1.1 Logos Tripolitikos.

Nel 399 a.C., il processo e la condanna a morte di Socrate, traccia una netta linea di demarcazione. Socrate fu condannato dalla democrazia, sebbene da una democrazia priva e privata del modello di Pericle, una democrazia restaurata dopo il governo dei 30 tiranni, imposto da Sparta ed eliminato dagli ateniesi nel 403 a. C. Possiamo sostenere che l’ipotesi politica di Pericle – il modello democratico sostenuto soltanto da una egemonia politica necessaria per la produzione del consenso – fu valorizzato più dopo, quando la sua assenza ne determinò i nefasti effetti, che prima, quando era indispensabile e ignota come l’aria. La fine della guerra del Peloponneso con la sconfitta della Lega Delio – Attica determinò la perdita definitiva dell’egemonia politica di Atene. All’interno e all’esterno delle polis si scatenarono conflitti e una frammentazione di guerre a “bassa intensità”, come diremmo oggi. Il fondamentale concetto di egemonia, come spiegherà benissimo molti anni dopo Antonio Gramsci, fu confuso con il concetto oppressivo di Supremazia. L’egemonia è un meccanismo di produzione del consenso. La Supremazia è un’arcigna tecnica di gestione della forza. Difatti, oltre ai ricorrenti tentativi persiani di asservire, con le armi o la corruzione o la povertà, la Grecia, comparvero nel mondo una serie consecutiva di governi dispotici.

Che cosa era cambiato?

Nel periodo in cui visse, tra il 484 e il 430 a.C., Erotodo di Alicarnasso, il noto storico, introdusse il logos tripolitikos: “E per dir tutto in una sola parola, donde ci è venuta la libertà e chi ce l’ha data? Forse dal popolo o dall’oligarchia o non piuttosto da un monarca?”[1]. Democrazia, oligarchia, monarchia: questo è il logos tripolitikos: “offrendocisi tre forme di governo ed essendo tutte a parole ottime, ottima la democrazia e l’oligarchia e la monarchia…”[2].

Il brano racconta la discussione sul nuovo assetto da dare alla Persia tra: Otane, che “invitava a porre il potere nelle mani di tutti i persiani dicendo questo: «A me sembra opportuno che nessuno divenga più nostro monarca, perché non è cosa né piacevole né conveniente. […] Il governo del popolo invece anzi tutto ha il nome più bello di tutti, isonomia (l’uguaglianza di fronte alla legge, ndr.). In secondo luogo, non vi è nulla di quanto fa il monarca: le cariche pubbliche vengono sorteggiate, le magistrature sono soggette a rendiconto e tutte le decisioni sono demandate alla collettività»”[3].

Megabizio, che “invece esortava a volgersi all’oligarchia dicendo così: «Quel che ha detto Otane per por fine alla tirannide si intenda anche da me; ma quanto al fatto che vi invitava a conferire il potere al popolo, egli non ha colto il parere migliore: niente infatti è più privo di intelligenza, né più insolente del volgo buono a nulla…»[4]”.

Dario, che “rivela il suo parere dicendo: «A me quel che ha detto Megabizio riguardo al governo democratico mi pare l’abbia detto giustamente; non giustamente invece quel che riguarda l’oligarchia. […] Di un solo uomo che sia ottimo niente potrebbe apparire migliore, e valendosi di tale sua saggezza egli potrebbe guidare in modo perfetto il popolo…»”[5].

Molto potremmo discutere di quanto è rimasto nella storia del pensiero politico delle similitudini tra democrazia e giustizia, oligarchia e intelligenza, monarchia e saggezza. Non è però la storia del pensiero politico che affrontiamo qui. Qui affrontiamo la teoria del conflitto, nei suoi più significativi appuntamenti fino al Medioevo, e cerchiamo di comprendere che cosa sia avvenuto, quando e perché il conflitto, a un certo punto è cambiato nella mente degli uomini.


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[1] Erotodo, Le Storie, Libro III, 80, Torino, 1996, 565
[2] Erotodo, Le Storie, Libro III, 80, Torino, 1996, 569
[3] Erotodo, Le Storie, Libro III, 80, Torino, 1996, 567
[4] Erotodo, Le Storie, Libro III, 80, Torino, 1996, 568
[5] Erotodo, Le Storie, Libro III, 80, Torino, 1996, 569
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