1 - Premessa

    Non abbiamo altra possibilità che “considerare l’esigenza di conoscere la conoscenza un tema classico della storia del pensiero[1]. Per alcuni addirittura questo sarebbe il problema scientifico genetico: quello che, da Talete a noi, ha dato origine al mix di filosofia e scienza da cui tutte le discipline si sono poi differenziate. Si tratterebbe di una sorta di Big Bang centrale, anzi di un doppio Big Bang come ipotizzano le più recenti teorie astronomiche.

    Sta di fatto che da allora ad oggi, la conoscenza è stata considerata o come rappresentazione o come percezione o come costruzione della realtà. Noi qui sosterremo che la conoscenza, con l’avvento della società della comunicazione, è diventata incorporazione della realtà; e che questa capacità è un potere politico, non nuovo ma di una potenza inusitata e unica che, sia in termini di percezioni che in termini di rappresentazione, espande o riduce, potenzia o depotenzia la dimensione cognitiva dell’umano.

    Ormai sappiamo bene come funzione questo potere irreversibile di carattere epistemologico. La sua azione politica consiste nel produrre macro events, eventi che vengo classificati come simbolicamente rappresentativi, per governare e condizionare i nostri individuali e personali micro events, gli eventi e i comportamenti (imprescindibili ma determinanti) della nostra vita quotidiana[2].

    In un altri testi[3] ci siamo dedicati alla articolata descrizione del potere epistemologico nella società della comunicazione. Qui trattiamo soltanto la questione epistemologica che, tuttavia, è la questione derimente perché è l’unica che può stabilire uno o più metodi per tentare di distinguere il vero dal falso (Statuto epistemologico) e, quindi, l’unico strumento di effettivo controllo democratico del potere contemporaneo.

    In ogni caso, oltre il fatto inusitato del potere di costruzione di scenari di verità, resta la connotazione tipicamente umana di indagare per conoscere, che trasforma l’eccentricità in accrescimento e l’accrescimento in eccentricità. Non c’è dubbio che dobbiamo avere come insuperabile punto di riferimento la socratica conoscenza della nostra ignoranza; e meglio ancora se, come ci ha insegnato Heinz Von Forester[4], la consideriamo come elemento imprescindibile, strutturale e connotativo del soggetto, piuttosto che come semplice atteggiamento mentale. Tuttavia non possiamo trascurare il fatto che, tra tutte le specie dei viventi noti, siamo quelli che conosciamo di più, non fosse altro perché, conosciamo la conoscenza.

    E ci interroghiamo su di essa.

    Molte volte mi sono trovato a pensare se e quanto utili fossero questi studi così teorici e immateriali alle esigenze della mia vita quotidiana. Quanto, mi chiedo, è necessario e controproducente, questa dipendenza al pensiero dei processi invisibili della conoscenza e della conoscenza della conoscenza, questo “ragionar di nubi”, questo vagabondare tra intuizioni che si trasforma in un viaggiare tra teorie, questo vagare tra l’essenza fenomenologica dell’umano; quanto fosse utile tutto questo pensare il pensiero alla mia esistenza concreta, singolare ed unica di individuo che oggi è in ogni luogo a sopravvivere. Molte volte ho avuto dubbio di fronte alla arcigna precarietà finanziaria, ai problemi della vita pratica e alla comodità della ricchezza, alla esaltazione del successo e alla presunzione del potere; se piuttosto non avessero ragione gli altri, i tanti consiglieri del pratico, i sacerdoti dell’utilità, nemmeno dell’utilitarismo, i professionisti della contabilità, i tecnici del vantaggioso, le madri vili che, come le ha descritte Pasolini, ci hanno detto “Pensate a voi! / Non provate pietà o rispetto / per nessuno, covate nel petto / la vostra integrità di avvoltoi![5].

    Molte volte ho dubitato. Talvolta ho anche tentato di disintossicarmi da questa dannata dipendenza al pensiero scientifico e filosofico, dalla emozione letteraria e dal rigore logico che, per me, epistemologia ed ermeneutica rappresentano. Altrettante volte ho fallito, ogni volta che ho tentato di raggiungerli o di seguirli o di imitarli, ho fallito con grande discapito professionale e più grande deficit personale. Sempre, alla fine, sono tornato all’infantilismo dello scrittore e alla inadeguatezza imbarazzante dello scienziato che non riesce proprio a comprendere lo sforzo del mondo alla futilità e il definitivo, ossessionante successo della cronaca sulla storia. Poi, in silenzio, da solo, spesso mi sono chiesto se ci fosse un senso al godimento ostentato di una vita consumata che io invece non riesco ancora a capire, a questa età. Certo che tra la precarietà e l’incertezza della vita quotidiana, vivo scomodo. Ma starei meglio nella “diuturna fatica dell’ambizione personale[6]? Starei meglio se vivessi nella ossessione della supremazia e nella esaltazione dell’egocentrismo ipertrofico dei protagonisti?

    Certamente no. Sarei notevolmente più stanco. Per me ho scelto allora di godere una vita fruita, di cercare un significato nelle cose, di fare della conoscenza l’essenza della mia esistenza. Tuttavia questa decisione, questa etica individuale, non elimina la sensazione di inutilità che avvolge inevitabilmente la parola e il rigoroso suo articolarsi in un teorema.

    Finché a settembre, una mattina, nel mese del ripensamento, mentre camminavo da solo nel parco del Campus dove lavoro, tra una telefonata e una riunione, mentre camminavo favoleggiando di una possibile fortunata vincita, una vincita qualsiasi, generosa, di una qualsiasi lotteria, un qualsiasi evento casuale che fosse in grado di cambiare definitivamente il mio status economico, ancora fanciullo e dunque scienziato tra immaginazioni e sogni, solo e lentamente, mentre camminavo, ho capito che nulla è più utile di pensare il nulla.

    Tra qualche miliardo di anni il sole che illumina il mio passo qui, ora, si spegnerà definitivamente. Nella nostra galassia avrà vita in un’altra vita e la nostra presenza nell’universo potrà essere semplicemente cancellata ignota e, inevitabilmente, ignorata. Di tanti contro futuri possibili, se lasciamo le cose andare verso la nostra indifferenza utilitaristica, quello sarà certamente il punto di fine, appunto il nulla irreversibile che è la morte.

    L’unica possibilità che abbiamo è cercare di indirizzare l’evoluzione verso una ipotesi di futuro che non contempli il nostro annullamento. Questi miliardi di anni sono un capitale che non dobbiamo e non possiamo dilapidare. Dobbiamo investirli sulla nostra sopravvivenza, piuttosto. Possiamo realizzare il sogno fantascientifico di migrare in altri sistemi stellari, in altre galassie, in altri mondi fors’anche più piacevoli e salubri di quanto non sia questo nostro compromesso da scorie nucleari e inquinamento ambientale. Oppure possiamo risolvere il problema della fissione nucleare e dotarci di soli portatili, urbani, metropolitani e domestici; o anche di un sole nuovo, sostitutivo di quello esistente e più duraturo; o infine trovare la formula di rivitalizzazione della stella che ci riscalda. Abbiamo qualche migliaio di anni per trovare una soluzione. Non sono molti. Non possiamo perdere tempo con la blanda amenità del nostro accomodamento.

    L’unica possibilità che abbiamo è dedicare il nostro impegno a fare in modo che un giorno qualcuno troverà la soluzione; con il patrimonio delle conoscenze che ci siamo tramandati; in un futuro che probabilmente non ci ricorderà, ma che comunque sarà come oggi noi contribuiamo a costruire e che, per questo, ci trasporterà nel background del suo ultimo pensiero. Perché quell’ultimo pensiero non sarà, non potrà essere un’intuizione venuta da niente. Potrà essere istintiva. Potrà anche nascere senza un percorso razionale, in modo occasionale e improvvido. In ogni caso non sarà improvvisa. Sarà comunque il prodotto di una elaborazione secolare, addirittura millenaria, anche discontinua, ma costante, un lavoro irrefrenabile del pensiero dialogico, una comunicazione critica intensa a cui dobbiamo contribuire, sbagliando, con errori che risolvono altri errori, che si carica in ogni scambio relazionale e in ogni confronto tra ipotesi e modelli teorici e che si depotenzia solo quando si rinuncia. Proprio la potenza della intelligenza collettiva, questa elaborazione cognitiva reticolare, il valore aggiunto del network integrato della ignoranza che si implementa indipendentemente dagli errori, anzi, grazie agli errori, noi dobbiamo contribuire ad accrescere per garantire all’umanità una soluzione interna ad un intervallo di contro futuri possibili che comunque contemplino la nostra presenza nell’universo. E dunque la nostra memoria. E dunque la nostra immortalità.

    Ora so che l’unica possibilità pratica per salvarci, l’unica opzione di sopravvivenza è la conoscenza. Agli umani è riservata la responsabilità di tutela della terra e di ogni sua forma di vita, poiché sono solo gli umani a conoscere la conoscenza: gli unici eccentrici.             

    Troveremo una soluzione tecnologica (un’arca intergalattica che ci trasporti chissà dove) o scientifica (la scoperta che evita l’esplosione o l’implosione delle stelle); ma quella soluzione, se la troveremo da soli, non potrà che essere fondata sulla logica e sul metodo. Sono queste le nostre connotazioni fondamentale e dunque queste soltanto potremo utilizzare. La soluzione finale per la nostra sopravvivenza sarà inevitabilmente una verità scoperta o costruita con una metodologia. Quindi, soltanto la scelta etica di oggi per la genetica della vita fruita contro la morte della vita consumata può garantirci l’intervallo dei controfuturi della nostra universale presenza. In fin dei conti, allora, soltanto la soluzione epistemologica di oggi potrà garantire la sopravvivenza dell’umanità. In ogni istante della nostra vita, abbiamo di fronte a noi la soluzione finale della nostra vita. In ogni ora della nostra giornata, in ogni affannoso minuto della nostra ora decidiamo per un intervallo di controfuturi con o senza gli umani. In ogni attimo del nostro respiro tuteliamo l’infinito respiro dei nostri attimi.

    E se permettete, quello della mia immortalità è una questione seria.


ooo/ooo

[1] Ceruti Mauro e Petra Lorena (a cura di), CHE COSA E’ LA CONOSCENZA, Laterza, Bari 1990
[2] Ceci Alessandro, SCENARI DI VERITA’, I Quaderni del Campus, Pomezia 2009
[3] Ceci Alessandro, INTELLIGENCE E DEMOCRAZIA, Rubettino, Soveria Mannelli,2006; è inoltre in via di pubblicazione un testo specificamente scritto sul problema del potere di produzione della realtà nella società tecnologica dal titolo IL POTERE OLOGRAMMATICO
[4] Van Forester Heinz, NON SAPERE DI NON SAPERE, in Ceruti Mauro e Petra Lorena (a cura di), CHE COSA E’ LA CONOSCENZA, Laterza, Bari 1990
[5] Pasolini Pier Paolo, LA BALLATA DELLE MADRI, in BESTEMMIA, Garzanti, Milano
[6] Margarete Yourcenar, LE MEMORIE DI ADRIANO, Mondadori, Milano,
Comments