STORIA DI VILLAR PELLICE
Villar è la denominazione che è sempre rimasta legata a Villar Pellice, ma è cambiata, nel corso dei secoli, la seconda parte del nome: Villar Luserna, Villar Bobbio fino a giungere, nel 1854, all'attuale nome. La prima certificazione dell'esistenza di Villar si ha nel 1228 nell'atto di fondazione del priorato di San Cristoforo. In quel periodo il paese era sotto il casato dei Rorengo, un ramo della famiglia dei Luserna che furono signori della vale fino al XVIII secolo. Il palazzo dei Rorengo si trovava all'inizio del paese e era noto come Casapiana o Ca' Piana e venne abbandonato intorno al XV secolo.
Già nel XIV secolo si diffuse ampiamente il protestantesimo, così anche Villar non fu immune dalle persecuzioni e alle distruzioni che segnarono la valle fra il XVI e il XVII secolo. Nel 1560, anno precedente al trattato di Cavour, il conte Giorgio Costa della Trinità fece trasformare la Casapiana in un forte che doveva fungere da campo base per le truppe dei Savoia. L'anno successivo le milizie rimaste di stanza al forte si misero a compiere razzie per il paese e in quelli limitrofi finchè la popolazione si ribellò assediando la fortezza.
Inutile l'invio di truppe in soccorso da parte del conte Costa. Il primo febbraio il capitano Sebastiano Virgilio di Cercenasco abbandonò la postazione e la fortezza fu rasa al suolo. Per tutta risposta, pochi giorni dopo, il conte Costa fece distruggere il tempio valdese e dar fuoco a molte abitazione. In un'ulteriore successiva scorreria il paese fu ridotto ad un mucchio di macerie, ma gli abitanti rimasti si erano già rifugiati sui monti. Nell'estate ci fu la convenzione di Cavour, così la popolazione tornò per ricostruire il villaggio ed il tempio.
Il 18 aprile del 1564 si tenne a Villar Pellice un sinodo valdese durante il quale si prese la decisione di adottare le ordinanze ecclesiastiche emanate da Giovanni Calvino nel 1541. Nel 1566 Villar contendeva ad Angrogna il primato di paese più popoloso della valle ed il numero di abitanti continuò ad aumentare per l'immigrazione di numerose famiglie valdesi fuggite da Saluzzo. Così nel 1580 Villar risultò essere non solo la città più abitata, ma anche quella interamente fedele alla religione riformata. Neppure l'epidemia di peste del 1630, che pure decimò le borgate, le fece perdere il primato: tanto che dagli atti del 1650 si apprende che Villar contasse più di 2500 residenti.
Ma "Le Pasque piemontesi" erano alle porte e nel 1650, benchè da più di un secolo in Villar non vivesse neanche un cattolico, fu deciso di insediare nella Casapiana un convento di frati, ma già nel 1653 fu dato alle fiamme. Le fonti storiche, sia cattoliche che protestanti, sono dell'avviso che ad appiccare il fuoco siano stati i valdesi per mano della moglie del pastore Manget, anche se i valdesi sono dell'idea che ad aiutare la donna sia stato un tal Bertram Villanova inviato dal marchese di Pianezza per sobillare la popolazione e giustificare così una rappresaglia.
In ogni caso pochi giorni dopo le truppe sabaude, sotto la guida del conte Todesco, arrivarono al Villar per reprimere gli animi accesi. Il cattivo tempo bloccò la loro contro mossa così si pervenne ad un accordo: da un lato non ci sarebbero state ritorsioni contro i cittadini e dall'altro si doveva cedere un'abitazione per ospitare la missione di frati.
Le Pasque piemontesi del 1655 inflissero un duro colpo al paese Agli ordini del marchese di Pianezza le truppe sabaude occuparono Villar, i 289 cittadini che non si erano rifugiati in montagna vennero costretti a convertirsi al cattolicesimo. Caddero 150 vittime mentre gli oltre 2000 valdesi sui monti iniziarono una strenua resistenza. Nel 1674 tornò la pace e con essa la popolazione tornò al paese ed ad occuparsi del restauro del tempio.
Il 31 gennaio del 1686 il duca di Savoia Vittorio Amedeo II firma l'editto di Fontainebleu in cui si stabilisce che i sudditi della "religione pretesa riformata" devono, tralasciare ogni esercizio di detta religione, demolire tutti i templi, mandare in esilio tutti i pastori, predicatori, maestri. Intanto nelle valli valdesi si tengono varie assemblee per arrivare ad una decisione comune e, nel frattempo, si sospendono i culti. L'assemblea del 24 marzo vede la partecipazione di una delegazione dei cantoni protestanti svizzeri che, dopo aver perorato invano la causa presso la corte di Torino, cerca di convincere la popolazione valdese ad emigrare in Svizzera.
Ma nell'assemblea successiva, quella del 2 aprile, si verifica una spaccatura: due terzi circa della popolazione si dichiara disposta a partire (tutta la val Perosa, la val S. Martino, Villar Pellice, Rorà e gran parte di Torre Pellice) mentre un terzo è per la resistenza ad oltranza e fra questi è San Giovanni insieme ad Angrogna, Bobbio e l'esigua parte restante di Torre Pellice. L'ultima assemblea si tiene il 14 aprile, in essa si organizza la difesa: il duca, il precedente 9 aprile, aveva imposto loro l'espatrio o il massacro. I pastori, benché in disaccordo, decidono di restare e condividere la sorte comune e gli svizzeri se ne vanno.
Dal 21 aprile di quello stesso anno, 4.500 savoiardi comandate da don Gabriele di Savoia e 4.000 francesi sotto il comando del generale Catinat attaccano i valdesi mentre sulle montagne un gruppo di rivoltosi resiste organizzando sortite e azioni di disturbo. Ma lo scontro è impari ed il 26 aprile 1686 Villar firma la resa.
Il ritorno alle proprie terre con il diritto di professare anche la religione valdese si otterrà nel 1690 grazie all'aiuto del pastore protestante Enrico Arnaud. Ormai Villar era ridotta a pochi abitanti: meno di Bobbio e meno di Angrogna. Il livello di distruzione era tale e le condizioni economiche così disperate che solo verso la metà del Settecento Villar tornò ad essere quello di una volta. Basti pensare che in quel periodo non riuscirono nemmeno a ricostruire il tempio raso al suolo nel 1686 e per non rinunciare alle cerimonie di culto tanto sospirate i valdesi di Villar utilizzarono la casa del notaio Brez. Ci volle la generosità di un generale ugonotto, Pierre de Belcastel, agli ordini di Vittorio Amedeo II, perchè iniziassero i lavori di restauro del tempio.
Il generale venuto in visita a Villar si commosse per l'estrema indigenza dei cittadini e constatando che non avevano nenche il conforto di un tempio tutto loro, donò 300 lire per la causa. I lavori terminarono nel 1707 e i valdesi posarono una lapide in ricordo della bontà del generale.
Dalla metà del secolo XVIII iniziarono a trasferirsi a Villar famiglie cattoliche fino a che, circa a metà dell'Ottocento, dei 3000 residenti di Villar, 500 erano cattolici. Dopo la dominazione francese (dal dicembre del 1798 all'aprile del 1814) tornarono i Savoia e Carlo Alberto con l'editto del 17 febbraio 1848 sancì che nel suo regno la libertà di religione. Nella seconda parte dell'Ottocento iniziarono da parte dei valdesi l'emigrazioni verso l'America: all'incirca 140 famiglie lasciarono Villar Pellice.
Dal secondo dopoguerra ad oggi il paese si è via via spopolato: dai 1471 abitanti di allora, si passa ai 1256 del 1971. Paese prevalentemente dedito all'agricoltura ed all'allevamento, dagli anni del boom economico ai giorni nostri, Villar ha scoperto la sua vocazione turistica sia invernale come estiva.
(fonte, Provincia di Torino)
STORIA DELLA VAL PELLICE
Sicuramente, il motivo per il quale la Val Pellice è conosciuta è il fatto che in essa si radicò uno dei movimenti ereticali medievali, i valdesi, che hanno rappresentato fino al XIX secolo, l'unica chiesa riformata protestante presente sulla penisola italiana.
Ma il territorio valligiano fu anche zona strategica di passaggio e di conquista di diverse invasioni francesi. Diede i natali a importanti signorie feudali e, non ultimo, sviluppò un'economia e una cultura, soprattutto legata all'economia della montagna, di tipo transfrontaliero.
Anche oggi la montagna ha un ruolo centrale soprattutto grazie all'attività di produzione agricola che ha contribuito alla salvaguardia dell'ambiente ed al mantenimento di una situazione ecologicamente in equilibrio.
Ma la storia nella Val Pellice è ben più antica.
Si hanno prove che la Valle sia stata popolata da alcune tribù a partire dal neolitico, grazie al rinvenimento di incisioni rupestri e al ritrovamento di arnesi litici (asce, coltelli, grattatoi) e di cocci di ceramiche di quel periodo.
I Romani hanno conosciuto queste popolazioni, genericamente chiamate "liguri", verso il I secolo a.C, quando erano già mescolate ai Celti (o Galli). Provenendo dal Nord, essi erano penetrati attraverso i passi alpini alla fine del V secolo a.C. Molte tracce del loro passaggio sono rimaste nella toponomastica: i suffissi in "asc" di Frossasco, Subiasco o in "ogna" di Angrogna, Ciamogna, oppure termini come "bric" (collina, monte) da cui, Bricherasio, collina dei Quariati, tribù che ha dato il nome alla vicina val Queyras.
L'occupazione romana si completa nel primo secolo, senza lasciare troppe tracce della loro permanenza. Infatti, ciò che interessava i Romani era esclusivamente assicurarsi i transiti alpini verso la Gallia, attraverso il Moncenisio e il Monginevro.
Ma negli ultimi decenni dell'impero romano, mentre il Piemonte veniva percorso da orde di barbari, la Val Pellice godeva di una certa autonomia barcamenandosi fra il pericolo franco e la minaccia bizantina, fino alla fine del regno gotico (555) e fino ad oltre la venuta dei Longobardi.
Quando, nel 774, i Franchi abbatterono definitivamente i Longobardi, Carlo Magno, diventato signore delle "Alpes Cotiae", le inserì nell'ordinamento del Comitato di Torino.
Nel IX secolo piombava sulla Valle il flagello dei Saraceni. La loro cacciata definitiva avvenne verso il 985, lasciando le vallate alpine spopolate e disorganizzate. Alla fine di questo periodo assistiamo allo sviluppo dei grandi monasteri, con vaste proprietà, risorti su quelli distrutti dalle scorrerie precedenti, o fondati allora, come quelli di Abbadia Alpina, Staffarda, Santa Maria di Cavour.
Alle famiglie signorili che avevano collaborato alla cacciata dei Saraceni, furono assegnate in premio dei feudi, tanto che l'undicesimo secolo può segnare l'inizio della storia della feudalità nella Valle.
Verso la fine del Settecento la Rivoluzione francese, unitamente al periodo napoleonico, portò aria di libertà anche nella Valle. Spazzati via gli ultimi privilegi feudali, ridisegnati i compiti amministrativi in cui per la prima volta anche i valdesi venivano considerati cittadini, ci si apprestò a costruire una nuova società basata sui diritti e doveri dei singoli. Ma dopo la caduta di Napoleone, il ritorno dei Savoia negli antichi possedimenti (1815) segnò la perdita dei diritti conquistati.
Fino al 1848, la valle, come il resto dello stato sardo, non avrebbe più goduto di libertà costituzionali, né i valdesi partecipato alla vita pubblica. Da quella data in poi, le vicende della valle seguirono le tappe delle battaglie risorgimentali, le varie guerre di indipendenza e di conquista dell'unificazione italiana. Fino alle pagine più difficili e drammatiche della nostra storia contemporanea. La Resistenza al nazifascismo fu una di quelle. Pressoché tutta la popolazione della valle si schierò solidale con le bande partigiane locali e visse con loro i rastrellamenti e le ritorsioni fasciste e naziste, come quella furente battaglia di Pontevecchio (21 marzo 1944) che vide fra i suoi morti, anche Emanuele Artom, seviziato nella caserma di Airali (Luserna).
Il dopoguerra, per certi aspetti non fu meno difficile del periodo bellico, l'economia degli anni cinquanta non era ricchissima, mista fra fabbrica e campagna, con quelle prime avvisaglie di esodo che caratterizzeranno il decennio successivo. L'esodo verso Torino segnò con probabilità l'inizio di un processo di sradicamento che portò alla perdita della consapevolezza di avere un'identità collettiva legata alla solidarietà e alla conflittualità della vita paesana valligiana.
(fonte, Provincia di Torino)




