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Escatologia vedica

pubblicato 09 lug 2014, 23:35 da TEMPO diSERVIRE

ESCATOLOGIA VEDICA

 

Escatologia vedica

 

 
ESCATOLOGIA VEDICA



L'escatologia vedica può essere considerata in riferimento ai suoi due temi principali presenti nel RGVEDA: 
la credenza di una vita dopo la morte e la conoscenza di una realtà al di là della morte, l'immortalità.
Attraversare le porte della morte significava per il popolo vedico solamente il prolungamento dell'esistenza che, priva del corpo fisico, si svolgeva in uno stato di più elevata consapevolezza la cui nota dominante è la gioia. L'IMMORTALITA significava assai più che la semplice sopravvivenza, era il raggiungimento della condizione degli dei e quindi dell'intuizione divina che implicava onniscienza e onnipotenza.






LA CONCEZIONE DELLA MORTE


Già nel Rgveda appare evidente come la morte non fosse altro che il passaggio da un livello di esistenza ad un altro; è inoltre del tutto evidente che l'anima del defunto , se buona, si risveglia dopo i dovuti riti di purificazione sull'altra riva, in una terra di felicità e di miele; se malvagia invece viene precipitata nelle tenebre senza fondo.
Ogni individuo dunque, al momento della morte, è portato a rendere conto delle sue azioni, per le quali sarà esaltato o punito, anche se gli inni dimostrano una pronunciata preferenza per una visione ottmistica.










IL PROCESSO DELLA MORTE 
Il morire non era concepito come un processo semplice infatti,poiché l'essere umano è un creatura composita, la sua morte implica l'idea della separazione delle varie parti che lo compongono.
L'uomo si presenta in mezzo alla molteplicità delle sostanze viventi come un essere nel quale, finché resta sulla terra, convergono manifestazioni parziali delle diverse divinità. Queste lo abbandonano al momento della morte e si riuniscono alla loro forma primordiale. l' essenza del morto tuttavia persiste, sottile, come un fantasma della forma corporea.

Questo concetto è confermato in numerosi versi rgvedici e dell'Atharvaveda :
- Con la prima morte esso si scinde dividendosi in tre parti. Lì va con una, qui con una dimora.(Ath.v. XI 8,33)
La triplice divisione sembra riferirsi alla separazione di ciascuna parte componente che avviene alla morte ove la parte più grossolana va con gli elementi più grossolani,la più sottile con i più sottili.

-Che l'occhio vada al sole,lo spirito al vento,va' tu secondo la tua natura in cielo o sulla terra. O va' alle acque…fermati col tuo corpo fra le piante.(Rg.v.X 16,3)
Questo verso significa che le parti dell'individuo finiranno per congiungersi con l'elemento affine.
L'occhio era considerato la finestra dell'essere interiore,il sole era l'anima universale che si manifestava attraverso tutte le cose. Il "rsi" diviene un avente per occhio il sole quando la percezione spirituale che scaturisce dal suo intimo illumina tutto il suo essere e di conseguenza l'intero mondo:in questa illuminazione risiede il nesso tra l'occhio e il sole.










IL PASSAGGIO AD UN'ALTRA VITA 
Ciò che resta del defunto quando le sue parti ritornano alla forma originaria, il suo alter ego, è un'immagine dell'essere vivente senza vigore ma poiché non esiste una sostanza completamente priva di vita è dotato di una certa capacità di sentire, pensare, volere e agire. Dotata di funzioni ridotte può , quale spettro, errare nelle vicinanze della sua antica dimora o, con l'ausilio di sacrifici opportuni, essere arrestata nel suo peregrinare in modo da passare nel mondo celeste. Il sacrificio celebrato per il defunto dai sopravvissuti ha appunto lo scopo di rinnovare in esso la pienezza della vita.
Il rito stesso della cremazione ha il significato di restituire al morto il suo intero corpo sull'altra riva del fiume. Perché questi divenga conscio sull'altra riva bisogna però che venga acceso anche Agni, il fuoco, anello di congiunzione tra il cielo e la terra, scintilla immortale nei mortali, fiamma che brucia negli esseri umani come in tutto il cosmo e che attira le cose nell'esistenza manifesta e da questa le ritira.

Il Taittiriya Brahmana conferma così il ruolo di Agni:
-Tu o Agni sei il nostro legame e il nostro ponte; tu sei il sentiero che conduce agli dèi. Per te possiamo ascendere alla sommità del cielo e là vivere in gioiosa fratellanza con gli dèi.








CORPO E SPIRITO DOPO LA MORTE 
Ma che cos'è questo spirito che erra o vive nel cielo?Non è uno spirito senza corpo ma un essere simile ad un'ombra che differisce solo di grado ma non essenzialmente da quello che fruisce dall'esistenza corporea.
Dopo che il defunto è entrato in paradiso viene esortato a unirsi con un corpo in tutto simile alla sua forma fisica; questo corpo non è però il "sarira" cioè il corpo oggettivo/materiale che viene bruciato ma il "tanu" cioè la forma (o sé) che diviene l'involucro esteriore del morto solo dopo che ha abbandonato il sarira.

La multiforme natura di tanu è esemplificata in RGV. X 15.14 :
-Insieme con quei padri concedici superiore vitalità e un corpo secondo il nostro desiderio.
Questo verso può essere tradotto così: "insieme con quei padri adatta un corpo per questa vita eterea secondo il tuo desiderio".


(http://www.liceozanella.it/multimed/rete/inferi/indu/veda/dx.html)


 

La Letteratura Vedica e l’Occidente

Estratto dal sito Centro Studi Bhaktivedanta 
www.c-s-b.org 


L’immenso patrimonio culturale dell’India è stato ed è tuttora veicolato dalla letteratura dei Veda e dalle opere che su di essa si fondano. L’accettazione dei Veda come Scritture rivelate è infatti uno dei criteri fondamentali per potersi dichiarare hindu. 
La letteratura vedica è ritenuta fonte di tutta la conoscenza, fisica e metafisica, giunta fino a noi grazie all’opera esegetica delle varie scuole della tradizione (Sampradaya).
Cerchiamo innanzitutto di chiarire il significato del termine Veda. La radice verbale vid significa ‘conoscere’ ma anche ‘vedere’: i compilatori dei Veda infatti, gli antichi saggi-veggenti (rishi), descrivono in questi testi ciò che hanno conosciuto attraverso il sapere intuitivo, la visione interiore (darshana), e propongono la ricerca della luce, lo sfondamento della sostanza materiale per accedere allo spazio luminoso dell'interiorità. 
Essi non si ritengono infatti autori delle loro opere, ma coloro che, assorti nella meditazione e quindi profondamente ispirati, sono divenuti degni ricettacoli dell’illuminazione divina . 

I rishi delle Upanishad , testi tra i più importanti e conosciuti nel panorama vedico, definiscono questa illuminazione come la via per la realizzazione del sé immortale, per il ricongiungimento della coscienza individuale con la Coscienza cosmica, dell’essere individuale (atman) con l’Essere supremo (Paramatma). La metafora ricorrente nei Veda è quella di un’impresa eroica volta a liberare gli armenti o le acque, a dischiudere il cielo, a sconfiggere le tenebre; è l’operazione introspettiva intrapresa dal saggio che riconquista la visione dispensatrice di prosperità; il trionfo della luce sulle tenebre . Attraverso questa “percezione intuitiva” si conosce la Realtà superiore, non accessibile nella sua totalità attraverso l’intelletto in quanto interiorizzazione e consapevolezza trascendente.

In tal modo i Veda consentono una comprensione perfetta della realtà e della sua essenza, perché ricongiungono colui che conosce con ciò che viene conosciuto, dove ciò che viene conosciuto è, nei punti filosoficamente più alti delle Scritture, la totalità dell’Essere nelle Sue infinite manifestazioni; totalità beata e beatificante giacché esente da corruzione, invecchiamento, morte e rinascita; l’Essere al di là del tempo, Dio o una Sua espansione.
La plurimillenaria cultura dell’India ha da sempre ispirato la maggior parte dei popoli del sud-est asiatico ed ha influenzato, secondo autorevoli tesi della moderna ricerca scientifica, anche il mondo occidentale antico.
I Greci, ritenuti i progenitori del pensiero occidentale, forse non crearono dal nulla la loro filosofia, anche se le loro dottrine svolsero una preziosa funzione di ponte per un sapere ben più antico. 

Tra i numerosi esempi possibili citiamo l’Orfismo, uno dei più noti movimenti religiosi dell’Ellade, diffusosi in Grecia a partire dal VI sec. a.C. Esso si fondava su riti il cui scopo era quello di purificare l’essere e di sottrarlo alla “ruota delle nascite”, ovvero alla trasmigrazione (metempsicosi) in vari corpi, anche animali e vegetali. Questa concezione ricorda con evidenza le dottrine vediche del karman, del samsara e della mukti o moksha, cui accenneremo più avanti. Eraclito, Pitagora, Socrate, Empedocle, condivisero tali dottrine e lo stesso Platone vi si rifà in maniera esplicita. 

Noti pensatori europei, venuti a contatto con la realtà indiana, hanno espresso grande apprezzamento per la sua letteratura; per citare soltanto alcuni dei più vicini a noi: Schopenhauer, Nietzsche, Hegel, Thoreau, Emerson. Schopenhauer ad esempio, vide nell’India la terra della saggezza primigenia, il luogo da cui gli europei potevano tracciare la loro provenienza e la civiltà da cui erano stati influenzati in maniera decisiva. 
Studiando i testi antico-indiani, gli studiosi europei si stupirono nello scoprire che essi contenevano un pensiero maturo, tutt’altro che primitivo, caratterizzato da acquisizioni avanzate nei vari campi del sapere, come in astronomia, medicina, psicologia, grammatica, logica, filosofia, musica, matematica , ecc. 

La letteratura tradizionale dell’India, come vedremo nel corso dei nostri studi, fornisce una conoscenza integrata ed organica, ricca di risvolti sul piano pratico e esistenziale, finalizzata a migliorare concretamente la qualità della vita estendendosi a tutti i piani antropologici. Proponendo ricerche multidisciplinari, essa veicola valori e modelli di comportamento in grado di guidare ogni azione dell’uomo nel mondo , ispirando l’interpretazione globale dell’agire che, in questa tradizione, non può essere disgiunta dai concetti di cosmogonia e di escatologia, da quelle che sono le ragioni fondamentali del vivere e dal suo fine. Un sistema filosofico, per quanto grande e geniale possa essere, mancherebbe infatti di valore se non riuscisse ad intervenire concretamente nel quotidiano, elevando il livello di consapevolezza e migliorando l’esistenza anche sul piano pratico.

I Veda sono testi religiosi ma anche vasti insiemi di simboli, di formulazioni dottrinali, di suggestioni valoriali ed esistenziali che si inseriscono ai vertici della storia del pensiero antico e moderno, costituendo la più grande avventura dell’intelletto umano. 
Il valore di queste opere, che offrono una preziosa sintesi tra teoretica e pratica, non è limitato a un determinato popolo, luogo geografico o arco temporale ma rappresenta un patrimonio eterno a disposizione dell’umanità. Esse investigano il fenomeno e il noumeno; il mondo fisico, quello psichico e la dimensione trascendente, la materia e lo Spirito, abbracciando discipline che vanno dalla psicologia alla filosofia, dal diritto alla logica e alla fisica, per giungere alla trattazione approfondita di tematiche inerenti la sfera del sacro nel senso più ampio ed alto. 

Questa millenaria letteratura, fondamento del pensiero e del sentire religioso degli indiani, costituisce il sapere più antico che l’umanità conosca, un sapere che però ha mantenuto intatti nel tempo pregio e freschezza, tanto da essere ancora oggi di straordinaria attualità. Le concezioni vediche in merito alla strutturazione dell’universo sensibile, del corpo e della mente umana costituiscono un importante punto di riferimento per il mondo scientifico all’avanguardia; sempre più larghe branche dell’archeologia, della psicologia, della medicina e della fisica moderne stanno rivalutando e confermando il valore dell’antica scienza vedica. 
Seppur con l’utilizzo di metodologie e percorsi diversi, lo scopo ultimo cui mirano la filosofia e la letteratura tradizionale dell’India è la realizzazione spirituale dell’essere e il raggiungimento di moksha, ovvero la liberazione dal samsara, il ciclo dell’esistenza incarnata scandito dal continuo susseguirsi di nascite e morti, in cui sono dolorosamente costretti gli esseri condizionati, privi di atma-vidya o conoscenza del sé. Moksha coincide con il superamento di avidya, la non consapevolezza spirituale, e permette l’emancipazione dalla sofferenza che da essa scaturisce, consentendo la reintegrazione dell’io storico nel sé, il passaggio dall’inconscio alla coscienza luminosa e la riscoperta del Divino, dell’Essere supremo che, pur manifestandosi in un numero infinito di forme e di nomi , rimane il Principio unico e originario da Cui tutto promana. 

Ad una prima e superficiale lettura della realtà religiosa vedica sembrerebbe naturale parlare di politeismo, ma tale concetto rispecchia solo la superficie della civiltà arya o brahmanica . Essa è infatti portatrice di un pensiero religioso monoteistico di tipo polimorfo, in cui le diverse manifestazioni del Divino rappresentano i plurimi aspetti della Sua unità.
Dunque, al di là delle apparenti incongruenze ed ambiguità, le opere vediche hanno in comune una determinata visione del mondo e una particolare prospettiva di salvezza, alla cui formazione concorrono molteplici vie mistiche e metafisiche. Questa letteratura trasmette magistralmente princìpi e valori di base che, ben radicati nel vissuto collettivo degli indiani, sostanziano e accomunano le diverse componenti dell’Induismo, conferendogli un carattere organico ed unitario, seppur marcatamente differenziato. 

Questo sapere ha esercitato ed esercita tuttora una funzione fondante e unificante dell’intera civiltà indiana che, pur con alcune degenerazioni, ideologiche e non, con vari adattamenti e cambiamenti formali, è riuscita a conservare pressoché intatta nel corso dei millenni la propria identità religiosa e culturale, nonostante i rivolgimenti politici, sociali ed economici di cui è stata sovente teatro . 
Dobbiamo però anche evidenziare che il contenuto dei Veda, pur essendo stato perfettamente conservato, è oggi purtroppo sempre meno compreso nella sua essenza e nei suoi valori tradizionali; soprattutto in seguito alla mistificazione di questo sapere operata dagli inizi dell’Ottocento in un ambito colonialista e fortemente eurocentrico. 

I primi indologi, ai quali va peraltro il merito di aver prodotto una mole enorme di preziosi strumenti didattici, quali traduzioni, dizionari sanscriti ed edizioni critiche delle massime opere vediche, si trovarono a dover confrontare una cultura più antica, più vasta nei concetti e più profonda nei valori, di tutte quelle fino allora note, in particolare di quella greco-romana che rappresentava il comune modello di riferimento e il più alto esempio di civiltà storica. Nel clima culturale, religioso e politico dell’epoca coloniale, come ormai viene ampiamente confermato da eminenti studiosi moderni, fu messa in atto da parte dell’Occidente una vera e propria campagna denigratoria, orchestrata per sminuire il pensiero indiano, per depotenziarlo, ridurlo a mito e a stravaganza e infine disperderne i significati autentici. 
Inoltre, nei secoli XIX e XX, molti studiosi indiani, per reazione al colonialismo economico, politico e intellettuale dell’Occidente, hanno insistito sul loro diritto di interpretare la propria storia e la propria cultura . Qualche volta però questo processo interpretativo, influenzato da un eccesso di nazionalismo e dalla visione sentimental-romantica del passato, è stato condotto con scarso rigore scientifico e quindi con non obiettiva considerazione della tradizione e della letteratura dell’India antica.

Un approccio corretto alla conoscenza della civiltà dei Veda, la quale presenta di per sé notevole complessità, è dunque oltremodo intralciato da simili fattori fuorvianti che, nel corso dei secoli, hanno contribuito ad oscurare il significato autentico di quella cultura.
Importanti acquisizioni della ricerca scientifica occidentale, soprattutto in campo archeologico, hanno oggi demolito gran parte dei luoghi comuni che, dai primi dell’Ottocento fino a pochi anni fa, venivano correntemente accettati e insegnati come dimostrati e ovvii. Come approfondiremo nelle nostre materie di studio, sono stati sollevati ad esempio dubbi sempre crescenti sul fatto che sia effettivamente avvenuta una cosiddetta “invasione ariana” , mentre la sociologia e l’antropologia hanno rivisitato il significato di “casta”, parola tra l’altro di origine portoghese ed estranea alla concezione vedica. 

Nel sistema socio-religioso del varna-ashrama-dharma non compaiono infatti ceti ermeticamente chiusi ed invalicabili, ma riparti funzionali della società, detti varna, che rispondono non ad un rigido diritto di nascita (jati) bensì alle effettive qualità ed aspirazioni degli individui. I quattro varna (comparti sociali) e i quattro ashrama (stadi di vita) risultano garanti dell’armonia e della reciproca legittimazione delle diverse individualità, strumenti per lo sviluppo della personalità tali da permettere ad ognuno, secondo il proprio guna-karman (tendenze ed esperienze), di collocarsi al meglio nella società e di progredire esprimendo, sempre al meglio, le proprie potenzialità.

Nel corso degli ultimi millenni questa suddivisione sociale è stata ideologicamente adulterata, in gran parte proprio da coloro che si ritenevano i depositari della tradizione, cioè gli smarta brahmana (brahmani di casta). La loro interpretazione rigida e restrittiva del diritto di nascita, al fine di procurarsi e mantenere privilegi, tra cui quelli provenienti dal monopolio del rituale religioso, ha fatto degenerare l’intero sistema sociale indiano al punto da ridurlo ad iniquo strumento di oppressione delle classi più deboli.
Questa è la situazione che hanno trovato in India i primi studiosi europei a partire dal XV sec. Costoro, confinando il fenomeno all’interno degli ultimi millenni, e scambiandolo erroneamente con il modello originario descritto nella letteratura vedica, lo divulgarono in Occidente con il nome di “sistema delle caste”.

I nostri studi si inseriscono nel clima di rinnovamento culturale cui abbiamo appena accennato e che induce a ripensare la storia dell’umanità in una prospettiva più ampia. Oggi possiamo infatti considerare con occhi più critici quei fattori storici, esterni ed interni all’ambiente indiano, che hanno originato malintesi sulla civiltà vedica. Di essa intendiamo offrire una conoscenza il più possibile oggettiva, studiando le sue molteplici espressioni culturali secondo i parametri della tradizione cui appartengono, e impiegando contestualmente i criteri della moderna ricerca scientifica.

 





 


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