitalismo è una immensa forza di distruzione creatrice. Schumpeter Joseph, Il capitalismo può sopravvivere? La distruzione creatrice, ETAS, Milano 2010.

[44]  T. D’Aquino, QDA, q. un., a. 1, ad 5.  Ibid, q. un., a. 1, ad 12. “quod intelligere est propria operatio animae, si consideretur principium a quo egreditur ab anima, mediante organo corporalis, sicut visio mediante oculo. Communicat tamen in ea corpus ex parte objecti; nam phantasmata, qua sunt obiecta intellectus, sine corporis organis esse non possunt”.

[45] Ibid, q. un, a. 1, resp. “Anima igitur est quo corpus humanum habet esse actu. Hujusmodi autem forma est. Est igitur anima humana corporis forma. Item si anima esset in corpore sicut nauta in navi, non daret speciem corpori, neque partibus ejus; cujus contrarium apparet ex hoc quod, recedente anima, singulae partes non retinent pristinum nomen nisi aequivoce. Dicitur enim oculus mortui aequivoce oculus, sicut pictus aut lapideus; et simile est de aliis partibus. Et praeterea si anima esset in corpore sicut nauta in navi, sequeretur quod unio animae et corporis esset accidentalis. Mors igitur, quae inducit eorum separationem, non esse corruptio substantialis; quod patet esse falsum. Relinquitur igitur quod anima est hoc aliquid, ut per se potens subsistere, non quasi habens in se completam speciem, sed quasi perficiens speciem humanam ut forma corporis; et sic similiter est forma et hoc aliquid”.

[46] Postigo Solana Elena, L’Anima in Tommaso d’Aquino, morte cerebrale e problemi di bioetica, Universidad Francisco de Vitoria, Madrid, Spain PUBLICATIONS 19

[47] Vauchez A., La santità nel Medioevo, Il Mulino, Bologna 1989, p. 431

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