2.4 – La Teoria Simbiotica: Lynn Margulis


        L’essenza di ogni esistenza sta nella simbiosi, o con l’ambiente naturale, o con l’habitat sociale. L’intelligenza umana si sviluppa per il suo posizionamento dinamico, per la sua capacità di vivere contemporaneamente nei diversi e disparati habitat. In realtà, come abbiamo visto, il primo, senza dirlo ma facendolo capire bene, a porre la distinzione tra ambiente ed habitat fu Helmut Plessner che ha avuto davvero una triplice fondamentale intuizione:
  1. aveva colto la distinzione tra ambiente ed habitat;
  2. aveva capito che la sopravvivenza dei viventi era possibile soltanto grazie al loro posizionamento sempre in simbiosi o con l’ambiente naturale o con l’habitat sociale; 
  3. aveva definito la connotazione tipica dell’umano e della sua unica fitness evolutiva nella competenza mutante, cioè nella capacità di cambiare il posizionamento, nel potere di vivere contemporaneamente dentro diversi e differenziati habitat sociali. 

2.4.1 – della autopoiesi intellegibile

        Abbiamo ora un primo postulato fondamentale della evoluzione simbiotica: 
  • la propensione oggettiva che ha la vita di affermarsi è data dalla sua capacità di incorporare possibilità. 

Decostruiamo questo postulato in:

1. “La propensione che ha la vita di affermarsi”, è il riconoscimento di una teoria evoluzionistica dell’esistente;

2. “la capacità di incorporare possibilità”, è la nostra unica, esclusiva, affascinante competenza epistemologica;

3. “ è data da”, è la nostra corrispondenza simbiotica all’habitat, il cuore della lebenswelt, non sempre e non solo la capacità di risolvere problemi, ma di saperlo fare grazie alla coscienza della conoscenza che abbiamo incorporato.

3.2 – della incorporazione

        Simbiosi[1] è incorporazione, separtita in interazioni, per dirla con Lynn Margulis, una interconnessione tra diversi soggetti (simbionti) in un determinato habitat (ospite). Sono entità con-viventi, che vivono insieme, l’uno con l’altro, l’uno dentro l’altro.

L’ipotesi simbiotica centrale è che questa tipica incorporazione costituisce, per tutti gli esseri simbiotici che si adattano a vivere dentro un ospite (per gli esseri viventi sulla terra prevalentemente eu-sociale), un vantaggio evolutivo di sopravvivenza reciproca e che, viceversa, la scissione simbiotica è causa di morte per almeno uno dei due simbionti o per entrambi se si scindono dall’ospite. Pertanto la incorporazione simbiotica è indissolubile e imprescindibile, per molti versi irreversibile.

Nel generale processo di incorporazione simbiotica è possibile separtire, clusterizzando gli elementi secondo un criterio percettivo (né più né meno di come fa il computer quando mostra un file), il simbionte dall’ospite. Si tratta delle due tipologie di partner della incorporazione simbiotica, in cui l’ospite è il partner più grande, che accoglie, mentre il simbionte è quello più piccolo, che è accolto.

Più precisamente, nella letteratura si distingue:

  • · simbiosi ciclica: quando, ad ogni ricambio generazionale si ricostruisce la connessione simbiotica tra partner, con uno scambio di segnali chimici di riconoscimento (o per ingannare l’ospite, in caso di parassitosi) e diverse tipologie controllo, sia del genoma che del metabolismo, per attivare le funzioni della simbiosi; 
  • simbiosi permanente: quando il simbionte e l’ospite vivono sempre in reciproca ed esclusiva associazione, trasmettendo verticalmente, cioè di generazione in generazione (spesso per via materna, cioè nella cellula uovo), la connessione simbiotica[2], caso in cui spesso si verifica una co-evoluzione tra i discendenti dei due partner[3]
        Allora, se clusterizzo secondo il criterio della georeferenziazione in senso lato[4], posso sostenere: che l’universo è l’ospite che ospita diversi simbionti di galassie interconnesse tra loro; che la nostra galassia è l’ospite che ospita diversi simbionti di pianeti e un solo simbionte stellare interconnessi tra loro; che la nostra terra è l’ospite che ospita diversi simbionti di continenti interconnessi tra loro; che il nostro continente è l’ospite che ospita diverse nazioni interconnesse tra loro; che la nostra nazione è l’ospite che ospita diversi simbionti di città interconnesse tra loro; che la nostra città è l’ospite che ospita ciascuno di noi e che ciascuno di noi è interconnesso con chiunque altro di noi. Se cambio criterio di clusterizzazione ottengo altri e nuovi domini di interconnessioni che costituiscono altri ospiti per altri e nuovi simbionti. La separtizione è la regola (o le regole) con cui si clusterizzano i domini di interconnessione. Dunque, ogni separtizione è una dimensione logica.

        Le elaborazioni del biologo Lynn Margulis sul paradigma simbiotico hanno evidenziato, fatto per cui sono di particolare interesse in questa sede, come le simbiosi possano costituire un’importante componente del processo evolutivo[5].

        Lynn Margulis in qualche modo inverte la teoria genealogica di diretta derivazione darwiniana su un punto fondamentale: la competizioni tra viventi per l’adattamento della specie. Il paradigma simbiotico non considera, infatti, il processo evolutivo come condotto da una competizione per adattamento. Questa affermazione, anche in questo caso più presente nella letteratura genealogica che in Charles Darwin, non è precisa, anzi, decisamente incompleta. Nel paradigma simbiotico della evoluzione l’elemento fondamentale della sopravvivenza è invece basata sulla cooperazione, sulla interazione e sulla mutua dipendenza tra viventi: “la Vita non colonizzò il mondo attraverso il combattimento, ma per mezzo dell'interconnessione”[6]. I viventi cooperanti internamente o esternamente alla loro specie, siano essi umano o no, hanno una migliore fitness evolutiva e, dunque, sopravvivono di più rispetto ai viventi aggressivi e comunque non cooperanti. La relazione simbiotica è protettiva. Nella simbiosi mutualistica, infatti, il beneficio reciproco tra soggetti viventi è dato dalla connessione vincolante (che appunto caratterizza la simbiosi) di accoglienza tra oggetti, azioni o persone diverse.

        Sul mutualismo dobbiamo soffermarci un attimo, perché rappresenta un collegamento con il paradigma della evoluzione sociologica. Una rilevanza ancora più significativa se si tiene conto la enorme diffusione del mutualismo è una tra quasi tutti gli organismi viventi.

        Il mutualismo non è che una delle tipologie di simbiosi clusterizzate, in modo anomalo[7], secondo connessioni trofiche, cioè relative allo scambio di nutrizione: abbiamo il commensalismo o l’inquilinismo, quando la simbiosi è indifferente per l’ospite e vantaggiosa per il commensale (se riceve cibo) o l’inquilino ( se riceve alloggio); abbiamo l’amensalismo, quando un membro qualsiasi dei due riceve per qualsiasi motivo comunque un vantaggio dall’associazione simbiotica; abbiamo parassitismo, quando il simbionte ottiene un vantaggio danneggiando l’ospite.

        Il paradigma simbiotico ci spiega che, per lo stesso uomo la connessioni con i batteri è necessaria per la sua sopravvivenza[8]. Tuttavia il nostro problema non è sapere quanto è naturale il processo simbiotico, ma quanto è influente sulla evoluzione della vita. Quanto è influente per noi umani. Infatti, non è soltanto quella la nostra partecipazione simbiotica. E, per quanto riguarda l’evoluzione umana, più che di mutualismo, cioè il rapporto tra due individui obbligati a condividere il reciproco vantaggio, possiamo parlare di “proto-cooperazione”, cioè del rapporto tra individui diversi che non sono obbligati a vivere insieme.

        La nostra ipotesi aggiuntiva è che questo vantaggio evolutivo diventa evoluzionistico grazie alla funzione epistemologica (intelligenza) che il simbionte istintivamente svolge (con altri simbionti e con l’ospite) per risolvere i propri problemi di adattamento genetico.








[1] Il termine naturalmente deriva dal greco e significa con-vivere, vivere insieme (σύν «con, insieme» e βιόω «vivere»). Intendiamo però quella interazione di lungo termine fra due o più organismi che posso sopravvivere solo connessi l’uno all’altro (simbionti) in un determinato habitat (ospite). In realtà, tuttavia, il termine fu coniato da Heinrich Anton de Bary nel 1879 per qualificare la natura dei licheni. Egli dimostrò che ci fosse un’associazione fra un’alga e un fungo e definì questa associazione con il termine simbiosi che significava “Zusammenleben ungleichnamiger Organismen” cioè “il vivere insieme di organismi con diverso nome”. 




[2] In questo caso le modificazioni genomiche e funzionali sono talmente elevate che né il simbionte che né l’ospite possono più vivere al di fuori della simbiosi. L’evoluzione da un organismo che presenta una simbiosi permanente, può portare al facile riconoscimento di gruppi monofiletici (che hanno un'unica origine evolutiva), i quali presentano tutti o quasi tutti associazioni simbiotiche obbligate.


[3] La simbiosi in natura può essere ulteriormente divisa in due distinte categorie: in ectosimbiosi, il simbionte vive sulla superficie corporea dell’ospite; in endosimbiosi il simbionte vive nello spazio intracellulare o intercellulare dell’ospite.


[4] cioè se attribuisco a un dato un'informazione relativa alla sua dislocazione geografica. Per dirla con la Enciclopedia Treccani, con la “tecnica di attribuzione di coordinate geografiche a un oggetto grafico, usata nelle procedure di cartografia computerizzata e nella costruzione di basi cartografiche digitali.” http://www.treccani.it/enciclopedia/georeferenziazione


[5] Soltanto per chiarire: la teoria endosimbiotica o teoria endosimbiotica seriale di Lynn Margulis risolve il quesito del paradigma ecologico. Spiega, cioè, come alcune cellule procariote siano diventate eucariote. Questa trasformazione avrebbe avuto origine dalla loro connessione simbiotica. Alcune cellule procariote ancestrali, infatti, avrebbero sviluppato alcune particolari funzioni ( come ad esempio produrre energia, o attivare la fotosintesi, ecc…) nel rapporto con altre cellule. L’associazione simbiotica, nel corso del processo di adattamento evolutivo, si fece sempre più vincolante fino a determinare mutamenti strutturalidnel genoma e funzionali alla interdipendenza tra i vari partner. Il vincolo simbiotico costituì un vincolo della sopravvivenza e la cellula generò all’interno organelli sessuali specializzati (mitocondri e cloroplasti particolarmente) che generò le cellule eucariote. Il vincolo simbiotiche allora tra cellule eucariote divenne più stringente e permanente di quanto non lo fosse per le cellule procariote perché, nel primo caso, dei vari partner sessualmente differenziati poteva più sopravvivere senza l’altro. Gould ha spiegato che rapporto sessuale, a differenza della semplice riproduzione, è alla base base della comparsa delle cellule animali e vegetali. Margulis Lynn, EARLY LIFE, Science Books International, 1982; Margulis Lynn, ORIGIN OF EUKARYOTIC CELLS, Yale University Press, 1970; Wallin IE, THE MITOCHONDRIA PROBLEMS, The American Naturalist 57, 1923; Mereschkowsky C., ÜBER NATUR UND URSPRUNG DER CHROMATOTOPHOREN IM PFLANZENREICHE, Biol Centralbl 25, 1905; Schimper AFW, ÜBER DIE ENTWICKLUNG DER CHLOROPHYLLKӦRNER UND FARBKӦRPER, Bot Zeitung 41, 1883.


[6] Lynn Margulis and Dorion Sagan, MICROCOSMOS: FOUR BILION YEARS OF EVOLUTION FROM OUR MICROBIAL ANCESTORS, Summit Books, New York 1986.


[7] Anomalo perché si tratta di categorie mutanti, quelle categorie cioè che si connotano in funzione di sistema di interazioni che variano nel tempo e nello spazio. In questo caso, infatti, l’orientamento di una interazione simbiotica può cambiare durante il corso della vita dei simbionti a causa di variazioni nello sviluppo o anche per cambiamenti dell'ambiente nel quale l'interazione avviene.


[8] Douglae A. E., cit. 2003
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