È sotto gli occhi di tutti che da
alcuni anni la cocaina colombiana ha letteralmente invaso le città
europee, che rappresentano il secondo mercato più florido per i
narcotrafficanti, dopo quello nordamericano. L'Europa (con un ruolo di
primo piano per l'Italia) si sta avvicinando pericolosamente agli Stati
Uniti nel poco onorevole primato di maggior consumatore mondiale,
trainando la domanda di un prodotto che non sembra risentire della
crisi in atto.
Ma pochi sanno che l'industria
della produzione della cocaina in Colombia, di gran lunga il primo
produttore mondiale, la cui realizzazione necessita di procedimenti
chimici effettuati in laboratorio, è sostenuta da una “politica di
Stato” coperta.
Tra coloro che non ignorano tale
allarmante circostanza, vi è la DEA statunitense (Drugs Enforcement
Administration) che già nel 1991 classificava l'attuale Presidente
colombiano Alvaro Uribe con il n.82 in una lista dei 104 personaggi più
importanti per il narcotraffico. Già sindaco di Medellìn negli anni
d'oro dell'omonimo cartello di narcotrafficanti ed amico personale di
Pablo Escobar, secondo numerosissime testimonianze tra cui quella della
ex amante del defunto boss della cocaina, Uribe ha favorito con il suo
ruolo istituzionale l'affermarsi e il consolidarsi nelle istituzioni
delle mafie del narcotraffico. Dalla concessione di piste di
atterraggio aereo per il trasporto della droga, al rilascio di
autorizzazioni al volo e di patenti aeronautiche a personaggi del
cartello di Medellìn, alla legalizzazione di bande paramilitari dedite
al controllo del territorio ed al taglieggiamento dei contadini,
fino alla loro espulsione violenta allo scopo di impossessarsi delle
terre coltivabili. Da governatore del dipartimento di Antioquia ha
legalizzato le milizie paramilitari “convivir”, squadroni della morte
responsabili di migliaia di omicidi di contadini in tutta la regione,
che venivano utilizzati dai narcotrafficanti per la propria sicurezza
personale. I recenti scandali che hanno coinvolto i massimi vertici
delle istituzioni colombiane, evidenziano l'intreccio organico tra un
sistema di potere oligarchico e violento ed i cartelli della cocaina
che si occupano di piazzare il prodotto sui mercati europei e
nordamericani. Molti capi paramilitari raccontano dei propri legami con
la politica e l'esercito colombiano, dei crimini più efferati commessi
contro la popolazione, di come bruciavano le vittime in appositi forni
crematori. Questa galleria degli orrori prosegue nella quasi assoluta
impunità. Il terrorismo di Stato ed il narcotraffico sono legati da un
nesso indissolubile, sono due facce della stessa politica
contro-guerrigliera che si è intensificata negli anni del governo Uribe.
Decine di membri dell'attuale
parlamento colombiano sono già stati arrestati o sono indagati per
legami con il paramilitarismo. Multinazionali come la Chiquita Brands
hanno pagato ed impiegato strutture paramilitari per colpire il
movimento sindacale ed ottenere condizioni ambientali più vantaggiose
per i propri affari in Colombia. Il più grande importatore di
permanganato di potassio, impiegato nella produzione della cocaina, è
stato per svariati anni “GMP productos quimicos”, il cui proprietario
era Pedro Juan Moreno Villa, responsabile della prima campagna
elettorale di Uribe per la presidenza della Colombia. Una approfondita
indagine a cura del Tribunale Permanente dei Popoli, i cui risultati
sono del luglio 2008, mette in luce come le aree nelle quali si è
prodotto l'allontanamento forzato dei contadini dalla loro terra (sono
4 milioni i profughi interni colombiani ai quali vanno aggiunti i
rifugiati all'estero) siano quelle sotto il controllo dei gruppi
paramilitari. Il capo paramilitare colombiano attualmente detenuto
negli Usa, Salvatore Mancuso (di origine calabrese e legato alla
'ndrangheta), afferma dalla sua prigione che non può dire tutto ciò che
sa perché teme che in questo caso l'attuale sistema di potere che
governa la Colombia produca una vendetta trasversale nei confronti dei
suoi famigliari in Colombia. Il fratello del capo della polizia
colombiana generale Naranjo (detto appunto “coca-Naranjo”), è detenuto
in Germania per traffico internazionale di cocaina.
I proventi del traffico della
cocaina sono investiti, a scopo di riciclaggio, nelle azioni quotate in
borsa a New York e in Europa. Intorno alla narcopolitica colombiana si
sviluppa un sottobosco di crimini e corruzioni che si autoalimenta
ingigantendosi sempre più, il cui intreccio investe tutti i settori
istituzionali colombiani, dagli ambienti diplomatici a quelli
dell'esercito, dai parlamentari al Governo. La metastasi del sistema
colombiano pervade ormai ogni spazio. Il generale Montoya, “eroe del
riscatto” di Ingrid Betancourt, si è dovuto dimettere perché
responsabile di un esercito i cui effettivi uccidono dei giovani
disoccupati e li travestono successivamente da guerriglieri per
rivendicare meriti militari che non hanno mai conseguito, per ottenere
licenze premio e ricompense in denaro. Invece di essere arrestato è
stato nominato ambasciatore colombiano a Santo Domingo. Questi omicidi
di
Stato sono conosciuti come “falsos positivos”. I “falsi positivi” di
questo tipo hanno causato più di duemila morti tra gli emarginati delle
città colombiane. L'attuale ambasciatore in Italia Sabas Pretelt De La
Vega è accusato da alcuni senatori di averli corrotti (per essersi
fatti corrompere sono già in carcere), al fine di modificare la
costituzione colombiana e permettere ad Uribe di ottenere un'ulteriore
mandato presidenziale. L'ex console a Milano Jorge Noguera è in carcere
poiché, mentre era capo del servizio segreto DAS, compilava liste di
sindacalisti e oppositori politici che i paramilitari in seguito
uccidevano e per favoreggiamento di gruppi dediti al narcotraffico. Lo
stesso servizio segreto realizza pedinamenti ed intercettazioni
illegali ai danni di magistrati colombiani che indagano su esponenti
governativi, il cosiddetto scandalo delle “chuzadas”. Il cugino
dell'attuale presidente
Uribe Velez, Uribe Escobar, notoriamente legato anche al defunto
narcotrafficante Pablo Escobar, del cartello di Medellìn, città
politicamente dominata dalla famiglia Uribe da decenni, è stato
detenuto dopo che l'ambasciata del Costa Rica, nella quale si era
rifugiato, gli ha rifiutato asilo per il suo ruolo nello sviluppo del
paramilitarismo. La lista potrebbe essere ancora molto lunga ma
crediamo che sia già sufficiente per porre alcuni interrogativi. I
rapporti commerciali e diplomatici tra l'Italia e la Colombia sono
indubbiamente cresciuti negli ultimi anni e non ci riferiamo qui alla
storica associazione tra la 'ndrangeta calabrese ed il paramilitarismo
mafioso colombiano finalizzata ad inondare di cocaina il nostro paese e
l'Europa, ma parliamo proprio dei rapporti istituzionali che si sono
sviluppati tra le nostre istituzioni democratiche e quelle colombiane.
La recente visita di Uribe in
Italia ne è una dimostrazione. Il sindaco di Milano Letizia Moratti ha
addirittura ricevuto la cittadinanza onoraria colombiana dal
personaggio in questione, che si è riunito anche col Presidente del
Consiglio Silvio Berlusconi e in altre occasioni ha incassato il plauso
del Presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni. Sindaci e
presidenti non hanno idea dell'abbraccio mortale al quale vanno
incontro con queste relazioni pericolose? O il fatto che la camera di
commercio di Milano veda tanti affari svilupparsi in Colombia fa
dimenticare chi siano i soggetti con i quali si ha a che fare? José
Obdulio Gaviria, che è cugino di Pablo Escobar Gaviria ed è un
importante consigliere di Uribe, è venuto recentemente a Salerno. È
stato ricevuto da esponenti del governo italiano. L'Italia si sta
dunque “colombianizzando”? Vi è una convergenza ideologica
tra il governo italiano e quello fascista colombiano, cementata da
affari comuni? Se così fosse, la questione sarebbe allarmante: il
nostro paese non può parlare di lotta alla droga e poi ricevere in
pompa magna un conclamato narcotrafficante, né continuare ad accettare
le credenziali diplomatiche di suoi soci di governo, dopo che paesi
come il Canada le hanno rifiutate; non può parlare di difesa dei
diritti umani e poi andare a braccetto con un presidente nel cui paese
si sono verificati negli ultimi sei anni molti più casi di sparizioni
forzate e omicidi per motivi politici che durante l'intera dittatura di
Pinochet in Cile. Le relazioni privilegiate Italia-Colombia non faranno
mai della “Repubblica della Cocaina” uno Stato democratico, ma
potrebbero compromettere la posizione dell'Italia rispetto alle altre
democrazie europee. Torna al sito di Uno Sguardo Verso Sud |
