1.2 – i gemelli Kelly

La seconda storia riguarda il paradosso dei gemelli Kelly. I gemelli Kelly sono due astronauti che si sono sottoposti all’esperimento sul paradosso di Einstein secondo cui, per la teoria della relatività, se uno dei due gemelli va a vivere nello spazio, invecchia più lentamente. I gemelli Kelly si sono sottoposti a questo esperimento ed effettivamente, dopo una permanenza di 340 giorni nello spazio, Scott è risultato più giovane di Mark di 3 decimi di secondo, cioè, per dire meglio, parti dei cromosomi legati alla longevità si sono allungati. E, una volta tornato sulla terra, hanno riacquistato la loro dimensione tradizionale.

Tuttavia non è stata questa prova della verità del paradosso di Einstein la scoperta più travolgente e, per certi versi, devastante. I gemelli kelly sono sempre stati assolutamente uguali in quanto monozigoti, cioè nati da una singola cellula uovo fecondata. Assolutamente identici. Il fatto è che al ritorno di Scott dai suoi 340 giorni nello spazio il suo DNA è cambiato e i due gemelli non sono più identici. Nei prossimi 4 anni sapremo meglio analizzare la enorme mole di dati che questo esperimento ci mette a disposizione, ma una cosa è certa fin d’ora: è l’habitat sociale che cambia la struttura biologica dei viventi e questa trasformazione è talmente rapida che basta un anno di permanenza in un diverso estremo habitat da cambiare il proprio DNA. L’umano è sopravvissuto alla violenza della evoluzione della vita, perché è un essere mutante, in condizione più di tutti di adattarsi ai diversi habitat sociali. A molti questa scoperta appare travolgente e devastante. Ad altri inaspettata, come ha dichiarato la biologa della Colorado State University Susan Bailey. In realtà, questa scoperta non sconvolge nessuno di noi, studiosi di scienze sociali. Diciamo così: noi già lo sapevamo. Io stesso ho pubblicato, nel 2011, un libro in cui indicavo questa capacità mutante dell’umano agli habitat sociali come connotazione della sua fitness evolutiva[1]. Prima di me Bertrand Russell affermò che il potere sta alle scienze sociali come l’energia alla fisica[2] e che dunque, così come poco si capisce di fisica senza il concetto di energia, poco si capisce della evoluzione sociale dell’uomo senza il concetto di potere. Ultimamente poi: sia la scoperta del secondo cervello[3], che ha rivelato la presenza di un gruppo di neuroni nel nostro apparato gastrointestinale che comunicano con il cervello centrale; sia la fantastica dimostrazione degli studi di Wilson sulla conquista eu-sociale della terra[4]; dimostrano che proprio il connotato di adattabilità sociale, per quello che mangiamo e per quello che condividiamo in termini di relazioni connettive, è il vantaggio della nostra fitness evolutiva. Sulla terra, ma ormai pare anche oltre di essa, sopravvivono e si sviluppano principalmente animali in condizione di essere sociali e di più crescono e di più evolvono quelli animali che hanno saputo adattarsi più rapidamente ai diversi habitat sociali. La diversità sociale e la nostra istintiva adattabilità, la nostra mutevolezza sociale cioè, è stata la forza della nostra evoluzione fisica e cognitiva. Lo spazio dunque è la connotazione di ogni fitness evolutiva.


[1] Ceci Alessandrop, COSMOGONIE DEL POTERE, Ibiskos, Empoli 2011

[2] Russell Bertrand, IL POTERE, Feltrinelli, Milano 1981

[3] Gershon D. Michael, IL SECONDO CERVELLO, Utet, Torino 2013

[4] Wilson O. Eduard, LA CONQUISTA SOCIALE DELLA TERRA, Raffaello Cortina, Milano 2013

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