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Druidi, Bardi e Vati

pubblicato 15 giu 2014, 06:48 da TEMPO diSERVIRE



I bardi formavano, insieme ai druidi e ai vati, le tre caste sacerdotali delle popolazioni celtiche.

I Bardi, poeti e cantori, studiavano storia, poesia, canto e musica. Non scrivevano, imparavano tutto a memoria; il loro addestramento durava dodici anni. Il primo grado richiedeva di sapere a memoria solo sette poemi, il grado più alto ben 350. Dobbiamo a loro la conservazione, attraverso i secoli, degli antichi poemi epici, delle leggende e di molte notizie storiche sui Celti. I Vati (che alcuni autori definiscono ovati o eubagi) studiavano divinazione, aruspicio, medicina naturale e anche musica. Diodoro Siculo afferma che analizzavano le viscere degli animali sacrificati per trarne informazioni sugli eventi futuri; e lo stesso facevano ascoltando il canto degli uccelli e interpretando i sogni profetici che essi stessi avevano. Per sollecitare queste visioni, si avvolgevano in pelli di animali sacri, come il toro; oppure masticavano un pezzo della loro carne, poi meditavano e profetizzavano. Gli scrittori classici divisero nettamente le funzioni del bardo da quelle del vate e del druida, ma le fonti celtiche non lo fanno, dal che si deduce che ci fosse almeno un insegnamento di base comune a tutti.
 
Ad officiare le cerimonie sacre, occuparsi della medicina e della magia, amministrare la giustizia ed insegnare il sapere c'erano i Druidi. Poiché essi non lasciarono alcunché di scritto, è praticamente impossibile avere delle assolute certezze, al di là delle testimonianze dei contemporanei greci e romani, non sempre attendibili; però nessun autore li definì “sacerdoti”, anche se alcuni di loro lo erano. Il primo druida di cui abbiamo tracce nella storia è Diviziaco, menzionato da Cesare nel De bello gallico, che fece da mediatore fra i Romani ed il proprio fratello Dumnorige. Ecco come Cesare parlò dei Druidi:
"In Gallia vi sono due categorie di uomini che sono tenuti in gran conto ed in grande onore (...) una è quella dei Druidi, l'altra quella dei cavalieri. I Druidi si interessano del culto, provvedono ai sacrifici pubblici e privati, interpretano le cose attinenti alla religione: presso di loro si raccoglie per istruirsi un gran numero di giovani ed essi sono tenuti in grande considerazione. Sono chiamati a decidere in quasi tutte le controversie pubbliche e private e se viene commesso qualche delitto, se avviene qualche uccisione, se sorge una lite per una eredità o per la delimitazione dei terreni, sono i Druidi a decidere ed a stabilire risarcimenti e pene. E se qualcuno, sia che si tratti di un cittadino privato o di un intero popolo, non si attiene al loro giudizio, lo bandiscono dalle funzioni del culto, pena che presso i Galli è gravissima, giacché quelli che sono a questo modo banditi sono considerati empi e scellerati; tutti si allontanano da loro, evitano di incontrarli e di parlare con loro, per non essere contaminati dal loro contatto; non ottengono giustizia, anche se la chiedono, né alcun onore” (2).
Il nome "druidi" deriva dal celtico antico dru-wid-es, uomini sapientissimi. La versione che fa risalire il termine al gallese derw-yd, corpo della quercia, è suggestiva, ma falsa: l'errore è stato indotto dal fatto che uno degli alberi sacri per i Celti era la quercia e si è pensato che da questa derivasse la parola per indicarli.
Diventare un druida non era per niente facile; il percorso durava 19 anni, periodo che equivaleva a un intero ciclo lunare (cioè al ritorno della Luna nella stessa posizione apparente in cielo e con la stessa fase ogni 19 anni solari).
Bisognava studiare scienza degli astri, cosmologia, diritto, fisiologia e medicina, teologia, filosofia e morale, genealogia e storia del popolo. Ogni druida prendeva poi la sua specializzazione: c'era chi faceva il giudice, chi l'ambasciatore, chi il legislatore, oppure lo storico, il medico, il sacerdote o l'insegnante per gli apprendisti Druidi. Particolare rilevanza aveva il “portinaio”: la sua funzione, importantissima e di grande prestigio, era di concedere o rifiutare l'ingresso alle città. Essenziale era l'astronomo, che aveva il compito di compilare i calendari, misurando le fasi lunari e il moto apparente del Sole nella sfera celeste durante l'anno. Alcuni diventavano guerrieri e comandavano corpi scelti; i più saggi diventavano consiglieri dei re.
Al termine di un lunghissimo percorso preparatorio, il druida acquisiva la qualifica di “amministratore del sacro”, responsabile di ogni forma di sapere e di tutte le attività religiose ed intellettuali. L'intero collegio druidico ubbidiva ad un unico capo, l'Arcidruida, eletto per le sue doti di saggezza, per le straordinarie capacità e per l'eccellenza delle sue virtù. Il druida era molto potente ed autorevole, non pagava tasse ed era esente, se non voleva combattere, dal fare il servizio militare e dall'andare in guerra, ma doveva essere privo di qualsiasi difetto fisico o intellettuale. Doveva anche avere una memoria di ferro, data la quantità di cose che era costretto a memorizzare. Timogene d'Alessandria (I secolo a. C.) disse che “i Druidi, spiritualmente superiori e uniti in confraternite secondo il precetto pitagorico, si elevano con ricerche sulle questioni occulte e sublimi” (3). Essi dovevano mostrarsi coraggiosi, non mentire e non ingannare mai, essere imparziali nel giudicare e incorruttibili, non temere la morte. La religione celtica era espressione del carattere della razza e le divinità che il druida invocava non erano benevole e distanti, bensì forze terribili che si potevano avvicinare solo se si era degni di sopportarne il contatto. La preghiera si faceva in piedi, con le braccia levate verso l'alto; era una formula sacra, che consentiva di accostarsi al dio, alter-ego sublimato e purificato del sacerdote. 
 
Sulle tecniche rituali magiche dei Druidi si è molto discusso, a causa della difficoltà di reperimento di fonti storiche certe fra le innumerevoli leggende sull'argomento. Che i Druidi esercitassero la magia è cosa fuori di dubbio, riportata da ogni autore. Cesare esaltava le loro conoscenze del cielo, delle stelle e dei loro moti:
“Vengono anche trattate ed insegnate ai giovani molte questioni sugli astri e sui loro movimenti, sulla grandezza del mondo e della terra, sulla natura, sull'essenza o sul potere degli dei” (4).
Anche Orazio annotò che i Druidi erano "esperti nella divinazione e in ogni altra scienza". Plinio disse che "Druidi" era il termine col quale i Celti chiamavano i loro maghi. Ed osservò che la Britannia era "incantata dalla magia e celebra i suoi culti con tale abbondanza di rituali da sembrare quasi la fonte delle usanze persiane" (5).
Gli insegnamenti dei Druidi sono arrivati a noi per mezzo delle ottantuno Triadi, organizzate in nove volte nove capitoli, multipli del sacro numero tre; i testi furono trascritti nel Medioevo partendo da manoscritti di epoca precedente e da insegnamenti tramandati oralmente. Le prime quarantasei Triadi furono tradotte da Adolphe Pictet nel 1853. Le Triadi racchiudono il pensiero celtico. Ne diamo solo un esempio, per mostrarne la struttura.
“Ci sono tre unità primordiali: un solo Dio, una sola Verità, un luogo di Libertà, dove si compensano gli opposti. Ci sono tre forze: la Vita, il Bene, la Potenza. Per essere uomini bisogna conquistare la Scienza, l’Amore e la Forza morale. Il saggio ha tre timori: offendere Dio, agire verso un uomo senza carità, diventare esageratamente ricco. Tre cose diventano sempre più grandi: l’amore, la conoscenza, la rettitudine” (6).
Il druida-medico, cioè colui che aveva specificamente il dono di guarire, seguiva una rigidissima regola di vita per non turbare le energie che assorbiva dalla natura; egli esercitava infatti una medicina energetica che prendeva forza dal fluido universale, un “pensiero selvaggio, che fa appello alle pulsioni più profonde per costituire una forza permanente impermeabile al mondo” (7). Adesso potremmo definirlo col termine di “shamano”. Le sue tecniche comprendevano la danza sacra a spirale, dall'esterno all'interno, che permetteva di raggiungere profondi livelli interiori di concentrazione, la visione profetica e la possessione, momento in cui il dio entrava nel sacerdote. I Druidi, per non turbare queste forze, avevano l'interdizione assoluta alle bevande fermentate, come birra, idromele, sidro e il costosissimo vino che tanto piaceva ai Celti. Le piante medicinali era molto usate dagli Shamani; una leggenda irlandese attribuisce la loro creazione al dio-medico Miach, che morì e fece nascere dal suo corpo le 365 piante sacre che avevano capacità salutari (8). Con queste si preparavano pozioni per guarire ferite, disturbi e malattie fisiche e mentali, ma anche filtri magici. La pianta sacra più importante per i Druidi era il vischio che cresceva attorno alle querce. Il testo più antico al proposito è di Plinio, che nella sua Storia naturale ci parla delle modalità rituali per la sua raccolta.
"Il vischio di quercia è molto raro a trovarsi e quando viene scoperto lo si raccoglie con grande devozione, al sesto giorno della luna, questo perché in tale giorno la luna ha già abbastanza forza e non è a mezzo. Il nome che essi hanno dato al vischio significa "che guarisce tutto". Dopo aver apprestato, secondo il rituale, il sacrificio ed il banchetto ai piedi dell'albero, fanno avvicinare due tori bianchi, a cui per la prima volta vengono legate le corna. Il sacerdote, vestito di bianco, sale sull'albero, taglia il vischio con un falcetto d'oro e lo raccoglie in un panno bianco. Poi immolano le vittime, pregando il dio perché renda il suo dono propizio a coloro ai quali lo ha destinato. Essi ritengono che il vischio, preso in pozione, dia la capacità di riprodursi a qualunque animale sterile e che sia un rimedio contro tutti i veleni" (9).
Molto importanti per la salute e la magia erano le mele, considerate il frutto dell'immortalità, della scienza e della saggezza, usate per mettersi in comunicazione con l'aldilà. La mitica Avalon, isola dei beati, era tappezzata da alberi di melo, i frutti sacri agli dei ed alle fate. Situata presso Glastonbury, nel Somerset (nel Sud-Ovest dell'Inghilterra), dove Artù ancora riposa in attesa di essere chiamato in aiuto contro un invasore, Avalon appariva e scompariva magicamente, protetta da una nebbia fittissima che la nascondeva agli occhi dei non-iniziati. Era una terra verdissima, con un clima sempre mite e le acque avevano il potere di risanare e di mantenere giovani. Era popolata da una casta di sacerdotesse e da tutti gli eroi che non potevano morire. Tra i Britanni si beveva anche una “deliziosa bevanda alle mele”, come descritta da Cesare, che la amava molto: probabilmente un’antenata del sidro, che è molto diffuso nella Bretagna francese, in Irlanda e in Gran Bretagna.
Il mago e indovino aveva la capacità di controllare gli elementi e di fare incantesimi divinatori (10). Egli aveva potere sull'acqua, che sapeva rendere capace di purificare dai peccati, fecondante per chi era sterile e perfino stregata. Una leggenda racconta del druida-poeta Aed, che cedette alla tentazione ed ebbe una relazione adulterina con la moglie di Conchobar; questi, scoperti i due amanti, decise di uccidere Aed. Il poeta scelse di morire annegato, ma fece un incantesimo sull'acqua di ogni lago d'Irlanda, così che essa si rifiutava di annegarlo. In questo modo girarono tutto il paese senza trovare un solo specchio d'acqua in cui eseguire la sentenza, e alla fine il poeta si salvò. C’era anche una cerimonia molto importante, il battesimo druidico, che veniva fatto in vasche rituali e serviva a conferire il nome magico, diverso dal nome di nascita.
Il druida era anche signore del vento, che poteva invocare per distruggere i nemici; molte leggende parlano del "soffio druidico" come di un potentissimo incantesimo, ed anche della nebbia magica, che i druidi potevano formare unendo acqua ed aria, nascondendovisi dentro per confondere gli avversari. Egli aveva inoltre potere sulla terra, riuscendo a far sprofondare il suolo o erigere montagne a suo piacimento, e sul fuoco, l'elemento che aveva più importanza durante i sacrifici.
I Druidi non ci hanno lasciato scritti su astronomia e astrologia; ma essi le conoscevano? Dato che i Celti sono stati considerati molto a lungo dei barbari, si potrebbe pensare che non ne sapessero niente; invece abbiamo innumerevoli testimonianze sulle conoscenze astronomiche e matematiche di questo popolo. Non dimentichiamo, inoltre, che essi avevano a disposizione i megaliti, come Carnac e Stonehenge, per i calcoli astronomici.
Diodoro Siculo riporta quanto scritto da Ecateo di Abdera sugli Iperborei, che abitavano in un'isola situata a Nord della terra dei Celti, terra fertile e feconda, nella quale si adorava Apollo sopra tutti gli altri dei.
"(...) i suoi abitanti si considerano sacerdoti di Apollo e pregano quotidianamente questo dio con canti e offerte. In questa isola esiste un magnifico recinto e un tempio di forma sferica adornato con molte offerte votive. Inoltre esiste una città, sacra al dio, gli abitanti della quale per lo più sono suonatori di cetra; questi suonano sempre lo strumento nel tempio e cantano inni di preghiera al dio e le sue gesta (...). Si dice che il dio visiti l'isola ogni 19 anni, cioè il periodo nel quale si completa il ritorno delle stelle allo stesso posto della loro orbita; per questo il periodo di 19 anni è chiamato dai Greci anno di Metone. Al tempo della apparizione del dio, gli Iperborei suonano la cetra e danzano continuamente nella notte, dall'equinozio invernale fino al sorgere delle Plejadi, esprimendo in questo modo il piacere per la loro felicità" (11).
Il testo di Diodoro è stato interpretato come un accenno alle popolazioni delle Isole Britanniche: gli Iperborei, popolo mitico citato da Ecateo, sarebbero i Celti della Gran Bretagna. Alcuni ipotizzano che il meraviglioso tempio sia Stonehenge, altri Callanish. La cosa più interessante è che i Celti al tempo di Ecateo (circa 300 prima di Cristo) conoscevano l'anno di Metone, il che testimonia contatti stretti con i Greci, forse cominciati con scambi commerciali con le colonie greche della Francia Meridionale, tra cui Massalia (l'odierna Marsiglia). Questo potrebbe giustificare la convinzione, espressa da moltissimi scrittori e storici di varie epoche, che i Druidi avessero preso molto delle teorie dei Pitagorici avendone studiato la filosofia.
Clemente Alessandrino negli Stromateis disse che Pitagora aveva ascoltato le opinioni di Galli e Bramani, perché anche presso popoli lontani e barbari le scienze filosofiche erano fiorite ed egli si era informato sulle idee di tutti. Alessandro Polistoro nel De Pythagoricis Symbolis affermava addirittura che la filosofia di Pitagora era una sintesi di quello che il celebre filosofo aveva appreso girando tra i sacerdoti di vari popoli, tra i quali gli Egiziani, i Galli, gli astrologi caldei ed i Persiani, e studiandone le dottrine.
Ippolito, nella Refutatio Omnium Haeresium, scrisse: “I Celti ripongono fiducia nei loro Druidi come veggenti e come profeti, poiché costoro possono predire certi avvenimenti grazie al calcolo e alla aritmetica dei Pitagorici” (12). In verità sono molte le somiglianze che si ritrovano tra la dottrina pitagorica e quella druidica. Entrambe facevano affidamento sulla trasmissione orale dell'insegnamento; entrambe consideravano sacro il numero dieci; entrambe ammettevano anche le donne. L'anima era immortale e si reincarnava sia per i Pitagorici che per i Druidi; per tutti il sacerdozio iniziatico imponeva rigide regole di disciplina allo scopo di ottenere l'ascesi. Infine, tutti avevano un vero culto per la musica e per l'arpa.
La parola e la scrittura erano i due più potenti mezzi magici. Mediante la parola il druida lanciava le interdizioni, che avevano lo scopo di proibire un'azione; le imposizioni, che obbligavano a fare qualcosa ed erano strettamente vincolanti; gli elogi, per esaltare le qualità, i biasimi per criticare e le cosiddette “satire”, terribili incantesimi cantati e in rima, diretti contro un individuo o un gruppo, in grado di provocare decadenza fisica, deformità, impotenza, malattie ripugnanti, comportamenti riprovevoli, perfino la morte. Inoltre il druida poteva formulare le predizioni: queste non erano generiche profezie sul futuro, ma, una volta pronunciate solennemente, segnavano il destino al punto tale che esso non poteva più essere cambiato. I Celti non volevano usare la scrittura nella vita di tutti i giorni. Cesare, che apparteneva ad un popolo che scriveva di tutto e su tutto, annotò come un'incredibile stranezza il fatto che i Druidi affidassero alla memoria dei Bardi tutto il loro patrimonio storico e culturale per un apparente tabù nei confronti del segno scritto, che secondo loro volgarizzava tutto, cristallizzava le cose ed impediva loro i cambiamenti: mettere per iscritto un concetto equivaleva a fermarlo e a non farlo progredire. Cesare fece due ipotesi: che essi non scrivessero per non far conoscere al volgo (o meglio, ai non iniziati) le norme che regolavano la loro organizzazione; oppure perché i discepoli non studiassero con minore diligenza, confidando nell'aiuto della scrittura e non tenendo in esercizio la memoria. Però i Celti delle Isole Britanniche avevano un loro alfabeto particolare, chiamato "Ogam" o "Ogham", dal nome del dio che l'aveva inventato e donato agli uomini. Questa “arte sacra e segreta” (in irlandese ogmoracht, dove ogam significa segreto, come runa) serviva per incantesimi e maledizioni, rendendo duraturo l'effetto delle formule magiche. Le lettere dell'Ogham venivano anche usate come metodo di divinazione, simile alla geomanzia o ai King: si incidevano le lettere su bastoncini di tasso e li si buttava a terra; dalle configurazioni che i legnetti assumevano sul terreno si traevano auspici. Dell’alfabeto Ogham riparleremo a proposito dell’astrologia celtica.
In caso di necessità assoluta di documenti scritti, I Celti usavano la scrittura dei vari popoli con i quali ebbero contatti: l'alfabeto greco, quello degli Iberi, quello etrusco, in seguito quello latino (dopo l'invasione romana). Cesare disse che in un accampamento di Elvezi erano stati trovati registri scritti in lettere greche; e a Golasecca è stata scoperta una notazione in lingua celtica e alfabeto etrusco, risalente al VII-VI secolo a.C.
Noi abbiamo anche due autentici testi magici celtici. A Chamalières (nel dipartimento francese di Puy-de-Dome) nel 1971 è stata trovata una tavoletta di piombo che riporta una defixio, cioè una formula magica col nome di persone alle quali era diretto il maleficio, che doveva essere trafitta con chiodi per provocare la morte. La tavoletta fu lasciata presso una sorgente, luogo di comunicazione verso l’Oltretomba, con lo scopo di far intervenire a proprio favore la divinità che proteggeva la fonte e far passare velocemente l’affatturato all’altro mondo. A Hospitalet-du-Larzac (nel dipartimento francese dell’Aveyron) nel 1983 è stato trovato un testo magico di ben 160 parole, il più lungo che si conosca, scritto da un gruppo di streghe contro un altro gruppo di donne, da ridurre all’impotenza tramite la scrittura del maleficio e l’infissione di chiodi.
 
La fine dei Druidi
La religio druidorum, la religione celtica, fu messa fuori legge nel 14 d. C. da un decreto di Augusto, che proibiva questo culto a coloro che volevano diventare cittadini romani. La motivazione di facciata fu la barbarie di chi ammetteva i sacrifici umani; in realtà l'annullamento della casta intellettuale e sacerdotale fu un'abile mossa politica per assoggettare il paese. Nel suo libro La femme celte Jean Markale (13) ha dato una sua motivazione all'annientamento della classe dei Druidi, affermando che essi rappresentavano una vera minaccia per lo stato romano, perché la loro scienza e la loro filosofia contrastavano in modo pericoloso l'ortodossia romana. I Romani erano pragmatici e materialisti, i Druidi privilegiavano lo spirito. Capisaldi della società romana erano lo stato organizzato in modo gerarchico e la proprietà terriera nelle mani del capofamiglia. Per i Druidi lo stato era un ordine morale a cui si aderiva liberamente, e la proprietà della terra era di tutti. Le donne romane erano mogli, madri e oggetti di piacere; le donne celtiche erano sullo stesso piano degli uomini e partecipavano alla vita politica ed anche a quella religiosa. I Romani abitualmente rispettavano gli dei dei popoli conquistati, e in alcuni casi aggiunsero ai propri dei anche il culto per divinità straniere, ma la religione celtica era un fattore di sovversione sociale molto pericoloso e andava radicalmente eliminata.
Il druidismo in Gran Bretagna morì ufficialmente nel 58 d. C., l'anno in cui i soldati romani, guidati da Paolino Svetonio, distrussero l'isola di Mona (attuale Anglesey), nel mare d'Irlanda, considerata il santuario dei Druidi. Lo storico Tacito racconta così la fine di Mona.
"Stava sulla spiaggia la schiera dei nemici, densa di uomini e di armi, percorsa da donne coperte di nere vesti al modo delle Furie, che, sparse le chiome, agitavano fiaccole; intorno stavano i druidi, che, levate al cielo le mani, lanciavano preghiere e maledizioni contro di noi e con lo strano loro aspetto colpirono i soldati al punto che questi, in un primo tempo, col corpo paralizzato si esponevano alle ferite, come avessero tutte le membra legate. Poi, scossi dagli incitamenti dei capi, facendo stimolo a se stessi per non dare spettacolo di paura dinanzi ad una massa di donne e di invasati, si lanciarono contro di loro, li abbatterono e li travolsero nelle loro stesse fiamme" (14).
Ai vinti fu poi imposto un presidio e l'abbattimento dei boschi sacri. Massacrati i sacerdoti, armati solo della loro magia, rasi al suolo i loro alberi, scomparvero lentamente anche gli antichi dei ed il loro culto.

Il testo è tratto da Il cerchio di fuoco. Leggende, folklore e magia dei Celti di Devon Scott, Edizioni L'Età dell'Acquario.
 
Note bibliografiche
1- Sul druidismo e sulle tradizioni religiose dei Celti si veda Stuart Piggot, Il mistero dei Druidi, sacri maghi dell'antichità, Edizioni Newton & Compton; Ward Rutherford, Tradizioni celtiche, Neri Pozza Editore; Jean Markale, Il Druidismo, Edizioni Mediterranee; Françoise Le Roux- Christian J. Guyonvarc'h, I Druidi, Edizioni ECIG; Peter Berresford Ellis, Il Segreto dei Druidi, Edizioni Piemme; Marco Massignan, La religione dei Celti, Edizioni Xenia; Marc Questin, La connaissance sacrée des Druides, Edizioni Sorlot et Lanore; Marc Questin, La tradition magique del Celtes, opera citata; E. Campanile, La religione dei Celti, in Storia delle religioni, a cura di G. Filoramo, Edizioni Laterza; Mircea Eliade, Celti, Germani, Traci e Geti, in Storia delle credenze e delle idee religiose, Edizioni Sansoni.
2- Giulio Cesare, De bello gallico, opera citata.
3- Timogene, citato in Ammiano Marcellino, Storie, opera citata.
4- Giulio Cesare, De bello gallico, opera citata.
5- Plinio il Vecchio, Storia Naturale, opera citata.
6- Le Triadi Filosofiche, in Marc Questin, La connaissance sacrée des Druides, opera citata.
7- Lo shamanesimo celtico, in Marc Questin, La tradition magique del Celtes, opera citata.
8- Sulla medicina dei Celti si vedano Giorgio Maria Miramonti, Le Erbe Officinali. Antica Medicina dei Celti da Plinio a Diancecht, Edizioni Keltia; Marc Questin, La medicina dei Celti, Edizioni Xenia.
9- Plinio il Vecchio, Storia Naturale, opera citata.
10- Sulla magia dei Celti si vedano Cassandra Eason, Miti, magie e divinazioni delle antiche civiltà, Edizioni Newton & Compton; Paul Sébillot, Riti precristiani nel folklore europeo, Edizioni Xenia; Marc Questin, La tradition magique del Celtes, opera citata.
11- Diodoro Siculo, Storia Universale- Biblioteca, opera citata.
12- Ippolito, Refutatio Omnium Haeresium, in Françoise Le Roux- Christian J. Guyonvarc'h, I Druidi, opera citata.
13- Jean Markale, La Femme celte, Edizioni Payot.
14- Tacito, Annali, in Tutte le opere, opera citata.

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Divergent

Io e Massimiliano Deliso appena tornati dal cinema, Divergent – Il film dove Beatrice utilizza ogni atomo della propria energia al fine di conoscere il proprio Fattore come nel Varnashrama Dharma (http://ift.tt/wpVlGCwiki/Ashram#Varnashrama-dharma) di #Krishna. “#Varnashrama Dharma determina la missione dell’uomo su questa terra. Il suo destino non è quello di esplorare giorno per giorno ogni possibile modo di ammassare ricchezze e le varie possibilità di sostentamento; al contrario, l’uomo è nato per utilizzare ogni atomo della propria energia al fine di conoscere il proprio Fattore. Per far ciò egli deve deve limitarsi all’occupazione dei suoi antenati, in modo da poter tenere insieme corpo e anima. Varnashrama Dharma è solo questo, niente di più, niente di meno.” (#Gandhi, “Il potere della non-violenza”) Nella foto: i cinque Fattori. Il quinto è quello centrale, la Persona Illuminata. (Nirvan aka Renzo Samaritani 15 aprile 2014)

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