Nasce in Verzasca, si sposa in Lavizzara, lavora come tanti altri per dare un
futuro alla montagna.
Come nel caso dell’alpe Fiorasca, con la Bavona da una parte e la Lavizzara dall’altra.
Incontrare Mina significa parlare di montagna. Ma non di salite, dislivelli,
tempo impiegato, percorsi, tragitti, arrampicate; e nemmeno troppo di paesaggi,
panoramiche, viste dall’alto, aspetti poetici, emozioni, sensazioni… Tutto
questo Mina lo dà per scontato. Ognuno a modo suo, in quel mondo tra Verzasca
e Lavizzara ama la montagna e ne ha un sacco da raccontare. Ognuno si porta
dentro le sue emozioni e le difende con pudore e anche una certa gelosia.
Fiorasca e il Romildo
Parlare di montagna con Mina significa far rivivere la montagna. Dentro il
cuore e nella realtà. Non fermarsi al ricordo o alla nostalgia, non attaccarsi
come un chiodo alla propria idea di montagna, che ognuno ha e se la gode anche
quando è in basso. Farla vivere in rapporto alla storia della montagna e
soprattutto al suo presente. Che in buona parte dipende proprio da chi la ama.
Ricordo, settembre 2006, la salita da Fontana, in Val Bavona, e l’incontro con
altri provenienti da Prato Sornico per vedere il nuovo volto dell’alpe
Fiorasca, diventata un complesso di cascine ben sistemate. Grande giornata, don
Dante Donati a celebrare su un altare di sasso, Mina raggiante per il sogno
realizzato poggiando sulla generosità di Romildo e Vittorio Dalessi che han
donato le cascine alla Società Alpinistica Valmaggese. Finalmente il
magnifico alpe a cavallo tra Lavizzara e Bavona e adagiato sotto l’omonima
bocchetta, aveva il suo semplice, piccolo rifugio, aperto a tutti. Romildo,
con la sua semplicità, ricordava le stagioni trascorse all’alpe, una
settantina d’anni fa. Faticava, scrollando la testa, a nascondere gli occhi
umidi .
Tra Bavona e Lavizzara
Mina era felice per Romildo e Vittorio Dalessi. Felice perché sui duemila quest’altro
pezzo di storia rurale e montana veniva recuperato. Perché la montagna tornava
a rivivere, seppure in altra forma, ed anche il Rosso lì sopra pareva
compiacersi nella splendida giornata. Felice perché era stato possibile grazie
ad un’impresa corale, uno slancio di entusiasmo e di volontariato. Felice
perché aveva ripreso il suo ruolo, oltre all’alpe (i suoi sprüi, la sua acqua,
il granito ruvido dei muri e dei tetti), anche quel taglio obliquo nella
roccia, quasi una feritoia a collegare due valli minori e discoste ma così
importanti nell’identità del Ticino: la Bavona di Plinio Martini, la Lavizzara di Giuseppe Zoppi. Il
Fondo del sacco e Il Libro dell’alpe. ‘Me li vedo i due, in Forcolina, che
se la raccontano, l’uno dalla Bavona così impervia, l’altro da Rima, così
dolce’.
Il suo libro dell’alpe
Mina ha da raccontare il suo fondo del sacco e il suo libro dell’alpe a partire
da quand’era Guglielmina Gnesa. Dalla Verzasca, da Brione dov’è nata ed era
tempo di guerra. Delle cave di granito in val d’Osola, dove lavoravano i
capofamiglia. Da Anna Gnesa (1904-1985) maestra e scrittrice, ‘ era un po’
strana, portava sempre il cappello, sapevamo che scriveva’. Dai villaggi
allora popolati, brulicanti di bambini.
’ La transumanza è stata la mia università; in basso, le prime coltivazioni
sul Piano di Magadino, il mais e la vigna ,il frutteto, il nonno che faceva la
grappa. D’estate con i nonni si saliva a Brione, da lì verso la Cima de Sassi, prima tappa ai
Piée con le capre e le mucche’. Poi l’inverno ancora a Gerra Piano, e il
ciclo riprendeva. Contadini e pastori. ‘ Cinque sorelle e due fratelli,
noi bambine fino ai sei anni siamo state con la nonna, asilo dalle suore a
Cugnasco. La mamma doveva pensare alla casa, ai ragazzi, agli animali. Le
mucche le teneva in Alnasca e noi la si aiutava, si faceva il fieno, anche
quello di bosco, di sicuro non ci si annoiava, non avevamo problemi di tempo
libero. Li ricordo come momenti intensi e felici nella loro semplice operosità’.
Un futuro alla montagna
Agli anni di Brione dove, quasi un presentimento, per il maestro Pinana il
Libro dell’alpe era la bibbia della scuola, seguono l’avviamento femminile a
Gordola e l’anno a Lucerna dalle suore per il tedesco. Poi lavora per qualche
anno a Brione in una fabbrica per pietrine di orologi, ‘ prima paga 58
centesimi l’ora’. A 23 anni sposa Oliviero Patocchi di Peccia, ditta di
metalcostruzioni a Cevio. Tre figli, tre maschietti cresciuti a Peccia, scuole
a San Carlo e Cevio, poi via per la loro strada, i loro studi. Adesso otto nipoti,
la gioia della nonna. Dall’80 in banca, è responsabile dell’agenzia di Peccia,
quest’anno finisce. Poi nipoti e montagna, come adesso, più di adesso’.
’ Appena sposata sarei tornata di corsa in Verzasca, adesso fatico a trasferirmi
a Veglia, due chilometri più in là, mi mancheranno i miei pizzi da ammirare
giorno dopo giorno, anno dopo anno, il Redorta, il Rosso… li sostuisco con
altri, il Monte Zucchero simbolico ponte tra la Lavizzara e la mia Verzasca
‘... Si è ambientata in fretta a Peccia: sci e sport tirando su i figli, vita
di paese e di parrocchia, appena possibile una bella cantata. Poi la SAV, le escursioni, la
montagna, casa e montagna. ‘ In questi decenni la Lavizzara si è
spopolata, ai tempi le cave di Peccia davano lavoro, poi sono arrivati i lavori
idroelettrici e la Valle
si è trasformata; ora è in atto un certo fermento con la Scuola di Scultura che
progetta il Centro internazionale di scultura a Peccia, parecchie le iniziative
allo studio nella comunità di Lavizzara’.
Le baite rimesse in piedi
’ I nostri monti sono punteggiati di rustici che si fatica a tenere in
piedi. Così è nato il progetto Fiorasca. ‘ Con Fiorenzo De Rungs e
Vittorina Medici abbiamo formato il gruppo trascinatore di tutti quelli che in
tre estati si sono avvicendati nei lavori di volontariato. Tanto è stato
fatto, ma avrei ancora il sogno di rifare il tetto della cavrèra, la
stalla delle capre, una lunga baita appoggiata ad un masso con sotto una delle
tante cantine-splüi del posto. Ci mancano circa cinquantamila franchi per
concludere i lavori di ripristino dell’alpe e chissà che con questo articolo
non si riesca a trovare gli aiuti per realizzare questo bel sogno’. Prima
di Fiorasca, la capanna Poncione di Braga, la Pianca, la Costa, le cascine sugli alpi
Bolla e Froda.
’ C’è la voglia di far conoscere questi posti e la loro storia, che poi è
la nostra storia. Di farli rivivere in termini aggiornati, di non
interrompere il filo con il passato. Si tratta di ripristinare, di rimediare a
situazioni compromesse dall’abbandono e dal tempo, e poi di gestire’.
La signora dei pizzi
’ La montagna perché lì sono le mie radici, i miei primi sguardi. Da bambina
mi ci hanno portata dentro una gerla, lì la casa, il lavoro di genitori e nonni.
Siamo cresciuti attaccati alla montagna, salendo e scendendo. Così per me in
Verzasca, così per i miei figli in Val di Peccia’. Le amiche affettuosamente
la chiamano ‘la signora dei pizzi’, perché sulle cime ama salirci da sola:
Mascarpign, Malora, Poncione di Braga, Rossa, Pizzo Castello...
Tener viva una piccola valle con una grande storia è importante come tenere
accesa la vita sugli alpi di un tempo. Si tratta di difendere quello che c’è,
l’asilo a San Carlo di Peccia, il progetto per la nuova scuola a Prato
Sornico, l’agricoltura, il piccolo sci-lift, lo sport club. E quel tanto di
vita sociale che si manifesta in iniziative, gruppi, carnevale, le sagre nei
paesi. Rimane il cruccio del collegamento in galleria con la Leventina, sotto il
Sassello. ‘ Ce l’avevano promesso, era d’accordo anche il consigliere di
Stato Franco Zorzi, poi morto sul Basodino nel ’64. Doveva risarcirci per lo
smantellamento della Valmaggina, il nostro bel trenino blu’.