3 - L'errore di Touring

febbraioduemiladiciassette

1. del posizionamento

            Quale è stato l’errore di Touring (e di molti altri)?

            Già dal 1931, dopo aver letto il famoso articolo di Gödel, Alan Touring pensò di costruire “una macchina di uso generale che è in grado di decidere automaticamente quali funzioni matematiche possono essere calcolate e quali no.[1]. Già allora Alan Touring, che “contribuì a creare i fondamenti teorici della computazione[2], pensava di costruire una macchina in grado di autoprodursi.

            Quale è stato il suo errore?

        Un errore deve pur esserci se, dopo tanti anni[3], al ritmo crescente in cui si implementa la tecnologia, questa macchina non è ancora realizzata. Un deficit logico strutturale deve esserci.

        Perché l’intelligenza artificiale non sarà mai come l’intelligenza naturale?

        Perché le macchine non potranno eguagliare il cervello umano?

        Dopo disperati tentativi e azzardate soluzioni teoriche, alla fine della sua vita, Touring si accorse che la tecnologia non bastava a produrre l’agognata intelligenza artificiale. Pensò che occorresse la biologia. “Verso la fine della sua esistenza, Alan Touring condusse anche esperimenti pionieristici nella simulazione della morfogenesi, vale a dire i processi biologici che portano un organismo a sviluppare la propria forma, utilizzando a tal fine i computer dell’Università di Manchester. Turing ipotizzò che alcune sostanze chimiche, i morfogeni, così come alcuni processi fisico-chimici, come ad esempio la diffusione, vale a dire il movimento delle molecole come i morfogeni, o altri fenomeni quali l’attivazione, o la promozione, e l’inibizione, o repressione, fossero responsabili dei processi di differenziazione cellulare, che consistono nelle fasi attraverso le quali passa una cellula dall’embrione fino a trasformarsi nell’individuo adulto nella cellula specializzata (muscolare, neuronale, ecc.). Pertanto, l’idea centrale di Touring era che in un embrione le posizioni occupate dalle cellule ancora non differenziate, cioè non specializzate, contengano informazioni «registrate» nei morfogeni con cui si controllerà lo sviluppo dell’embrione, il processo che porterà alla specializzazione delle sue cellule fino a diventare adulto. La genialità di Alan Touring si manifestò ancora una volta in questa ricerca, perché previde l’esistenza dei morfogeni, che furono scoperti solo molti anni dopo.[4].

        Alla fine scelse la biologia.

        Forse fu una intuizione geniale per i morfogeni.

        Sbagliava però anche alla fine.

        Non soltanto perché la scelta era logicamente paradossale: se si utilizza la biologia, le macchine non sono più macchine e la loro intelligenza non è più artificiale.

        Principalmente, però, sbagliava perché non aveva compreso, Lui come tanti altri, che l’elemento fondamentale della vita e di ogni evoluzione possibile è l’habitat sociale. Le macchine non hanno un habitat sociale da cui ricavare l’energia necessaria, il potere indispensabile, per sopravvivere ed evolvere.  L’energia simbiotica tra il soggetto o l’individuo e il suo habitat sociale è il potere della sopravvivenza e della conoscenza per tutti i viventi noti.

        In quasi tutta la letteratura scientifica ed epistemologica, infatti, il rapporto è sempre diretto tra l’ambiente naturale e l’individuo vivente in qualsiasi grado dell’organico[5] lo si voglia collocare. In realtà, il primo, senza dirlo ma facendolo capire bene, a porre la distinzione tra ambiente ed habitat fu Helmuth Plessner. Rispetto a queste due dimensioni i viventi si posizionano e si connotano in relazione alle loro possibilità posizionali relative. Coloro che non hanno nessuna possibilità posizionale alternativa, come le piante, che appunto individuiamo come viventi di ordine naturale, costituiscono il contesto ambientale e sono totalmente dipendenti da questo. Tutti gli altri esseri viventi sopravvivono grazie al loro habitat e si suddividono, a loro volta, in: - coloro che hanno possibilità posizionali centriche, cioè totalmente ed esclusivamente concentrate attorno ai propri bisogni primari, come gli animali che stazionano nei loro habitat, più o meno evoluti, in funzione dei quante sono i cambiamenti sociali vissuti; - coloro che hanno possibilità posizionali eccentriche, come soltanto gli esseri umani tra gli animali noti,  che sono gli unici in condizione di superare i propri bisogni primari e tendere a bisogni successivi, passando di habitat in habitat, con mutamenti e mutazioni, riorientamenti gestaltici.

        In altri termini, per Plessner dunque, la connotazione tipica degli esseri umani è stata la loro capacità universale ed unica di cambiare, sia in senso di sostituire che in senso di modificare, sia con mutamenti che con mutazioni, il proprio habitat sociale, il proprio posizionamento nel mondo. Pertanto, è stata la conquista della posizione retta ad aver scatenato la grande espansione del cervello umano. Plessner, come vedremo, ha avuto davvero una triplice fondamentale intuizione:

1.     aveva colto la distinzione tra ambiente ed habitat;

2.     aveva capito che la sopravvivenza dei viventi era possibile soltanto grazie al loro posizionamento sempre in simbiosi o con l’ambiente naturale o con l’habitat sociale;

3.     aveva definito la connotazione tipica dell’umano e della sua unica fitness evolutiva  nella competenza mutante, cioè nella capacità di cambiare il posizionamento, nel potere di vivere contemporaneamente dentro diversi e differenziati habitat sociali.

        In ogni caso, Plessner aveva capito che la migliore evoluzione della specie avviene soltanto nella dimensione sociale. Egli è stato il primo, tra gli autori che conosco, ad aver fatto del posizionamento, sia statico che dinamico, il fondamento fenomenologico della vita, di ogni vita. L’essenza di ogni esistenza sta nella simbiosi, o con l’ambiente naturale, o con l’habitat sociale. L’intelligenza umana si sviluppa per il suo posizionamento dinamico, per la sua capacità di vivere contemporaneamente nei diversi e disparati habitat.

        L’ultimo autore che conosco ad aver indicato la centralità dell’habitat sociale allo sviluppo della vita sulla terra, sebbene con una dizione più scientifica e meno filosofica, è Edward Wilson. Egli ci racconta la conquista della terra da parte degli animali eu-sociali[6].

        “L’eusocialità, cioè la condizione in cui vi sono generazioni multiple organizzate in gruppi grazie a una divisione altruistica del lavoro, è stata una delle maggiori innovazioni della storia della vita e ha creato i superorganismi, il livello successivo di complessità biologica al di sopra degli organismi. Il suo impatto è paragonabile alla conquista della terraferma da parte degli animali acquatici con un apparato respiratorio e la sua importanza è pari all’invenzione del volo potenziato da parte degli insetti e dei vertebrati.[7]

        Secondo Wilson i nostri antenati pre-umani “dovettero raggiungere l’eusocialità in un modo radicalmente diverso dagli insetti guidati dall’istinto[8]. Lo fecero utilizzando strategie di gioco “in un mix complicato di altruismo accuratamente calibrato, cooperazione, competizione, dominio, reciprocità, defezione e inganno.”[9]. Per avere il potere di governare “strategie di interazioni sociali individuali[10], i pre-umani per evolvere “dovevano acquisire un livello ancora superiore d’intelligenza.[11].  Grazie alla simbiosi con un complesso e mutevole habitat sociale, il loro cervello “diventò contemporaneamente assai intelligente e intensamente sociale.[12]. I pre-umani, questi “candidati all’eusocialità radicalmente nuovi[13], acquisirono dal loro habitat una logica endofasica, perché dovevano “costruire in fretta scenari mentali di rapporti personali sia di breve che di lungo termine[14]; dovevano avere ricordi e, dunque, “viaggiare in un lontano passato per chiamare a raccolta i vecchi scenari[15]; dovevano avere coscienza per applicarli, cambiandoli, nelle mutate condizioni di habitat del presente; estendersi “in un lontano futuro per immaginare le conseguenze di ogni relazione[16].  Avevano il concetto di tempo. In altri termini, visti i cambiamenti frequenti del loro habitat, indispensabili nella selezione di gruppo per adattarsi alle differenti condizioni ambientali delle diverse località in cui gli insediamenti venivano collocati, dovettero imparare a gestire “piani di azione alternativi[17], che rio-rientarono continuamente le loro gestalt ed estesero le prestazioni sociali del cervello per implementare, con quella individuale,  l’intelligenza collettiva e mantenersi in simbiosi con la vita.

        Wilson sostiene che l’incapacità umana di compiere lunghi percorsi ha determinato due condizioni tipiche: l’una la ricostruzione continua di habitat sociali differenti e l’altra la comunanza. In queste condizioni, per “gli arrancanti antenati mammiferi degli uomini che erano obbligati a stare vicini gli uni agli altri[18], a differenza degli insetti caratterizzati dal fatto che “ogni progenitore della generazione successiva … si metteva in proprio[19], si è determinato con maggiore probabilità “l’evolversi di un comportamento sociale avanzato[20]. Alla fine, “gli insetti potevano evolvere verso l’eusocialità attraverso la selezione individuale nella linea di discendenza della regina, di generazione in generazione; i pre-umani arrivarono all’eusocialità grazie all’interazione fra la selezione individuale e la selezione a livello del gruppo.[21].  E questa differenza fa tutta la differenza. La nostra intelligenza nasce da qui.

 

        Le macchine di Touring possono essere, al massimo, soltanto come l’ape regina di Wilson.

        Senza entrare nel dettaglio, possiamo sostenere, sulla base dell’insegnamento di Wilson,  che l’eusocialità umana è:

·       cognitiva, in quanto viene ricordata e viene appresa;

·       multimensionale, in quanto, nel corso della sua evoluzione, acquisisce dai fenomeni a cui è simbioticamente incorporata diverse dimensioni logiche, di cui finora possiamo considerarne soltanto 4 (endofasica, formale, computazionale, quantistica), ;

·       trasmissiva, cioè epigeneticamente ereditabile. 

 

        Nessuna di queste condizione, e tantomeno tutte e tre in combinazione, possono avere gli insetti di Wilson e certamente nemmeno le macchine di Touring. Ciascuno ne può avere una; ma tutte e tre insieme e socialmente interagenti, esistono soltanto nella condizione umana di eusocialità, perché questa interazione sociale è unica ed esclusiva: la connotazione della nostra incorporazione simbiotica.

        Alan Touring ignorava tutto questo.

        Il posizionamento è il presupposto della condizione simbiotica del vivente, la sua indispensabile socialità.

        Pretendere di costruire una macchina chiusa in se stessa, totalmente autoreferenziale, totalmente priva di habitat sociale, è un errore logico fondamentale. Il fatto è che senza habitat sociale non si sopravvive e non si evolve, perché manca ogni forma di scambio energetico con la vita, indispensabile alla vita. Alle macchine manca la funzione simbiotica della madre con il figlio. E se manca la funzione simbiotica iniziale, manca anche ogni possibilità di differenziazione funzionale per gestire l’entropia prodotta dall’adattamento al mutato habitat sociale.  Manca la storia, manca la freccia irreversibile del tempo, come l’ha definita Ilya Prigogine, che è il presupposto della nostra identità (e della nostra identificazione) di umani. Le macchine di Touring non avevano tempo e sono, in realtà, una sola macchina, sempre la stessa a diversi livelli di efficienza e di efficacia.

        In assenza di habitat sociale assolutamente non si può essere intelligenti, perché l’intelligenza ha indispensabile bisogno quel mondo (habitat) che la macchina non ha. I fenomeni del mondo della vita trasferiscono intelligenza parziale e relativa ai viventi in varie forme, modi e quantità. In quel mondo (habitat) è depositata tutta l’intelligenza necessaria alla sopravvivenza. Una intelligenza che sta dentro il mondo e che ciascuno incorpora nella quantità e nella qualità che la sua simbiosi fenomenologica permette. Gli animali mutanti da posizionamento dinamico, gli umani, proprio perché cambiano habitat, per sopravvivere, sono indotti ad incorporare una intelligenza più sviluppata, multidimensionale, che sta tutta intera, ed anche molto di più, nel mondo della vita.  Non siamo noi ad avere, per uno scherzo della natura o come una malformazione genetica, l’intelligenza che ci serve per osservare il mondo della vita. L’intelligenza è nel mondo della vita e noi ne apprendiamo inevitabilmente solo una piccola parte, anche se questa parte è eccezionalmente superiore a tutti gli altri. La follia egocentrica di ritenersi i possessori di una intelligenza riproducibile in soggetti nuovi, che siano vegetali, animali, umani o macchine, ha pervaso gran parte della conoscenza, Touring compreso. È un errore clamoroso di carattere logico, epistemologico ed anche fenomenologico. È un errore logico perché non considera la fondamentale funzione simbiotica della vita. È un errore epistemologico perché accentua la scissione simbiotica tra verità e realtà.  È un errore fenomenologico perché ritiene fideisticamente l’intelligenza una nostra esclusiva proprietà e trascura decisamente il fatto che la nostra intelligenza è incorporata per adattamento, in una sua piccola parte,  alle infinite dimensioni della intelligenza presente nel mondo della vita.

        Torna Piaget.

        Considero la sua affermazione l’emblema della autopoiesi dell’esistente, il segno indelebile della epistemologia simbiotica: “l’intelligenza organizza il mondo organizzando se stessa[22].

        Noi siamo una parte di quel mondo e una parte di quella intelligenza, che si genera e si auto produce nel momento stesso in cui si organizza. Nel momento stesso in cui si organizza genera nuova intelligenza che organizza nuovo mondo e che, in piccola parte, noi incorporiamo poiché siamo parte di quel mondo. Per gli altri gradi dell’organico non accade perché il loro posizionamento è statico, il loro habitat non cambia se non con impercettibile lentezza e loro non partecipano alla continua riorganizzazione dell’intelligenza. Nessun altro essere vivente, se non l’umano, ha imparato a gestire i propri ri-orientamenti gestaltici, per farne una indispensabile risorsa per l’incorporazione dell’intelligenza autopoietica del mondo della vita. Per questo motivo dico sempre che la logica è nei fenomeni e non in noi. Noi ne abbiamo incorporato solo 4 dimensioni (endofasica, formale, computazionale, quantistica) perché solo 4 sono state le cosmogonie di riorganizzazione dell’habitat sociale degli umani; e solo 4 i nostri ri-orientamenti gestaltici. Anche se, nella evoluzione, di mutamenti di habitat, più o meno piccoli, ne abbiamo avuti tantissimi e dunque tantissime occasioni per riorganizzare la nostra intelligenza in relazione alla riorganizzazione del nostro mondo. Resta il fatto che il posizionamento dinamico, il cambiamento dell’habitat sociale, ci ha permesso di incorporare l’intelligenza che abbiamo, di sviluppare la funzione primaria della conoscenza; mentre la follia di creare una intelligenza meccanica senza una relazione simbiotica con l’habitat sociale (al massimo alcune limitate connessioni di rete)  pervade ancora molte menti mendiche e sperpera eccessive energie cognitive. “La scienza moderna ci aiuta a ribadire quanto sia aberrante l’idea di riprodurre copie artificiali degli esseri viventi a più alta efficienza. Nel momento in cui ci soffermiamo a ragionare sulle implicazioni dettate dai concetti di probabilità ed evoluzione della materia costituente l’universo, si dissolvono facilmente le ambiguità dettate da fantasie cinematografiche (sul modello di Matrix per intenderci) che ipotizzano la supremazia di macchine nate dall’emulazione dell’uomo[23].  Grazie alla simbiosi con l’habitat sociale, l’essere vivente a più alta efficienza ed efficacia della terra non può che essere l’umano.



[1] Lahoz-Beltra Rafael, TOURING, LA COMPUTAZIONE. PENSANDO A MACCHINE PENSANTI, National Geographic , Storica, n.9, dicembre 2016

[2] Lahoz-B., dicembre 2016

[3] Alan Touring, nel 1952, dichiarò al Times: “Io credo che fra una cinquantina d’anni sarà possibile programmare calcolatori  con una capacità di memorizzazione di  10⁹, e farli giocare così bene al gioco dell’imitazione che un esaminatore medio non avrà più del 70 per cento di probabilità di compiere l’identificazione esatta dopo 5 minuti d’interrogazione. Credo che la domanda iniziale: «Possono pensare le macchine?» sia troppo priva di senso per meritare una discussione. Ciò nonostante credo che alla fine del secolo l’uso delle parole, e l’opinione corrente delle persone colte, saranno trasformate al punto che chiunque potrà parlare di macchine pensanti senza timore di essere contraddetto”. In Hodges Andrew, ALAN TOURING, Bollati Boringhieri, Torino 2003, pag.543

[4] Lahoz-Beltra R., cit. dicembre 2016

[5] Plessner Helmut, I GRADI DELL’ORGANICO E L’UOMO. Bollati Boringhieri, Torino 2006. 

[6] Wilson O. Eduard, LA CONQUISTA SOCIALE DELLA TERRA, Raffaello Cortina, Milano 2013

[7] Wilson E., cit. 2013

[8] Wilson E., cit. 2013

[9] Wilson E., cit. 2013

[10] Wilson E., cit. 2013

[11] Wilson E., cit. 2013

[12] Wilson E., cit. 2013

[13] Wilson E., cit. 2013

[14] Wilson E., cit. 2013

[15] Wilson E., cit. 2013

[16] Wilson E., cit. 2013

[17] Wilson E., cit. 2013

[18] Wilson E., cit. 2013

[19] Wilson E., cit. 2013

[20] Wilson E., cit. 2013

[21] Wilson E., cit. 2013

[22] Piaget Jean, EPISTEMOLOGIA GENETICA, Laterza, Bari

[23]  Agostinelli Mario e Rizzuto Debora,  IL MONDO AL TEMPO DEI QUANTI, Mimesis, Milano 2016

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