3 - Il passaggio dal conflitto privato al conflitto pubblico

L’ottava notte

 

L’ottava notte comincia di giorno, manto di freddo e di ferro, lama che rompe le cose, lamiera che interrompe lo sguardo, metallo che corrompe la vita, rombo, frastuono e dolore, non oltre, ma dopo il riposo, notte di demoni e uomini, l’ottava notte comincia di giorno, maschera senza volto, senza mare, senza sguardi, ore senza tempo, nuvole verticali, vento grigio che secca i pozzi, manto grigio di polvere e nebbia, muro di grigio cemento e di morte, il colore pieno del vuoto, l’oscuro della vittima all’oscuro, l’ottava notte comincia di giorno, e non c’è riparo, una lacrima d’acciaio piovuta su una quotidiana indulgenza, su una meravigliosa indigenza, sulla fantastica miseria di una casa, di una strada, di un rudere, una memoria che non ha ricordi, l’ottava notte comincia di giorno, priva di pioggia, privata di senso, prigione di sogni, bara di ogni immaginazione, trappola di solitudine e vendetta, inspiegabile, incomprensibile follia di Dio senza uomini, quando spegne il sole del giorno nell’ottava notte del mondo.

Aspettiamo, noi qui, soltanto umani, attoniti e muti, con una porta chiusa di fronte, in una notte cominciata di giorno, non nera ma grigia, qui noi, aspettiamo di ricostruire la vita, di legare i frammenti, di cercare i colori tra gli squarci del nulla…

                 ...se la violenza induce al silenzio la parola produce la pace

              (Ceci Alessandro)

 

Premessa

La letteratura scientifica più rappresentativa sul medioevo italiano, concorda nel definire “alcuni lineamenti dell’evoluzione e della differenziazione delle pratiche del conflitto sulla lunga parabola comunale tra XII e XIV secolo[1].

Sono secoli che contengono la lenta dinamica del processo di transizione.

Il conflitto nel medioevo, e più in generale la violenza, viene pervalentemente descritta con la “narrazione della vendetta[2], cioè “uno stato di caos endemico, come un dato strutturale di lunga durata, alimentato dai comportamenti e dagli stili di vita di un’irrequieta aristocrazia cavalleresca che accompagnarono in modo turbolento e destabilizzante la vicenda politica comunale dai suoi esordi consolari agli epiloghi in soluzioni signorili e oligarchiche[3]

 

Quindi si tratta essenzialmente di un conflitto privato, tra due schieramente variabilmente contrapposti, con cui talvolta si alleano altri soggetti. Un conflitto prodotto “principalmente, dalla difficoltà di disciplinare i modelli di vita e i sistemi di valori dei lignaggi aristocratici (i milites, i potentes e poi i magnates)[4].

Il contenzioso scaturiva dalla relazione tra le Grandi Famiglie e si scatenava per motivazioni relativi alla propria tutela economica e politica, per riparare l’onta dell’onore, per il mantenimento di una supremazia di status. La violenza vendicativa deve essere considerata “come attributo eminentemente aristocratico, come stile di vita radicato nell’ethos cavalleresco[5].

 

Forse possiamo seguire Umberto Eco (e gran parte degli analisti classici) nel suddividere il Medioevo in 3 diverse epoche storiche: l’alto Medioevo, dal 300 al 1000; il Medioevo centrale, dal 1000 al 1200; il basso Medioevo, dal 1200 al 1400[6]. In sintonia con questa articolazione possiamo classificare il conflitto nel Medioevo, di cui qui specificamente ci occupiamo, in 3 diverse tipologie di conflitto: il conflitto di ruolo, relative alla gerarchizzazione del potere della Chiesa (Agostino d’Ippona); il conflitto di status, ovvero il conflitto personale tra signorie e spesso relative al comportamento individuale (Tommaso d’Aquino); il conflitto sociale, che accompagna l’avvento dei comuni e rappresenta la prima forma di governo pubblico (Marsiio da Padova).

Quando è che questo conflitto privato diventa, ad un certo punto, pubblico?

Possiamo individuarlo con precisione.

Non è sufficiente sostenere che la pubblicizzazione del conflitto sia conseguente alla genesi e alla emancipazione delle istituzioni comunali.

Non è il monopolio pubblico della forza che rende pubblico il conflitto. Questo errore venne successivamente commesso da Hobbes, che considerò la regolamentazione politica esclusivamente concentrata sulla detenzione e sul monopolio della forza. Per Hobbes, la traformazione della Potenza personale in un Potere istituzionale determina corrispondentemente l’avvento di un conflitto non più privato ma pubblico.

Tuttavia questo argomento non è preciso.

 Se dovessimo raffigurare in una scena di un film il passaggio dal conflitto privato al conflitto pubblico, sceglieremmo l’ultima scena della traduzione cinematografica di Zeffirelli dell’opera di Shakespeare “Giulietta e Romeo”. Il principe di Verona, Bartolomeo della Scala, condanna pesantemente la violenza privata delle famiglie dei Capuleti e dei Montecchi, quelle “sciagurate fazioni”, perché, con i loro conflitti privati, hanno destabilizzato la pace pubblica. Il principe pubblicizza il conflitto nel momento in cui si accusa per non essere intervenuto in tempo e dichiara: “siamo tutti colpevoli”.

Chi era quel principe?

In un libro di molti anni fa sul conflitto politico, Pier Paolo Portinaro sosteneva correttamente che “in un mondo veramente bipolare vi potrebbe essere soltanto o la guerra o la pace, non la politica[7]. Questo perché in politica “esiste un numero di attori superiore a due[8].

 

La riduzione dell’azione sociale al binomio amico-nemico, proposta da Carl Schmitt[9], è riferibile esclusivamente al conflitto. Per ottenere una pace, occorre un terzo.

Che cosa significa la presenza di un terzo nel conflitto?

Il principe di Verona, Bartolomeo della Scala, è il terzo in campo. L’epilogo drammatico del conflitto, la morte procurata dall’amore, è avvenuto, dalle sue stesse parole, per la sua assenza, quando il terzo non è sceso in campo.

Il terzo significa il passaggio del conflitto da privato a pubblico.

Quando il conflitto è circoscritto ai due contendenti, è sempre privato, personale, anche se collettivo o individuale. Quando entra il terzo in campo, che non fosse un alleato dell’uno o dell’altro, il conflitto si fa pubblico, giuridico, con un arbitro in grado di pesarne le ragioni, esprimere giudizi ed eventualmente emettere una qualche forma di punizione o risarcimento.

Ora, l’ingrata filosofia politica attribuisce questo ingresso del terzo alla formulazione del Leviatano di Hobbes, alla descrizione della genesi dello Stato con un soggetto istituzionale in grado di regolare e regolamentare, con la legge e la forza, i conflitti.

La filosofia politica, però, è appunto ingrata. Nonostante il successo e addirittura la fama, il terzo in campo non lo ha collocato Hobbes per superare, con una istituzione di tutte le parti presenti nel pluriverso politico (lo Stato), la condizione del bellum omnium contra omnes.

Prima di Hobbes, duecento anni prima, Marsilio da Padova aveva perfettamente capito che, per difendere la pace, occorreva la presenza di una figura super partes, un terzo soggetto in grado di giudicare il conflitto tra due e regolarlo con le leggi. Regolamentarlo. Questa figura era, per Marsilio, l’Imperatore. Era certamente un’illusione, in un’epoca in cui l’Imperatore era una parte in causa, spesso artefice primo, dei conflitti politici.

Non importa, però.

Comunque la transizione dentro la modernità giuridica avviene, nel medioevo, con la trasformazione da parte di Marsilio da Padova del conflitto da privato a pubblico. È una transizione che, sebbene ancora imprigionata nel logos monopolitikos in cui Seneca aveva rinchiuso la filosofia politica, tuttavia inaugura un lento processo di riattribuzione di ruoli, di funzioni e prestazioni istituzionali, fino alla formazione degli Stati, così come li conosciamo oggi noi.

Il terzo toglie il conflitto dall’estremo.

Per questo motivo, dunque, per capire il conflitto dobbiamo necessariamente cominciare dalla pace. Dobbiamo evitare l’estremo. Anche perché il conflitto è una eccezione, mentre la pace è la regola.

Non ha torto allora Andrea Zorzi che, dovendo descrivere il livello raggiunto dalla ricerca rispetto al conflitto nell’Italia comunale, riscontra un certo disagio rispetto alla “pervasività delle pratiche del conflitto nella società e nelle forme della politica[10]

 

A causa di questa pervasività “gli interessi della ricerca sono venuti incentrandosi in anni recenti prevalentemente intorno ad altri temi”.[11]

 

Il tema che riguarda la regolazione e la regolamentazione del conflitto e dei suoi effetti è certamente giuridico.

Il tema a cui principalmente attiene il conflitto, però, è il tema della politica, nella dimensione del contesto, della mediazione, della negoziazione e dell’attribuzione del potere.



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[1] É. Crouzet-Pavan, Enfers et paradis. L’Italie de Dante et de Giotto, Paris 2001, 121-162; F. Menant, Les villes italiennes, XIIe -XIVe siècle. Enjeux historiographiques, méthodologie, bibliographie commentée, Paris, 2004, 49-52 e 63-65; Id., L’Italie des communes (1100-1350), Paris, 2005, 89-94 e 103-107; P. Boucheron, Les villes d’Italie (vers 1150-vers 1340), Paris, 2004, 27-31, 61-62 e 144-149; P. Gilli, Villes et sociétés urbaines en Italie. Milieu XIIe -milieu XIVe siècle, Paris, 2005, 113-128; P. Corrao, Pieno e basso medioevo: metodologie della ricerca e modelli interpretativi, in Storia d’Europa e del Mediterraneo, dir. A. Barbero, VIII: Popoli, poteri, dinamiche, Roma 2006, 390-393

[2] Zorzi A., La cultura della vendetta nel confronto politico, Firenze 2015, 13

[3] Zorzi A., 2015,  14

[4] Zorzi A., 2015,  14

[5] Zorzi A., 2015,  14

[6] Basta vedere l’articolazione della collana da Lui currata. U. Eco (a cura di), Il Medioevo, Milano, 2014.

[7] Portinaro  P. P., Il terzo. Una figura del politico, Milano, 1986, 11

[8] Portinaro  P. P., 1986, 11

[9] C. Schmitt, Le Categorie del politico, Bologna, 1972.

[10] Zorzi A., I conflitti nell’Italia comunale. Riflessione sullo stato degli studi e sulle prospettive di ricerca, in Zorzi A. (a cura di), Conflitti, paci e vendette nell’Italia comunale, Firenze 2009, 7

[11] Zorzi A., Firenze 2009,