4 - Obiezioni nella Teoria Evoluzionistica

        Il nostro paradigma (commensurabile[1]) è diverso da quello di Luigi Luca Cavalli Sforza. È lo sviluppo sociale ad aver generato il nostro comportamento culturale, non viceversa. Come è noto, Luigi Luca Cavalli Sforza sostiene invece che “    lo sviluppo culturale che ha generato il nostro comportamento sociale è avvenuto, per la maggior parte, negli ultimi 100.000 anni, molto probabilmente perché, intorno a quella data, la piccola popolazione che ha dato origine a tutti gli uomini che vivono oggi aveva raggiunto la capacità odierna di comunicare[2].

        Ora, questo paradigma invertito, porta il suo estensore a una serie notevole di errori, paradossi imprecisioni che noi discuteremo altrove, sia per evitare un arido e acido spirito polemico, sia per evitare ogni contestazione, per quanto generosa. Una delle nostre ipotesi, viceversa, sostiene che il comportamento sociale ha determinato una particolare e molto specifica fitness evolutiva, che è stata accelerata, solo per l’umano, dallo sviluppo culturale.

        Siamo sostenuti in questo dalle ipotesi di Edward Wilson, che non a caso Sforza contesta per il fatto di considerare la cultura collegata, se non addirittura interamente controllata dai geni. Intanto non credo che Wilson sostenga questo, quanto piuttosto, sulla base della teoria epigenetica, che geni e cultura evolvono assieme, in reciproca costante connessione, in interazione permanente.

        La rilevanza antropologica dell’habitat sociale è stata principalmente attestata nel 2014 con il paradigma della evoluzione eu-sociale di Wilson[3]. Grazie a questi studi abbiamo imparato come la società sia il fattore scatenante della nostra fitness evolutiva, necessario, anche se non sufficiente.

        Infatti, l’elemento mancante nella teoria evoluzionistica di Darwin non è la eu-socialità.

        Propongo di considerare la socializzazione come la funzione di incorporazione del sembionte nell’ospite, atteso che il sembionte siano le nostre verità e l’ospite la realtà fenomenologica. In questo senso la società è genetica.

        Considero il primo concetto verso la nuova concezione della evoluzione simbiotica il concetto di lebenswelt proposto, molti anni fa, da Edmund Husserl[4]. Lebenswelt rappresenta la totale incorporazione tra l’individuo e il suo habitat.

        Dunque, non si tratta soltanto di una relazione, o meglio, di una “correlazione[5]. Si tratta della plusvalenza cognitiva che l’umano ha svolto con la sua tipica e mutante eu-socialità; non solo una relazione o una correlazione, ma la incorporazione dell’individuo nel suo habitat protettivo: non essere soggetti della vita (come vuole il pensiero religioso), o soggetti alla vita (come vuole la teoria evoluzionistica di Darwin), ma, meglio ancora, soggetti nella vita. Una incorporazione simbiotica del soggetto con il suo habitat fenomenologico talmente profonda che ci permettere di sviluppare la nostra fitness evolutiva nel mondo solo se vivo interamente e direttamente protetto dalla mia eu-socialità, dal mio habitat relazionale. Si tratta di una simbiosi evolutiva tra 4 dimensioni (e non una relazione tridimensionale come voleva Darwin tra individuo, specie e ambiente): individuo, specie, habitat sociale, ambiente.

        Chi ha capito, in ambito pedagogico ed epistemologico, questa funzione evolutiva della intelligenza è stato Jean Piaget[6]. Come è noto, il suo approccio è totalmente, direi esclusivamente, di ordine psicologico e riguarda il singolo, l’individuo, specificamente gli stadi evolutivi del bambino. Credo, invece, che la funzione genetica dell’habitat sociale possa spiegare come è stata possibile la genesi dell’umano, questa specie imprevista[7], la evoluzione del cervello che lo ha reso così diverso dagli animali, attraverso stadi evolutivi (per mutazione o ibridazione) che, per adattamento, hanno sviluppato diverse dimensioni di logica. Ho sempre pensato questo e ne sono ancora profondamente convinto.

        La vita nel mondo non può trascendere la dimensione del nostro habitat eu-sociale all’intero del quale interamente si trasferisce. Grazie alla incorporazione simbiotica dell’uno nell’altro, però, anche il nostro habitat evolve, e noi con lui e, per quel che ci riguarda, la sua multiforme articolazione conforma quel piccolo essere singolare che è l’uomo.

        Infatti, nel network della eu-socialità e nella connessione con la rete della nostra intelligenza collettiva, simbiosi significa che “dal punto di vista della conoscenza, per noi uomini, il nostro proprio essere precede l’essere del mondo[8]. Il nostro proprio essere sta interamente dentro la socialità che ci accoglie. In simbiosi. Prima di noi. Prima della nostra nascita. Il bambino viene incorporato dalla rete sociale in cui vive. Tuttavia egli non resta bloccato dentro un paradigma precodificato e predefinito a causa di questa incorporazione. No. La conoscenza tipica dell’umano è eccentrica. Lo emancipa. Lo precede dal punto di vista delle informazioni sedimentate e disponibili a cui può immediatamente connettersi, “ma non dal punto di vista della realtà del mondo[9].

        Dal punto di vista della eu-socialità nessuno può andare oltre. Può aprirsi, accogliere, estendere le sue relazioni, produrre innovazioni, espandere la sua socialità, approfondire la sua individualità, variare la sua comunicatività, adattarsi alle mutazioni, costruire realtà altra, acquisire nuove dimensioni logiche: evolvere.

        In questo senso, pertanto, la società è davvero genetica, perché nella sua dimensione simbiotica ha permesso e permette, ha garantito e garantisce, l’espansione della capacità cognitiva e la tipica, unica fitness evolutiva dell’umano. Non c’è più bisogno che si cerchi ancora l’elemento scatenante della nostra unicità.

        Ora l’abbiamo trovato.

        Ora sappiamo cosa è.




[1] Ricordo che opportunamente Karl Popper contestò a Thomas Kuhn la incommensurabilità del suo paradigma, che trasformava una idea scientifica in una fede religiosa. Popper Karl, IL MITO DELLA CORNICE, in Pera M e Pitt J. ( a cura di), I MODI DEL PROGRESSO, Il Saggiatore, Milano 1985


[2] Cavalli Sforza Luigi Luca, L’EVOLUZIONE DELLA CULTURA, Le Scienze, Torino 2016


[3] Wilson O. Eduard, cit. 2013


[4] Husserl Edmund, LA CRISI DELLE SCIENZE EUROPEE E LA FENOMENOLOGIA TRASCENDENTALE, Il Saggiatore, Milano 2015


[5] Husserl E., cit. 2015, pag. 260


[6] Piaget Jean, L’EPISTEMOLOGIA GENETICA, Laterza, Bari 2000


[7] Gee Henry, LA SPECIE IMPREVISTA. FRAINTENDIMENTI SULL’EVOLUZIONE UMANA, Il Mulino, Bologna 2016


[8] Husserl E., cit. 2015, pag. 260


[9] Husserl E., cit. 2015, pag. 260
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