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7 Scenari di Verità: analisi di un caso

Costruire scenari di verità, è un’esigenza fondamentale per il potere nella società della comunicazione. La società è l’ambiente accresciuto da strumenti mediatici totalmente sfuggiti al controllo dell’umano. Strumento che l’umano non ha più bisogno nemmeno di controllare perché oltre l’habitat indotto dalla comunicazione, che attiva le interazioni tra cellule e che seleziona le sinapsi da accendere e da spegnere, non si può andare. È un inganno che accade ogni giorno. E in Italia più volte al giorno. Si tratta di una realtà che si introduce da sola. L’espressione di questo potere, di questa visione di una verità indotta, in Italia assume una delle sue massime espressioni. Forse la prima. Certamente la più evidente.
In ogni dichiarazione e in ogni slogan proclamato civiene indicata quale è la verità a cui dobbiamo credere e di quale bene dobbiamo godere.
In un impressionate articolo che L’Espresso pubblicava nel lontano 1987, Claus Offe1 descrisse questa situazione come una “una coesistenza di vapore e giacchio: una ricchezza di opzioni e una scarsa consistenza del cambiamento sociopolitico”. Allora egli lanciò un grido di allarme perché capiva che “una complessità totale sembra aver immunizzato la società moderna da qualsiasi revisione (o riforma) realisticamente concepibile delle sue strutture”. Era la comunicazione con “l’impalpabile possibilità di scelte che permea la società moderna”, che si cristallizza in situazioni “congelate in un blocco di ghiaccio, che sono virtualmente al di là di qualsiasi seria critica e contestazione” e che, quindi “porta alla scoperta piuttosto paradossale che la moderna società è sommersa in modo insormontabile da un mare di problemi insoluti (la conservazione delle risorse naturali, il mantenimento della pace, lo sviluppo del terzo mondo), condizioni nei confronti alle quali qualsiasi società premoderna apparirebbe speditamente aperta a qualsiasi cosa che desideriamo considerare come progetto storico”.
In queste condizioni è normale che qualcuno, specie se non è un politico e specie quando le istituzioni tradizionali crollano, cerchi una soluzione post-politica: che è sempre una soluzione sociale, nel controllo delle forme di gratificazione e dipendenza, e una soluzione economica, nella concentrazione dei flussi finanziari e nelle nuove improvvise ed esorbitanti ricchezze, contro la massa della vita media tendente alla povertà. Per cui, oggi assistiamo all’affermazione del miraggio della ricchezza pubblica prossima ventura solo se si passa per il
sostegno e la crescita della ricchezza privata e immediata degli imprenditori (che sono già ricchi).
L’argomento è: solo se divento più ricco io posso reinvestire e fare ricchi anche voi.
Ma quando mai è successo che uno che è diventato più ricco abbia ridistribuito? Mai. O almeno nella sparuta minoranza dei casi. Piuttosto, se uno diventa ricco, la prima cosa che fa è risparmiare, depositare soldi nei suoi conti correnti. Nella storia è successo spesso il contrario, cioè: solo quando tutti sono stati più ricchi, quando è stata più alta la propensione al consumo, le imprese hanno avuto interesse a reinvestire garantendo una parte dell’ulteriore sviluppo. Perché mai dovremmo credere al buon cuore di chi ha come etica il guadagno? Se non c’è propensione al consumo, perché mai gli imprenditori avrebbero interesse ad investire? Illusioni del potere post-politico della comunicazione. Infatti, le società che hanno raggiunto il maggior benessere nel mondo moderno sono le società che hanno minori ricchezze individuali e maggiore ricchezza ridistribuita e diffusa. Non è difficile. Basta leggere i dati. Eppure si insiste al contrario, su uno schema interpretativo degli
eventi chiaramente e clamorosamente falso.
Illusionismo.
Possibile che, di fronte a questo e nonostante questo, nessuno si chiede come mai non si incrementano i redditi medi ed anzi si spingono verso il basso? Possibile che nessuno collega la continua riduzione dei redditi medi con il frenetico incremento degli utili dei padroni delle televisioni?
Se uno ha uno stipendio di sopravvivenza che cosa taglia per primo?
Il consumo superfluo, la cena al ristorante, il teatro e
il cinema.
E che fa?
Resta a casa.
A fare?
A vedere la televisione.
Eccolo il potere funambolico della società della comunicazione che ci trasforma tutti, da cittadini ad audience, pubblico televisivo funzionale alla ricchezza del marketing pubblicitario. Teledipendenti, teleelettori, teleconsumatori che non devono avere i soldi per uscire di casa, ma devono restare inchiodati a venerare lo schermo, costretti a cibarsi di programmi fotocopia che sono più brutti delle pubblicità; perché le pubblicità devono essere ricordate, mentre i serial con la loro noiosa ripetitività possono essere dimenticati.
È il potere funambolico della società della comunicazione che annulla le istituzioni, come il Parlamento, per preferire un talk show come sede di presentazione di una riforma. E che ci tiene in casa, senza soldi, per essere felicemente accontentati dall’unico grande fratello che finge di pensare a noi e al nostro bene.
Quando questo processo di governo della transizione d’epoca con tecniche di post-politica riesce, come in Italia o in Russia, la democrazia è definitivamente vulnerata nella sua integrità. Non va abolita, altrimenti potrebbe essere ripristinata. Va continuamente violata, vulnerata.
Quando non riesce, come in America o in Francia, la società è scossa da una serie di elementi di squilibrio, come la gestione finanziaria o le seconde generazioni di immigrati nelle periferie.
Così è.
Vogliamo parlarne?

Secondo Bauman, fino a qualche anno fa “la società era la realtà, punto e basta2.
La sociologia studiava questa realtà, punto e basta. Bauman naturalmente risale a Durkheim, che in qualche modo è l’origine della sociologica politica e che considerava la realtà una certezza, visibile, una fenomenologia percepibile, un fatto empirico che “si riconosce dal potere di coercizione esterna che esercita o può esercitare sugli individui3.
Il potere: questo arcano, questo “Giano Bifronte4, questa potenza che “sta alle scienze sociali come l’energia alla fisica5.
Eppure la realtà; il fatto; il nostro habitat composto da potere coercitivo, vincolo associativo e codificazione normativa; la certezza del nostro spazio geografico e del nostro tempo storico; la società come fatto empirico è svanita, si è dissolta con il xxi secolo.
Il corpo stanco e rugoso della società, con la sua fisicità particolarmente vecchia e, in alcune strutture, perfino decrepita, è rimasto sepolto sotto le macerie del muro di Berlino, prima, o di quelle delle Twin Towers, dopo.
È incredibile come le epoche di transizione della storia corrispondano sempre, da Babele a New York, al
crollo di qualche edificio.
Ci è rimasta soltanto la società visibile, una fenomenologia percepibile, un ologramma.
La comunicazione ha fatto svanire l’esperienza empirica, direi tattile, della società e ha generato un mondo “separato dagli individui6, una definitiva frattura tra la realtà e la verità, una scissione degli esseri viventi dalla loro presenza nel mondo che “è empiricamente diventato
sempre più uguale a una rete di istituzioni sovrapposte, ciascuna dotata di un’esperienza indipendente7.
L’avvento della comunicazione, come grande agente di modernizzazione, ha dissolto l’indissolubile, ha sciolto legame tra essenza ed esistenza, ha scisso l’intersezione tra spazio e tempo. Oggi possiamo essere senza esistere – com’è il caso del Demone (di Bin Laden, ad esempio) la cui effettiva presenza in vita ci è perfettamente indifferente – o possiamo esistere senza essere – com’è il caso di Dio che governa le relazioni storiche e politiche di gran parte del mondo, senza che nessuno sappia se è davvero.
Si tratta della stessa identica scissione dello spazio dal tempo, in quanto esperienza complessiva che riguarda l’intero network relazionale che ci avvolge, spesso ci coinvolge e sempre più frequentemente ci travolge.
Più di ogni altro luogo, la divisione tra la realtà del mondo e i suoi individui, riguarda la politica, perché su questo vuoto, su questa essenza immateriale della nostra esistenza, si fonda il potere nella società della comunicazione. “Nella politica senza luogo” scrive Alessandro Dal
Lago, per effetto della globalizzazione, “il potere non è soltanto plurale, ma ubiquo, introvabile, al limite assente, e in quanto assente essenzialmente stupido8. E “parlare di stupidità significa dire che le teorie della razionalità strategica (come quella weberiana, almeno nella versione semplicistica) oggi sono semplicemente inutilizzabili9.
Il potere è evoluto, si è trasformato, corrispondentemente alle quattro transizioni epocali che hanno caratterizzato la storia dell’umanità: l’epoca della cognizione, cioè l’acquisizione della logica e la capacità dell’uomo di affrancarsi dal concreto, di pensare, di immaginare, di sognare, di creare; l’epoca dell’educazione, cioè l’avvento della società agricola e il passaggio dalla vita sedentaria dell’uomo migrante per l’allevamento dei figli; l’epoca dell’azione, molti anni dopo, cioè l’avvento della società industriale e della complessità situazionale di un uomo travolto dalle consecutive accelerazioni; l’epoca della relazione, quella che stiamo vivendo noi, l’avvento della società della comunicazione e la perdita della materialità, se non proprio della fisicità, dell’umano in omaggio alla sua immagine e al suo suono, in omaggio al perenne presente del suo ologramma.
Siamo passati dall’ontopower – il potere ontologico della sopravvivenza fisica, della caccia e della gestione dei pasti, della conquista delle risorse necessarie a garantire la vita per sé e per la propria prole – all’egopower – cioè il potere dell’affermazione sulla terra e sulla comunità, il potere egocentrico del ruolo sociale – fino al biopower – il potere biologico del vincolo e della possibilità, delle chance di vita e della sostenibilità necessaria a garantire la propria presenza nel mondo. Oggi, nella quarta transizione, nell’epoca della relazione e della comunicazione, siamo passati all’epipower, il potere epistemologico della conoscenza, in grado di produrre e imporre scenari di verità.
La società della comunicazione è una società cognitiva di massa, un immenso cervello che accende e spegne sinapsi, in cui una cellula eccita ripetutamente altre cellule. Si tratta di una vera e propria struttura neurale in continua evoluzione a causa dell’interazione dei soggetti con il suo stesso habitat. La comunicazione genera società e genera ambienti e quindi espande la dimensione celebrale del nostro mondo. È una società eterea ma non evanescente, condizionante e indocile, con un senso del brivido notevole e altrettanta solitudine. È una società, come diceva Marshall McLuhan, dove non esiste il vero o il falso, ma il vuoto o il pieno.
Sembra un caos e invece è una transizione che cambia il parametro di ogni cosa. È piuttosto la tipica fase di transizione d’epoca che la maggior parte di politici e analisti non vuol vedere, quando tutto è travolto da un’emozione: da un’inconscia tendenza figurativa.
La mia impressione è che la società della comunicazione stia spazzando via tutte le istituzioni e tutti gli istituti della democrazia industriale, liberale, socialista e capitalistica. Niente è più in grado di contenere questa transizione. Nascono nuove ricchezze e vecchie concentrazioni
finanziarie vengono cancellate: in un attimo sono passate dalla modernità all’obsolescenza. Solo pochi mesi fa sembravano il futuro. Oggi si mostrano come vecchi catafalchi del passato. In realtà convivono in un presente permanente che non sanno più interpretare, che vuole guadagni immediati con debiti che sembrano non esistere solo perché sono spalmati nel tempo. Essenza scissa dall’esistenza e spazio diviso dal tempo per il presente permanente della sociologia visuale.
La potenza dell’epipower è in questa affermazione del presente, in questa immediatezza diffusa che produce l’insostenibile clamore della nostra cronaca. Nel presente permanente della società della comunicazione io sono quello che voglio e voglio quello che sono.
Se cambia la politica, cambia il potere nella sua duplice dimensione: del potere, che non è più un’entità statica, un quantum definito dalle istituzioni che lo contengono, ma si articola in una serie di istituti materiali e immateriali che generano e lo attribuiscono; e del limite distintivo tra pubblico e privato, della differenza tra infra e intra, della dicotomia tra il particolare dell’individuo e l’universale della polis, tra il singolo e il gruppo.
Ogni potere è confuso dall’interesse personale che, una volta proclamato nella mediaticità, diventa pubblico e legittimo (pieno), mentre ciò che resta nell’occulto, anche se si tratta di un lavoro defatigante e quotidiano, è pericoloso, minaccioso, nascosto e quindi corrotto (vuoto). Perché la società della comunicazione sostituisce il rapporto di rappresentanza – tu mi voti e mi deleghi a rappresentarti – con la relazione responsiva – un input nel tubo catodico produce un output elettorale.
Siamo nell’epoca in cui la società è un cervello e il potere consiste nel produrre delle visioni, dei miraggi a cui credere per fede, in modo che possano invadere tutta la materia celebrale e condizionare il sistema di interazione tra cellule. Il potere nella società della comunicazione
consiste nel produrre scenari di verità, illusioni a cui credere con un atto di fede per farne condizioni di vita di tutti, per tutti con tutti, anche se non necessariamente su tutti. Gli illusionisti credono alle illusioni a cui gli altri devono credere e tutta questa fede inventa un’immarcescibile verità collettiva.
Lo scontro politico e l’affermazione del potere epistemologico sulla realtà consiste nella contrapposizione tra visioni della verità, tra modelli programmati dai dirigenti. Per produrre verità il potere ha bisogno dell’Intelligence, che, proprio per questo motivo non è fatta più da spie e spioni, ma da scienziati e intellettuali capaci, col proprio lavoro inventivo, di dimostrare che esiste una sola soluzione. Cambia la politica, cambia il potere e, naturalmente, cambia anche l’intelligence che, di quel potere, è un’espressione. Come ho già scritto altrove, nella prima fase del controllo del territorio e del potere c’era l’Intelligence della situazione, un’organizzazione laterale al potere politico finalizzata a verificare
e a denunciare la presenza di nemici e di oppositori. Poi siamo passati alla fase dell’acquisizione delle informazioni strategiche di ordine politico, militare, commerciale; quando era “assai difficile distinguere fra l’attività di spionaggio nel senso che si da oggi a questo termine
nel mondo moderno, e la ricerca di trasmissione di informazioni”. Era l’epoca che ho definito Intelligence delle informazioni, perché si basa sulla notizia strategica per i decisori ed è simile in Occidente e in Oriente. Il passaggio ai servizi segreti che svolgevano la funzione di controllo delle alterazioni sociali e di conservazione del sistema è importante perché rappresenta la terza fase dell’Intelligence delle Organizzazioni, quando le grandi monarchie europee propongono “il modello più concreto del rapporto tra creazione delle strutture dello stato moderno e lo sviluppo dei servizi segreti8; ed è la struttura che è stata trasferita a noi, sebbene continuamente potenziata. È una tipologia di Servizi Segreti
rimasta sostanzialmente identica anche con l’avvento degli Stati Nazionali, le Repubbliche Parlamentari e le Democrazie Liberali, sebbene naturalmente con le variazioni di complessità e di complicazione che l’evoluzione storica ha determinato. Oggi siamo all’interno della
quarta tipologia dell’Intelligence della Comunicazione che vuole sfuggire alla sindrome di Shannon e, quindi, reclama meno informazioni e più conoscenza, meno spie e più analisti. Intendo per Intelligence della Comunicazione un’Intelligence che non sia apparato, che non sia struttura, ma che sia relazione. L’Intelligence di oggi non può più essere composta soltanto di informati e informatori. L’Intelligence di oggi non può più soltanto informare per far governare. Spesso informare non aiuta a governare. Tantomeno, come giustamente afferma David Steele, l’Intelligence contemporanea può essere costruita sul “gusto del segreto”, in un mondo in cui il 90% delle informazioni provengono da fonti aperte. L’Intelligence non è più inter-legere, avere le necessarie informazioni per leggere tra e dentro le cose, capacita di decodificazione degli eventi. L’Intelligence è sempre più intelligenza, capacità di produrre scenari di verità programmata e “livelli di realtà” differenziati in relazione degli attori e degli interpreti. L’intelligence è sempre più la metafora tridimensionale della conoscenza: statica (informazioni georeferenziate), dinamica (strategie dominanti), volumetrica (produzione programmata del paradigma).
Dunque la vecchia Intelligence è rimasta sotto la calce e la polvere del Ground Zero e sotto i reduci delle successive e impreviste esplosioni terroristiche di questo nuovo secolo. E sulla terra del Ground Zero, quella coltre di polvere e fumo ha soffocato la giurassica società industriale ed estinto il dinosauro della democrazia liberale. È una polvere fatta di parole, una polvere di informazione e di comunicazione, il rumore di parole vacue che irrompono sul proscenio della politica, che influenzano il dibattito, che dettano i tempi dei problemi da affrontare, che stabiliscono l’agenda da seguire. Sono parole talvolta ingiustificate, spesso interessate. La loro produzione e la loro legittimazione, la loro divulgazione e la loro disseminazione è il lavoro del nuovo intelligence di Steele, che a me sembra una sofisticata riedizione di ciò che c’era.
Il primo clamoroso tonfo dell’intelligence è stato quello dell’ineffabile rapporto Megatrend 2015, che dovrebbe ancora oggi per noi rappresentare un punto di riferimento sugli scenari globali, in cui la CIA ha riunito,  sotto l’alta supervisione del suo mitico allora vicedirettore
John Gannon, i migliori analisti internazionali. Costò un grande lavoro e 30 milioni di dollari stabilire, nel 2000, che i terroristi non c’erano più. Esistevano soltanto gli Stati canaglia. I pochi militanti dei gruppi sovversivi, secondo questa lungimirante previsione, si sarebbero presto trasformati in commessi viaggiatori per armi nucleari tattiche dismesse dall’ex sistema sovietico e rivendute ai tiranni emergenti. Cito testualmente: “crescerà la probabilità che armamenti di distruzione di massa possano venire usati contro gli Stati Uniti o le loro forze, istallazioni e interessi all’estero. La probabilità che un missile armato con ordigni di distruzione di massa possa venire usato contro forze o interessi statunitensi è molto più alta oggi che durante la maggior parte della Guerra Fredda, e continuerà a crescere”.
30 milioni di dollari.
Fu facile per noi, con una spesa pari alle vecchie 30 mila lire, stabilire che non era affatto così. Ma avevamo torto noi. Anche se la nostra previsione era giusta e la loro totalmente sballata, erano loro adeguati alla nuova funzione che il xxi secolo assegna all’Intelligence. Tutti
quei costosi scenari di fantapolitica servivano allora, come servono oggi, a legittimare le prime scelte politiche dell’Amministrazione Americana e a convincere il Senato a destinare ulteriori fondi al progetto, poi trascurato, di “Scudo Stellare”. Tanto lavoro e tanta spesa doveva convincere i decisori politici che un qualsiasi anonimo capo di Stato asiatico o africano, preso dalla forte calura di quei luoghi, potesse, quando la minaccia
sovietica era svanita, sparare sul suolo americano una testata nucleare sebbene dismessa. Tante parole fumose per convincere i decisori ad orientare i fondi verso la precisa direzione del potere politico. La CIA ci faceva chiaramente capire, con tutti i suoi vacui scenari, che la nuova Intelligence aveva definitivamente superato la sua funzione di controllo delle dinamiche politiche e sociali ed era ormai diventata strumento di produzione della verità, di quella specifica verità necessaria al potere. La cia inaugurava, con il frenetico rincorrersi di dichiarazioni e dichiaranti, l’Intelligence della Comunicazione.
Ed io subito allora ho sentito l’aspro odore della minaccia alla democrazia.
Un odore acre che ancora oggi mi porto dietro.
Anche perché, indicativamente, io temo il potere degli uomini, specie quando questo potere è totale e generalizzato, indefinibile e incontrollato. Un potere senza governo, che produce realtà e stabilisce la verità, che pretende un consenso tacito dei cittadini alle sue decisioni e che, quando questo consenso non fosse esplicitato, deve essere costruito, prodotto, direi indotto, tramite persuasori più o meno occulti, specializzati per “spiegare le ragioni a favore di una guerra all’opinione pubblica dei paesi pronti a combattere per la libertà”. Un potere di supremazia e autoaffermazione, una sorta di controllo e condizionamento delle masse tramite le pervasive tecnologie della comunicazione; tramite la produzione della realtà a cui la massa dei telecittadini deve semplicemente aderire. Mi sono spesso chiesto come mai John Gannon, dopo l’apparente flop, fosse stato premiato e fosse passato a dirigere l’NSA.
Finché non ho capito che la cia non aveva per niente
sbagliato.
Anzi.
Se non ci fosse stata quella prova di moderno olocausto dell’11 settembre, noi saremmo qui oggi a conteggiare, piuttosto che l’elenco di fantomatici gruppi terroristici da inseguire, la lista degli Stati Canaglia in possesso di armi nucleari tattiche, chimiche o batteriologiche, pericolosissimi e da debellare uno alla volta per affermare la verità inequivocabilmente giusta dei valori e della forza occidentale sul mondo. Nessuno avrebbe minimamente dubitato dell’oggettività scientifica dei “Megatrend 2015”. Noi saremmo stati oggi in quel trend, avvalorato
dalle puntuali informative di spie e spioni. Molto più rozza si è mostrata l’Intelligence europea. Agli Inglesi è bastata una tesi di laurea approssimativa per dimostrare al Parlamento l’esistenza dell’inesistente. Naturalmente le armi chimiche e batteriologiche di distruzione di
massa in Iraq non c’erano, come ha ampiamente dimostrato Hans Blix, direttore esecutivo della “Commissione di monitoraggio, verifica e ispezione delle Nazioni Unite per l’Iraq”. Dimostrato e pubblicato in un rapporto emblematicamente sottotitolato “la verità su tutte le
menzogne”.
Eppure, ancora, qualcuno, anche di sfuggita pensa che, forse, qualcosa, nascosto in qualche parte …
Non abbiate paura. Anche allora tutti, il superlativo Christopher Andrew e perfino la maggioranza degli oppositori alla politica dei Governi, erano fermamente convinti della capacità minacciosa dell’armamentario bellico iracheno, immagine sapientemente costruita sulla ferocia tirannica del suo leader. È questo il potere pervasivo e ossessivo dell’ologramma, il potere dell’indubbio e della reciproca accusa che sempre il conflitto tra paradigmi alternativi di verità determina. Marshall McLuhan ripeteva che nella società della comunicazione non esiste il vero o il falso, ma il pieno o il vuoto. Il potere dell’ologramma consiste nel produrre un pieno qualsiasi che, quand’anche venga chiaramente sconfessato, lascia comunque in ciascuno un vuoto cognitivo, una depressione nichilista che induce all’abbandono o alla fede. Sulla rinuncia o sull’adesione fideistica il potere moderno edifica la sua supremazia.
Ne è stato colpito lo stesso Blix, il quale rifiuta il pensiero che “Blair o Bush parlassero in malafede10.
Tuttavia deve ammettere che ”sarebbe bastata una piccola riflessione critica da parte loro e dei loro più stretti collaboratori per evitare dichiarazioni ingannevoli nei confronti dell’opinione pubblica11. Non fosse altro perché sarebbe bastato ricordare la regola banale che non si
fa la guerra a chi dispone di un potenziale distruttivo di massa, per la semplicissima ragione che potrebbe usarlo, come è puntualmente accaduto nei cinquant’anni del Balance of Power. Noi però la guerra l’abbiamo fatta lo stesso, in uno schema ereditario del figlio che vuole
portare a termine il progetto aziendale del padre.
Invece questo evidente paradosso è stato magicamente occultato da una comunicazione opportuna e finalizzata, da un ologramma di verità che l’Intelligence ha doviziosamente e rapidamente costruito dopo che i “duri numeri della storia”, come diceva Bobbio, hanno seppellito sotto il Ground Zero quindici anni di artificiosi scenari futuri per il mondo. I duri numeri della storia ci dicono che alla fine della cruenta fiera, i morti
si accumulano e gli eserciti fuggono perché la guerra contiene strutturalmente un’ineliminabile dimensione situazionale. In ogni caso l’Intelligence ha svolto la sua funzione: la verità è stata formulata, l’ologramma è stato imposto, il processo decisionale della democrazia è stato influenzato per il tramite di un’opinione pubblica condizionata, i fondi sono stati stanziati, le armi sono state consumate svuotando il magazzino e riattivando la produzione e, nel caso di vittoria (ma non è importante), aprendo la lucrosa prospettiva della ricostruzione.
Per costruire ologrammi di realtà e per produrre – perfettamente in linea con il fideismo totalitario islamico – scenari di verità, l’Intelligence della società della comunicazione ha bisogno della scienza (ma non della coscienza).
Già è accaduto, nella storia che l’Intelligence si servisse della scienza: se non ci fosse stato Alan Turing a decodificare il codice di Enigma, la seconda guerra mondiale avrebbe potuto avere anche qualche differente esito. Ma è la prima volta che il potere politico nella sue duplice veste del potere formale e del potere informale, si dedica prevalentemente a produrre scenari di verità per la sua autoaffermazione.
Tutta la democrazia liberale era costruita sull’ipotesi che bisognasse trovare i metodi e gli strumenti migliori affinché il potere potesse governare la società e i suoi movimenti.
Nel xxi secolo scopriamo invece che il potere, forte degli enormi strumenti della scienza e della tecnologia, si dedica alla costruzione della realtà, della sua realtà, per generare una società funzionale alla sua supremazia assoluta. E in questa mutua assistenza, tra scienza e potere, c’è tutta intera la nuova frontiera dell’Intelligence e quella della democrazia. La scienza è convincente, credibile in termini mediatici, ostenta ambiziosamente un criterio di oggettività. Dalla scienza l’Intelligence prende l’intelligenza, la capacità, direi la competenza nella produzione del paradigma, nella formulazione di credibili scenari di verità.
La scienza è potenza, ma non necessariamente potere.
L’Intelligence è potere ma non necessariamente potenza.
Noi credevamo, fino a qualche tempo fa, che l’Intelligence fosse una struttura, la più delicata struttura del potere, a cavallo del diritto, al confine della morale, tollerata in nome della Ragion di Stato. Ora che gli Stati mostrano sempre meno ragioni, ci accorgiamo che l’Intelligence,
nel produrre verità per tutti, accumula potere per sé. Forse non il potere diretto derivante da una consultazione elettorale; ma il potere dell’influenza politica che, come ci ha insegnato Robert Dahl, condiziona e controlla le moderne poliarchie della comunicazione.
Tra il potere formale delle istituzioni elettive e il potere informale degli istituti di oggettivazione scientifica, all’Intelligence spetta il potente compito di costruire e gestire (magari senza governare) l’ologramma.
La crisi della moderna Intelligence della Comunicazione può verificarsi solo quando tra potere formale e potere informale si apre una contraddizione, un dissidio e addirittura un conflitto, come è accaduto in Italia poco prima della recente riforma. Ma si tratta di un’eccezione.
Normalmente il potere tende ad amalgamarsi, a mantenere integra la sua duplice dimensione, rappresentando davvero l’immagine mitologica del Giano Bifronte con cui Maurice Duverger era solito raffigurare l’Occidente. Non è un caso, che sempre più frequentemente da Bush (padre) a Putin, sono proprio i capi dell’Intelligence a diventare Capi di Stato e Leader politici. La tecnostruttura tende ad essere mutuabile e intercambiabile, a passare tranquillamente dal privato al pubblico, dalle imprese allo Stato; con il risultato di sostituire la serena e stabile democrazia con occultate teocrazie della comunicazione e evidenti catastrofi finanziarie.

Le responsabilità – diceva Jacques Derrida – (politiche, giuridiche, etiche) hanno il loro luogo”.
Il luogo dell’Intelligence della Comunicazione non è più negli uffici dei Servizi Segreti. Quelli sono uffici pieni di carta e tecnologia, sono la forma dell’apparenza burocratizzata di una funzione che non offre più alcuna prestazione. Basta guardare il paradosso italiano. Ciclicamente, ad ogni nuova deviazione, si riformano le strutture ma non cambiano gli apparati. Non ci si preoccupa nemmeno di fare i Regolamenti Parlamentari, senza i quali i Servizi Segreti non possono funzionare. Tanto non devono funzionare, perché quello non è più il luogo dell’Intelligence. Per costruire la verità utile al potere, l’Intelligence non sta più dove dovrebbe, nei luoghi istituzionali dello Stato. L’Intelligence di oggi è laddove si costruisce e si gestisce l’ologramma; dove sono le connessioni di sistema. Oltre lo scandalo delle intercettazioni, che già di per se stesso potrebbe dimostrare tutto, valga a controprova il fatto che le relazioni delle nostre agenzie di Intelligence, prima ancora di essere
trasferite al Parlamento e alle Commissioni competenti, andavano sui tavoli dei manager delle nostre imprese di telecomunicazione.

Una delle parole inventate dall’intelligence della comunicazione è Sicurezza.
L’insicurezza non esiste. Mai le società moderne sono state più sicure di oggi. L’insicurezza è soltanto percepita, una dimensione evocativa che serve ad indirizzare gli elettorati e a distribuire i soldi.
Se si compara l’indice sulla qualità della vita nelle province del mondo con gli indici sulla criminalità diffusa e organizzata, è possibile facilmente constatare che la sicurezza è maggiormente garantita laddove lo sviluppo è più ampio.
Eppure è proprio in questi luoghi più ricchi che la percezione di insicurezza è più forte.
Non è un paradosso?
Certo che lo è.
Noi facciamo parte della sparuta minoranza del mondo che vive bene, con alti indici di qualità, con bassa mortalità e vita media più lunga, con assistenza sociale, collettiva, individuale e personale. L’uomo occidentale è tutelato e coccolato dalla culla alla bara.
Eppure, se mi guardo attorno non vedo che insicurezza.
L’insicurezza dei padri, costretti a salvarsi quotidianamente dentro questo lento declino occidentale, a lottare ogni giorno contro gli istituti di tutela della società che gli si sono girati contro: le banche intricate nel micropotere dei direttori e nel macro potere degli scalatori; il lavoro sempre meno tutelato e il reddito incerto alla metà del mese; la vita perduta a resistere senza significato alla minaccia di povertà, dentro la sovrabbondanza delle produzioni.
L’insicurezza dei figli, che devono trasportarsi ogni giorno nella virtualità di miti televisivi e raffrontarsi con la realtà dei bisogni oggettivi, disorientati da istituti scolastici che producono incertezza, da una società che li considera semplicemente futuri consumatori, che contabilizza le aspettative di vita per costruire una dipendenza dalle assicurazioni, dalla PlayStation e dalla cocaina, senza sapere se portare il corpo a un divertimento ossessivo o ossessionare il cervello nell’infinita ricerca del nulla.
L’insicurezza politica è prodotta da un lato dalla storicità italiana, cioè da una società in cui lo Stato non c’era quando c’erano già i partiti, in cui le istituzioni sono passate dentro i partiti, in uno spazio privo di regole e di certezze, totalmente discrezionale, dove si consumava l’apoteosi del rapporto di forza; dall’altro, dalla transizione inconclusa, con cinque diversi meccanismi elettorali per cinque diverse campagne elettorali, con una Costituzione che non si riesce a riformare, con certezze giuridiche che non si riescono a stabilizzare.
L’insicurezza sociale che si esprime: in criminalità comune, fuori e dentro la famiglia, in uno spazio di indifferenza totale dove si compiono stragi per un gioco o per un rito su un cavalcavia, madri che ammazzano figli, padri che seviziano bambini, figli che si accoltellano tra loro per un diritto di precedenza di fronte a un video, nipoti che sezionano zii; oltre la tradizionale criminalità organizzata delle diverse mafie; e la criminalità politica del terrorismo globale, che ci costringe a vivere in panico collettivo di massa e minaccia gli automatismi della nostra modernità come l’accelerazione metropolitana e la capacità di trasportare i corpi.
L’almanacco delle occasioni, che generano percezione di insicurezza nella società contemporanea, è lungo e mille altre se ne potrebbero descrivere. Dall’insicurezza urbana di metropoli che stanno diventando necropoli, all’insicurezza ambientale di un pianeta infettato verso
la sua autodistruzione, dall’insicurezza alimentare di virus che si trasmettono tra specie all’insicurezza informatica di altri virus che si trasmettono nei sistemi cognitivi, fino all’insicurezza esistenziale che ciascuno porta dentro e fuori di sé, quando si perde nella complessità
dei problemi che lo circondano, quando sta solo sul vuoto di amicizia e convivialità nell’epoca in cui l’uomo non controlla più i suoi strumenti.
Solo che questa generale e generica insicurezza che sentiamo, non esiste. È stata inventata e viene ogni giorno alimentata dal tentativo di una soluzione post-politica. Da Hobbes a noi la politica costruiva la sua legittimità sulla capacità del Principe di garantire sicurezza ai suoi sudditi. Oggi invece il potere supera la politica, la svuota di senso e di significato, e si edifica facendo percepire ai cittadini una minaccia proveniente da ogni elemento della nostra giornata quotidiana. Nella società della comunicazione il potere ha invertito la sua fonte di legittimazione e infonde insicurezza in tutto il nostro habitat, sugli elementi della nostra modernità, quelli che ci sono sempre stati e che il cittadino è perfettamente
in condizione di gestire con le sue normali tecniche di sopravvivenza, con le procedure tradizionali di adattamento.
Ormai da molti anni viviamo in una società esigente e indocile che periodicamente entra in una fase di eccitazione. Una società in cui la proliferazione dei soggetti determina una proliferazione dei rapporti di forza. La pressione della forza evidente o latente, lecita o illecita,
si percepisce essenzialmente negli spazi della socialità quotidiana, negli habitat urbani in cui i cittadini esercitano il loro diritto alla regolarità e alla serenità. Siamo stati sottoposti da anni ad un’insicurezza sostenibile di nuovo tipo, prodotta dallo squilibrio costante tra la struttura di input (domande) e struttura di output (risposte). Abbiamo convissuto in un tempo troppo prolungato con crisi da aspettative crescenti. Siamo passati direttamente dalla soddisfazione litigiosa del Welfare State all’insoddisfazione  rissosa del Warfare State e procediamo verso il teppismo insurrezionale della Wetware Society.
Tuttavia, saremmo perfettamente in grado di convivere con il frenetico dinamismo di distruzione creatrice della società capitalistica e delle sue minacce strutturali se non fossimo quotidianamente assillati da servizi giornalistici sulla criminalità, serial televisivi e film sull’eterna rincorsa fra guardie e ladri: se non vivessimo continuamente in un thriller.
Da un emblematico sondaggio di un noto quotidiano italiano, qualche anno fa, risultava che il problema più urgente da risolvere per ridurre il tasso di insicurezza dei cittadini era per il 48% degli intervistati il posto di lavoro e che soltanto il 20% dei cittadini indicava nella criminalità un’urgenza, mentre un altro 14% riteneva che bisognasse risolvere prevalentemente il problema del servizio sanitario o quello dell’immigrazione (11%) o quello delle pensioni (6%). In ogni caso, l’80% degli intervistati non riduceva il problema della sicurezza alla minaccia criminale o terroristica.
Il dato non è interessato a nessuno.
Il thriller è continuato. Sulla base dei Report tecnico-scientifici dell’Intelligence e degli Istituti di ricerca, il dibattito mediatico ha insistito attorno al problema del crimine sociale e politico, inducendo negli incubi notturni di ciascuno una paura che non era dettata dalle loro effettive condizioni di vita. I termini “criminalità” e “sicurezza” sono stati considerati, se non proprio sinonimi, almeno direttamente collegati. Finché, indipendentemente dalle proprie effettive esigenze, anzi, dimenticando le proprie effettive esigenze, la maggioranza dell’audience è oggi fermamente convinta che abbassare il livello di criminalità significhi ridurre il tasso di insicurezza. Poi però i crimini si riducono anno dopo
anno, in termini di quantità e di qualità, ma l’insicurezza individuale e collettiva si espande.
Ma perché la democrazia non ha abolito la paura?
Eppure avrebbe potuto farlo. Forse il capitalismo ne avrebbe addirittura avuto convenienza.
Allora, perché no?
Perché le democrazie moderne sono costruite sull’ insicurezza. Hanno bisogno della paura. La paura è il loro vero fondamento. Le democrazie moderne generano paura e insicurezza per espandere il loro potere sull’ambiente e sull’habitat perché, nella società psicotica di massa, è con la paura che si orienta il consenso e il consumo, come hanno clamorosamente reso evidente i terroristi con l’attentato dell’11 marzo 2004 a Madrid. La paura è il fondamento di questo simulacro di democrazia novecentesca che ritroviamo agli esordi del xxi secolo. Gli Stati sono diventati apparati per la gestione del controllo della paura e sono stati definitivamente scorporati dalla democrazia. Lo Stato è un altro strumento che l’uomo non controlla più, una mega macchina che distribuisce potere e privilegio al proprio establishment e che produce paura per controllare la società.
La democrazia contemporanea si alimenta della paura per imprinting, perché la comunicazione viaggia su emozioni forti e il paradigma programmato si impone grazie ad una serie di microshock di riorientamento gestaltico.
La produzione di scenari di verità serve al potere per costruire la sua supremazia con un imprinting cognitivo di massa. L’Intelligence si serve della scienza per indurre continuamente microshock utili a cambiare la visuale dei cittadini, definitivamente trasformati in audience multimediale. Il problema della sicurezza, la minaccia alla vita senza che ci sia alcun rischio, ha una sua inequivocabile plusvalenza. E la democrazia, in un futuro man a mano accorciato, è diventato lo spazio di accomodation tra paradigmi alternativi.

Dunque, proprio io che mi occupo di Intelligence e Sicurezza, mi preoccupo per la democrazia. Quando mi fermo, lungo le strade delle nostre città o rintanato nel mio studio o in qualche università, a vedere le cose che mi girano attorno e le mistificazioni che mi si impongono, 
sento le ragioni degli altri volare alte su di me; alte, imprendibili, inaccessibili. E poi le sento, quelle stesse ragioni irragionevoli, talvolta dentro me, più spesso affianco a me, con me: nei commenti delle fila post oratorie, lungo gli stand della dissertazione acritica, al ristorante del cinismo complice, al caffè del complotto acerrimo e beffardo; le leggo in slogan timbrati sui muri, tra le pieghe di un saluto ozioso, sussurrate nella confidenza colpevole, impertinente, discola, riverita nella dizione autorevole, lungo le strada, ovunque, sempre le stesse ragioni evocative.
In qualche modo, questa tirannia della ragione acritica opprime la mia sensazione di cittadino, quest’essere cittadino d’istinto.
Per me, qui, nel confronto autoriflessivo della scienza, questa ragione imprendibile, non confrontabile, non criticabile, è insolente. È un’insolenza nota: quell’insolenza, al dire di Roberto Calasso, “della civiltà che vuole essere cosciente di se stessa, e intanto si distrugge”.
Questa ragione impositiva è la nostra distruzione, la mia tristezza, la mia amarezza di cittadino, nel bel mezzo del popoloso teatro degli argomenti.
Forse faccio parte anch’io degli sciocchi, ma credo che la soluzione sia nell’etica, nei suoi strumenti e nella capacità che avrà la democrazia di rendere normativamente vincolante, per l’Intelligence e per ogni altra forma di potere, il principio di responsabilità che è l’essenza dell’etica. Credo che il potere nel mondo abbia un insuperabile bisogno di responsabilità e di strumenti etici, praticamente applicabili al comportamento degli individui e all’azione delle organizzazioni. E temo l’Intelligence al servizio di chi sta al potere, piuttosto che al servizio del potere, che è il vulnus, la vera, profonda minaccia di ogni democrazia.

ooo/ooo

1 Off e, C., “Falso movimento” in L’espresso, 22 febbraio 1987. Continua: “La sclerosi istituzionale della società moderna, la sua universale perdita di poteri vincolanti delle comunità dottrinarie o culturali, delle famiglie, dei sindacati, delle istituzioni, ha liberato l’individuo, ma essa ha anche esaurito il potenziale di energie e idee necessarie per qualsiasi illusione circa il futuro della propria società. In una parola ha operato un totale sradicamento dell’uomo moderno, proprio mentre conquistava la sua liberazione. Oggi ci mancano le intuizioni e le istituzioni che ci dicano a quante e quali delle nostre possibilità individuali sia ragionevole rinunciare in cambio delle possibilità di superare le penose costrizioni delle nostre impossibilità collettive. Nessun fondamentalismo antimodernista fornirà una risposta valida a questo pressante interrogativo. Sicché, nella nostra parte del mondo, la sola speranza resta che le tradizioni e le istituzioni dell’Europa, la sua eredità liberale e socialista, si dimostrano forti abbastanza da ispirare una potente critica moderna di una modernizzazione senza cervello”.
2 Bauman, Z. (1999), Dentro la globalizzazione, Bari, Laterza.
3 Ibidem.
4 Duverger, M. (1973), cit.
5 Russell, B. (1970), Il Potere, Milano, Feltrinelli.
6 Bauman, Z. (2002), La società individualizzata, Bologna, Il Mulino.
7 Ibidem.
8 Dal Lago, A. (2003), La città e le ombre. Crimini, criminali, cittadini, Milano, Feltrinelli.
9 Ibidem.
10 Blix, H., Report: United Nations monitoring. Verifications and Inspections Commission – 2003 Invasion of Iraq.
11 Ibidem.
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