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Shiva Shakti

pubblicato 07 giu 2014, 04:31 da TEMPO diSERVIRE   [ aggiornato in data 07 giu 2014, 09:14 ]

SHIVA

 



 


Forma cosmica di Śhiva.Presso la religione induista, Śiva (devanagari शिव, solitamente anglicizzato in Shiva) è uno degli aspetti di Dio, nonché la terza Persona della Trimurti (chiamata anche Trinità indù, composta da Brahma, Vishnu e Śhiva), all'interno della quale è conosciuto come il Distruttore. È inoltre il supremo aspetto di Dio presso lo Śivaismo, una delle due principali confessioni devozionali monoteiste contemporanee 

(l'altra è il Vaishnavismo, monoteismo di Vishnu).




Tempio di Śiva a Bangalore, India.


Introduzione
Poche rappresentazioni della Divinità risultano complesse e ricche di significati come quella di Śhiva; tale figura ha origini antichissime e nel corso del tempo ha assunto valori e sembianze diverse, incarnando valenze e significati talvolta in netta contraddizione tra di loro. Si tratta di una deità molto importante all'interno dell'Induismo, e anche molto discussa, dal momento che le varie scuole di pensiero induiste non concordano sulla sua natura, sulla sua grandezza o sul suo potere.


Cenni storici

Śhiva è una delle più antiche divinità pre-vediche, e le sue origini sono da ricercarsi negli inni dei Veda, i testi sacri induisti più antichi, all'interno dei quali compare inizialmente con il nome di Rudra, il fiammeggiante. Rudra, il deva della tempesta, viene normalmente raffigurato come una divinità feroce e distruttiva i cui terribili dardi causano morte e malattie agli uomini e alle bestie. Rudra è attualmente uno dei nomi di Śiva; lo stesso accade per un altro epiteto, Kapardin (con la capigliatura intrecciata a spirale come quella di una conchiglia).

Per quanto riguarda l'etimologia del nome Śhiva, si suppone che il suffisso "Śiv" derivi dal sanscrito "Śi", che significa auspicio; oppure potrebbe derivare da "Civappu", che in lingua Tamil significa rosso.

L'Atharva Veda fa riferimento ad altri nomi della stessa divinità, alcuni dei quali vengono addirittura citati in gruppo; in uno di questi passaggi abbiamo infatti citati Bhava, Sarva, Rudra e Pashupati tutti insieme. Alcuni di questi erano i nomi con i quali veniva venerata la stessa divinità in differenti località dell'India settentrionale; è certamente stato così, almeno per il periodo più vicino a noi, poiché nelle ultime opere del periodo Brahmana è scritto che il nome Sarva era diffuso dal popolo dell'India orientale, mentre le popolazioni a occidente utilizzavano il nome di Bhava.

È anche degno di nota il fatto che la stessa opera, composta al tempo in cui la Trimurti non era ancora stata riconosciuta, si sia cercato di identificare lo Śiva dai molti nomi con Agni, il deva del fuoco, e che in uno dei passaggi del Mahabharata i Brahmini affermino che Agni è Śiva.

Sin dal periodo medievale, Śhiva divenne la divinità principale di una corrente religiosa dell'induismo che divenne una religione a sé stante, lo Śivaismo. In periodo tardo medioevale, venne incluso nella tradizione maggioritaria e dominante della religiosità indiana, divenendo un aspetto del Divino facente parte della Trimurti.


 Simbologia
Come per qualsiasi altra figura del pantheon induista, ogni elemento della simbologia di Śiva ha un profondo significato allegorico.


 Attributi corporei



Il tridente di Śhiva, simbolo del tempo.tra le sopracciglia possiede il terzo occhio, l'occhio della saggezza e dell'onniscienza in grado di vedere al di là della semplice manifestazione. Questo attributo è associato alla ghiandola pineale e alla dirompente e indomata energia di Śiva che distrugge il male ed i peccati; 
sulla fronte porta un crescente di luna, raffigurante la luna del quinto giorno (panchami), gioiello apparso dalla zangolatura dell'oceano. Esso si trova vicino al terzo occhio e rappresenta il potere del Soma, l'offerta sacrificale, ad indicare che egli possiede sia il potere di procreazione, sia quello di distruzione. La luna è anche simbolo della misurazione del tempo; il crescente dunque simboleggia il controllo di Śiva sul tempo. 
sulla fronte (così come in altre parti del corpo) porta tre linee orizzontali di Vibhuti, cenere sacra, che rappresentano l'essenza dell'Atman, il vero Sé che rimane intoccato dalle mala (impurità dovute a ignoranza, ego e azione) e dalle vasana (attrazioni e repulsioni, condizionamenti, attaccamento al corpo, al mondo, alla fama, ai piaceri mondani, ecc.), le quali sono state distrutte nel fuoco della conoscenza. Di conseguenza la Vibhuti è venerata come una forma di Śiva molto importante, che indica l'immortalità dell'anima con cui si manifesta la gloria del Signore; 
dalla sua testa sprizza uno zampillo d'acqua, che è il Gange, il più sacro di tutti i fiumi sacri. Śhiva (consapevole che il Gange, nella sua potenza, avrebbe distrutto la Terra) permise solo ad una piccola parte del grande fiume di zampillare dalla sua testa, per attraversare la Terra e portare acqua purificatrice agli esseri umani. L'acqua che scorre è inoltre uno dei cinque elementi che compongono l'universo grossolano e da cui nasce la terra. Il fiume è anche simbolo di prosperità, uno degli aspetti creativi di Śhiva; 
possiede dei capelli arruffati (Juta Jata), il cui fluire identifica Śiva con il signore del vento (Vayu), che vive in forma sottile come respiro, presente in tutti gli esseri viventi. Śhiva è dunque il respiro vitale di ogni creatura. 
porta intorno al collo un cobra. Śiva è situato al di là dei poteri della morte ed è spesso l'unico supporto nei momenti di estrema sofferenza; egli ingoiò il terribile veleno Halahala (o Kala Kuta) per evitare che lo stesso contaminasse l'universo. Si dice che Parvati, per evitare che il marito si avvelenasse, gli legò un cobra attorno al collo; ciò trattenne il veleno nella sua gola, che divenne blu. Il cobra mortale rappresenta l'aspetto di vincitore della morte che Śiva conquistò in questo modo. Il cobra rappresenta anche l'energia dormiente, chiamata Kundalini, il potere del serpente; 
il suo corpo è cosparso di ceneri funerarie (bhasma), che simboleggiano – oltre alla purezza e la distruzione del falso – la filosofia della vita e della morte, indicando il fatto che nella morte vi sia la realtà ultima della vita; 
ai polsi porta degli anelli di Rudraksha, che si ritiene abbiano proprietà mediche; 
è vestito con: 
una pelle di tigre, che simboleggia l'ego e la lussuria da lui uccisi. La tigre è inoltre veicolo di Śhakti, la dea dell'energia e del potere. Śiva indossa la pelle di tigre (o, a seconda delle raffigurazioni, vi siede sopra) per indicare la sua vittoria e il stato di trascendenza verso qualunque tipo di potere o energia, in quanto egli è il Signore e la radice di Śakti (v. paragrafo Śiva - Śhakti); 
una pelle di elefante: l'elefante in questo caso rappresenta l'orgoglio; Śiva, indossando la sua pelle, simboleggia il fatto che ha vinto e conquistato l'orgoglio; 
una pelle di cervo: il cervo rappresenta il moto frenetico e incessante della mente, e Śiva indossa la sua pelle per indicare che egli ha controllato perfettamente la mente; 
in una mano regge il Tridente a tre punte, detto Trishula, un simbolo che può avere varie interpretazioni: 
le tre funzioni della Trimurti: creazione, preservazione e distruzione. Il tridente nella mano di Śiva indica che tutti e tre gli aspetti sono in suo controllo; 
come arma, il tridente simboleggia lo strumento per punire i malvagi su tutti e tre i piani: spirituale, sottile e fisico/grossolano; 
la supremazia di Śiva sul tempo: le tre punte rappresentano il suo controllo su passato, presente e futuro; 
in un'altra mano tiene il tamburo (detto damaru), l'origine della parola universale ॐ, ovvero la fonte di tutte le lingue e di tutte le espressioni, nonché simbolo del suono stesso e quindi della creazione [1]. Secondo alcune versioni del mito della creazione, Śiva (rappresentato come Nataraja; vedi paragrafo Il Signore della Danza) crea i mondi eseguendo la danza cosmica (Tandava) e, nel corso di essa, suona il tamburo 14 volte creando gli alfabeti. 

Il toro Nandi

Statua di Nandi presso un tempio in Karnataka. 



Nandi è il nome della mitica cavalcatura di Śhiva. Si tratta di un toro di colore bianco (simbolo di purezza), le cui quattro zampe rappresentano la Verità, la Rettitudine, la Pace e l'Amore.

Più che un semplice veicolo, Nandi si può considerare il costante e immancabile compagno di Śiva in tutti i suoi spostamenti; tant'è che in qualsiasi tempio dedicato a Śiva, di fronte al santuario principale, la presenza di una scultura di Nandi è una delle caratteristiche essenziali. Così come per Garuda, la grande aquila veicolo di Viṣṇu, nel corso dei secoli Nandi ha acquisito un'importanza sempre maggiore, fino ad entrare nel pantheon induista come divinità a sé stante; infatti sono presenti in India vari templi dedicati esclusivamente a lui.

Nella simbologia induista, il toro simboleggia sia la forza che l'ignoranza; il fatto che Śiva utilizzi il toro come veicolo, rappresenta l'idea che questa figura divina rimuova l'ignoranza e allo stesso tempo conceda la forza della saggezza ai suoi devoti.

Inoltre il toro è chiamato Vrisha in sanscrito; questa parola può assumere anche il significato di "Dharma" (lett. Rettitudine); ragion per cui, in termini simbolici, la raffigurazione di un toro accanto a Śiva sta ad indicare che, ovunque sia presente Dio, sono presenti anche rettitudine, purezza e giustizia.


 La dimora di Śhiva

Numerose vicende narrate nelle Upanishad e nei Purana narrano che Śhiva abbia la sua dimora sul Monte Kailasa (considerato essere lo stesso monte Kailasa al confine India-Tibet, vicino al lago Manasorovar), in Himalaya, oppure sul monte Arunachalla.


 Śhiva non si incarna

Questa sezione è solo un abbozzo. Se puoi, contribuisci adesso ad ampliarla.
Tradizionalmente, a differenza di Vishnu, Śhiva non ha veri e propri avatar. Questo è dovuto al fatto che, mentre Viṣṇu discende nel mondo attraverso i suoi Avatar, Śiva è nel mondo, manifesto attraverso tutte le forme vitali. Tuttavia, diversi personaggi sono considerati parziali incarnazioni di Śiva, tra cui Adi Shankara e Hanuman.


Le mutevoli forme di Śhiva

Come si è visto, la figura di Śiva nel corso del tempo ha assunto valori e sembianze diverse, incarnando vari aspetti e significati, a volte in palese contraddizione tra di loro. Egli è il più calmo e perfetto tra gli asceti, ma è anche lo sfrenato e sensuale danzatore cosmico; è la forza che dissolve e distrugge i mondi, ma anche quella che li rigenera, li preserva e li sostiene; è lo spietato genitore che taglia la testa al figlio, ma anche colui che accettò di bere un terribile veleno per salvare l'umanità.
Questa tipica tendenza induista a racchiudere in un'unica figura concetti tra loro opposti e complementari, rende difficile – se non impossibile – descrivere unitariamente tutte le simbologie di cui Śiva è portatore, e quindi si rende necessario trattare ogni aspetto singolarmente.


 Il distruttore


Uno degli epiteti di Śiva più diffusi è Hara, che letteralmente significa "Colui che porta via", "Colui che distrugge". Il suo aspetto distruttivo è da ricercarsi nelle origini dell'Induismo, negli inni vedici più antichi, in cui veniva chiamato Rudra ed era dipinto come una deità terrifica e potente, a cui venivano offerti numerosi tipi di Yajña (riti sacrificali).


La Trimurti, detta anche Trinità indù. Da sinistra a destra: Brahma, Śhiva, Vishnu. Tempio di Hoysalesvara, Halebid.Con la diffusione del concetto di Trimurti, la figura di Śiva divenne indissolubilmente legata e identificata principalmente con il suo aspetto dissolutivo e rinnovatore (senza tuttavia dimenticarne o trascurarne gli altri aspetti). Nella Trimurti, Śiva rappresenta la forza che riassorbe i mondi e gli esseri nel Brahman immanifesto; è l'aspetto divino che conclude i cicli duali di vita-morte, per consentire a Brahma (aspetto creativo) di iniziarne degli altri; è il Signore che distrugge la separatività tra l'anima individuale (jivatma) e l'Anima suprema (Paramatma). Questo evidenzia come l'appellativo di "distruttore" non sia affatto da intendersi come aspetto negativo, in quanto l'azione distruttrice si esplica in realtà contro le forze del male (Śhiva è distruttore dell'ignoranza e di Maya, l'illusione metafisica che tiene separato l'individuale dall'Universale), oppure considerando ogni creazione come un aspetto che nasce da una precedente distruzione.

Poiché la Trimurti rappresenta anche i tre Guna (le influenze della natura materiale), come terza Persona della Trinità ed in virtù del suo appellativo di Distruttore, Śiva è anche considerato l'aspetto divino preposto al controllo del Tamas, ovvero qualità come passività, inerzia e ignoranza.

Sebbene sia definito "il distruttore", o piuttosto "colui che ricrea", Śiva (come si vedrà nella prossima sezione) è considerato – insieme a Vishnu – uno dei Deva più benevoli.


 Il beneaugurale
In netta contrapposizione con il suo aspetto "distruttivo", Śhiva è considerato una delle deità più benefiche e potenti tra tutti i Deva del pantheon induista. Come si è visto nei cenni storici, lo stesso nome Śiva letteralmente significa "il buono", "il generoso"; mentre altri due epiteti con cui è spessissimo invocato, ovvero Śhankara e Śambhu, significano "benefico" o "beneaugurale". Un altro dei suoi nomi è Ashutosh, il che signfica colui che trova piacere dalle piccole offerte, oppure colui che da molto in cambio di piccole offerte.

Numerosissimi sono gli aneddoti mitologici che evidenziano la magnanimità di Śhiva, aspetto non meno noto e importante di quello distruttivo e rinnovatore. Rappresenta il Dio amico e generoso, sempre pronto a fornire sostegno e aiuto di qualsiasi natura ai Suoi devoti, soprattutto nei momenti di maggiore difficoltà; il Dio personale, onnipotente e sempre disponibile, pronto ad intervenire in ogni momento; l'Universale, che per amore accorre in aiuto all'individuale; l'Amato perfetto, che non ha desideri se non la felicità dei devoti.

Questa è anche una delle ragioni che spiegano l'enorme diffusione del culto di Śhiva: egli concorre a tutti gli aspetti della vita dell'aspirante spirituale, qualunque sia il suo percorso, aiutandolo e supportandolo sia sul piano fisico sia su quello sottile e causale.


 Śhiva - Śhakti



Śiva e Parvati, scultura, British Museum.La consorte di Śiva è Parvati, una forma di Devi, l'aspetto femminile e materno di Dio che si manifesta in aspetti differenti. In pratica, se Śiva rappresenta l'aspetto personale di Dio (Ishvara), immanifesto e trascendentale, Parvati è l'energia divina (detta anche Shakti) che da lui scaturisce, generando gli universi materiali e determinandone la trasformazione.

In termini metafisici, Śhiva può considerarsi la causa materiale ed efficiente della creazione, la quale è strettamente correlata a prakrti (la natura materiale, che è la stessa Śhakti) che è la causa efficiente secondaria. Ciò può essere paragonato alla relazione che esiste tra un vasaio e la sua argilla: il vasaio e l'argilla sono entrambi purusha, ma l'energia del vasaio che modella la creta, la sua azione, è prakrti. Purusha e prakriti, Spirito e Natura, Śhiva e Śhakti, maschile e femminile, sono inseparabili poiché entrambi sono necessari al gioco duale della manifestazione.


Statuetta raffigurante Śhiva unito a Parvati, nella sua forma ermafrodita, chiamato Ardhanariśvara.Tuttavia, Śhiva non è visto soltanto come l'uomo cosmico contrapposto alla sua parte femminile; una visione più universale e metafisica vuole che la natura di Śhiva sia così profonda e ancestrale da racchiudere in sé al tempo stesso l'aspetto divino maschile e quello divino femminile. Quando questo concetto viene rappresentato nell'arte sacra, Śiva assume le sembianze di un essere ermafrodita, per metà Śhiva e per metà Śhakti, e viene chiamato Ardhanariśvara. Il significato simbolico è quello della complementarità (e, quindi, della sostanziale unità) dei due opposti, un concetto molto simile a quello di Yin e Yang della filosofia taoista: spirito e materia, intelligenza ed energia, conoscenza ed azione, staticità e dinamismo, sono due metà perfette e complementari di un Tutto cosmico, la Creazione stessa, rappresentato appunto da Śhiva nella sua forma androgina.

Una riprova di questa complementarità consiste nel paragonare il modo in cui Śhiva e Parvati sono raffigurati: il primo è un eremita, trasandato, con i capelli arruffati ed il corpo cosparso di cenere, vestito con pelli di animali; la consorte invece indossa abiti raffinati, è delicata e adornata con gioielli di ogni tipo. Essi si fanno simboli rispettivamente della rinuncia e dell'abbondanza, dell'abbandono del mondo e della prosperità, della povertà e della ricchezza: gli opposti rappresentano l'onnipervadenza divina, che proprio in virtù della sua immanenza può manifestarsi in qualunque forma, maschile, femminile o androgina. Śhiva rappresenta l'immanifesto, Śhakti il manifesto; Śhiva la staticità, Śhakti il dinamismo; Śhiva il senza forma, Śhakti la forma; Śhiva la coscienza, Śhakti l'energia. La radice si Śhakti è in Śhiva: l'uno è il principio dell'immutabilità, l'altra del cambiamento; Śhakti è cambiamento interno all'immutabilità, mentre Śhiva è il substrato immutabile che costituisce la base del cambiamento, la sua radice. L'esperienza di unità integrale tra l'immutabile e il mutevole rappresenta la dissoluzione della dualità. In questo senso si può affermare che Śhiva e Śhakti concorrano alla medesima realtà, che siano la medesima realtà, e che quindi la forma ultima di Śhiva (nonostante egli sia usualmente ritratto con sembianze maschili) sia di tipo femminile e maschile al tempo stesso, ovvero li comprenda trascendendoli entrambi.


 Il più grande tra gli asceti


Statua situata in Rishikesh, India. Śhiva viene spesso rappresentato nel suo aspetto ascetico.Śhiva è il Signore di tutti gli yogi (i praticanti dello Yoga), l'asceta perfetto, simbolo del dominio sui sensi e sulla mente, eternamente immerso nellla beatitudine (Ananda) e nel Samadhi. È il signore dell'elevazione che dona ai devoti penitenti la forza necessaria per perseverare nella propria disciplina spirituale (sadhana), e/o nel proprio percorso ascetico; è il protettore degli eremiti, degli asceti, degli yogi solitari, dei Sadhu, di tutti quegli aspiranti spirituali che – con lo scopo di indagare sulla Verità e conseguire così la liberazione, o Moksha – hanno scelto come stile di vita la rinuncia all'individualità, al mondo, alla sua ricchezza e ai suoi piaceri.

In questa forma prende i nomi di Yogivara ("Signore degli Yogi"), Sadasiva ("Śhiva l'eterno") e Parasiva ("Śhiva supremo"), poiché essa è da molti considerata la sua forma ultima. Numerose raffigurazioni lo ritraggono in questo particolare aspetto: perfettamente concentrato e immerso nella meditazione, gli occhi chiusi per metà[2], con la schiena eretta, seduto nella posizione del loto, in eterna estasi e contemplazione della Realtà ultima.





 Il Signore della Danza



Statua dell'XI secolo (Tamil Nadu, India) raffigurante Śhiva mentre esegue la Tandava, danza cosmica con la quale crea e distrugge i mondi. «La materia, la vita, il pensiero non sono che relazioni energetiche, ritmo, movimento e attrazione reciproca. Il principio che da origine ai mondi, alle varie forme dell'essere, può dunque essere concepito come un principio armonico e ritmico, simboleggiato dal ritmo dei tamburi, dai movimenti della danza. In quanto principio creatore, Shiva non profferisce il mondo, lo danza.» 
(A. Daniélou, Shiva e Dioniso") 

Śhiva è anche chiamato Nataraja, il Signore della Danza, la cui danza cosmica, detta Tandava, è ciò tramite cui l'universo viene manifestato, preservato e infine riassorbito. Essa è simbolo dell'eterno mutamento della natura, dell'universo manifesto, che attraverso una danza scatenata Shiva equilibra con armonia, determinando la nascita, il moto e la morte di centinaia di migliaia di corpi celesti.

Nei bhajan śhivaiti più energici, ricorrono spesso alcune parole sanscrite che non sono letteralmente traducibili in altre lingue, come ad esempio Dhim, Dam, Dhimmitaka. Queste parole non hanno un significato letterale preciso, ma sono più propriamente delle onomatopee, che rappresentano il suono dei tamburi (damaru) e dei sonagli suonati da Śhiva durante l'eterna ed incessante esecuzione della Tandava.





 Śivalingam



Un devoto di Śiva esegue la Puja al Lingam, che ne è il simbolo.  
Il Lingam consiste in un oggetto dalla forma ovale, simbolo fallico considerato una forma di Śhiva. L'utilizzo di questo simbolo come oggetto di adorazione è una tradizione senza tempo in India.

In termini metafisici, rappresenta la forma dell'Assoluto trascendente senza principio né fine, oppure la forma del relativo formale che si fonde con l'Assoluto senza forma, o Brahman.





 Aneddoti mitologici

Nella vastissima letteratura sacra induista, Śhiva è protagonista di numerosi aneddoti che spesso lo ritraggono nei differenti aspetti – talora opposti – sopra descritti.


 Śhiva e Ganeśha



Śhiva e Parvati sono i genitori di Karttikeya e di Ganeśha, il saggio Dio dalla testa di elefante. Molti aneddoti narrano il ruolo di Śhiva nell'origine di questa particolare caratteristica.


 Śhiva, padre furibondo
La storia più conosciuta è probabilmente quella tratta dallo Śhiva Purana: una volta Parvati volle fare un bagno nell’olio, per cui creò un ragazzo dalla farina di grano di cui si era cosparsa il corpo e gli chiese di fare la guardia davanti alla porta di casa, raccomandando di non far entrare in casa nessuno. In quel frangente, Śiva tornò a casa e, trovando sulla porta uno sconosciuto che gli impediva l'ingresso, si arrabbiò e lo decapitò con il suo tridente. Parvati ne fu molto addolorata e Śhiva, per consolarla, inviò le proprie schiere celesti (Gana) a trovare e prendere la testa della prima creatura che avessero trovata addormentata con il capo rivolto a nord. Questi trovarono un elefante che dormiva in tal modo, e ne presero la testa; Śhiva la attaccò al corpo del ragazzo, lo resuscitò e lo chiamò Ganapati, o capo delle schiere celesti, concedendogli che chiunque lo adorasse prima di iniziare qualsiasi attività.


La generosità di Śhiva


Un'altra leggenda riguardante l’origine di Ganesha narra che, una volta, ci fosse un Asura (demone) dalle sembianze di elefante chiamato Gajasura, il quale eseguì una penitenza (o tapas); Śhiva, soddisfatto di questa austerità, decise di concedergli in dono qualsiasi cosa desiderasse. Il demone voleva che dal suo corpo si emanasse continuamente del fuoco, in modo che nessuno osasse avvicinarlo; il Signore glielo concesse. Gajasura proseguì la sua penitenza e Śiva, che gli appariva davanti di tanto in tanto, gli chiese nuovamente che cosa desiderasse; il demone rispose: “Io desidero che Tu risieda nel mio stomaco”.
Shiva esaudì la richiesta e vi prese dimora. Infatti, Śhiva è anche conosciuto come Bhola Shankara, poiché una deità facile da propiziare; quando è soddisfatto di un devoto gli concede qualunque cosa chieda, e questo a volte genera situazioni particolarmente intricate. Fu così che Parvati, sua moglie, lo cercò ovunque senza risultato; come ultima risorsa si recò dal proprio fratello Vishnu, chiedendogli di trovare suo marito. Egli, che conosce tutto, la rassicurò: “Non preoccuparti, cara sorella, tuo marito è Bhola Shankara e concede prontamente qualunque grazia il Suo devoto Gli chieda, senza prenderne in considerazione le conseguenze; per cui penso che si sia cacciato in qualche guaio. Scoprirò cosa è accaduto”.
Allora Vishnu, l’onnisciente regista del gioco cosmico, inscenò una piccola commedia: tramutò Nandi (il toro di Śiva) in un toro danzatore e lo condusse al cospetto di Gajasura, assumendo nel contempo le sembianze di un suonatore di flauto. L’incantevole esecuzione del toro mandò in estasi il demone, il quale chiese al suonatore di flauto di esprimere un desiderio; il Vishnu musicante allora rispose: “Puoi darmi quello che ti chiedo?” Gajasura replicò: “Per chi mi hai preso? Io posso darti subito qualunque cosa tu chieda”. Il suonatore quindi disse: “Se è così, libera dunque dal tuo stomaco Śhiva che vi si trova”. Gajasura capì allora come questi non fosse altri che Vishnu Stesso, l’unico che potesse conoscere quel segreto, così si gettò ai suoi piedi e, liberato Śiva, Gli chiese un ultimo dono: “Io sono stato benedetto da Te con molti doni; la mia ultima richiesta è che tutti mi ricordino adorando la mia testa quando sarò morto”. Śhiva condusse allora lì il proprio figlio, la cui testa venne sostituita con quella di Gajasura. Da allora, in India è viva la tradizione per cui qualunque iniziativa, per essere prospera, deve cominciare con l’adorazione di Ganesha; questo è il risultato del dono di Śhiva a Gajasura.


 Śhiva e la sua consorte

 L'unione con Sati
Si narra nei Purana che Sati fosse figlia di Daksha, signore dell'arte rituale, e che desiderasse sposarsi con Śhiva. Il padre non era favorevole al matrimonio di sua figlia con Śiva, che considerava un personaggio bizzaro, ma alla fine acconsentì.

Un giorno Daksha decise di offrire una cerimonia sacrificale (Yajña), alla quale furono invitati tutti gli dèi tranne Śiva stesso. Solo Sati ebbe il coraggio di recarsi presso Daksha a protestare, e quest’ultimo come risposta iniziò a ad insultare sia lei che il marito. Infine sconvolta e disonorata dalle parole del padre, Sati decise di commettere il suicidio sedendo in posizione yogica e dandosi fuoco con la sua stessa energia interiore. Śhiva, appresa la notizia della morte di Sati, si infuriò. Si staccò una treccia di capelli e gettandola a terra generò Virabhadra, il guerriero invincibile. Virabhadra irruppe sulla scena del sacrificio e decapitò Daksha, gettando poi la sua testa nel fuoco sacrificale. Gli altri Deva presenti al sacrificio pregarono Śiva di avere pietà, e di restituire la vita a Daksha. Egli acconsentì e lo resuscitò; però, essendo la sua testa distrutta nel fuoco, Śiva la sostituì con quella della capra sacrificale.

Secondo altri miti (Śiva Purana, Ramcharitmana, e altri), Sati rinacque in seguito come Parvati da Himavan, signore dell'Himalaya.


 La nascita di Kali


Secondo i miti fondamentali del Kalismo, Kali apparve nell'esistenza quando Śhiva guardò dentro sé stesso, rappresentando simbolicamente la propria immagine.

Un'altra versione racconta che nel momento in cui Kali si apprestava a uccidere dei demoni, improvvisamente si infuriò. Per fermarla Śiva si distese in terra nel luogo in cui stava passando. Una volta passata Kali si accorse di essere sopra Śhiva, si vergognò, e nell'imbarazzo si calmò.


Il dono ad Arjuna
Nel grande poema epico Mahabharata (più precisamente nel Vana Parva) Indra consigliò a suo figlio, l'eroe Arjuna, di propiziarsi Śhiva affinché quest'ultimo gli concedesse in prestito il proprio temibile arco (Gandhiva). Arjuna aveva infatti bisogno delle armi più forti dei Deva per sconfiggere i suoi malvagi cugini Kaurava nella guerra di Kurukshetra.

Arjuna intraprese così una serie di duri ascetismi e austerità, durante i quali non pensò ad altri che a Śhiva, adorandolo nella forma di Lingam, e rivolgendo a quest'ultimo la propria devozione. Śhiva, constatando la purezza dei suoi intenti, volle mettere alla prova il suo ardore guerriero: un giorno, il Pandava fu attaccato da un grande demone sotto forma cinghiale, così afferro il proprio arco e scagliò una freccia. Śhiva, che nel frattempo aveva assunto la forma di un cacciatore, scagliò a sua volta una freccia, che colpì il bersaglio nello stesso istante di quella di Arjuna. Il demone cadde al suolo senza vita, ma Arjuna si accorse che qualcun altro aveva interferito con quello scontro. Accortosi della presenza del cacciatore, prese così a litigare con lui su chi avesse colpito la preda per primo, la discussione si animò rapidamente e i due ingaggiarono un feroce duello. Combatterono per lungo tempo, ma Arjuna per quanto si impegnasse non riusciva a sopraffare l'avversario. Stremato e ferito, meditò su Śhiva invocando umilmente il suo aiuto. Quando riaprì gli occhi vide il corpo del cacciatore adornato da fiori e capì che questi non era altri che lo stesso Śhiva. Arjuna si prostrò ai suoi piedi, scusandosi per non averlo riconosciuto e per essersi addirittura scagliato in battaglia contro di lui. Ma Śhiva gli sorrise, rivelandogli il proprio vero intento, che era quello di assicurarsi che Arjuna fosse qualificato per utilizzare la sua arma più potente. Śhiva gli promise che, prima dell'inizio della guerra, gli avrebbe consegnato la propria arma ed insegnato ad usarla; e, benedicendolo, scomparì.



La supremazia su Brahma e Vishnu


Un mito molto diffuso nel sud dell'India narra che, un giorno, Brahma e Vishnu stessero discutendo su chi di loro due fosse il più grande. In quell'istante si materializzò una colonna di luce, e una voce misteriosa annunciò che il più grande di loro due sarebbe stato colui che, per primo, avesse trovato la fine della colonna stessa. Brahma assunse la forma di un cigno e spiccò il volo, con lo scopo di trovare la sommità del pilastro, mentre Vishnu – sotto forma di cinghiale – prese a scavare per trovarne la base. Cercarono a lungo e avanzarono molto, ognuno nella rispettiva direzione in cui stava procedendo; tuttavia, per quanto si sforzassero, il pilastro era senza fine. Allora Śiva, a cui apparteneva la voce misteriosa, si fece riconoscere, e sia Brahma che Vishnu dovettero riconoscere la sua superiorità.


Il culto e le interpretazioni di Śhiva



Devoti al festival annuale presso il tempio śivaita di Kottiyoor.
Trattandosi di una antichissima e ancestrale rappresentazione del Divino, le innumerevoli ed eterogenee scuole di pensiero induiste attribuiscono alla figura di Śiva una importanza, un potere e una natura a volte molto differenti tra loro.

Una visione comune a tutto l'Induismo (che, nonostante le divisioni interne, ha anche una identità universale), può essere questa: Śiva è sicuramente una deità molto importante, dotata di enormi poteri, e propriziata a prescindere dalla scuola religiosa cui si appartiene.


 Śhivaismo


I devoti di Śiva, seguaci dello Śivaismo, sono chiamati Śhivaiti. Essi identificano Śhiva con Ishvara

 (l'aspetto personale di Dio) 

e con la sua radice metafisica, ossia lo stesso Brahman (l'aspetto impersonale); lo venerano come una delle tante forme differenti dell'universo con cui si esprime la Realtà, in quanto è l'entità monistica – personale e impersonale al tempo stesso – nel quale si rispecchiano tutte le cose, Śhiva compreso. In questa visione, è da Śhiva che scaturiscono tutti gli altri Deva (gli esseri celesti), come suoi princìpi ed emanazioni; è essenzialmente una conoscenza monoteistica collegata alla bhakti, o devozione, un aspetto molto importante dello Śivaismo.

Il Mantra śhivaita per eccellenza è Om Namah Śivaya.



 Vaishnavismo

Differente è il discorso nei culti dualistici. Ad esempio, secondo i Vaishnava, per i quali l'aspetto supremo di Dio è Krishna, Śhiva non è altro che un suo devoto, il più grande tra i Deva, ma sempre e comunque subordinato a lui. Per sottolineare la supremazia di Vishnu / Krishna su Śhiva 

(questione peraltro molto controversa nella storia induista)

 riportano in modo enfatico alcuni passaggi dai Veda, dalle Upanishad e dai Purana, che però – è importante ribadirlo – non possono venire interpretati in modo assoluto per via della natura enoteista dell'Induismo.



 I nomi di Śhiva


Una statua di Śhiva vicino all'Indira Gandhi International Airport, Delhi.Come per tutte le altre Murti induiste, anche Śiva è invocato attraverso innumerevoli appellativi che si riferiscono ai suoi attributi e caratteristiche. Alcuni di essi:

Sadaśiva, Śiva l'Eterno 
Shankara, benefico o beneaugurale 
Parameshvara, Signore Supremo 
Maheshvara, Grande Signore 
Mahadeva, Grande Dio 
Mrtyumjaya, Vincitore sulla morte 
Mahabaleshvara, Grande Signore della Forza 
Tryambakam, Trinetrishvara o Trinetra Dhari, dai tre occhi (simbolo dell'Onniscienza) 
Mahakala, Grande Tempo o Conquistatore del Tempo 
Nilkantha, dalla gola blu 
Trishuladhari, Colui che regge il Tridente 
Chandra Shekhara, Colui che indossa la Luna 
Nataraja, Signore della Danza 
Pashupati, Signore degli esseri viventi 
Yogishvara, Signore degli Yogi (o dello Yoga) 

 

Note


 La metafisica induista sostiene che tutta l'esistenza sia fondamentalmente composta da vibrazioni, e che alla base di tutta la manifestazione vi sia il mantra AUM (o OM), il suono primordiale, che diede origine ai cinque elementi (etere, aria, acqua, fuoco e terra). AUM è considerata l'approssimazione più aderente al nome e alla forma dell'universo; è il respiro del Brahman (l'Assoluto, principio impersonale e fondante di ogni realtà). Questa considerazione filosofica si accorda con la più moderna e attuale teoria della fisica quantistica e delle stringhe, che descrivono l'universo in termini di vibrazione di campi o stringhe. 
 La tradizione induista vuole che durante la pratica della meditazione gli occhi debbano essere chiusi per metà: non del tutto aperti, per non ricevere distrazioni visive e mantenere la concentrazione, e non del tutto chiusi, per evitare di assopirsi. 
Contrariamente all'opinione popolare, il vero Induismo non è né politeista né monoteista, ma è propriamente una religione enoteista: i diversi aspetti e forme di Dio (tra cui gli Avatar e i Deva) sono considerati come infinite emanazioni del Brahman (principio impersonale e fondante di ogni realtà, da cui hanno origine tutti i mondi e gli esseri), create per rendere lo stesso Brahman accessibile all'uomo. 
 

 

 

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