0 - Premessa

                     Quante sono state le intelligenze che hanno organizzato il nostro mondo?

Quante scoperte ci hanno aiutato a conoscere meglio la fenomenologia dell’esistente?

Tante, tantissime.

E sono molte di più quelle che non si conoscono: invenzioni e conoscenze che ci sono state tramandate da oscuri scienziati involontari che hanno organizzato nel mondo la conoscenza e l’intelligenza dell’umano.

Pensate alla scuola di Mileto, che secondo Popper ha scoperto il metodo scientifico, che ha portato Anassimandro ad affermare, senza alcuno strumento di osservazione, che la terra è un sasso sospeso in uno spazio e che poi portò Democrito, che nel lontano 400 a.C., ad introdurre il pensiero meccanicistico secondo cui la realtà, tutta la realtà è una composizioni di atomi che si muovono e si combinano nel vuoto. Li considerava particelle elementari indivisibili, totalmente differenti tra loro ed in continuo movimento. Sappiamo dal dramma della scienza successiva che l’atomo non è indivisibile, ma che la sua divisione genera una energia enorme che è enorme minaccia per la nostra vita. Pensate, pochi anni dopo, nel 350 a.C., ad Ipazia di Alessandria, che descrisse l’orbita ellittica della terra, la sua rivoluzione intorno al sole seza essere, come piuttosto si riteneva, il centro dell’universo. Pesante ad Aristotele, di Stagira (384 a.C. o 383 a.C.), che ha scoperto la logica. Pensate ad Ibn Al-Haytham, nato a Bassora nel 965 d.C., e che fu studioso della luce e per primo comprese le sue proprietà finché non si accorse che la luce procede in linea retta; e costruì la prima “CAMERA OBSCURA”, che per primo ci spiegò come la luce della luna fosse soltanto luce solare riflessa. In tanti altri campi possiamo trovare geni di incommensurabile grandezza, come il nostro Galileo Galilei (1564) che inventò il telescopio grazie al quale descrisse il movimento di rotazione e rivoluzione della terra, sostenendo la teoria copernicana, oltre al metodo scientifico sperimentale, per quanto ormai parzialmente superato, costruito sul linguaggio matematico e sulla geometria. A Copernico stesso, che prima di lui, agli inizi del 1500, riprese con una rigorosa dimostrazione, la ipotesi greca di tal Aristarco di Samo, la teoria eliocentrica, cioè che il sole fosse il centro di un sistema composto da pianeti che orbitavano intorno al sole. Pensiamo a Newton che fino al 1727, spinge la ricerca scientifica verso la scoperta della legge della gravitazione universale. Pensate a Immanuel Kant che, dopo Aristotele, diede una precisa definizione di categorie logiche. A Maxwell che, attorno al 1850 elaborò la teoria generale dell’elettromagnetismo, con la definizione di un campo come uno spazio entro cui si propagano onde alla costante velocità della luce. Pensate alla poliedrica genialità di Bertrand Russell che, a cavallo del 1900, inventò le tipologie logiche e l’insiemistica, come inequivocabile precursore della logica quantistica. Pensate a Albert Einstein, con la fantastica teoria della relatività e la ipotesi delle onde gravitazionali solo ultimamente davvero osservate. Pensate ad Ilya Prigogine, con la rivoluzione scientifica della complessità, le leggi del caos e i processi irreversibili che ridiscutono gran parte della epistemologia moderna. E ad altri moltissimi altri che, da un punto di vista o dall’altro hanno dato lustro alla organizzazione della intelligenza umana nel mondo. Della lunghissima lista che potremmo costruire, avremmo soltanto la certezza di dimenticarne qualcuno.

Eppure, su tutti, in modo particolare, svetta quel ragazzo inglese, esterno ed estraneo, cattivo studente, pessimo figlio, che se ne andava a girovagare tra i prati, tentato inutilmente alla professione del medico per soddisfare il desiderio di replica di un padre egocentrico, costretto alla inutile teologia e alla carriera ecclesiastica, con la solita giustificazione che non sapesse e potesse fare altro, discusso e bistrattato fino al punto di fuggire in una spedizione, imbarcato in un percorso che avrebbe potuto essere benissimo senza ritorno; su tutti svetta Charles Darwin con la sua teoria della evoluzione, contesa e contestata. Contesa con Alfred Russel Wallace, un altro scienziato che, da solo, in un’altra parte del mondo, aveva ugualmente compreso che la selezione naturale fosse il meccanismo centrale della modificazione degli individui e delle specie viventi, il motore dell’evoluzione. Diverse menti in diverse persone che aveva contemporaneamente elaborato gli stessi risultati. Contestata dal potere opprimente della Chiesa cattolica e anglicana. Questo ribelle, questo borghese sviato, come dirà del genio Thomas Mann, senza titolo e senza accademia, ci ha donato la più affidabile teoria della vita sulla vita.


Che cosa ha scoperto davvero Charles Darwin, senza nemmeno esserne totalmente cosciente?

Prendiamo un dado. Le possibilità che noi abbiamo che, una volta tirato il dado, il nostro numero è 1 su 6. Tutte e sei le possibilità sono identiche e, proprio per questo, noi non possiamo sapere quale delle 6 possibili situazioni si realizzerà. Ma se noi mettiamo una pallina di piombo dentro il lato del numero 4 e trucchiamo il dado, abbiamo ottime probabilità che la frequenza delle volte che uscirà il lato opposto a quello del numero 4, il numero 3, sarà notevolmente superiore. Le possibilità che esca il lato del numero 3 sono condizionate. Si dice che il dado ha una propensione al numero 3.


L’esempio e il concetto sono stati magistralmente descritti nel 1988 da Karl Popper, il quale, partendo dal probabilismo della logica quantistica di Heisenberg, distingue appunto tra:

·       teoria soggettivistica della probabilità, quando le possibilità sono uguali, incondizionate, cioè quando la probabilità che un evento accada corrisponde al numero delle possibilità favorevoli diviso il numero di tutte le possibilità;

·        teoria oggettivistica delle probabilità; quando le possibilità non sono uguali ma condizionate, quando sono propensioni, quando cioè la propensione che un evento accada corrisponde alla forza o al campo di forza in cui selezionate connessioni sono in grado di determinare un processo reale.

Popper spiega benissimo che il trucco, cioè il passaggio dalla possibilità alla propensione è dato, proprio come aveva previsto Darwin, dalla situazione. Popper sostiene infatti che le propensioni non sono numeri, ma forze, e che quindi “non dovrebbero venir considerate come proprietà inerenti a un oggetto, come un dado o una moneta da un penny, bensì come inerenti a una situazione (della quale naturalmente l’oggetto fa parte)[1]. Nel 1988, a ottantasei anni, Popper sosteneva che “l’aspetto situazionale della teoria della propensione era importante, e decisamente importante per un’interpretazione realistica della teoria dei quanti[2]. Nel testo di Popper, questo elemento situazionale è esemplificativamente collegato al tema della sopravvivenza e ci aiuta a capire molto cose, tra cui il processo evolutivo e la differenza tra l’umano e tutte le altre specie viventi note: “Nondimeno è facile dimostrare che l’opinione secondo cui la propensione alla sopravvivenza è una proprietà dello stato di salute e non della situazione è un grave errore. Senza alcun dubbio lo stato di salute è molto importante – un aspetto importante della situazione. Ma se è vero che tutti possiamo ammalarci o venir coinvolti in un incidente, è anche vero che il progresso della scienza medica -  poniamo l’invenzione di nuovi farmaci molto efficaci (come gli antibiotici) – modifica le prospettive di sopravvivenza a seconda della possibilità di ricevere o meno tale medicamento. La situazione modifica le possibilità, e di conseguenza le propensioni[3]. Ecco, Darwin, forse anche senza saperlo – perché non conosceva la fisica quantistica e la sua logica, ha scoperto l’imbroglio del dado della vita, che nella evoluzione la situazione ambientale trasforma le possibilità in propensioni. E poi che queste propensioni si trasformano in realtà con il meccanismo della selezione naturale e dell’adattamento degli individui e delle specie.

Darwin ha scoperto il dado truccato della vita.


Il dado truccato della vita ha uno schema semplice e dunque perfettamente affidabile: tutta la vita sulla terra nasce da un solo progenitore, che man a mano si è differenziato in base ai due processi distinti, della ibridazione (cioè per accoppiamento tra generi diversi) e/o della mutazione genetica (per trasformazione evolutiva e adattamento alle condizioni ambientali). Questa evoluzione ha generato ed eliminato, continua a generare ed eliminare, una infinita quantità di specie biologicamente diverse, pur tuttavia simili nella struttura portante della fenomenologia.



[1] Popper R. Karl, VERSO UNA TEORIA EVOLUZIONISTICA DELLA CONOSCENZA, Armando Editore, Roma 1994

[2] Popper R. K., cit. 1994

[3] Popper R. K., cit. 1994

Comments