2 - I gemelli Kelly e l’epistemologia simbiotica

febbraioduemiladiciassette

I gemelli Kelly

            Spero non ci sia più nessuno, dopo il disvelamento del paradosso dei gemelli astronauti Kelly, che voglia seriamente deridere, denigrare, o anche solamente sottovalutare le scienze sociali, senza deridere, denigrare sottovalutare se stesso.

            Come è noto i gemelli Kelly sono due astronauti che si sono sottoposti all’esperimento sul paradosso di Einstein secondo cui, per la teoria della relatività, se uno dei due gemelli va a vivere nello spazio, invecchia più lentamente. I gemelli Kelly si sono sottoposti a questo esperimento ed effettivamente, dopo una permanenza di 340 giorni nello spazio, Scott è risultato più giovane di Mark di 3 decimi di secondo, cioè, per dire meglio, parti dei cromosomi legati alla longevità si sono allungati. E, una volta tornato sulla terra, hanno riacquistato la loro dimensione tradizionale.

            Tuttavia non è stata questa prova della verità del paradosso di Einstein la scoperta più travolgente e, per certi versi, devastante. I gemelli kelly sono sempre stati assolutamente uguali in quanto monozigoti, cioè nati da una singola cellula uovo fecondata. Assolutamente identici. Il fatto è che al ritorno di Scott dai suoi 340 giorni nello spazio il suo DNA è cambiato e i due gemelli non sono più identici. Nei prossimi 4 anni sapremo meglio analizzare la enorme mole di dati che questo esperimento ci mette a disposizione, ma una cosa è certa fin d’ora: è l’habitat sociale che cambia la struttura biologica dei viventi e questa trasformazione è talmente rapida che basta un anno di permanenza in un diverso estremo habitat da cambiare il proprio DNA. L’umano ha sopravvissuto alla violenza della evoluzione della vita, perché è un essere mutante, in condizione più di tutti di adattarsi ai diversi habitat sociali.

            A molti questa scoperta appare travolgente e devastante. Ad altri inaspettata, come ha dichiarato la biologa della Colorado State University Susan Bailey. In realtà, questa scoperta non sconvolge nessuno di noi, studiosi di scienze sociali. Diciamo così: noi già lo sapevamo. Io stesso ho pubblicato, nel 2011, un libro in cui indicavo questa capacità mutante dell’umano agli habitat sociali come connotazione della sua fitness evolutiva[1]. Prima di me Bertrand Russell affermò che il potere sta alle scienze sociali come l’energia alla fisica[2] e che dunque, così come poco si capisce di fisica senza il concetto di energia, poco si capisce della evoluzione sociale dell’uomo senza il concetto di potere. Ultimamente poi: sia la scoperta del secondo cervello[3], che ha rivelato la presenza di un gruppo di neuroni nel nostro apparato gastrointestinale che comunicano con il cervello centrale; sia la fantastica dimostrazione degli studi di Wilson sulla conquista eu-sociale della terra[4];  dimostrano che proprio il connotato di adattabilità sociale, per quello che mangiamo e per quello che condividiamo in  termini di relazioni connettive, è il vantaggio della nostra fitness evolutiva. Sulla terra, ma ormai pare anche oltre di essa, sopravvivono e si sviluppano principalmente animali in condizione di essere sociali e di più crescono e di più evolvono quelli animali che hanno saputo adattarsi più rapidamente ai diversi habitat sociali. La diversità sociale e la nostra istintiva adattabilità, la nostra mutevolezza sociale cioè, è stata la forza della nostra evoluzione fisica e cognitiva.

 L’epistemologia simbiotica 

            Una mattina qualsiasi, come tante altre mattine, quasi ogni mattina, alle 5.00, cerco di gestire l’insonnia. È sempre successo così, ormai non so più nemmeno da quanti anni. All’alba mi sveglio. Scrivo, studio e dopo un’ora o due mi riaddormento, per un’ora o due.

            Questa mattina non ho né studiato, né letto. Come accade a chi ha ormai raggiunto una certa età, ho ripensato a quel che ho vissuto.

            L’epistemologia è stata per me sempre un tema particolarmente attraente. L’ho incontrata durante il percorso di laurea e seguita distrattamente. Poi, l’ho inseguita. Quando ho cominciato il mio insegnamento universitario in un corso di laurea, non mio naturalmente, con una serie di seminari monografici in scienze dell’organizzazione, ero attratto e, per molti versi, sottratto dalla complessità sistemica di Niklas Luhmann[5]. Conoscevo bene già Sir Karl Raimond Popper, essenzialmente per i suoi testi politici sulla città aperta e i suoi nemici[6]. Mi adoperavo a far coincidere, distrattamente, la teoria della differenziazione funzionale con il razionalismo critico, contro il principato democratico di Danilo Zolo[7], e in favore della democrazia reticolare dei network. Quello era il punto preciso della mia concentrazione e l’epistemologia mi appariva importante, ma non determinante.

            Accadde, in quel periodo, che il professore di cattedra in cui tenevo le mie lezioni, ci indusse a leggere e a discutere il testo di Thomas Khun[8] sulla struttura delle rivoluzioni scientifiche. Non nego che lo lessi con una certa diffidenza, forse per rispetto nei confronti di Popper. Credo fosse il 1985 o giù di li. Lavoravo in un Centro di Ricerca sulle Tecnologie Educative, insegnavo in università e partecipavo ad una scuola di specializzazione. Quel testo era assolutamente fondamentale per tutte e tre le cose. Io però fui ugualmente diffidente e presuntuosamente annoiato. Iniziai a leggerlo per dovere. Continuai per piacere. Non perché fossi convinto della tesi, direi del paradigma, proposto da Thomas Khun. Ancora oggi ho molte titubanze. Ne fui rapito e attratto perché da allora ho imparato, fino alle profondità a cui ho la capacità di arrivare, per rivoluzioni o riforme[9], l’epistemologia evoluzionista.

            Da allora l’epistemologia mi ha travolto, coinvolto, talvolta assolto.

            Ho sempre pensato che fosse corretta l’epistemologia genetica di Jean Piaget[10]. Forse non nell’argomentazione. Molto, moltissimo nella titolazione. Infatti, come è noto, l’approccio di Piaget è totalmente, direi esclusivamente, di ordine psicologico e riguarda il singolo, l’individuo, specificamente gli stadi evolutivi del bambino. Credo, invece, che la funzione genetica della epistemologia possa essere utilizzata anche, se non principalmente, in termini antropologici. In questo senso la epistemologia può dirci come è stata possibile la genesi dell’umano, questa specie imprevista[11], la evoluzione del cervello che lo ha reso così diverso dagli animali, attraverso stadi evolutivi (mutazioni) di ordine sociale e politico che, per adattamento, hanno sviluppato diverse dimensioni di logica.  Ho sempre pensato questo e ne sono ancora profondamente convinto.

            Tuttavia, ho compreso davvero la rilevanza antropologica della epistemologia da quando ho letto, nel 2014, il libro di Wilson sulla conquista eu-sociale della terra[12]. Da allora ho cominciato a pensare che considerare la epistemologia il fattore scatenante della nostra fitness evolutiva fosse necessario, anche se non sufficiente.

            Propongo di considerare l’epistemologia come la funzione di incorporazione del sembionte nell’ospite, atteso che il sembionte siano le nostre verità e l’ospite la realtà fenomenologica. In questo senso l’epistemologia è genetica. Ma se è genetica in questo senso, come si vedrà, sarà meglio denominarla epistemologia simbiotica.


1. il primo concetto di epistemologia simbiotica: labenswelt

            Considero il primo concetto verso la nuova epistemologia simbiotica il concetto di lebenswelt proposto, molti anni fa, da Edmund Husserl[13].

            Lebenswelt rappresenta la totale incorporazione tra l’essente e l’esistente. Significa infatti allo stesso tempo, estremizzando per rendere evidente il concetto,  la percezione cognitiva delle verità e l’esistenza fenomenologica della realtà; la incorporazione nel mondo della vita tra, per dirla con le parole di Husserl “la psicologia trascendentale e la fenomenologia trascendentale quale specifico accesso all’auto-conoscenza pura[14].

            Dunque, non si tratta soltanto di una relazione, o meglio, di una “correlazione[15]. Husserl considera “un’ingenuità volersi arrestare, in un atteggiamento antropologico e mondano, alla correlazione soggetto-oggetto[16]. Anzi, significa addirittura “fraintendere le scoperte fenomenologiche dei miei primi scritti[17]. Questa correlazione scientifica classica tra soggettivo e oggettivo, questa epistemologia tradizionale, ci fa “essere ciechi proprio per i grandi problemi[18] che il paradosso della incorporazione simbiotica dell’essenza umana nella esistenza universale pone alla conoscenza.

            Quale paradosso?

            “Il paradosso costituito dal fatto che l’uomo, e, nell’accomunamento degli uomini, l’umanità, è una soggettività per il mondo e che insieme, nel mondo stesso, dev’essere obiettivamente mondano[19].

            Lebenswelt è la plusvalenza cognitiva della eu-socialità; non solo una relazione o una correlazione, ma la incorporazione dell’essenza nell’esistenza: non essere soggetti della vita, ma soggetti alla vita o, meglio ancora, soggetti nella vita. Una incorporazione simbiotica del soggetto con il suo habitat fenomenologico talmente profonda che mi permettere di conoscere il mondo solo se vivo interamente e direttamente nel mondo; una simbiosi epistemologica in cui, per conoscere la verità della vita nel mondo, bisogna che conosca la realtà del mondo della vita.

            Senza questa simbiosi epistemologica siamo accecati dalla ossessione dell’oggettivazione, da una scienza illuminante che è una magnifica costruzione teorica che oscura il mondo, un faro sparato negli occhi che nasconde l’ombra. Nell’ambito della relazione, o di una correlazione scientifica su cui è stata finora costruita l’epistemologia[20], si cerca la verità oggettiva della vita nel mondo. Tuttavia questa verità illuminante ci fa perdere interamente e quasi totalmente la realtà fenomenologica della nostra esistenza, la realtà del mondo della vita.

            Torna, con il concetto di lebenswelt, di scienza del mondo della vita, nella nuova epistemologia simbiotica, l’antico concetto di bìos theoretikòs: dove il theoretikòs senza il bìos, senza la vita, non conta nulla, è “pura speculazione sulla atemporalità delle forme[21], è uno studio di teorie vuote di fatti e piene di problemi o paradigmi. Viceversa, il bìos senza theoretikòs è un assemblaggio insignificante di fatti vuoti di teorie, aridi, inutili, pieni di cataloghi senza nemmeno classificazioni.  Se tra bìos e theoretikòs c’è una relazione o una correlazione di oggettivazione, siamo indotti ad una conoscenza labile, parziale, erronea, accecante nella sua eccessiva luminosità. Se bìos e theoretikòs si incorporano vicendevolmente in una nuova dimensione simbiotica, noi abbiamo la possibilità di conoscere davvero la conoscenza, perché non è la conoscenza di se stessa, è la conoscenza del mondo della vita.

            Soltanto una epistemologia simbiotica ammette, da questo punto di vista, le nuove dimensioni della logica quantistica, in cui l’infinitamente piccolo, il singolo uomo, con tutta la sua verità, con la sua psicologia, trascende l’esperienza sensibile del suo essere nel mondo e si riconosce contemporaneamente nella essenza umana e nell’infinitamente grande dell’esistenza fenomenologica. A sua volta, tramite la conoscenza, la stessa realtà, nelle varie forme che assume nel mondo della vita, trascende e si trasferisce interamente all’intero di tutta la dimensione del nostro habitat eu-sociale, cioè in quella soggettività che è l’umano. Grazie alla incorporazione simbiotica dell’uno nell’altro, però, anche il nostro habitat trascende se stesso e finisce, in parte, in gran parte, dentro il singolo individuo, determina la multiforme articolazione della sua psicologia e conforma quel piccolo essere singolare che è l’uomo.

            Infatti, nel network della eu-socialità e nella connessione con la rete della nostra intelligenza collettiva, simbiosi significa che “dal punto di vista della conoscenza, per noi uomini, il nostro proprio essere precede l’essere del mondo[22]. Il nostro proprio essere sta interamente dentro la socialità che ci accoglie. In simbiosi. Prima di noi. Prima della nostra nascita. Il bambino viene incorporato dalla rete sociale in cui vive. Tuttavia egli non resta bloccato dentro un paradigma precodificato e predefinito a causa di questa incorporazione. No. La conoscenza tipica dell’umano è eccentrica. Lo emancipa. Lo precede dal punto di vista delle verità, cioè delle informazioni sedimentate e disponibili a cui può immediatamente connettersi, “ma non dal punto di vista della realtà del mondo[23]. Dal punto di vista della realtà del mondo, egli può andare oltre, aprirsi, accogliere, estendere le sue verità, produrre innovazioni, espandere la sua socialità, approfondire la sua individualità, variare la sua comunicatività, adattarsi alle mutazioni, costruire realtà altra, acquisire nuove dimensioni logiche e diverse cognizioni epistemologiche: evolvere.

            In questo senso, pertanto,  l’epistemologia è davvero genetica, perché nella sua dimensione simbiotica ha permesso e permette, ha garantito e garantisce, l’espansione della capacità cognitiva e la tipica, unica fitness evolutiva dell’umano.

            Non c’è più bisogno che gli antropologi cerchino l’elemento scatenante della nostra unicità.

            Ora l’hanno trovato.

            Ora sanno cosa è.

 

2. il secondo concetto di epistemologia simbiotica: incorporazione

            Simbiosi[24] è incorporazione, separtita in interazioni, per dirla con Lynn Margulis, una interconnessione tra diversi soggetti (simbionti) in un determinato habitat (ospite). Sono entità con-viventi, che vivono insieme, l’uno con l’altro, l’uno dentro l’altro.

            L’ipotesi simbiotica centrale è che questa tipica incorporazione costituisce, per tutti gli esseri simbiotici che si adattano a vivere dentro un ospite (per gli esseri viventi sulla terra prevalentemente eu-sociale),  un vantaggio evolutivo di sopravvivenza reciproca e che, viceversa, la scissione simbiotica è causa di morte per almeno uno dei due simbionti o per entrambi se si scindono dall’ospite. Pertanto la incorporazione simbiotica è indissolubile e imprescindibile, per molti versi irreversibile.

            La nostra ipotesi aggiuntiva è che questo vantaggio evolutivo diventa evoluzionistico grazie alla funzione epistemologica che il simbionte istintivamente svolge (con altri simbionti e con l’ospite) per risolvere i propri problemi di adattamento genetico. 

            Nel generale processo di incorporazione simbiotica è possibile separtire, clusterizzando gli elementi secondo un criterio percettivo (né più né meno di come fa il computer quando mostra un file), il simbionte dall’ospite. Si tratta delle due tipologie di partner della incorporazione simbiotica, in cui l’ospite è il partner più grande, che accoglie,  mentre il simbionte è quello più piccolo, che è accolto. Nella nostra epistemologia simbiotica l’ospite è la realtà, la fenomenologia dell’esistente, mentre l’ospite sono le nostre verità, la soggettività dell’essente.

            Allora, se clusterizzo secondo il criterio della georeferenziazione in senso lato[25], posso sostenere: che l’universo è l’ospite che ospita diversi simbionti di galassie interconnesse tra loro; che la nostra galassia è l’ospite che ospita diversi simbionti di pianeti e un solo simbionte stellare interconnessi tra loro; che la nostra terra è l’ospite che ospita diversi simbionti di continenti interconnessi tra loro; che il nostro continente è l’ospite che ospita diverse nazioni interconnesse tra loro; che la nostra nazione è l’ospite che ospita diversi simbionti di città interconnesse tra loro; che la nostra città è l’ospite che ospita ciascuno di noi e che ciascuno di noi è interconnesso con chiunque altro di noi. Se cambio criterio di clusterizzazione ottengo altri e nuovi domini di interconnessioni che costituiscono altri ospiti per altri e nuovi simbionti. La separtizione è la regola (o le regole) con cui si clusterizzano i domini di interconnessione. Dunque, ogni separtizione è una dimensione logica.

3. il terzo concetto di epistemologia simbiotica: dimensione logica

            Questo ci fa capire il terzo concetto fondamentale della epistemologia simbiotica: che la logica con cui decodifichiamo i fenomeni non sta nel cervello dei simbionti che noi siamo. Sta nelle infinite dimensioni dell’ospite fenomenologico che ci ospita. La logica non è delle nostre verità ma della realtà in cui viviamo. Non dentro di noi. Fuori di noi. Possiamo acquisire, per adattamento genetico, soltanto le dimensioni che l’ospite fenomenico che ci ospita (la nostra fitness evolutiva, la nostra storia) ha separtito per noi. E gli umani, grazie al metodo logico con cui hanno risolto i problemi, grazie alla metodologia della conoscenza, cioè grazie alla epistemologia, hanno assorbito solo 4 separtizioni e, pertanto, solo 4 dimensioni logiche. Per ora.

           

            Come ho già spiegato altrove[26], queste 4 grandi separtizioni (poeticamente da me denominate cosmogonie) sono state il prodotto di 4 grandi mutazioni nella gestione della socialità. È cambiato il nostro ospite, a causa della trasformazione del potere che lo governava, e, ovviamente, siamo cambiati noi simbionti. L’ontopower, il potere di sopravvivenza della specie con cui era organizzato il nostro ospite e ci ha trasmesso la logica endofasica, cioè le comunità che ci hanno ospitato dopo la conquista della posizioni retta. Quell’ospite, quel tipico habitat sociale, si è trasformato grazie all’avvento dell’egopower, il potere di rappresentazione egocentrica della forza, e ha trasformato l’ospite da comunità a società, una trasformazione che ha trasferito in noi la logica formale.  Poi l’egopower si è trasformato in biopower, il potere del controllo della vita, dalla culla alla bara, e ha trasformato l’ospite in sistema, trasferendo in noi la dimensione logica computazionale. Oggi anche il biopower si è trasformato in epipower, il superpotere della cognizione, e sta trasferendo nei simbionti che noi siamo la dimensione logica quantistica. Sono separtizioni, dettate dal potere di organizzazione dell’ospite, dell’habitat, sulla base della teoria del potere di Bertrand Russell. Come è noto il logico matematico, il filosofo, lo scienziato, il sociologo e il letterato[27] inglese riteneva “il potere sta alle scienze sociali come l’energia alla fisica[28]. Sosteneva che: “il concetto fondamentale della scienza sociale è il potere, allo stesso modo che nella scienza fisica il concetto fondamentale è quello di energia[29]; e quindi che “le leggi della dinamica sociale possono essere enunciate soltanto in termini di potere, non in termini di questa o quella forma di potere[30]. Per questo motivo abbiamo scelto come regola di culterizzazione della separtizione, cioè il criterio con cui definire il dominio delle interconnessioni nel quale l’ospite inserisce i simbionti e con cui i simbionti si relazionano tra loro, quello del potere; perché il potere è l’energia che conforma le separtizioni della nostra eu-socialità.

            Elvio Ceci, già da tempo[31] si è preoccupato di individuare le 4 dimensioni logiche che, corrispondentemente, i simbionti umani hanno assorbito dall’ospite, dalla complessità fenomenologica della loro esistenza.

            A noi qui interessa ora, dal punto di vista epistemologico, che, delle infinite possibili separtizioni in cui il nostro ospite avrebbe potuto trasformarsi, la nostra storia ce ne ha composte solo 4. Tutti gli altri esseri viventi noti ne hanno avuta 1 soltanto, hanno vissuto sempre dentro la stessa separtizione, nello stesso habitat eu-sociale. Quindi, per questo, hanno acquisito una sola dimensione logica: quella endofasica.

            Noi invece abbiamo avuto la possibilità di acquisire altre 3 dimensioni logiche: formale, computazionale, quantistica.

            Perché?

            Non solo perché siamo animali eu-sociali. Anche molti altri lo sono. Perché siamo i simbionti che, più di tutti hanno modificato, direi anche, trasformato, l’ospite. Perché siamo i simbionti mutanti, gli unici simbionti che generano l’ospite con cui mutano. E finalmente l’esperimento dei gemelli Kelly ha provato tutto questo. Scott Kelly, da umano (simbionte) è andato a vivere nello spazio in un habitat (ospite) nuovo e diverso che l’umano ha costruito. Rapidamente, in soli 340 giorni, questo artificio umano, questo habitat preconfezionato, per adattamento ha modificato l’umano, la sua conformazione fisica, il suo DNA. Questa modifica fisica, in un periodo più lungo può produrre nuovi organi, anche nuovi cervelli. Tutto questo ci fa capire la evoluzione degli habitat sociali ha determinato la sua evoluzione fisica e cerebrale; che tanto più costruisce habitat diversi tanto più la dimensione cognitiva dell’umano cresce, che la forza evolutiva dell’umano è la sua diversità di simbionte dovuta alla diversità dell’ospite (habitat sociale) a cui si conforma per sopravvivere. Un esempio illuminante di Wilson[32] spiega bene questo fenomeno ora provato dall’esperimento dei gemelli Kelly.  Quando l’australopiteco è sceso dall’albero ha messo un piede su un formicaio e il suo arto si è riempito di formiche. Oggi andiamo in gita in campagna, acciacchiamo un formicaio e la nostra gamba si riempie di formiche. Quel formicaio e quelle formiche sono sempre le stesse. Noi no. L’uomo che va in gita non è lo stesso uomo che è sceso dall’albero. Noi siamo diventati diversi, le formiche sono diventate le stesse. Direi meglio: le formiche sono rimaste le stesse perché il loro habitat sociale non è mai cambiato. Sempre lo stesso ospite ha generato sempre lo stesso simbionte. Noi abbiamo cambiato habitat, addirittura modificato l’ospite e dunque siamo cambiati noi simbionti.

            Come?

4. il quarto concetto di epistemologia simbiotica: la rete cognitiva

            Epistemologicamente. Cercando di risolvere, per tentativi ed errore, per imitazione, collaborando in connessioni reticolari i problemi che avevamo di fronte per sopravvivere. Ed erano problemi enormi stante la nostra endemica, strutturale debolezza, come hanno dimostrato  Margulis e Sagan, nel 2001:  “Life did not take over the globe by combat, but by networking[33].

            A differenza di altri, noi abbiamo avuto la capacità di depositare, nel net il working,  di sedimentarli per esperienza imitative, trasformando i suoni e le immagini in linguaggio, tutto in rete, nella rete che sorregge da sempre la nostra presenza nel mondo, nella rete che è l’ospite che  ci ospita da sempre[34]. Sia chiaro, molti animali hanno una competenza comunicativa. Molti anche hanno una spiccata competenza collaborativa e addirittura morale[35]. Nessuno però ha una competenza epistemologica e linguistica. Solo per noi azione è cognizione, i linguaggi sedimentano regole e regolamenti. Solo noi depositiamo informazioni nella rete della vita che ci ospita per metterle a disposizione dei simbionti nuovi venuti e di quelli che verranno. Ricordo sempre il testo di  Heather Pringle secondo cui “nel marzo 2012 uno studio pubblicato su «Science» dal primatologo Lewus Dean insieme a quattro colleghi ha rivelato come mai gli esseri umani riescono a farlo (nda: trasmettere le conoscenze da un individuo all’altro) e gli scimpanzé e scimmie cappuccine no. Dean e il suo gruppo hanno realizzato una scatola ad apertura segreta, con tre successivi livelli di difficoltà, che hanno proposto poi a gruppi di scimpanzé nel Texas, di scimmie cappuccine in Francia e di bambini di scuola materna in Inghilterra. Uno solo dei 55 primati non umani (uno scimpanzé) è giunto al livello più alto, dopo oltre 30 ore di tentativi. I bambini, invece, sono stati più bravi. Contrariamente ai gruppi di scimpanzé, hanno lavorato in collaborazione; parlando fra loro, incoraggiandosi e mostrandosi l’un l’altro il modo giusto di fare le cose. Dopo due ore e mezzo 15 dei 35 bambini erano arrivati a livello tre[36].

            Tuttavia la cosa più sorprendente non è nemmeno questa. La cosa più sorprendente è che, dopo tre ore tutti i bambini conoscevano come arrivare al livello tre;  mentre nessuno dei 55 primati, forse nemmeno l’unico che ci è riuscito, ha mai saputo il metodo per aprire la scatola. Se la prova fosse stata ripetuta i bambini sarebbero partiti dalla conoscenza acquisita e in pochi minuti avrebbero raggiunto il massimo risultato. Tutti gli altri primati avrebbero ricominciato da zero e chissà se avessero raggiunto lo stesso risultato. Questo è possibile per l’”effetto dente d’arresto” culturale dei viventi. Per gli umani l’habitat sociale è il dente di arresto impedisce alla ruota della storia di tornare indietro. Tutti gli altri esseri viventi, specialmente quelli non eu-sociali, ogni volta devono ricominciare da capo. Gli umani no.  “Dotati di queste competenze sociali e capacità cognitive, i nostri antenati erano in grado di trasmettere facilmente le loro conoscenze ad altri, un requisito di partenza essenziale per l’effetto dente di arresto culturale.[37].

            Perché?

            Come è stato possibile?

            Come abbiamo acquisito questa competenza sociale che ha esteso le individuali capacità cognitive?

            Perché mentre tutti gli altri esseri viventi hanno o capacità imitative o, per quelli eu-sociali, capacità di addestramento (e talvolta anche educative), gli esseri umani hanno sempre vissuto e vivono in un habitat sociale di ordine cognitivo. Hanno sempre assolto, cioè, alla dimensione epistemologica in simbiosi con l’ospite che lo ha accolto. Tanto più l’ospite cambiava per la migrazione umana, altrettanti riorientamenti gestaltici l’umano ha avuto, altrettanti diversi adattamenti ha dovuto vivere, per mantenersi  in simbiosi con l’ospite di volta in volta diverso. Se non fosse stato così l’australopiteco non avrebbero mai conquistato la posizione retta, che serviva loro a risolvere i problema della vista e degli arti per combattere e forgiare strumenti. Hanno conquistato la posizione retta e poi tutto il resto perché hanno provato, sbagliato e riprovato. Poi, una volta acquisito il metodo e lo hanno trasmesso con segni e suoni, con esempi. Cioè lo hanno depositato come plusvalenza cognitiva nella rete d’integrazione dell’ospite. E hanno cambiato l’ospite.

            L’agente è epistemologico quando un conduttore compie una azione sperimentale con un metodo al fine di migliorare i processi di apprendimento suoi e di determinati interlocutori. L’habitat è l’ospite e cognitivo è il simbionte, la rete di interconnessione tra simbionti diventa il vantaggio evolutivo della fitness evoluzionistica, la condizione di accrescimento eu-sociale che oggi abbiamo reso fisicamente visibile in internet; ma che c’è sempre stata.

            L’”effetto dente d’arresto” culturale degli umani è possibile soltanto grazie alla competenza epistemologica collettiva e all’habitat cognitivo che crea. Viceversa, come ho scritto in un libro del 2010[38], quando nella società (ospite), anche a causa di un agente innovatore, si produce una scissione simbiotica, gli individui (simbionti) non sanno più chi sono, sprofondano in uno stato pericoloso di liminalità, anomia, alienazione, estraneazione, perdita definitiva della essenza della nostra esistenza, abbandono, decervellamento, riduzione dimensionale, morte. La scissione simbiotica determina la perdita della essenza nella nostra esistenza.  Ci salva una generale competenza epistemologica, che ci permette di clusterizzare le informazioni sulla base dei problemi che dobbiamo affrontare, organizzarle in una separtizione logica, che sviluppa la nostra capacità cognitiva. Diceva Piaget: “l’intelligenza organizza il mondo organizzando se stessa[39]. Ci salva la conoscenza.


Quasi concludendo 

        L’esperienza e l’esperimento dei gemelli Kelly è emblematica, anche se nota. Spero che ormai non ci sia nessuno che, con inopportuna supponenza, faccia una gerarchia o addirittura una graduatoria delle discipline scientifiche, magari relegando in una posizione residuale le scienze sociali. Anche perché, come ci ha insegnato abbondantemente Popper, le discipline scientifiche non esistono. Esistono soltanto i problemi scientifici.

        In ogni caso, nella logica della epistemologia simbiotica, lo studio dell’ospite, cioè dell’habitat sociale, è fondamentale per capire la connotazione generale del simbionte, cioè l’uomo nella sua condizione cognitiva, relazionale e fisica.

        Non vorrei insistere oltre.

        Verrà il momento!

 

 NOTE -----------------------------------------------------------------------------------------------------------------

[1] Ceci Alessandrop, COSMOGONIE DEL POTERE, Ibiskos, Empoli 2011
[2] Russell Bertrand, IL POTERE, Feltrinelli, Milano 1981
[3] Gershon D. Michael, IL SECONDO CERVELLO, Utet, Torino 2013
[4] Wilson O. Eduard, LA CONQUISTA SOCIALE DELLA TERRA, Raffaello Cortina, Milano 2013
[5] Lhumann Niklas, SISTEMI SOCIALI. FONDAMENTI DI UNA TEORIA GENERALE, Il Mulino, Bologna 1990
[6] Popper R. Karl, LA SOCIETA’ APERTA E I SUOI NEMICI, vol. 2, Armando, Roma 1973/1974
[7] Zolo Danilo, IL PRINCIPATO DEMOCRATICO: UNA TEORIA REALISTICA DELLA DEMOCRAZIA, Feltrinelli, Milano 1992
[8] Khun Thomas, LA STRUTTURA DELLE RIVOLUZIONI SCIENTIFICHE, Einaudi, Torino 1979
[9] Popper R. Karl, LA LOGICA DELLA SCOPERTA SCIENTIFICA.IL CARATTERE AUTOCORRETTIVO DELLA SCIENZA, Einaudi, Torino 1970
[10] Piaget Jean, L’EPISTEMOLOGIA GENETICA, Laterza, Bari 2000
[11] Gee Henry, LA SPECIE IMPREVISTA. FRAINTENDIMENTI SULL’EVOLUZIONE UMANA, Il Mulino, Bologna 2016
[12] Wilson O. Eduard, cit. 2013
[13] Husserl Edmund, LA CRISI DELLE SCIENZE EUROPEE E LA FENOMENOLOGIA TRASCENDENTALE, Il Saggiatore, Milano 2015
[14] Husserl E., cit. 2015, pag. 260
[15] Husserl E., cit. 2015, pag. 260
[16] Husserl E., cit. 2015, pag. 260
[17] Husserl E., cit. 2015, pag. 260
[18] Husserl E., cit. 2015, pag. 260
[19] Husserl E., cit. 2015, pag. 260
[20] La nota analisi tripartita della concezione JTB – Justified True Belief – secondo cui la conoscenza è una credenza vera giustificata, vedi Ayer A. J., THE PROBLEM OF KNOWLEDGE, Macmillian, London 1956 e Chisholm R. M., THEORY OF KNOWLEDGE, ce Hall, Englewood Cliffs 1989
[21] Cacciari Massimo, LABIRINTO FILOSOFICO, Adelphi, Milano 2014
[22] Husserl E., cit. 2015, pag. 260
[23] Husserl E., cit. 2015, pag. 260
[24] Il termine naturalmente deriva dal greco e significa con-vivere, vivere insieme (σύν «con, insieme» e βιόω «vivere»). Intendiamo però quella interazione di lungo termine fra due o più organismi che posso sopravvivere solo connessi l’uno all’altro (simbionti) in un determinato habitat (ospite).
[25] cioè se attribuisco a un dato un'informazione relativa alla sua dislocazione geografica. Per dirla con la Enciclopedia Treccani, con la “tecnica di attribuzione di coordinate geografiche a un oggetto grafico, usata nelle procedure di cartografia computerizzata e nella costruzione di basi cartografiche digitali.” http://www.treccani.it/enciclopedia/georeferenziazione/
[26] Ceci Alessandro, COSMOGONIE DEL POTERE, Ibiskos, Empoli 2011
[27] Ricordo che Bertrand Rusell, non potendoglielo dare altrimenti, ha ottenuto il premio Nobel per la letteratura.
[28] Russell B., cit. 1981
[29] Russell B., cit. 1981
[30] Russell B., cit. 1981
[31] Ceci Elvio, LE QUATTRO DIMENSIONI DI LOGICA, in Schegge di Filosofia Moderna XIV, deComporre Edizioni, Gaeta 2014
[32] Wilson E., cit. 2013
[33] “La vita non conquistò la Terra attraverso la lotta, ma attraverso il network”. Margulis, Lynn and Sagan, MARVELLOUS MICROBES, in Resurgence, vol. 206, 2001, pp. 10–12. Margulis Lynn e Sagan Dorion, LA DANZA MISTERIOSA, Mondadori, Milano 1992. vedi anche Lynn Margulis, SERIAL ENDOSYMBIOTIC THEORY (SET) AND COMPOSITE INDIVIDUALITY, in Microbiology Today, 2004, p. 172.
[34] Capra Fritjof, LA RETE DELLA VITA, BUR Rizzoli, Milano 2001
[35]De Waal Frans, IL BONOBO E L’ATEO. IN CERCA DI UMANITA’ FRA I PRIMATI, Raffaello Cortina Editore, Milano 2013
[36] Pringle Heather, LE ORIGINI DELLA CREATIVITA’, in “le Scienze”, maggio 2013, pag.35
[37] Pringle H., cit., 2013
[38] Ceci Alessandro, ANTROPOLOGIA DELLA SICUREZZA, Eurilink, Roma 2010
[39] Piaget Jean, cit. 2000
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