Diciamo no a questo Parco

Michele Gilardi : abbiamo un'alternativa migliore

Corriere del Ticino - 19.01.2009
L’avvocato muraltese, nel 2006, aveva per primo criticato l’idea di un Parco nazionale, e ora rincara la dose : Fermiamo la spartizione politica di denaro pubblico e pensiamo a un progetto a misura delle nostre valli

 

L’ INTERVISTA (di Oliver Broggini)

Quasi tre anni fa, nel febbraio del 2006, era stato il primo a cantare fuori dal coro, contro quello che sembrava un consenso generalizzato attorno all’idea di un Parco nazionale del Locarnese; oggi, che il progetto si avvia verso la sua terza fase – l’ultima, prima della votazione consultiva nelle comunità toccate – l’avv. Michele Gilardi torna a esprimersi sull’argomento, e lo fa senza risparmiare stoccate a una procedura che non esita a definire ­una spartizione di denaro pubblico tra i soliti noti, all’insegna della più smaccata logica politica.

Avv. Gilardi, perché – sino ad ora – non aveva più dato seguito all’impulso critico lanciato tre anni fa?
Il silenzio non significa assenza di attività, esordisce l’avv. Gilardi davanti a un tavolo stracolmo di documentazione sul Parco Nazionale. ­Ho seguito e letto tutto, documentandomi al massimo sul tema parchi, in Ticino e nel resto della Svizzera. Ho anche atteso che qualcuno analizzasse con occhio distaccato e obiettivo la situazione, qualcuno che non credesse alle chimere e si prendesse la briga di andare a consultare le leggi, non facendone una questione politica e di consenso del momento.
Ebbene?
Con qualche rara e recente eccezione, l’attesa­ è stata vana. L’ultima, grottesca scena – dopo la quale non mi più possibile tacere – la “passeggiata scolastica” di due consiglieri a Berna, per consegnare una scatola vuota.

Vuota?
 Vuota, vuota. Perché il pre-studio ha l’avallo solo e soltanto di una ristretta congrega politico- scientifica, formata da chi era al posto giusto e al momento giusto per “rendersi necessario” e assegnarsi incarichi.

Mi scusi, ma come fa a criticare un documento che non ha visto, dato che per ora è stato distribuito solamente ai Municipi di Comuni interessati?

Questo rimprovero, che ho già sentito, è scandaloso. Non posso esprimermi su un incarto già portato a Berna, senza alcuna legittimazione democratica, e con il quale si disegnano vincoli territoriali per le prossime generazioni? Per cortesia. Se non ho visto quel che c’è in quella scatola non è per mia volontà, e inoltre – indipendentemente dai dettagli – quella scatola conteneva un progetto di Parco nazionale che ci viene imposto senza processo democratico, e che comunque deve in ogni caso rispettare norme federali note da tempo, e molto meno ambigue di quel che si dice.
In che senso?

Stando a quel che si è letto in questi anni in Ticino, le regole stabilite dalla Confederazione sarebbero state ammorbidite, venendo incontro ai nostri desideri ed esigenze; ma Berna non ha cambiato una virgola, ad eccezione di alcuni aspetti marginali, e un Parco nazionale rimane una riserva naturale in cui l’accento è ­posto sui divieti e sull’espulsione delle attività umane. Sono rimasti al loro posto tutti gli aspetti dell’ordinanza che, sin all’inizio, erano risultati più disturbanti. Certo, questo è poco noto, anche perché i poveri disgraziati che hanno osato seminare il salutare seme del dubbio sono stati prontamente zittiti e denigrati, a colpi di carta patinata sussidiata.
Addirittura?
Basta leggere attentamente i giornali, e del resto il Consiglio del Parco non può fare diversamente. Uno dei criteri fissati dalla Confederazione per valutare i singoli progetti, infatti,la cosiddetta “accettanza”. Più proteste sul territorio, uguale meno probabilità di incassare i milioni di Berna per la terza fase; da qui, l’esigenza di mettere la museruola a ogni voce critica.

L’appuntamento con la votazione consultiva resta comunque ineludibile, alla fine della terza fase.
Si, però ad oggi­ è stato speso quasi un milione di franchi, soldi pubblici per la maggior parte; con l’entrata nella prossima fase del progetto, altri quattro milioni saranno spesi prima di consultare la popolazione. Tutto, senza che nessuno sappia bene chi ha deciso a cosa serviranno questi soldi e a chi saranno versati. Concorsi pubblici, regolari procedure, libera concorrenza; nessuno ha visto nulla del genere.

Diceva, in precedenza, di avere seguito l’evolversi della situazione anche a livello nazionale: cosa accade per gli altri progetti?

Le rispondo con una domanda: se un Parco nazionale rappresenta un’opportunità così straordinaria, perché nessuna altra regione, oltre alla nostra, ha presentato la sua candidatura per averne uno? Gli svizzeri tedeschi e i romandi sono così sprovveduti? C’è di che riflettere su questa decisione, con la quale le altre regioni di montagna hanno chiaramente sconfessato le loro domande preliminari di Parco nazionale, optando invece per un Parco regionale.

E perché avrebbero dovuto farlo?

Perché un Parco nazionale è ­gestito a livello centrale, e non dalla gente del posto, che al massimo applica le norme stabilite da Berna. Esattamente il contrario di quel che accade in un Parco regionale, dove vigono meno restrizioni e vi è un coinvolgimento in positivo della società locale­.

Ah, il Parco regionale. Siamo proprio sicuri che questa controproposta – come spesso accade in Ticino – non celi in realtà solo la volontà di non fare nulla?

Non accetto questa insinuazione, e le ricordo anzitutto che l’idea di un Parco regionale è stata sottoscritta da sette associazioni attive in Vallemaggia: una splendida regione che conosco e amo, e che ritengo abbia le carte in regola per un progetto del genere. In fondo, non sarebbe che l’etichetta da apporre su tutto quanto già esiste.

Tuttavia, è stato detto che le nostre valli non sono adatte per un Parco regionale, poiché il loro tessuto economico è ­troppo fragile…Ai cari signori che non vivono in Vallemaggia e lo sostengono, posso solo dire che sbagliano. La legge spiega che il Parco regionale ­pensato per luoghi urbanizzati, in cui promuovere uno sviluppo sostenibile, dando una possibilità di sopravvivenza alle attività economiche esistenti. Concetti che sono perfetti per una realtà dinamica, fortemente identitaria, piena di attività come la Vallemaggia, in cui un Parco regionale dovrebbe solo essere coordinato e gestito, nel pieno rispetto delle libertà umane e della natura, che resterebbe protetta secondo le leggi già oggi in vigore.

Se l’ipotesi di un Parco regionale è ­perfetta come lei sostiene, perché allora era stata scartata?
Probabilmente perché si tratta di un’opzione che, per essere realizzata, esige molti meno studi e sussidi, e questa minore pioggia di denaro pubblico avrebbe penalizzato i soliti noti. E poi, altro elemento inaccettabile agli occhi di molti, un Parco regionale significa anche meno Stato e meno para-Stato, e più gente che vive il territorio.

In conclusione, quindi, lei che cosa suggerisce?

Io mi auguro che, di fronte all’emergere di nuovi elementi, ci sia il coraggio di cambiare idea. Negli ultimi tempi sono stato confortato dalle prese di posizione critiche e qualificate di ben tre granconsiglieri: Giacomo Garzoli, Fiorenzo Dadò e Fabio Regazzi. Non facciamoci attirare dal miraggio di milioni di franchi in sussidi, per studiare cose che già conosciamo; restiamo piuttosto con i piedi per terra e ricordiamoci che i migliori progetti degli ultimi anni nel Locarnese – quelli che, avendo la giusta dimensione, non sono stati affossati – erano accomunati dalla stessa parola:sono il Porto regionale e il Centro balneare regionale. Che sia un segno anche per il Parco?.