04/10 - NELLE CARCERI COLOMBIANE ALMENO 7000 PRIGIONIERI POLITICI IN CONDIZIONI DISUMANE
Secondo
i dati raccolti nell'ambito della "Campagna internazionale per la
liberazione dei prigionieri politici in Colombia", almeno 7.000 fra i
detenuti
colombiani sono a tutti gli effetti prigionieri per ragioni politiche.
Di fatto, il governo non gli concede
lo status di prigionieri politici perché nega l'esistenza del conflitto
armato che perdura da oltre quarant'anni. Fino al 11 settembre 2001 il
delitto di cui erano accusati era quello di ribellione; in seguito,
sono stati qualificati come "terroristi", il che ha comportato un
peggioramento delle condizioni di detenzione, privandoli di una reale
possibilità di difesa.
Sotto il governo di Uribe Vélez la
politica della cosiddetta "Sicurezza Democratica", caratterizzata dal
ricorso alla barbara pratica delle ricompense in cambio di delazioni,
ha portato alle retate massive nelle città e nelle campagne, dove (per
mezzo di segnalazioni di informatori incappucciati) gli effettivi della
polizia, dell'esercito e del DAS (polizia politica) portano a termine
numerose detenzioni spesso senza l'autorizzazione della magistratura;
l'accusa è sempre la stessa, e cioè essere collaboratori o membri
attivi delle organizzazioni guerrigliere.
Di fronte alla mancanza di prove,
molti detenuti sono torturati affinché riconoscano e "confessino i
propri delitti". Molte prigioniere politiche escono per partorire in un
ospedale e tornano in carcere con i neonati, che devono condividere la
prigione con le madri nelle condizioni igieniche e climatiche più
avverse.
Le condizioni sanitarie in cui
vivono i prigionieri sono subumane: spesso i detenuti muoiono in
carcere per mancanza di assistenza medica, e a molti malati terminali
si nega il diritto alle cure ed alle terapie.
Le condizioni di sovraffollamento
rappresentano un tormento terribile per i detenuti; nella maggior parte
dei casi le carceri contengono un numero di detenuti 5 o 6 volte
superiore alla loro capienza (+500%). A titolo di confronto si
consideri che in Italia, che patisce una grave situazione di
sovraffollamento carcerario, i numeri parlano di 64.000 detenuti circa
contro una capienza prevista di 43.000 persone, con un aumento
percentuale (comunque grave) di circa il 50%.
Anche le condizioni climatiche sono
terribili; molte carceri sono costruite in regioni dove la temperatura
scende sotto lo zero e i detenuti devono lavarsi con acqua fredda;
queste carceri non dispongono di un sistema di riscaldamento. Dove
invece la temperatura arriva oltre i 30-34 C°, senza alcun sistema di
ventilazione, con la poca acqua a disposizione il già menzionato
sovraffollamento rende la vita semplicemente impossibile.
Gli oppositori sociali e politici al
regime fascista colombiano, quando non sono freddati da sicari
paramilitari e dall'esercito, finiscono in posti come quelli descritti;
i massimi dirigenti politici al governo del paese, il narco-presidente
Uribe in testa, colpevoli di delitti quali il terrorismo di stato, il
narcotraffico internazionale, l'ingerenza nei paesi vicini a scopo di
destabilizzazione, colpevoli di aver creato, sostenuto e sovvenzionato
il paramilitarismo che imperversa nel paese, invece, tengono riunioni
nelle lussuose sale istituzionali con i capi della criminalità
organizzata, nella complice indifferenza della comunità internazionale.
02/10 - EX MILITARE COLOMBIANO: "ROSALES HA OFFERTO 25 MILIONI DI DOLLARI AL CAPO DEI PARAMILITARI PER ASSASSINARE CHÁVEZ"
La
magistratura colombiana è in possesso della testimonianza di un ex
militare colombiano condannato per paramilitarismo, secondo il quale
l'ex governatore
del dipartimento venezuelano di
Zulia, Manuel Rosales, ha partecipato con gli squadroni della morte a
un complotto per assassinare il presidente Hugo Chávez .
In una lunga intervista rilasciata
al giornale "El Nuevo Herald", l' ex soldato Geovanny Velasquez
Zambrano, condannato a 40 anni di carcere per aver partecipato ad una
serie di massacri nella regione colombiana del Catatumbo (zona di
frontiera col Venezuela), ha dichiarato che Rosales ha partecipato a
due riunioni con i paramilitari, il 23 e il 24 dicembre 1999, offrendo
25 milioni di dollari per l'assassinio di Chávez.
I primi dettagli del piano per
assassinare il presidente venezuelano erano stati resi noti nell'aprile
2003 quando Rafael García, ex capo della sezione informatica del
Dipartimento Amministrativo di Sicurezza della Colombia (DAS), aveva
dichiarato che alti funzionari del governo colombiano (compreso
l´allora direttore del DAS Jorge Noguera) si erano riuniti per
pianificare la destabilizzazione del Venezuela e l'assassinio di
diversi leader venezuelani, tra i quali Jesse Chacón Escamillo, Isaías
Rodríguez e José Vicente Rangel, all'epoca rispettivamente ministro
degli Interni e della Giustizia, Procuratore della Repubblica e vice
Presidente.
Un'altra importante testimonianza
viene dal maggiore dell esercito colombiano Mauricio Llorente Chávez,
condannato per collusione con i paramilitari in 3 massacri nella zona
di Catatumbo. Llorente ha dichiarato che il comandante dei paramilitari
addestrati per assassinare Chávez era il soldato professionista
dell'esercito colombiano José Misael Valero Santa, il quale sarebbe
stato in passato sotto il comando dello stesso Llorente e oggi al
comando di 1000 dei 2000 paramilitari presenti in Venezuela con il fine
di destabilizzare il paese.
Velasquez ha inoltre aggiunto che
nella riunione del 23 dicembre Rosales ha dichiarato che a pagare
sarebbero stati alcuni uomini statunitensi, ma che lui stesso si
sarebbe fatto garante dell'affare.
Per l'ennesima volta vengono portati
alla luce i fatti della narco-parapolitica del presidente Uribe e la
stretta collusione tra esercito colombiano e paramilitari che, oltre a
macchiarsi di orrendi crimini nel conflitto interno, sconfinano con
chiare intenzioni destabilizzatrici e di ingerenza attentando alla
sovranità del Venezuela, sempre ovviamente sponsorizzate dagli Usa.